Wonder’s Cruise

Wonder’s Cruise, ossia crociera della meraviglie, è la Collezione che il gruppo toscano Graziella, acquisitore del marchio Braccialini, ha presentato con un evento sulle spiagge dell’etruria, firmandola Graziella & Braccialini.

Per chi non lo sapesse Graziella è un gruppo imprenditoriale familiare che da parecchi anni opera nel settore dei gioielli e degli accessori, tutto ciò aggiunto alla maison Braccialini, rende il sodalizio alquanto interessante.

La collezione primavera/estate 2019 è dedicata a donne grintose e dinamiche e ci accompagnerà, proprio come una crociera, verso mete da sogno in un viaggio straordinario, tra magici abissi e personaggi fantastici. Un vero e proprio universo incantato, dove tessuti innovativi, pregiati materiali, artigianalità e tonalità particolarissime inducono a chiudere gli occhi e a sognare.

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Pezzi iconici, come l’Oblò, la Conchiglia, il Pesce, ecc, raccontano la filosofia Braccialini, si aggiungono Zoe Print con la sirena e Jasmine Print con fiori fatti a mano e farfalle intagliate, tutto dal sapore assai esotico; la linea Cartoline, dedicata ad un itinerario tra le mete più prestigiose ed esclusive della crociera delle meraviglie, che racconta ironicamente una vera e propria mappa per avere un mondo a portata di borsa.

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A seguire i modelli Shape, piccole riproduzioni di bicchieri da cocktail, salvagenti o macchine fotografiche, divertenti accessori che sicuramente non passeranno inosservati e che ci accompagneranno durante l’estate 2019.

Tutti a bordo si parte in crociera!!!

 

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I gioielli – ornamenti tanto amati

Nel nostro pensiero “gioielli” significa “qualcosa di prezioso”, ma non è sempre stato così. Nella preistoria, quando il metallo non era ancora lavorato, i gioielli erano fatti di materiali non preziosi, come conchiglie, ciottoli e denti di animali.

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Quindi possiamo dire che i gioielli sono vecchi come il genere umano, dalla cultura primitiva alla civiltà moderna, da est a ovest, con l’utilizzo di materiali e stili diversi l’uomo ha, da sempre, amato adornarsi.

L’uso dei gioielli, nella preistoria, così come oggi, è da considerarsi anche come un mezzo di comunicazione, oltre che di ornamento. Attraverso i gioielli si comunica: gerarchia, prestigio e potere, ossia si comunica lo status sociale, ma non solo… ai gioielli si attribuiscono anche funzioni di amuleti e talismani, segnano spesso occasioni speciali – maggiore età, stato civile, maternità.. – e riflettono e comunicano il carattere e lo stile di chi li indossa.

 

La creatività nella gioielleria è illimitata ed è cambiata con lo scorrere del tempo, adattandosi a scollature, lunghezze e materiali diversi.

I gioielli ritrovati nell’Asia occidentale, risalenti al periodo compreso tra il 5000 ed il 2500 a.C., illustrano una società con un gusto per gioielli raffinati e decorativi, nonché un’evidente rete commerciale che forniva materiali rari.

I Sumeri, come gli antichi Egizi, avevano preferenza per lapislazzuli e corniole, miste ad agate, ametiste, granati ed ovviamente oro, tanto oro. Faraoni, principesse, contadini e artigiani indossavano gioielli nella vita, ma anche nella morte, come testimoniano le tombe rinvenute.

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Nel Mediterraneo orientale del 2500 circa a.C. c’era la cultura minoica a Creta, che fu conquistata dai Micenei nel 1450 a.C. circa. I gioielli di quel periodo e dell’area sono caratterizzati da un’abbondanza di oro; i loro stili furono fortemente influenzati dai gioielli dei Babilonesi e degli Egizi. Così come, questi ultimi influenzarono i Fenici che erano commercianti colonizzatori del Mediterraneo orientale ed occidentale, dalla Siria alla Spagna. Gli Etruschi erano noti per la loro perfezione tecnica nell’oreficeria e soprattutto per la loro eccezionale tecnica di granulazione con granuli d’oro quasi polverizzati.

