Benvenuta estate!!!

Oggi, solstizio d’estate, è il primo giorno di questa stagione e quello dell’anno con più ore di luce. Siamo quindi, come si suol dire al “giro di boa”, da oggi in poi le ore di luce andranno via via diminuendo sino al solstizio d’inverno (ovviamente parliamo dell’emisfero boreale).

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Il solstizio d’estate è accompagnato da miti, leggende e rituali, vediamo un pochino meglio.

A Stonehenge si svolgono riti solstiziali carichi di mistero che ancora oggi richiamano molte persone. Si racconta che, proprio in una notte di inizio estate, “il diavolo comprò le pietre da una donna in Irlanda, le avvolse e le portò sulla piana di Salisbury. Una delle pietre cadde nel fiume Avon; le altre vennero portate sulla piana. Dopo una disputa con un frate, il diavolo lanciò una delle pietre contro il lui, colpendolo su un tallone. La pietra si incastrò nel terreno ed è ancora lì.” Si tratta della Hell Stone, anche conosciuta come Fryar’s Heel.

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Nell’Europa dell’Est, più precisamente in Bielorussia ed in Ucraina, durante il solstizio d’estate, è usanza organizzare feste e balli, durante i quali le donne accendono delle candele galleggianti e le depongono nelle acque dei fiumi insieme a ghirlande di fiori che i loro spasimanti cercano di recuperare per simboleggiare la conquista del cuore delle loro fidanzate.

In alcune zone dell’Italia vige la tradizione di porre all’aperto di notte un bicchiere contenente un uovo per attrarre la positività, oppure di stendersi sulla rugiada per avere buona salute.

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In Messico, in alcune zone, resistono tradizioni tramandate dai Maya, una di queste prevede l’accensione di un fuoco e la preghiera al dio Sole, affinché doni prosperità per i mesi a venire.

Ma il paese, dove forse tutt’oggi, il solstizio d’estate è una data molto importante è la Svezia, dove si continua, dalla notte dei tempi, a festeggiare il Midsommar; da queste parti d’inverno la luce scarseggia davvero ed è ovvio quindi celebrare i giorni più lunghi dell’anno prima del lento e inesorabile ritorno del buio.

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Uno dei simboli del Midsommar é il Midsommarstang, ovvero un palo eretto ed ornato di fiori attorno a cui si balla, un simbolo di amore e fertilità per la stagione estiva. Mentre gli uomini si impegnano a costruire il midsommarstang più alto e solido possibile, le donne imbandiscono la tavola con i piatti tipici della tradizione e costruiscono corone di fiori per adornare i capelli.

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Una leggenda suggerisce alle ragazze di raccogliere, il giorno prima, sette o nove fiori di campo scavalcando le staccionate di campi diversi per ogni fiore, di metterli sotto al cuscino prima di andare a dormire per avere la fortuna di sognare il loro futuro sposo. Chissà se funziona anche nel sud Europa?

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Si canta, si balla, si mangia e ovviamente si beve snaps – la tipica grappa aromatica svedese – al grido “Skål!”

Tutto questo senza dimenticare il rituale che vuole al crepuscolo tutti seduti rivolti a nord per osservare la scomparsa del sole, che nel giro di una manciata di ore ricomparirà puntualmente, regalando un panorama mozzafiato. E si ricomincia…

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Picasso in autunno a Milano

Il rapporto di Picasso con la città di Milano è profondo e speciale, tanto che il Maestro scelse proprio questa città per presentare al mondo, nel 1953, la “Guernica”, che venne esposta a Palazzo Reale, nella sala delle Cariatidi, fu la prima di una serie di mostre a lui dedicate nei decenni a seguire.

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Così il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha annunciato alla stampa la prossima mostra che in autunno sarà dedicata a Pablo Picasso:

«Quando nel 1953 Picasso scelse Milano e la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, in parte distrutta dalla guerra, per mostrare al mondo Guernica, simbolo della sua straordinaria capacità espressiva, tra il suo genio e la nostra città nacque un legame unico e reso evidente, ad ogni ritorno delle sue opere, da una appassionata partecipazione di pubblico. E’ stato così nel 2001 con 450.000 visitatori e nel 2012 con più di mezzo milione. E’ indubbio quindi che Picasso piaccia a Milano e che grazie allo studio e al lavoro dei curatori e degli organizzatori la proposta culturale sia sempre stata all’altezza delle aspettative. Per questo confidiamo che anche questa nuova esposizione, che sarà a Palazzo Reale dal prossimo ottobre, saprà sorprendere ancora, forte della qualità e del valore di un progetto che ha scelto il tema della mitologia come filo conduttore, per svelare aspetti ancora inediti della produzione di questo eccezionale artista».

