…metti un Bigfoot nel giardino!

Nel corso degli anni, ne sarebbero stati avvistati parecchi, in zone e circostanze diverse. Lo scenario, più o meno sempre lo stesso: paesaggi boschivi di montagna, a volte innevati, altre volte no.

Sul web impazzano sequenze e filmati amatoriali, che ne documenterebbero l’esistenza… Tutte “bufale” (o “fake news”, se preferite)? Tutte testimonianze autentiche? Oppure, qualcuno dice il vero e qualcun altro no?

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Chi può dirlo con certezza? Fatto sta che il dubbio (come succede ragionando sull’esistenza degli UFO), basta già a suscitare un interesse planetario intorno a questo… “personaggio”, a metà strada tra un uomo primitivo, un orso ed un gorilla; tutto sommato tranquillo, dal momento che non avrebbe mai fatto male, o minacciato nessuno. Fino ad oggi… almeno.

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Stiamo parlando del celeberrimo “Bigfoot”, così chiamato per le presunte dimensioni del suo… piedino, non proprio uguale a quello di Cenerentola…

Il bigfoot, detto anche sasquatch, momo o piedone, è una leggendaria creatura scimmiesca che dovrebbe vivere nelle foreste dell’America del Nord.

Segnalazioni della sua presenza sono arrivate da diverse parti del continente, ma pare che il bigfoot sia concentrato nei tre stati degli Stati Uniti di Washington, Oregon e California. Non ci sono prove concrete della sua esistenza se non video, foto od orme di piedi anomale.

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HowStuffWorks, un sito online statunitense, ha ipotizzato che lo yeti e il bigfoot siano discendenti del Gigantopithecus, che avrebbe attraversato un ponte di ghiaccio tra l’Asia settentrionale e l’America del Nord.

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Il bigfoot dovrebbe essere alto dai 2 ai 3 metri (dai 7 ai 10 piedi), con folta peluria scura che varia dal rosso scuro al nero e grandi piedi (da cui il nome) che lascerebbero tracce di 43 cm sul terreno. È descritto come un grande ominide o primate bipede; il volto è relativamente simile a quello di un uomo e dovrebbe pesare oltre 225 kg .

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Sono varie le teorie sostenute a più riprese dalla comunità criptozoologica. Si parla di esemplari sconosciuti di primati, creature aliene, megateri sopravvissuti all’estinzione. Nel libro Hunting the Grisly and Other Sketches (1900), presentato da Theodore Roosvelt, viene citata l’esperienza di due cacciatori alle prese con un violentissimo orso bruno fuori dalla norma. Il caso verrà successivamente trattato come uno dei primi concreti rapporti sull’esistenza del bigfoot.

Il primatologo Nepero e l’antropologo Gordon Strasenburg hanno proposto una tesi alternativa, secondo cui i bigfoot potrebbero essere esemplari di ominidi sopravvissuti all’estinzione, più in ristretto dei Paranthropus robustus; a discreditare la teoria v’è il fatto che i resti di questa famiglia ominide siano stati trovati unicamente nell’Africa meridionale.

Alcuni sostengono che questo leggendario primate possa essere imparentato con lo “yeti” del Tibet e l’ ”alma” della Mongolia. Mentre per lo yeti si aveva un cranio in un tempio tibetano nell’Himalaya, poi rivelatosi un falso, per il nostro bigfoot non si dispone di alcun elemento che ne attesti l’esistenza.

Tra gli innumerevoli avvistamenti, ne citiamo alcuni, più o meno recenti…

1970: una famiglia di creature simili a bigfoot fu osservata in più occasioni da uno psichiatra di San Diego e dalla sua famiglia. Gli avvistamenti vennero effettuati vicino al rifugio in montagna della famiglia, il quale si trovava sulle montagne della California.

1995: il 28 agosto, una troupe televisiva della Waterland Productions filmò un sasquatch nei boschi del Jedediah Smith Redwoods State Park, nella California settentrionale.

2005: il 16 aprile, una creatura simile a un bigfoot fu avvistata sulla sponda del fiume Nelson in Manitoba (Canada). Essa fu filmata da un traghetto di passaggio.

2006: il 14 dicembre, una donna di nome Shaylane Beatty vicino a Prince Albert (Saskatchewan, Canada) incontrò un sasquatch in una strada locale. Alcuni uomini del villaggio vicino esaminarono successivamente la zona e trovarono orme sulla neve e un ciuffo di peli bruni.

2012: in una città del Kent (Inghilterra) fu avvistata una creatura scimmiesca che superava i due metri di altezza e possedeva uno sguardo color rosso fuoco, da un uomo che camminava in una foresta vicino al parco di Tunbridge Wells.

