Five Coke Bottles

Ci lamentiamo che la pubblicità sta ovunque, da quella esplicita a quella occulta, siamo quotidianamente bombardati da messaggi, video, foto, ecc… Gli esperti suggeriscono che questo sia un fenomeno che andrà via via crescendo. Un fenomeno avente inizio con l’avvento di internet? La risposta è: NO.

Diciamo che la pubblicità è nata insieme al commercio, si è modificata, ha cambiato il suo corso, è diventata più esplicita, più o meno artistica, ma c’è sempre stata. Certo potrà sembrare troppa, anche se al peggio non c’è mai fine…. E se la pubblicità diventasse arte? Possiamo eliminare il condizionale dato che c’è stato chi già lo ha fatto. Il suo nome è forse uno dei più celebri: Warhol. Uno degli artisti che ha basato la sua fortuna proprio sulla pubblicità, sì, ma come soggetti dei suoi quadri. Un esempio parecchio lampante, oltre a “Close Cover Before Striking”, dove l’artista fa palesemente cattiva pubblicità alla Pepsi, è sicuramente Five Coke Bottles, dove il soggetto per l’appunto è la Coca-Cola. Le 5 bottiglie iconiche messe in fila da Worhol fluttuano al di sopra dell’altrettanto iconico marchio realizzato con un carattere topografico. Un evidente e lampante mossa commerciale, ben strutturata e veicolata a dovere, con la differenza che al contrario di “pubblicità da banco” questa ha dalla sua un “valore artistico”. Pensate che c’è gente disposta a pagare fior di soldi per comprare una pubblicità da esporre in casa.

E poi ci lamentiamo…

I tesseramenti al gruppo A.F. (Anonymous fan….) sono sempre aperti a tutti!

Yamadera, una delle mete del Maestro Matsuo Bashō

Yamadera, ossia letteralmente “tempio di montagna”, si trova nelle montagne a nord est di Yamagata City (Giappone) ed è stata fondata nel 860. Durante il periodo Heian, l’imperatore Seiwa invio Jikaku Daishi, uno dei più importanti preti buddisti, nella regione di Tohoku, quel prete fondò Yamadera.

Nel Buddismo, le montagne vengono viste dai monaci come luoghi per allenarsi alla meditazione e sono considerate da molte persone come sacre. A Yamadera si percorre un sentiero dove si incontrano più di 30 templi buddisti e si salgono 1.015 scalini. La leggenda narra che salendo la lunga strada e rendendo omaggio ai templi si vincerà la sfortuna.

Durante la primavera i fiori di ciliegio inebriano e durante l’autunno il colore delle vegetazione ammaglia, in estate è possibile risalire il sentiero di notte accompagnati dal canto dei monaci, ma anche in inverno, questo luogo, ha il suo fascino, la neve attutisce tutti i suoni e si viene avvolti dal silenzio della montagna.

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Proprio questo luogo fu una delle mete del famoso poeta Bashō, che proprio qui, immerso nella quiete e nel silenzio, compose uno dei suoi più famosi haiku, tutt’ora leggibile sulla roccia ai piedi della statua eretta in suo onore:

Silenzio
la voce della cicala
penetra la roccia

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Matsuo Bashō, nacque Matsuo Munefusa a Iga Ueno nel 1644 e venne considerato il “poeta del viaggio” perchè proprio durante i suoi numerosissimi viaggi, spesso in difficili condizioni, egli scrisse gran parte delle sue opere. Proprio osservando la natura e meditando nel suo cammino spirituale, Bashō cristallizzò nei suoi famosi haiku molte emozioni ed elementi del paesaggio.

I viaggi erano per lui l’occasione per stare a contatto con la natura e ritrovare le tracce dai poeti del passato, viveva intensamente la quotidianità, circondato dalle difficoltà di una vita di cammino,  ricercando l’estrema essenza della vita.