Gli orafi greci di epoca classica ed ellenistica erano rinomati per le loro capacità tecniche e per la loro abilità artigianale nella lavorazione dell’oro, una reputazione durata nel tempo. La Grecia non era ricca di risorse d’oro fino a quando il suo impero non fu esteso fino alla Persia nel IV secolo a.C.  I gioielli erano regali presentati alla nascita, compleanni e matrimoni, o anche come offerte votive alle statue di culto.

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Con la perdita dell’indipendenza greca e la vittoria dei Romani sulla Macedonia, Roma divenne un forte potere militare e politico. La ricchezza del nuovo impero attrasse molti artigiani greci verso Roma, ecco perché i Romani seguirono gli stili greci fino a circa il I secolo a.C, quando l’estetica dei loro gioielli cominciò a cambiare. I gioielli divennero senza pretese, le tecniche d’oro meno elaborate, i disegni semplificati, e fu posta più enfasi sulla scelta delle pietre e sull’uso del colore.

Il commercio fioriva nel vasto impero con province lontane ed i gioielli vennero prodotti a Roma, ad Alessandria e ad Antiochia. L’ornamento si diffuse socialmente ed ebbe una più ampia utilizzo, anche agli schiavi era permesso indossare gioielli fatti di ferro. Con l’economia fiorente del II secolo, i gioielli romani divennero più elaborati, pesanti e sfarzosi, un segno di ricchezza e status.

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In seguito, l’influenza artistica reciproca tra il mondo bizantino e il mondo in espansione dell’Islam fu evidente dalla metà del VII secolo in poi. L’influenza bizantina e islamica può essere vista anche nei gioielli delle tribù germaniche che occuparono gran parte dell’Europa dopo la caduta dell’impero romano d’occidente.

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Dal XII al XIII secolo uno stile internazionale in gioielleria si era evoluto. Forme e decorazioni in pietra mostrarono sorprendenti somiglianze in Inghilterra, Francia, Danimarca, Germania e Italia. Questo fenomeno presumibilmente può essere spiegato dalle rotte commerciali e dall’importazione di pietre preziose dal vicino e dall’estremo Oriente.

In Europa la transizione verso il periodo rinascimentale fu diversa a seconda del paese, a cominciare dall’Italia, che con le sue scoperte di monumenti e sculture antiche, fu importantissima per la rinascita delle culture dell’antica Grecia e di Roma, mentre nell’Europa settentrionale gli stili gotici continuarono molto più a lungo.

Nel XV secolo, Firenze e le corti della Borgogna dettarono tendenze nell’abbigliamento e nella gioielleria; così come, nei secoli XVI e XVII, la Spagna divenuta una grande potenza europea con colonie in tutto il mondo, impose lo stile spagnolo ad abiti e gioielli.

 

Nella seconda metà del XVII secolo, mentre la Spagna era in declino, la Francia divenne il centro economico e culturale più importante. Tutte le industrie di lusso fiorirono nella Francia di Luigi XIV. Le sete francesi di Lione e le mode del vestiario venivano esportate e, con esse, gli stili di gioielleria. Fu anche un periodo in cui le donne giocavano un ruolo sempre più significativo nella società. Per il loro abbigliamento, i broccati pesanti furono sostituiti da sete leggere in varie tonalità pastello. Lo splendore e i colori vivaci dei tessuti richiesero una diminuzione del colore dei gioielli. I ritratti del periodo illustrano una passione per le perle, infilate come collane o indossate come gocce sospese dagli orecchini, o da spille indossate sul petto, sulle maniche o nei capelli.

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Nel 1789 la Rivoluzione Francese ebbe effetti drammatici, non solo sulla politica e sulla vita della Francia, ma anche sull’Europa nel suo insieme. Fuori dalla Francia il mercato fu inondato dai gioielli e pietre preziose di coloro che riuscirono a fuggire ed i prezzi diminuirono drasticamente.

Il lusso torno in Francia con Napoleone quando proclamò il suo impero nel 1804. Sua moglie era una donna che faceva tendenza ed indossava la moda greca, che si riflettè anche nella gioielleria.