2014: in un video si documenta che nell’estate del 2011 il canadese Myles Lamont girò un video a Squamish, nella Columbia Britannica, immortalando qualcuno che cammina velocemente sulla neve. L’individuo, stando alla descrizione di Lamont, camminava privo di racchette da neve, senza zaino e i suoi vestiti erano tutti di un colore…

Beh, a questo punto, forse dovremmo avvertire Cappuccetto Rosso che il Lupo potrebbe essere… in allegra compagnia, laggiù, nel bosco!

by Roberto Pellegrini

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Headband o bandeau come la chiamano i francesi

Chi avrebbe detto che un semplice accessorio per cingere la testa avesse una così lunga e meravigliosa storia sulle spalle?

Ebbene sì, nelle forme più disparate, impreziosite da perle e gemme o semplici che fossero, le fasce per i capelli comparvero tantissimo tempo fa.

Nell’antica Grecia una ghirlanda di alloro veniva posta sulla testa dei vincitori delle competizioni sportive e dei concorsi di scrittura, guadagnandosi così un posto nella storia sulle teste di tutti coloro che si laureano o vincono premi come il Nobel.

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Incontriamo headband nel medioevo, nel rinascimento, nel periodo edoardiano ed arriviamo ai ruggenti anni ’20 quando le donne ballavano il charleston indossando fasce ornate da perle e piume.

 

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Proprio in quel periodo Paul Poiret introduceva la moda orientale e ovviamente anche i turbanti guarniti di perline e paillettes che divennero un punto fermo nell’abbigliamento femminile.

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Finanche un’atleta del calibro di Suzanne Lenghen (campionessa di tennis) era solita indossare, durante i suoi incontri, una fascia nei capelli diffondendone l’uso.

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Qualche decennio dopo, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, mentre gli uomini si trovavano al fronte, le donne si occupavano di produrre munizioni nelle fabbriche. Esse, chiamate Women Ordnance Workers, si distinguevano perché indossavano sulle loro teste delle sciarpe rosse a protezione dei capelli, sciarpe soprannominate WOW.

Ricorderete tutti il poster a sostegno bellico di J. Howard Miller raffigurante una donna forte che mostra i muscoli, indossa il WOW ed afferma “We Can Do It!”.

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Finita la guerra, fu Hollywood a tener alto l’uso della fascia per capelli, ricordiamo le foto di Brigitte Bardot, Audrey Hepburn e Grace Kelly che indossano con sofisticata disinvoltura le loro bandeau.

 

Insomma, possiamo proprio dire che questo accessorio ne ha viste di tutti i colori e tutt’ora spesso accompagna i look delle donne.

 

Sperare…? Questione di pazienza…

Quando abbiamo un importante obiettivo da raggiungere; quando, da un po’, custodiamo un sogno nel cuore, aspettando che si realizzi; quando siamo in attesa che “qualcosa cambi”, finalmente, la nostra “speranza” ha bisogno, sempre, di un valido alleato: la “pazienza”.

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“Non può conoscere la Speranza, chi non conosce la Pazienza.”
Roberto Pellegrini 2018

Speranza e pazienza sono, in realtà, le due facce di una stessa medaglia; anzi: è addirittura probabile che siano semplicemente due “espressioni” di una stessa… “faccia”!

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Sono “slancio” e “motore” dell’ottimismo che dovrebbe accompagnare ogni nostro progetto, momentaneamente in… stand by.

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Avere piena fiducia in un nostro proponimento, o in una semplice, quanto auspicata, eventualità, alimenta (fino ad identificarsi con essa), la “voglia” di sperare: più diamo credito ai nostri obiettivi, maggiore sarà lo spessore e la tenacia della nostra speranza, appunto.

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Ma non potendo contare sulla benché minima certezza circa il “se” ed il “quando” un nostro sogno si realizzerà (le sfere di cristallo sono ormai del tutto superate…), ecco che per riuscire a compiere questo “percorso” nel tempo (l’attesa…), dobbiamo far leva sulla nostra pazienza.

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La pazienza è accettazione serena che la “speranza” si compia, regalandoci il suo “frutto” tanto atteso, nei tempi che le saranno necessari, senza forzature di sorta.

Saper attendere, superando gli inevitabili momenti di sconforto, è un buon indice che rivela la “qualità” della nostra speranza e, di conseguenza, quantifica l’entità dello “sforzo” sostenuto dalla nostra pazienza.

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“Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.”
Pablo Neruda

by Roberto Pellegrini

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Moiré – il tessuto che …

… appare watered (marezzato) dando così l’impressione di uno specchio d’acqua increspato.