Proprio durante uno di questi viaggi Bashō si ammalò e morì ad Osaka nel 1694, solo quattro giorni prima della morte, dettò ad un suo allievo l’ultimo suo haiku:

Ammalatomi in viaggio
il mio sogno corre ancora
qua e là nei campi spogli

 

Diceva Bashō ”chi non intuisce la bellezza di un fiore in ogni forma è un barbaro. Chi non ha un animo delicato come un fiore è una belva.” proprio a sottolineare l’armonia da lui ricercata con il creato. Il fascino dei suoi versi giunge ai nostri giorni e appassiona poeti che approfondiscono la forma di poesia degli haiku, coniugando profondità e semplicità. Fra questi cito Roberto Pellegrini che proprio recentemente ha pubblicato una raccolta di haiku dal titolo “Nella Nebbia, il Silenzio… – 121 Haiku in attesa di una Primavera”.

La foglia morta
che tu calpesti muore
un’altra volta

Limpido buio
freddo tra me e la Luna:
distanze e sogno

All’ultima eco
non risponde la notte:
dorme anche il sogno

Liriche chiare e concise, essenziali, ma imperniate di elementi netaurali del vivere quotidiano, attraverso i quali Roberto Pellegrini trasmette emozioni al lettore che si avvicina ai suoi scritti.

 

 

 

Le Galapagos d’Oriente

La prefettura di Tokyo è alquanto estesa, ma forse non tutti sanno che, a circa 1000 Km a sud di essa, esiste un arcipelago di isole, parte della stessa giurisdizione politica, dove gli abitanti non conoscono la neve. Si tratta delle 30 isole Bonin facenti parte del villaggio Ogasawara, solo due di esse contano una popolazione permanente e sono: Chichijima e Hahajima.

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Questo arcipelago adagiato nel Pacifico e territorio giapponese, in realtà però fu colonizzato da un gruppo di europei e di hawaiani, che vivevano a Chichijima, conosciuta ai tempi come Peel Island, era il 1830.

Le isole in questione sono di origine vulcanica e questo le rende in continuo movimento, alcune appaiono ed altre scompaiono, sono altresì Patrimonio Mondiale dell’UNESCO e quindi meta di turisti che affrontano un viaggio di ben 25 ore di traghetto per godere di questo spettacolo.

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Spiagge incantevoli, flora e fauna a volontà e, non solo, possibilità di assistere al fenomeno naturale chiamato “raggio verde”, ossia, poco prima che il sole scenda sotto l’orizzonte al tramonto, emette un brillante lampo di luce verde. Questo fenomeno, in realtà, può essere visto ovunque sul globo purché la linea dell’orizzonte sia libera e vi siano le condizioni atmosferiche giuste, nelle Galapagos d’Oriente questo spettacolo può essere visto quasi ogni notte.

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La vegetazione è di tipo subtropicale ed sul territorio vivono alcune specie di animali che se pur ad alto rischio di estinzione, qui sono riusciti a trovare un habitat adatto alla loro sopravvivenza. Indigene sono ben oltre 100 tipi di piante e 14 specie di animali, una di queste la tipica libellula di Ogasawara.

 

Le alte scogliere erose dall’acqua regalano un paesaggio magnifico ed il mare ospita una straordinaria barriera coralinna, nella quale si possono incontrare svariate specie di pesci tipici dei mari caldi, che non ho tardato a riprodurre sulle mie bandane Ponge 5.

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Le “Alcove” di Matisse

Le odalische sono frutto di una felice nostalgia, di un sogno bello, vivo, e di un’esperienza vissuta quasi nell’estasi dei giorni e delle notti, in un’atmosfera incantata

Negli anni venti Matisse, quasi volersi prendere una pausa dalla continua ricerca pittorica, svolta negli anni precedenti. Piccole “alcove” coloratissime vengono create nel suo studio. Matisse ritrae quasi sempre le modelle nude o vestite all’orientale. Uno dei più degni di nota è forse “Figure décorative sur fond ornamental”, il quale sembra quasi scolpito nel legno. Riccamente decorato in ogni minimo particolare, dal vaso in ceramica bianco e azzurro, al tappeto ornamentale sul quale poggia elegante, il piede della modella. Uno specchio veneziano appeso alla parete, dietro le spalle della modella, che si confonde con la tappezzeria dai motivi floreali. Siamo nel 1925

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Sui nudi ci tornerà in futuro, 10 anni più tardi con “Grand Nu couché”, dove si inaugura una nuova era per il lavoro dell’artista francese, caratterizzata dal desiderio di restituire una sensazione di monumentalità alle sue opere, nonostante le ridotte dimensioni dei supporti scelti. Nel caso di quest’opera in particolare, si tratta di una tela di circa 65×90 cm, oggi conservata presso il The Baltimore Museum of Art, situato a Baltimora.