La mostra ha come titolo Picasso Metamorfosi, si terrà a Palazzo Reale, sarà fruibile dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019 ed divisa in sei sezioni:
1. Mitologia del Bacio – Ingres, Rodin, Picasso;
2. Arianna tra Minotauro e Fauno;
3. Alla Fonte dell’Antico – Il Louvre;
4. Le “Demoiselles” del Dyplon: tra greci, etruschi e iberici;
5. L’antichità delle metamorfosi;
6. Antropologia dell’antico.

Picasso sviluppò un rapporto assai fecondo con il mito e l’antichità e proprio questo aspetto è oggetto do questa esposizione.

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Troveranno posto 200 opere – fra quelle di Picasso e quelle di arte antica alle quali il genio si ispirò – provenienti dal Musée National Picasso di Parigi e da altri importanti musei europei come, tra gli altri, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani di Roma, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Musée Picasso di Antibes, il Musée des Beaux-Arts di Lione, il Centre Pompidou di Parigi, il Musée de l’Orangerie di Parigi, il Museu Picasso di Barcellona.

La mostra, promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e MondoMostreSkira, porta la cura di Pascale Picard, direttrice dei Musei civici di Avignone.

“Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su una mappa e unite con una linea, il risultato sarebbe la figura del Minotauro” scriveva Pablo Picasso nel 1935.

 

 

 

Il ventaglio: una rappresentazione allegorica della vita

“Si apre, ha un inizio, una curva ascendente, un culmine, una curva discendente, una fine. Si chiude. Al suo interno può esserci di tutto. Ed in effetti sempre, in esso, è rappresentata la vita in qualche sua manifestazione…” – così Anna Checcoli (collezionista di ventagli, nonché studiosa e restauratrice) definisce questo oggetto, che possiede quel tocco di magia nel suo dischiudersi, nello scoprire i propri decori e la propria essenza.

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La sua origine si perde nella notte dei tempi, nella Preistoria, quando afflitti dalla calura e circondati dagli insetti, gli uomini agitavano grandi foglie. La sua evoluzione seguì l’evoluzione della storia, ne abbiamo tracce nell’Antico Egitto, in Grecia, nella civiltà etrusca e romana, nel Medioevo e, via via, sino ai giorni nostri.

Originariamente rigido (ventola), in seguito pieghevole, da Oriente ad Occidente apprezzatissimo sia dalle donne che dagli uomini. Sì, perché forse non tutti sanno, che indietro nel tempo, il ventaglio fu utilizzato dagli uomini quale simbolo di potere, arma da utilizzare in guerra, rappresentazione di uno status sociale.

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Un monaco Shaolin disse: “Il ventaglio è un’arma: chiuso assomiglia ad un coltello, aperto diventa uno scudo!”, tanto che nel Giappone feudale esisteva il Tessen – il pieghevole ventaglio da combattimento con le stecche di ferro, portato regolarmente dai Samurai.

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Proprio durante gli scambi commerciali con l’Oriente, il ventaglio pieghevole giunse in Occidente e nel XVI secolo Caterina De’ Medici lo fece conoscere ai francesi, che da subito lo apprezzarono, facendolo divenire un oggetto aristocratico indispensabile nell’etichetta di corte.

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La fama di questo oggetto si allargò a macchia d’olio: in Spagna divenne parte fondamentale nella danza del flamenco; in Italia si diffusero quelli raffiguranti vedute paesaggistiche che venivano spesso acquistati in ricordo di una visita nel Bel Paese, delle vere e proprie cartoline illustrate.

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Tanto diffuso era questo oggetto da essere finanche utilizzato come mezzo pubblicitario.

 

 

Vale inoltre la pena ricordare che tra il 1700 ed il 1800 fu inventato un vero e proprio linguaggio del ventaglio, che permetteva di comunicare a distanza: sostenerlo con la mano destra di fronte al viso, significava: seguimi; muoverlo con la mano sinistra: ci osservano; appoggiarlo sulla guancia destra: si e sulla sinistra: no.

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Fermo è il fatto che il ventaglio è sicuramente un accessorio simbolo di fascino, mistero e perché no, di eccentricità, un vezzo che anche gli stilisti come Valentino, Dior, Luis Vuitton, Balestra, Lagerfeld, ecc., in occasione della stagione estiva, propongono.

