Daruma, le bambole “tenaci” popolarissime in Giappone

La bambola Daruma è una figura votiva ricca di simbolismi, considerata in Giappone un amuleto porta fortuna. Tutta tonda, senza gambe né braccia, essa raffigura Bodhidharma, il fondatore dello zen. Le sopracciglia del Daruma sono spesso raffigurate come gru ed i baffi come tartarughe (animali tradizionalmente longevi).

Bodhidharma fu, come dicevo, un monaco buddista che visse tra il V e il VI secolo d.C. Non si sa molto di lui e proprio per questo tutto ciò che lo riguarda è incrociato con la leggenda.

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Si dice che restò seduto nella posizione loto in meditazione per nove anni davanti ad un muro e che a causa dell’atrofia perse l’uso delle gambe e delle braccia, ecco perché la bambola che lo raffigura non possiede arti.

Si dice inoltre che mentre meditava, gli capitò di addormentarsi, al suo risveglio, si arrabbiò talmente tanto con sé stesso che si strappò le palpebre gettandole lontano, dove esse caddero, nacquero le foglie di te.

Queste bambole hanno la caratteristica di avere un basso baricentro e se si spingono da un lato tornano sempre a raddrizzarsi da sole, con perfetta determinazione e costanza, come cita il famoso proverbio giapponese: “Cadi sette volte, rialzati otto”.

Esiste anche una filastrocca giapponese per bambini che risale al XVII secolo che cita:

Una volta! Due volte!
Sempre il Daruma di rosso vestito
Incurante torna seduto

 

La tradizione vuole che durante il Capodanno, sul Daruma (venduto senza pupille) venga dipinto un occhio ed espresso un desiderio. La bambola deve essere posizionata in un luogo ben visibile della casa in maniera che il proprietario, vedendola, si ricordi del desiderio espresso e si concentri sulla sua realizzazione. Se il desiderio si realizza ecco che la seconda pupilla viene dipinta, il desiderio viene scritto sulla schiena e la bambola viene portata al tempio per essere bruciata. A quel punto si può ripetere il ciclo acquistando una nuova Daruma.

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La varietà di bambole Daruma prodotte è vasta, dalle più piccoline da portarsi in tasca a quelle grandi da posizionare in casa o sul posto di lavoro. Anche i colori variano, anche se il rosso è il colore più diffuso, simbolo della vittoria e del successo.

Si trovano anche colorate di viola per desideri legati a problemi di salute, di giallo per desideri legati alla sicurezza, di bianco legate all’amore e al benessere familiare, d’oro associate alla prosperità.

Perché non provare a seguire la tradizione giapponese dotandosi di questo amuleto?daruma close up 2

L’estate sta finendo e poi?

Settembre è ormai alle porte, come non dare un occhio al futuro per la scelta del guardaroba che ci accompagnerà durante i prossimi mesi freddi.

Pantone Fashion Color Report, ossia la classifica cromatica dei 10 colori più di tendenza per la prossima stagione, costruita sulle sfilate Autunno inverno 2017/2018 di New York, propone un ventaglio di colori caldi ed avvolgenti, accompagnati da grigi maschili, dove spicca sopra tutti il rosso “Grenadine”, a metà tra lo scarlatto ed il corallo.

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Ognuno di noi troverà sicuramente il suo colore preferito o il modo migliore per mixarli tra loro o indossarli con i classici bianco o nero che non tramontano mai.

Sicuramente un abbinamento molto chic potrebbe essere il “Tawny Port” con il “Butterum”

oppure il “Netrual Grey”, una bella punta di grigio maschile, da rendere elegantissimo e femminile abbinandolo al “Ballet Slipper” o al “Marina”.

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Trovo fantastico per l’autunno l’arancione “Autumn Maple”

ed elegantissimo il verde ottanio “Shared Spruce”

Il mio preferito di giorno e di sera sicuramente il “Navy Peony”

Tutto possiamo dire, ma non che non sarà un inverno pieno di colore.

Ignoranza by Roberto Pellegrini

IGNORANZA

Non conosce nulla
della notte, la notte…:
sa del buio profondo,
ascoltando i silenzi siderali,
perduti nel suo grembo,
affascinati dal baleno glaciale
delle stelle, distrattamente sedotte
dalle meditazioni argentee della Luna,
precipitata su campi neri di cielo…
Non conosce nulla
dell’amore, l’amore…:
sa di passione e pianto,
dipinti a mano tra i seni,
con le alchimie del cuore,
che lasciano segni veloci
sulle labbra dell’anima e incolpevoli
gioie rapite, che dagli occhi
dissetano chi non vuol bere…

Così come la notte ignora la sua essenza e scorre lentamente, avvolta dal silenzio, accompagnata nel suo indolente scorrere solo dal chiarore della Luna e delle Stelle, così pure l’Amore poco sa della propria natura che si manifesta improvvisamente, inaspettata e di fronte alla quale poco si può.