L’immagine by Roberto Pellegrini

L’IMMAGINE

Ha rinnegato, il mio cuore,
la fantasia, riponendola
sopra un cuscino di petali sbiaditi,
e non ha più domandato
ai Guardiani del Tempo il lusso
effimero della speranza,
che essi dispensano a piene mani
tra gli uomini assetati di gioie…
La mia speranza eri tu,
ed ora mi sei accanto…,
e la mia anima
non si dibatte più, ad occhi chiusi,
ferendosi le mani,
per strappare al vento
un’immagine che ti assomigli…
Oggi il tuo sguardo,
errando sugli abissi dei silenzi,
si è posato su di me,
ed io non chiederò
al mio destino, quanto ti fermerai
tra le mie mani asciutte,
nelle mie stanze aperte…,
perché tutte le Stelle della sera
mi hanno già sussurrato la risposta,
che il mio domani conosce…

Leggo e rileggo questa poesia pervasa di leggerezza, nella quale, ancora una volta, Roberto Pellegrini decanta l’Amore. L’Amore, il sentimento che permea l’uomo e l’avvolge, lo trasporta oltre ogni barriera, in una fusione intensa con il cosmo, di cui è energia.

Mi hanno particolarmente colpito alcune similitudini con il grande Maestro Tagore: per esempio il rapporto tra Amato ed Amata che conducono alla piena realizzazione dell’uomo, oppure i ricorrenti elementi naturali come le Stelle, gli abissi, il vento ed anche la visione della donna come rivelazione. La donna portatrice di energia vitale, che allevia e consola, che accudisce con il proprio amore, che dona luce e armonia, che è vita.

Anche per Roberto Pellegrini, la poesia così intensamente appassionata, ma nel contempo delicata e permeata di armonia è quasi una preghiera.

Di seguito riporto alcuni versi di una delle tante liriche di Tagore, tratti da Passando all’altra riva

Non lasciarmi, non andartene,
perchè scende la notte.

La strada è deserta e buia,
si perde tortuosa. La terra stanca
è tranquilla, come un cieco senza bastone.

Sembra che io abbia aspettato nel tempo
questo momento con te
così accendo la lampada
dopo averti donato fiori.

Con il mio amore ho raggiunto stasera
il limite del mare senza spiaggia
per nuotarci dentro e perdermi in eterno.

Tagore nacque a Calcutta (India) il 6 maggio 1861 e morì a Santi Niketan, Bolpur nel 1941, Le sue liriche, ancora oggi apprezzatissime, non solo dal pubblico orientale, ma anche da quello occidentale, gli valsero l’assegnazione del premio Nobel per la letteratura nel 1913.

Notte Stellata – Edvard Munch

L’arte nasce dal desiderio dell’individuo di rivelarsi all’altro. Ogni forma d’arte, di letteratura, di musica deve nascere nel sangue del nostro cuore. L’arte è il sangue del nostro cuore.

Edvard Munch recitava così, si potrebbe quasi definirlo l’inno personale del pittore esoterico, dell’amore, della gelosia, della morte e della tristezza. Norvegese, nato nella seconda metà del 1800, famoso per la sua vita travagliata, che sin dalla tenera età, riserva allo stesso una serie infinita di disgrazie e disavventure. Uomo assai controverso, continui alti e bassi con la minaccia costante della tubercolosi, egli stesso dichiarò più volte di “essere afflitto da un crudele destino”. La sua arte è assai difficile da comprendere. Fa parte di quella categoria di artisti che inizialmente sembrano essere banali, quasi insignificanti, e poi si rivelano essere l’esatto opposto.

Più di tutti, c’è un quadro in particolare che mi affascina, lo fisserei per ore: La Notte stellata di Munch.