Per non parlare del fatto che molte dinastie reali non hanno certo rinunciato ad usarlo: regolarmente Letizia di Spagna se ne serve in occasioni ufficiali, così come la principessa Carolina di Monaco ed anche i Principi Alberto e Charlène di Monaco ne fecero distribuire agli invitati alle loro nozze religiose.

Un’ultima curiosità legata al ventaglio è quella che i giornalisti parlamentari italiani, ogni anno prima dello stop per le ferie, consegnano un ventaglio artistico al Presidente della Repubblica, della Camera dei Deputati e del Senato. Forse nella speranza che si schiariscano le idee sventolandosi?

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Un mistero chiamato… amore!

Nessuno conosce realmente, con esattezza, che cosa sia l’amore; e nessuno, in effetti, può spingersi fino a fornirne una definizione esaustiva, precisa, inequivocabile.

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Quello dell’amore, resta, infatti, uno dei grandi “misteri” dell’avventura umana, accanto ad altri quesiti fondamentali dell’esistenza, quali il mistero della nascita, o quello della morte.

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“La cosa più bella della vita è il suo lato misterioso. E’ questo il sentimento più profondo che si trova sempre nella cultura dell’Arte e della Scienza pura. Chi non prova più né stupore né sorpresa, è come morto: una candela spenta.”

Albert Einstein definisce così il lato misterioso della vita, a significare, probabilmente, che, in quanto creatura “curiosa” di natura e pensante (tranne frequenti e conclamate “eccezioni”…), l’uomo ha bisogno di “misteri”, per vivere; ed ha bisogno di non risolverli, paradossalmente, proprio perché cullarsi nelle “quiete” delle soluzioni svelate equivarrebbe a spegnere ogni slancio emotivo/intellettivo.

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Perché la qualità della vita dipende, forse soprattutto, dal suo “spessore”, che, certamente, non incrementa il proprio valore, fermandosi alla accessibile “superficie” delle cose…

L’amore, dicevamo…: tema principe, tra croce e delizia, e fonte di ispirazione per intere generazioni di Poeti, Scrittori, Musicisti, Pittori; l’Arte tutta trasuda “amore” da ogni suo “angolo”, facendosi testimone ed alimentando quel “sogno” di una “vita felice”, perché finalmente “compiuta” nella realizzazione di un sentimento, nell’antica (e forse semplicistica), equivalenza “amore=felicità”…

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Sentimento di cui percepiamo l’intima ed appagante certezza nelle rare volte in cui, iniziando una relazione, abbiamo la vivificante sensazione non di una conoscenza agli “inizi”, bensì di un vago, pacato, ma convinto “riconoscersi”…, negli sguardi, nelle parole, nel contatto accidentale delle mani…

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Nelle scelte sicure dell’anima.

by Roberto Pellegrini

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Quello dell’amore (in ogni sua “forma” e “sfumatura”), è, probabilmente, il tema più caro al multiforme mondo dell’Arte, a dimostrazione di due concetti, di per sé anche fin troppo evidenti: che l’Amore rappresenta l’esperienza interiore più “forte”; che l’Arte è il “portavoce” più eloquente di tutto ciò che, spesso in estrema sintesi, ci piace definire “emozione”…

L’Arte parte da un’emozione, per suscitarne di nuove…; non esiste “piega” dell’Arte che non sia stata coinvolta nella trattazione dell’Amore: Musica, Narrativa, Pittura, Scultura e, ovviamente, Poesia.

Da sempre, la Poesia “canta” l’Amore, in ogni sua “veste”, profondamente consapevole della propria “missione”: rendere conto dell’“universo” di sensazioni che amare “smuove” all’interno del nostro animo e farne partecipe il lettore.

L’amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo.
L’amore deve avere la forza di attingere la certezza in sé stesso.
Allora non sarà trascinato, ma trascinerà.
Hermann Hesse

Ognuno di noi deve saper leggere la propria anima, ascoltarla e lasciare che ci guidi verso la felicità, perché la nostra anima non ci mente mai.

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Si usa un’unica parola: Amore, per descrivere questo immenso sentimento che in realtà ha diverse sfaccettature.

Viene spontaneo pensare che in una sola parola entrano veramente strette tutte le forme d’Amore, questo meraviglioso sentimento che ci accompagna nella vita.