Provare a definire semanticamente l’Amore è impossibile, l’Amore lo si vive, difficilmente si riesce a spiegarlo, a volte, si stenta persino a riconoscerlo, spesso infatti, è l’Amore che ci sceglie, prima che ce ne accorgiamo; può sfiorarci e trovarci quando e dove meno ce l’aspettiamo.

Ed è lì che, come cita un proverbio cinese: “A profondi sentimenti, profonde conseguenze”.

Tutto intorno a noi corre in fretta, eppure qualcosa che quando è profondo, non cambia c’è, è: l’Amore.

Più è intenso e sincero e più dolci e duraturi saranno i suoi frutti.

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Il cedro, un aroma divino, derivato da un albero nobile

Nel Cantico dei Cantici, Salomone afferma: “Le assi della nostra casa sono di cedro”, metaforicamente parlando, come ben precisa Origine (teologo e filosofo greco) quella frase ha un significato molto più profondo: “fare di cedro le travi delle nostre dimore significa preservare l’anima dalla corruzione”.

L’albero di cedro imponente e longevo è da sempre simbolo di incorruttibilità, tanto che i latini, per indicare un qualcosa degno di essere immortalato, usavano dire: digna cedro.

Alphonse de Lamartine, poeta e storico francese, scrisse: “Gli arabi di ogni setta hanno una venerazione tradizionale per questi alberi: attribuiscono loro non soltanto una forza vegetativa che li fa vivere eternamente, ma anche un’anima che consente loro di dar segni di saggezza, di preveggenza, simili a quelli dell’istinto negli animali, dell’intelligenza negli uomini. Conoscono in anticipo le stagioni, muovono le loro vaste fronde come membra, allargano e stringono i gomiti, innalzano verso il cielo o chinano verso terra i rami secondo che la neve si prepari a cadere o a fondere. Sono esseri divini in forma d’alberi”.

Utilizzato sin dai popoli antichi per le sue proprietà medicamentose, oggi si fa molto uso dei suoi frutti e del suo legno in profumeria.

La scelta tra i profumi a base di frutto di cedro o di legno di cedro dipende dai gusti, i profumi a base di frutto, chiamato dagli antichi “mela d’oro”, sono frizzanti, ricordano il mare e forse possiamo catalogarli come profumi più estivi, per via della loro ventata di energia. I profumi a base di legno sono, invece, decisamente più corposi e robusti, oserei affermare: avvolgenti, portabilissimi d’estate, ma non solo.

Qui di seguito una selezione che accontenta tutti i gusti, sempre che, come me, amiate l’aroma del cedro.

 

Super Cedar di Byredo
contiene il legno e ricorda l’aroma delle matite appena temperate

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Cedro di Taormina di Acqua di Parma
pura l’estate mediterranea

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Havana Blues di & Other Stories
legno di cedro con foglie di tabacco, melograno, fico e gelsomino

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Atelier Cologne Cédrat Envivrant
cedro del Marocco, lime, menta, bergamotto e basilico, freschissimo

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Cedre Blanc- Acqua Originale di Creed
Cedro bianco e gelsomino, uniti al cardamomo

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Andiamo in Costa Azzurra con

Cap d’Antibes di Eight&Bob
Menta, betulla e violetta, legno di cedro

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Cher Wood di Molinard
Contiene due tipi di cedro: quello dell’Atlante e quello americano

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Cuir Venenum di Parfumerie Generale
cedro del Marocco con una nota di cuoio

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Féminité du Bois di Serge Lutens
legno di cedro dell’Atlas

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Fiorisia di Profumi del Forte
sapore di primavera con legno di cedro, tamarindo, bergamotto, ribes e foglie verdi

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Vanilla e Cedarwood di Kiehl’s
Legno di cedro con vaniglia

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Saba di Mirko Buffini
Legno di cedro, caffè, bergamotto, liquirizia, vaniglia

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Terre d’Hermès
Un vero classico contenente legno di cedro come richiamo alla terra

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Eternity Now for Men di Calvin Klein
Foglie e legno di cedro

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Non resta che scegliere!!!