Il dipinto oltre ad essere omonimo a quello di Van Gogh (realizzato 30 anni prima) condivide gli stessi “principi”. I due artisti, assai distanti ma allo stesso tempo molto vicini, condividono un’esistenza tormentata, piena di disgrazie. Esiste nulla di più poetico e simbolico, di una notte stellata? La notte, se ci fate caso, ha quel senso di misterioso ma al contempo affascinante, che non ha eguali. La notte è bellissima, con il suo silenzio, la sua quiete… la sua pace! Pace che nessuno dei 2 ha mai trovato. Nel caso di Munch, la notte è un’amica fedele. La scalinata in primo piano scende verso un prato innevato… Dona un senso di sospensione… Attesa di qual cosa che da li a poco potrebbe succedere. I colori tenui in alcuni punti, quasi impalpabili, mentre in altri diventano decisi e sgargianti. In cielo una striscia verde che potrebbe essere un’aurora boreale, un effetto di luce o chissà… una provocazione fatta dallo stesso. Oggi è conservato in quella che fu la città che vide Munch diventare artista: Oslo, al Munch-museet.

Le Orchidee ed il Giappone

In Giappone la coltivazione delle orchidee risale a molto tempo fa, anche aiutata dal clima che, con l’alto tasso di umidità e le piogge abbondanti, ne ha permesso lo sviluppo.

Molte sono le orchidee autoctone giapponesi che, a differenza delle loro sorelle tropicali, possono resistere anche a degli inverni piuttosto freddi.

Sin dal 1600 ca. troviamo riportate sopra ad illustrazioni giapponesi delle orchidee coltivate con fioriture graziose ed eleganti e ancora oggi, questo fiore è comunissimo in Giappone, tanto che si trova anche in parchi ed aiuole.

Forse non tutti sanno che è proprio giapponese uno dei maggiori ibridatori di orchidee, il suo nome è Jiro Yamamoto ed ha coltivato più di 4000 varietà di questo fiore. Nel registro della British Royal Horticultural Society (dove tutti i tipi di orchidea sono registrati), a Mr. Yamamoto sono stati attribuiti 600 tipi nuovi di questo spettacolare fiore.

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La sua storia ha quasi dell’incredibile, ultimo di otto figli di una famiglia di contadini, nel 1951, vedendo una foto di Cattleya (considerata la regina delle orchidee), se ne innamorò e decise che proprio alle orchidee avrebbe dedicato la sua vita, costruì una serra in legno e diede inizio alla sua avventura.

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Nessuno lo prendeva sul serio, ma lui non si diede per vinto, partecipò ad incontri di esperti e apprese le tecniche di coltivazione. Fallì più volte e solo la sua costanza e la fiducia di sua madre gli permisero di continuare.

Cercò di produrre nuovi ibridi con l’impollinazione artificiale, senza ottenere grandi successi, ma pian piano cercò di eliminare tutti gli aspetti negativi per raggiungere il successo.

I primi frutti del suo lavoro arrivano nel 1964, quando vinse il primo premio dell’Associazione giapponese per l’orchidea di Tokyo e questo lo spinse a provare fuori patria, tanto che nel 1967, partecipò con i fiori recisi e i dendrobium in vaso alla manifestazione della Royal Horticultural Society in Inghilterra, ottenendo un successo straordinario.

Nel 1973, insieme ad alcuni esperti, mise a punto un proprio sistema di clonazione per ovviare alle difficoltà che si incontrano nel trattare gli ibridi che sono infertili e sperimentare molti incroci, creando nuove varietà.

Insomma: chi l’ha dura la vince! come si suol dire…

Per finire vi lascio una curiosità, una delle orchidee simbolo del Giappone è la Neofinetia falcata, meglio conosciuta come l’orchidea del samurai. Amatissima dall’undicesimo Shogun, Ieanari Tokugawa (che ha retto le sorti del Giappone dal 1773 al 1837), la sua coltivazione era permessa solo nelle case dei samurai.

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L’interesse della casta guerriera verso questo fiore deriva dalla sua forma che ha similitudini con il Kabuto, il loro elmo da guerra.

Fiorisce in estate, il fiore è di colore bianco, profuma intensamente di sera ed è dotato di un lungo sperone, circa 4-6 centimetri. Un vero mito questa orchidea…

Ma miti a parte, le orchidee sono fiori molto affascinanti, li trovo deliziosi e ho deciso di inserirne qualcuna nella mia collezione di foulard Madame Renard.

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