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Quando gli effetti della rivoluzione industriale e l’ascesa della classe media divennero particolarmente evidenti in Gran Bretagna, la borghesia cominciò ad imitare i gioielli dell’aristocrazia, ma al posto di diamanti, rubini, zaffiri e smeraldi vennero applicate pietre preziose come ametista, crisoprasio, tormalina, turchese e molti altri sostituti colorati. Come i vestiti anche i gioielli della sera furono differenziati da quelli per il giorno: le parure – collana, bracciali, spilla ed orecchini – erano per lo più destinate alla sera, mentre le demi-parure – spilla ed orecchini o collana ed orecchini – erano indossati durante il giorno.

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Giungiamo al XX secolo, quando durante la belle Époque, c’era voglia di rinnovamento e di oggetti di lusso, i gioielli espressero emozioni e le donne alate simboleggiarono l’emancipazione; la natura venne interpretata metaforicamente: temi come la nascita, la morte e la rinascita vennero espressi attraverso piante in vari stadi della loro vita. René Lalique pose le basi per la gioielleria degli artisti del XX secolo e introdusse nuove combinazioni di materiali, come l’oro prezioso con il vetro non prezioso. I diamanti vennero applicati con parsimonia, nel plique-à-jour lo smalto lasciava trasparire la luce, gli opali davano iridescenza e i materiali sembravano quasi smaterializzarsi. Per contro, l’argento con smalto e alcune pietre preziose definirono lo Jugendstil in Germania e la Secessione viennese in Austria, entrambi i movimenti ridussero la natura a forme geometriche stilizzate.

All’indomani delle guerre del XX secolo, i gioielli sperimentarono un abbandono dei valori tradizionali a causa dei cambiamenti radicali nella società. Come la moda, i disegni di gioielli seguirono i movimenti della cultura giovanile. Le donne divennero più indipendenti e iniziarono a comprare i loro gioielli, piuttosto che averli donati dai loro mariti come era stato tradizionalmente.

Negli anni ’50 e ’60 la voglia di lusso fu rappresentata da Hollywood con il suo mondo immaginario, le sue stole di visone ed i suoi diamanti in abbondanza. Durante questo periodo i gioiellieri in Europa trasformarono i gioielli in una forma d’arte libera.

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Dopo gli anni ’60, i gioielli iniziarono una svolta quasi rivoluzionaria con i gioiellieri freelance nei loro studi che correvano audacemente sul percorso delle belle arti: negli anni ’80 ruppero i confini esistenti di dimensioni e materiali e usarono materiali nuovi, non solo oro, ma anche gomma e addirittura carta.

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Più di ogni altro momento della sua storia, oggi i gioielli riflettono il carattere, le sensazioni e le emozioni di chi li indossa, i colori preferiti, il gusto, la comprensione delle arti e, ultimo ma non meno importante, l’individualità di ognuno.

 

Bibliografia
Andrews, Carol. Gioielli egizi antichi . New York: Harry N. Abrams, 1991.
Bury, Shirley. Gioielli 1789-1910: L’era internazionale . 2 voll. Woodbridge, Suffolk, Inghilterra: Antique Collectors ‘Club, 1991.
Daniëls, Ger. Gioielli popolari del mondo . New York: Rizzoli, 1989.
Dormer, Peter e Ralph Turner. The New Jewelry: Trends and Traditions . Edizione rivisitata. New York: Thames e Hudson, 1994.
Lightbown, Ronald W. Medieval Europe Jewellery: con un catalogo della collezione nel Victoria and Albert Museum . Londra: Victoria and Albert Museum, 1992.
Mack, John, ed. Gioielli etnici . New York: Abrams, 1988.
Phillips, Clare. Gioielli: dall’antichità al presente . New York: Thames e Hudson, 1996.
Magnificenza principesca: Corte dei gioielli del Rinascimento, 1500-1630 . Londra: Victoria and Albert Museum, 1980. Un catalogo della mostra.
Tait, Hugh, ed. Sette mila anni di gioielli . Londra: British Museum Publications, 1986.
Williams, Dyfri e Jack Ogden. Oro greco: gioielli del mondo classico . New York: Abrams, 1994.

…spiaggia tua, spiaggia mia!