Anticamente era prodotto solo in seta, ma oggi è possibile trovarlo anche sintetico o di cottone.

Le sue origini sono inglesi, ma presto questo tessuto attraversò la Manica per diffondersi in Francia e nel resto dell’Europa.

Il suo aspetto cangiante, veramente particolare, è dato dal tipo di lavorazione (calandratura) durante la fase di finissaggio. Vediamo meglio: il tessuto umido viene piegato a metà e fatto passare fra due rulli che con l’aiuto dell’alta temperatura e della pressione producono l’appiattimento dell’ordito e la conseguente differenza di riflessione della luce nei diversi punti del tessuto stesso.

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Questo tessuto dall’aspetto così caratteristico è stato ed è utilizzato nell’arredamento

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e nella moda, specialmente per abiti da sera, da cocktail, da ballo o da cerimonia; mi vengono in mente gli abiti per le donne di corte disegnati da Charles Frederick Worth (stilista del periodo vittoriano)

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ed i bellissimi abiti in moiré che Christian Dior creò negli anni ’50.

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LBD o più comunemente conosciuto Little Black Dress

Correva la fine dell’anno 1926, per precisione l’ottobre di quell’anno e la copertina di Vogue proponeva un abito disegnato da Coco Chanel: il primo Little Black Dress. Da quel momento il dado era tratto e l’LBD sarebbe diventato con gli anni un caposaldo nel firmamento della moda. 

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All’interno della rivista un articolo paragonava l’abito all’auto Model Ts della Ford, auto che aveva raggiunto grandissima popolarità e sulla quale lo stesso Mr. Ford aveva scherzato dicendo: “Ogni cliente può avere una macchina verniciata di qualsiasi colore, purché sia ​​nera.”

Innegabile che sia l’autovettura che l’abito di Coco aiutarono la modernizzazione del colore nero, colore da sempre associato agli strati bassi della società e al lutto. Ricordiamo il periodo vittoriano dove la Regina Vittoria per 40 anni indossò abiti sontuosi rigorosamente neri, dopo la morte del suo amato marito Alberto.

Coco Chanel non era nuova alle trovate controcorrente e spesso aveva dimostrato di non avere un approccio tradizionale, tanto che preferiva usare maglina anzichè classici tessuti e, soprattutto, amava tagli che facevano “‘l’occhiolino” al guardaroba maschile; insomma Chanel aveva quel talento in grado di trasformare l’inaccettabile in accettabile, tutto mirato per rendere la donna decisamente meno castigata e più libera.

Ovviamente Chanel segnò l’inizio…, a seguire il Little Black Dress incontrò il consenso di Hollywood e di conseguenze di molti altri stilisti che cominciarono a proporre abiti di colore nero.

Hubert de Givenchy creò il famosissimo abito da cocktail indossato da Audrey Hepburn nel film “Colaizone da Tiffany”. L’abito originale vero e proprio, però, non fu quello utilizzato nel film – era decisamente più corto – ma ebbe comunque una sua storia, decisamente più utile, fu infatti venduto all’asta per più di $ 900.000 per raccogliere fondi per i poveri di Calcutta, in India. 

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Monsieur Dior caratterizzò l’abito nero con dettagli tipici del suo stile: gonne ampie, spalle nude, collo sciallato.

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Yves Saint Laurent creò versioni in taffetà arruffate, increspate, spesso senza spalline, a volte un po’ eccessivi.

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Insomma l’LBD ha avuto molte incarnazioni iconiche diventando un classico che non passa mai di moda, raffinato e pratico, che ogni donna annovera nel suo guardaroba indossandolo ed interpretandolo secondo il proprio stile.

 

Vichinghi: andar per mare, ma non solo…

Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, sono affascinato dal mare, e provo una sincera ammirazione per quanti s’intendano e si cimentino nella navigazione, specialmente a vela. L’“andar per mare”, (non mi riferisco alla ramata sul canotto, a venti metri dalla riva…), non è una cosa da poco; non lo si può fare a cuor leggero. Non è uno scherzo, dicevo, farlo oggigiorno, con la super tecnologia di cui disponiamo e, a maggior ragione non lo era nel passato, quando si poteva contare solo sull’esperienza, sull’osservazione astronomica e su qualche, più o meno sofisticato, strumento artigianale.

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Per queste ragioni, stimo profondamente un antico popolo di naviganti, noto a tutti col nome di Vichinghi.