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Riconoscerci

Mi riconoscerai,
assaporando appena
sulle labbra
il mio silenzio:
non serviranno a nulla le parole,
quando saranno, le anime, vicine…
Tutto, di noi, sarà un racconto vivo,
che sveleremo al Tempo,
al Tempo solo,
vivendo i giorni che non hanno inizio,
né un tramonto, tra le follie sbiadite
delle indifferenze,
che resteranno sempre,
per noi,
nient’altro che il viaggio inutile
di chi non fa ritorno…

by Roberto Pellegrini

Il vero amore si incontra una sola volta ed è per sempre, per l’eternità. Amare è mettere il proprio futuro e la propria felicità nelle mani dell’altro, è fidarsi senza riserve, è diventare vulnerabili.

Ecco perché quando è vero Amore, quando le anime sono in perfetta sintonia, “a nulla servono le parole”, a parlare sono i silenzi.

Tutto viaggia su di un unico binario, che si chiama immensità dell’Amore. Che non ha misura! Che non ha partenza! Che non ha arrivo!

Dove il Tempo scorre nel rispetto, nella fiducia, nella piena comprensione.

Dove Riconoscersi, l’un l’altro, in silenzio, rende immortale l’Amore.

Tutto il resto intorno… solo bolle di sapone.

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Tratto dal libro “Nell’Abbraccio della Luna – Quando l’Amore rende inutili i Sogni” by Roberto Pellegrini e Madame Trebien

L’intelligenza contro la spada…

Che non esista una “guerra giusta” è risaputo: la guerra, qualunque essa sia, da qualunque prospettiva la si consideri, non può che costituire il più eloquente esempio di quanto aberrante possa essere la condotta degli uomini; che possa esistere, una guerra “indolore”, di primo acchito può apparire anche più incredibile, ma non del tutto impossibile…

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A colpi di ingegno, anziché a colpi di spada; affinando l’astuzia, piuttosto che la “mira”; affidandosi al “peso” dell’intelligenza, piuttosto che a quello dei mezzi corazzati, sul campo di battaglia si possono ottenere eclatanti successi, firmando indiscutibili “imprese eroiche”, senza spargimento di sangue… In una sorta di partita a scacchi, in cui, ad affrontarsi, siano le “intelligenze”, non i “soldati”….

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E, a pensarci bene, lo stesso stratagemma può senz’altro sortire effetti positivi, quanto inattesi, anche nei piccoli contrasti che, più o meno quotidianamente, siamo chiamati ad affrontare, nel rapporto con gli altri…

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Questo, almeno, è quanto, pare, sia riuscito ad ottenere il celeberrimo Zhuge Liang, stando alla seguente storia…

In Cina, Zhuge Liang è un nome noto a tutti. Dire a qualcuno che somiglia a Zhuge Liang, equivale ad esprimere un alto apprezzamento nei confronti della sua intelligenza. Ecco perché…

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Nel 3° secolo esistevano sul territorio cinese tre regni principali, ossia Wei, Shu e Wu. Questo periodo è definito “dei tre regni”. Questi guerreggiavano spesso fra loro, tuttavia nessuno dei tre era in grado di annientare gli altri due. Zhuge Liang era il consigliere militare del regno di Shu, famosissimo per la sua perizia nel dirigere le battaglie.

Un giorno il regno di Wei apprese la notizia che la città di Xicheng, un importante avamposto strategico del regno di Shu, era debolmente difesa, con solo 10 mila soldati, quindi inviò il generale Sima Yi a capo di oltre 100 mila soldati ad attaccarla. Appreso che le truppe di Wei stavano dirigendosi verso la città, sia il re che i soldati di Shu erano molto nervosi. Resistere con 10 mila soldati a 100 mila nemici equivaleva a rispondere con uova a delle pietre, ossia essere sconfitti. Tuttavia non c’era più tempo per trasferire truppe da altre località. La città di Xicheng era sul filo del rasoio, quindi tutti riposero le speranze nell’acuto consigliere miltare Zhuge Liang, a cui il problema parve anche difficile. Tuttavia l’urgenza della situazione lo costrinse a cercare un rimedio.

Zhuge Liang si lambiccò il cervello, e alla fine trovò una metodo sicuro. Ordinò ai cittadini e ai soldati della città di ritirarsi in un posto sicuro, poi fece aprire la porta della città, in attesa dell’arrivo dei nemici. Poco dopo il generale di Wei Sima Yi raggiunse il posto, vedendo con stupore che la porta della città, che supponeva ben difesa, era invece aperta, mentre sulle mura non si vedeva nemmeno l’ombra di una sentinella. Solo un anziano stava scopando per terra davanti alla porta della città. Mentre se ne stava imbarazzato, sulle mura della porta comparve una persona, il suo vecchio avversario Zhuge Liang. Questi si riordinò tranquillamente l’abito, sedendosi davanti ad una cetra. Subito una musica melodiosa si diffuse in basso dalla torre. Il generale e i soldati di Wei rimasero sbalorditi dalla scena: mentre la città era accerchiata, il consigliere militare di Shu Zhuge Liang suonava la cetra! La cosa pareva un mistero…