Primo giorno di mare; il colorito della mia pelle non dà adito a dubbi: sono una “matricola” della tintarella, una “mozzarella” allo sbaraglio e per qualche giorno dovrò stare attento a “dosare” sapientemente ore di sole e crema protettiva sulle spalle, se non voglio finire arrostito (come, del resto, mi capita ogni anno…).

Arrivo in spiaggia un po’ tardi (sono passate le dieci): dovrò accontentarmi del “loggione”, considerato che le postazioni migliori sono già state tutte occupate, a colpi di sdraio e di ombrelloni in “tecnicolor”.

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Poco male. Sistemo il mio asciugamano; mi sfilo la maglietta e punto dritto verso il mare: il primo tuffo della stagione è sempre un’emozione, una specie di “rito” scaccia inverno, che assaporo sempre con piacere.

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Ma qualcosa, se proprio non mi disgusta, perlomeno mi induce a riflettere: una giovanissima mamma (piercing all’ombelico e tatuaggio tribale inclusi), ha pensato bene di portare il proprio frugoletto (tre, quattro anni al massimo), a fare pipì sulla battigia, nonostante che, a brevissima distanza (in pratica, alle nostre spalle), ci sia una fila di bagni chimici belli e pronti, a disposizione dell’utenza (ma non di tutta, a quanto pare!).

Ora, d’accordo che la pipì degli “angeli” è “santa” (ed i bambini, nessuno escluso, sono “angioletti”…), ma se tutte le mamme in vacanza la pensassero così, il povero Mare Nostrum finirebbe per trasformarsi in un’immensa “acquasantiera”…

Circostanza decisamente da evitare, credo.

Godo dell’abbraccio azzurro di questo bel mare (anche quest’anno premiato con la “Bandiera Blu”), e torno al mio asciugamano, per sdraiarmi al sole, ma qui, seconda sorpresa: sul mio telo mare, infatti, fa bella mostra di sé una misteriosa teoria di piccole impronte di sabbia bagnata.

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Mentre scuoto l’asciugamano, mi guardo attorno alla ricerca di indizi, ed ecco il “colpevole”: un simpaticissimo cagnolino, completamente zuppo, che va scorrazzando dappertutto, dispensando, a piene zampe, “rinfrescanti” (ma, magari, tutt’altro che gradevoli…), schizzi d’acqua (quando si dimena), ed inquietanti impronte sugli asciugamani, momentaneamente incustoditi.

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Fulmino (si fa per dire), con uno sguardo (che, non sortisce effetto alcuno…), la proprietaria dell’incolpevole amico a quattro zampe, che, invece di preoccuparsi di badare al proprio cane, lo lascia libero, per dedicarsi alla lettura di un romanzo “rosa” (di sicuro “avvincente”…).

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– Signora! -, sbotto, – Dovrebbe tenere al guinzaglio il suo cane, non crede? –

– Eh… Mi scusi, signo’…! -, è la risposta della corpulenta bagnante in bikini.

Risposta che, chissà perché, mi viene da interpretare anche così:

– Ma sì… Goditi la vacanza e non rompermi gli zebedei! -: è una filosofia di vita anche questa, probabilmente…

Inorridisco al solo pensiero che questa “leggerezza” nel relazionarsi con il prossimo (anche in spiaggia, in pieno relax), possa costituire una di quelle spiacevoli “etichette”, che ci contraddistinguono come “gli Italiani” all’estero, lungo i litorali “altrui”.

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Forse (ma a scopo puramente “precauzionale”, intendiamoci…), sarebbe il caso di apporre, ad ogni accesso alle nostre spiagge, un bel cartello:

“Questa è una spiaggia libera, non una spiaggia maleducata…
Buone Vacanze e tornate a trovarci…!”

by Roberto Pellegrini

Armonia by Roberto Pellegrini

Armonia

E’ il senso del mio vivere
quest’armonia confusa
d’incertezze e tormenti,
di silenzi ed incontri,
struggenti,
sul filo teso
(evanescente…),
dei tuoi orizzonti,
che si consumano, correndo
nelle distanze degli sguardi,
contemplando
le menzogne che il tempo
perde,
nel tentativo inutile
d’ingannarci…

by Roberto Pellegrini

Innamorarsi è anche vivere incertezze, tormenti, silenzi e riavvicinamenti.