Per Vichinghi si intendono quei Guerrieri Norreni, originari della Germania settentrionale, Scandinavia e Danimarca, che a bordo dei drakkar fecero scorrerie sulle coste delle isole britanniche, della Francia e di altre zone d’Europa, fra la fine dell’VIII e l’XI secolo. A questo periodo della storia europea (generalmente racchiuso fra gli anni 793 e 1066) ci si riferisce normalmente con l’appellativo di epoca vichinga. Con questo termine ci si può anche riferire a tutte le popolazioni che abitavano la Scandinavia di quegli anni e ai loro insediamenti in altre parti d’Europa. I vichinghi facevano parte delle popolazioni norrene, solo che il termine “vichingo” indicava un appartenente a quelle popolazioni costiere, insediate nei fiordi (vik significa infatti “baia”) e dedite alla pirateria. Famosi per la loro abilità di navigatori e per le lunghe barche, i vichinghi in pochi secoli colonizzarono le coste e i fiumi di gran parte d’Europa, le isole Shetland, Orcadi, Fær Øer, l’Islanda, la Groenlandia e Terranova; si spinsero a sud fino alle coste del Nordafrica e a est fino alla Russia e a Costantinopoli, sia per commerciare sia per compiere saccheggi. I vichinghi sono conosciuti anche per essere stati i primi scopritori del Nordamerica, raggiunto tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo.

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I viaggi dei vichinghi divennero sempre meno frequenti dopo l’introduzione del cristianesimo in Scandinavia, tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo. L’epoca vichinga viene convenzionalmente considerata conclusa dalla cruenta battaglia di Stamford Bridge, avvenuta nel 1066.

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Di questo popolo del mare, molto affascinante è anche la mitologia…: quella che segue, ad esempio, è una pagina relativa al Mito delle Origini…

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All’inizio dei Tempi esistevano due mondi: il Mondo del Sud, caldo e pieno di luce, e il Mondo del Nord, freddo e nebbioso. E fra di essi sprofondava l’abisso senza fondo. Il Mondo del Nord era attraversato da un fiume gelato da cui sorgevano freddissime nebbie: nel Mondo del Sud si aprivano invece laghi di fuoco da cui scaturivano faville ardenti. Le nebbie del Nord e le faville del Sud s’incontrarono dando origine a uno smisurato gigante: Imir. Da lui nacquero altri mostri, maligne creature del gelo e della notte, che popolarono le montagne del Nord.

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Ma con Imir appare anche una prodigiosa giovenca dal latte inesauribile la quale, leccando alcune rocce ricoperte di ghiaccio, trasse alla luce un primo essere di forma umana, Buri, ossia il Generante, il quale ebbe un figlio Burr, ossia il Generato. Da Burr nacquero tre divinità buone e luminose, la più importante fu Odino, o Votan, padre di tutte le divinità del bene, gli Asi. Vi furono così due partiti contrari: da una parte i discendenti di Imir, i Giganti della Montagna, o Jotuni; dall’altra i figli di Odino, gli Asi.

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Odino e i suoi fratelli decisero subito di dar battaglia a Imir, lo uccisero, lo gettarono nell’abisso, e nel lago formato dal suo sangue affogarono i giganti eccetto uno, che fu il progenitore degli Jotuni. Poi, col corpo di Imir, formarono la Terra, col suo sangue il Mare, con le sue ossa i Monti, coi suoi capelli gli Alberi, col suo cranio il Cielo, con il suo cervello le Nuvole, con le sue sopracciglia una grande fortezza nel centro della Terra, il Midgard. Infine, con le faville del mondo del Sud, fecero fiorire il Sole e le Stelle nella gran volta celeste.

Un giorno Odino, con gli altri due Asi, Luce e Fiamma, trovarono due frassini sulla riva del mare, v’infusero fiato intelletto e calore e crearono la prima coppia umana, Ask ed Embla. Ad essi diedero come dimora il Midgard, il guardiano Centrale, creato con le sopracciglia di Imir, costruendovi accanto la propria dimora, l’Asgard, o Giardino degli Asi. Gli Jotuni, invece, i discendenti di Imir, si rifugiarono nell’estremo Nord, nell’Utgard, che significa il Giardino Estremo.

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Poiché le carni del morto Imir brulicavano di vermi, gli dei pensarono di utilizzarli dando vita con essi a un’altra razza di esseri viventi, i Nani, che tanta importanza ebbero nella mitologia nordica e continuarono ad averne nelle leggende e nelle fiabe. A quattro Nani fu dato l’incarico di reggere la volta celeste che s’inarca sopra il mondo degli uomini e degli dei. Più tardi, però, gli dei trasportarono la loro sede ne cielo insieme al Valhall, o il Valhalla, la Sala degli Eletti, dimora dei guerrieri caduti in guerra, lasciando agli altri morti i regni sotterranei.