Lezione by Roberto Pellegrini

Oggi condivido con voi una poesia a me molto cara, scritta da Roberto Pellegrini ed inserita nel libro Nell’Abbraccio della Luna – Quando l’Amore rende inutili i Sogni che mi ha visto coautrice di Roberto attraverso i miei commenti alle sue poesie.

LEZIONE

Nella mia solitudine
ho imparato a cercarti,
con l’anima attenta
ad ogni tuo segnale…;
nei miei sogni
ho imparato ad aspettarti,
con gli occhi chiusi,
ma con il cuore pronto…;
nei miei errori
ho imparato a rispettarti,
con la coscienza umile
e serena…;
sulle tue labbra
ho imparato ad amarti,
riconoscendo il tuo nome
e i nostri giorni.

“Vivere la solitudine non significa chiudere ogni porta, ma trovarsi solo in una parentesi di vita, per molte vicissitudini, a volte anche a causa di errori, ma saper invertire la rotta e porsi in modo attento a ciò che la vita ancora ci offre è un ottimo modo per andare incontro al futuro.

Può anche succedere che le situazioni negative della vita rendano l’uomo incline a commettere, involontariamente, errori. Proprio la maturità nel riconoscere i propri sbagli, con umiltà, è un segno di profondo amore verso il partner, non è certo un’impronta di debolezza.

Chi sta di fronte non può che apprezzare il dono del rispetto racchiuso nell’ammissione e non potrà che sentirsi ancora più amato.

Due anime, che con umiltà si spogliano dei propri egoismi e dei propri sbagli per abbracciarsi nella certezza di essersi riconosciute sono sorrette dalla grande forza dell’amore e il tempo dell’eternità, che non ha minuti, non conta giorni, né mesi, né anni, sarà il loro tempo.”

La cerimonia giapponese del Koh-do, un po’ tradizione ed un po’ gioco

L’incenso o Koh in lingua giapponese fu introdotto dalla Cina in Giappone nell’epoca Asuka (538-710 d.C.) insieme al buddismo.
Dapprima l’usanza di bruciare incenso nelle proprie abitazioni si diffuse nelle case dei nobili e dei samurai, dove i vari profumi venivano mescolati ed impastati con il miele. Poi, durante l’epoca Heian i nobili presero ad usare il Koh per profumare i kimono ed a creare le regole di questi riti dando vita all’arte di bruciare l’incenso che prese il nome di Koh-do, ossia la via dell’incenso. Vi erano delle vere e proprie gare dove venivano premiati coloro che realizzavano la miscela più idonea ad essere abbinata ad una poesia o ad un racconto, a rappresentare una stagione o un ambiente.

Nel tardo periodo Edo, l’incenso fu introdotto negli spettacoli teatrali di “Kabuki” e da qui entrò nella vita quotidiana della gente comune.

Pian piano che il Giappone si occidentalizzava, quest’arte rischiò di andare perduta, ma essendo la cultura delle tradizioni giapponesi, molto apprezzata anche all’estero, si riscoprì la bellezza e l’armonia di quest’arte.
La fragranza dell’incenso viene considerata preziosa nell’offrire la capacità di entrare con calma e serenità nella nostra mente e ritrovare pace ed equilibrio spirituale.

Ecco di seguito le “10 Virtù del Koh”:

  • Apre l’anima alla spiritualità.
  • Purifica il corpo e la mente.
  • Rimuove le impurità.
  • Favorisce lo stato d’attenzione.
  • E’ compagno nei momenti di solitudine.
  • Negli stati di stress, offre un momento di pace.
  • Non stanca anche se usato abbondantemente.
  • Anche se ne hai poco, riesci a esserne soddisfatto.
  • Il tempo non altera le sue qualità.
  • Anche utilizzato tutti i giorni non provoca problemi.

Tra i fondatori del Koh-do ci sono Sanetaka Sanjonishi, nobile di corte d’alto rango, Sôshin Shino, samurai che ha studiato il Jinkoh  e degli uomini di lettere come Sogi et Shohaku.
Più tardi il Koh-do si divise in diverse scuole, delle quali due sono sopravvissute fino ad oggi: la scuola Oie-ryu a la scuola Shino-ryu.
La prima, fondata da Sanetaka Sanjonishi, ha dato forma alle regole e ai metodi della cerimonia del Koh-do, ponendo l’accento sugli aspetti letterari dell’incenso.
La seconda, Shino-ryu, viene organizzata in modo più sistematico e attribuisce una importanza considerevole alle formalità rituali.