Di fronte alla porta della città aperta e a Zhuge Liang che suonava la cetra, l’astuto e sospettoso generale Sima Yi non sapeva cosa fare. Aveva ben chiaro che Zhuge Liang era un pozzo di stratagemmi, ma mai avrebbe immaginato che osasse aprire la porta della città per accogliere cento mila soldati! Quindi pensò che un gran numero di soldati e cavalli fosse in agguato al suo interno. Nel frattempo il suono della cetra sulla torre si fece sempre più veloce, come se si stesse avvicinando una tempesta. Sima Yi più sentiva più gli sembrava strano, sospettando che fosse un segnale lanciato da Zhuge Liang per chiamare le truppe al contrattacco. Quindi ordinò subito alle sue di ritirarsi. Cento mila soldati di Wei si ritirarono rapidamente, così la città di Xicheng del regno di Shu fu difesa senza nemmeno la morte di un soldato.”

a cura di Roberto Pellegrini

L’arte africana per Pablo Picasso

Pablo Picasso, uno dei maestri del XX secolo, nacque a Malaga nel 1881 e morì nel 1973 a Parigi, città nella quale egli visse gran parte della sua vita, essendovi giunto giovanissimo.

Come per tutti i grandi artisti la sua arte subì un’evoluzione e tutto il suo grande lavoro -parliamo di più di 50.000 opere fra disegni, sculture e pitture – è stato suddiviso in periodi:

  • il “periodo blu” (1901-1904),
  • il “periodo rosa” (1905-1907),
  • il “periodo africano” (1907-1909),
  • il “cubismo analitico” (1909-1912),
  • il “cubismo sintetico” (1912-1919).

Approfondiremo oggi il “periodo africano” ricordando anche che Picasso fu un collezionista di opere e sculture provenienti dall’Africa.

Il “periodo africano” iniziò con la realizzazione del quadro “Les demoiselles d’Avignon”, un olio su tela, realizzato nel 1907, di misura cm 243,9 * 233,7, conservato nel MoMA di New York.

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L’intera tela è occupata da cinque figure femminili, tre delle quali (a sinistra) appaiono con caratteristiche tipicamente iberiche, mentre le due donne di destra sono chiaramente ispirate da oggetti di artigianato africano.

In quest’opera non vi è prospettiva o profondità, il Maestro abolì lo spazio, quasi a simboleggiare una presa di coscienza riguardo ad una terza dimensione non visiva, bensì mentale.

L’immediatezza, la semplicità e la sintesi delle forme, caratteristiche tipiche dell’arte nera, sembrano ispirare a Picasso il superamento delle tradizionali leggi prospettiche.
Lo stesso linguaggio della scultura africana costruito su segni codificati (rettangolo per la bocca, cilindro per gli occhi, foro delle narici per il naso, ecc.) non rispettava i canoni accademici ai quali Picasso non intendeva più inchinarsi, ed ecco che egli intuì tutta la carica emotiva che le opere africane offrivano e le trasformò in nuove concezioni dell’arte: “L’opera deve creare forme, non imitarle. E questo, lo scultore africano l’ha sempre saputo”.

Si può forse affermare che il “periodo africano” è stato il periodo di demarcazione fra la sua precedente produzione artistica e quella successiva.

Un’altra opera significativa del “periodo africano” è “Tre donne”, un dipinto meraviglioso che porta sulla tela la scultura, cioè che prende l’arte scultorea africana, la scompone, per ricomporla sulla tela.

Picasso fu uno dei pochi pittori che interpretò opere d’arte famose, facendole sue e proponendole in un modo diverso, trascinandole nel suo tempo storico, adattandole al proprio contesto storico e cambiandone l’identità. Non “rovinò” o emulò quelle opere ma le rivisitò.

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“Le Tre donne” è un olio di 200 * 178 cm attualmente conservato a San Pietroburgo nel Museo dell’Ermitage. Si tratta di una composizione dai volumi molto marcati, le donne hanno dei fisici muscolosi e ben definiti, appaiono come se fossero scolpiti nella tela.

In questo periodo Pablo Picasso giunge alla simultaneità delle immagini – presenza contemporanea di più punti di vista – caratteristica tipica del nuovo nascente linguaggio cubista.