Il Valhalla è una immensa sala dal soffitto composto di lance, le pareti di scudi e i sedili di corazze; ed è tutto circondato da giardini e praterie. Al mattino i guerrieri escono nelle praterie e passano la giornata combattendo gagliardamente fra loro: il combattimento, infatti, è la loro gioia maggiore ed essi vi si dedicano per il solo piacere della lotta. A sera, coloro che sono rimasti uccisi risuscitano e, insieme agli altri, tornano cavalcando al Valhalla dove banchettano tutta la notte cibandosi delle carni inesauribili di un grande cinghiale e bevendo birra che viene loro servita dalle bionde Valchirie. Queste sono fanciulle guerriere le quali, oltre che servire gli eroi a tavola, in groppa ai loro bianche cavalli vanno a prendere le anime dei caduti dopo ogni battaglia, le portano al Valhalla e danno loro ristoro. Al seguito di Odino, di cui sono scudieri, cavalcano per monti e per mari avvolte in un bagliore di lampi che fanno scintille le loro corazze d’argento.

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Nel mezzo dell’universo sorge l’Albero della Vita, l’altissimo frassino dalle foglie sempre verdi e dalle tre lunghe radici. La prima di esse parte dal regno dei morti, la seconda dalla sede degli Jotuni, la terza della dimora degli dei, le tre fonti della vita e della saggezza le alimentano. Le tre Norne (che corrispondono alle Parche della mitologia greca e latina), innaffiano l’Albero della Vita e tessono il destino degli uomini con alcuni fili d’oro e un filo che non può essere distrutto, proviene dal regno sotterraneo. Sulla cima dell’Albero sta un’aquila che tutto conosce; fra le sue radici un drago che continuamente le rode; lungo il suo il suo tronco corre uno scoiattolo che fa da messaggero fra l’aquila e il drago. Così nacquero e si formarono il mondo e il mondo celeste, secondo gli antichi Germani.”

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a cura di Roberto Pellegrini

Giorgio Armani “cambia rotta”

Di ritorno dalle ferie si comincia a pensare all’estate prossima, sono già in corso, infatti, le Fashion Week della Moda che ci presentano le collezioni pensate dagli stilisti per la prossima stagione calda. Prima New York, poi Londra, seguirà Milano, per concludere a Parigi.

Proprio durante la settimana della moda di Milano (19-25 settembre) Giorgio Armani presenterà la collezione Emporio Armani Boarding presso una location del tutto insolita: l’hangar dell’aeroporto di Milano Linate.

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Sì avete capito proprio bene, per la prima volta l’aeroporto, luogo controllatissimo e carico di riti legati alla sicurezza, apre le porte ad un evento fashion. Ad avere questa idea geniale non poteva che essere Giorgio Armani,  che ha dichiarato:

L’aeroporto è un luogo dal grande potere simbolico: senza barriere, rappresenta l’apertura verso l’esterno, verso il mondo. È il luogo di partenza per conoscere e scoprire, e al quale si torna dopo aver vissuto innumerevoli avventure. Mi piaceva l’idea di organizzare l’evento proprio nello stesso hangar sul quale dal 1996 campeggia la scritta Emporio Armani, sormontata dall’inconfondibile logo dell’aquila: un’immagine iconica che accompagna e accoglie le migliaia di viaggiatori in partenza o in arrivo in città. È uno spazio perfetto per Emporio Armani che possiede uno spirito intraprendente e libero e che riafferma così la propria essenza, con il suo linguaggio contemporaneo“.

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Milano! La sua Milano! Capitale del fashion made in Italy, che sicuramente non ha nulla da invidiare alle altre città concorrenti, alle quali, spesso, al contrario, ha molto da insegnare.

Milano! La città di Armani che ha ispirato il suo stile moderno e dinamico ed alla quale, ovviamente Re Giorgio è legatissimo. Molti sono i luoghi a lui cari, professionalmente e non, ma in questa occasione ha scelto l’aeroporto, la porta verso il mondo, dove ogni giorno si incrociano stili e persone diverse e dove le barriere si infrangono.

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2300 sono gli invitati, ma anche i non professionisti hanno una chance: partecipando allo speciale contest che si svolgerà in città. I primi cento estratti tra coloro che avranno raccolto i timbri su un apposito passaporto potranno prendere parte alla sfilata. E allora via alla caccia al tesoro!

Affissioni, pubblicità su tram ed autobus, ed una capsule collection accompagnano la città verso il 20 settembre, giorno del grande evento.

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Il messaggio tra le righe di Giorgio Armani agli italiani è quello di vincere questo momento di difficoltà cambiando rotta.

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