Oie-ryu perpetua l’incenso come una forma di gioco trasmesso dai nobili di corte alle altre classi sociali durante il periodo Heian. Shino-ryu, da parte sua, si è diffusa tra le classi dei samurai e dei grandi mercanti.

Il Koh-do o Via dell’incenso si svolge in una specie di gioco chiamato “ascolto dell’incenso”: si ritiene infatti che apprezzare questa fragranza sia un processo simile all’ascolto di una musica, non a caso oggi i profumieri classificano i profumi come note.

Per il Koh-do vengono utilizzati tre ingredienti principali: Byakudan (legno di sandalo) il Kyara ed il Jinkoh (legno di aloe), quest’ultimo avvolto da una leggenda che narra che nel 595 un pezzo di Jinkoh si incagliò su una spiaggia e la gente lo utilizzò come legna da ardere, rimanendo stupida dall’inebriante odore aromatico che si sprigionava. Per questo una parte di quel legno venne donata all’Imperatore.

La cerimonia si svolge in una stanza con un numero di giocatori che varia da sei a quindici che si siedono di fronte al teishu (oratore) e al komoto (presentatore dell’incenso). Tutti i partecipanti segnano su di un foglio le loro impressioni rispetto ai vari incensi proposti.

Ise Jingu, in contatto con le origini del Giappone

L’Ise Jingu o Santuario di Ise è composto da due complessi:

  • Naiku (santuario intero) situato nella parte meridionale della città di Ise,  e
  • Geku (santuario esterno) proprio nel centro città, più recente rispetto a quello interno, infatti fondato 1500 anni fa, contro i 2000 di Naiku.

Tutt’intorno vi si trovano 125 santuari minori di cui 32 legati al Geku e 91 al Naiku, presso quest’ultimo viene venerata la dea del sole Amaterasu Omikami, considerata dalla tradizione la capostipite della famiglia Imperiale e divinità protettrice di tutto il popolo giapponese.

Nel santuario di Ise è contenuto uno dei tre tesori nazionali: il Sacro Specchio raffigurante Amaterasu, che solo pochissimi eletti possono vedere e sul quale veglia la Grande Sacerdotessa, si dice che in questo oggetto risieda la divinità, ecco perché è custodito nella parte più sacra del Naiku, lontano dagli occhi di quasi tutti.

Presso Geko viene invece venerata la dea shintoista del raccolto e dell’alimentazione, qui collocata per presiedere alle offerte di cibo per la dea Amaterasu.

Ho prima accennato alla figura della Grande Sacerdotessa, la quale presiede tutte le più importanti cerimonie religiose del santuario ed è considerata la mediatrice tra la divinità ed i fedeli. Ella è la figura più importante fra tutti i sacerdoti shintoisti ed insieme a loro prega per la pace del Giappone e per il benessere della famiglia imperiale, della quale è rappresentante.

La leggenda racconta che: circa 2000 anni fa la divina Yamatohime-no-Mikoto, figlia dell’Imperatore Suinin, partì dal Monte Miwa, in cerca di un luogo permanente dove adorare la dea Amatesaru Omikami, vagò per 20 anni. La sua ricerca la portò ad Ise dove sentì una voce pronunciare le seguenti parole: “Ise è una terra piacevole. In questa terra io desidero dimorare”. Fu così che Yamatohime stabilì Naikū.

La tradizione vuole che prima si debba pregare presso il santuario esterno Geku e poi presso Naiku; tradizione rispettata non solo dai fedeli, ma anche dalla famiglia imperiale e da tutti gli altri membri del Governo.

Il collegamento tra il mondo terreno e quello sacro è costituito dal ponte Uji, passato il quale tutti sono tenuti a purificare mente e corpo alla fonte delle abluzioni.

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Tutto il complesso sorge all’interno di una foresta di 90 ettari, ai quali si aggiungono altri 5.320 ettari di foresta utilizzati per reperire il legname di cipresso giapponese necessario per le rituali ricostruzioni del complesso sacro di Ise che si svolgono ogni 20 anni con una cerimonia chiamata Shikinen Sengu. Questa distruzione-ricostruzione simboleggia il ciclo di morte e rinascita ed il ciclo solare che Amaterasu rappresenta.

Insomma qui tutto è sacro e visitare l’Ise Jingu è proprio un po’ come entrare in contatto con le origini del Giappone.