Significa entrare in un’altra dimensione, mettere ordine e trovare armonia nell’immagine dell’altro e puntare il riflettore della mente sull’orizzonte del futuro, lasciando il passato sfuocato sullo sfondo.

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Custodire quest’immagine in ogni momento della quotidianità, lasciare che ci palpiti nel cuore e nella mente, sfiorarla e contemplarla, trasformarla in una carezza che arriva all’anima.

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L’amore ci colora la vita e come scriveva Albert Einstein nella lettera a sua figlia Lieserl: “… L’amore vince tutto, trascende tutto e può tutto, perché l’amore è la quintessenza della vita…”

L’amore è la più potente ed invisibile delle forze, è luce perché ci illumina, è gravità perché due persone si attraggono, è potenza perché esalta il meglio di ognuno di noi, l’amore non conosce limiti.

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Per amore si vive e si muore, ma solo amando si trova il senso del proprio vivere.

tratto dal libro “Riflessi d’Amore – Anime allo Specchio” by Roberto Pellegrini e Madame Trebien

L’Arte del Ricamo: occhi, mente e mani

Si è recentemente chiusa la settimana dedicata all’Haute Couture che ha presentato a Parigi le proposte Autunno/Inverno 2018-19. Sulle passerelle centinaia di abiti meravigliosi interamente realizzati e ricamati a mano, creazioni eterne in grado di stupire, sorprendere e far sognare, ma facciamo un passo indietro per scoprire qualcosa in più sul ricamo…

Finanche nella Bibbia si parla di vele ricamate, Omero fa riferimento alle ricamatrici di Sidone, nonché ai lavori di Elena e Andromaca, ma ad essere precisi l’arte del ricamo ebbe origine in Oriente o meglio in Cina per poi giungere in Occidente durante il Medioevo.

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Più tardi, furono i Saraceni a contribuire alla creazione di un centro del ricamo italiano, istituendo a Palermo una vera e propria officina del ricamo e da qui, gli italiani, che possiedono un gusto ed un’artigianalità apprezzabilissimi, hanno saputo spesso distinguersi per maestria.

Nella moda il ricamo viene usato per impreziosire abiti importanti e unici ed uno dei nomi italiani di spicco è Pino Grasso, l’artigiano milanese che collabora con i più grandi stilisti italiani e non. I suoi lavori pregiati e meravigliosi lo hanno reso, infatti, uno dei ricamatori più importante del mondo.

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Nel corso del vernissage della mostra sui trent’anni di attività di Valentino, allestita a Roma ai Musei Capitolini, mentre lo stilista presentava le sue creazioni all’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, costui, colpito dai ricami, chiese: “Ma chi li realizza?” Valentino rispose: “Sono quasi tutti italiani, del milanese Grasso”.

Fu così che i giornalisti di moda scoprirono che i ricami di una creazione di moda non sono solo opera degli stilisti, tanto che diciassette anni dopo, sempre durante una mostra su Valentino a Parigi, il nome di Pino Grasso venne scritto sulle targhette degli abiti da lui ricamati. Tale menzione non riguardava solo ed esclusivamente lui, ma comprendeva anche altri artigiani attivi nel settore della moda, italiani e francesi.

Ma un ricamo per la moda come nasce? Si tratta di una vera catena operativa dove occhi, menti e mani, danno vita ad una vera e propria, allegoricamente parlando, composizione che le ricamatrici suoneranno.

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Si comincia con la campionatura, poi il disegno tecnico – durante il quale le disegnatrici dovranno tenere conto della tipologia del tessuto inviato dallo stilista, delle gradazioni dei materiali, dei colori scelti e proporzionarli al disegno, secondo la taglia da realizzare; segue la bucatura – eseguita con una macchina “bucatrice”. I disegni così bucati serviranno alla disegnatrice per riportarli sulla superficie del supporto, sul quale si eseguirà il ricamo, attraverso la sequenza dello spolvero che consiste nel riportare il disegno sulle parti del tessuto già tagliato, “squadrato”, inviato dallo stilista. Il tessuto su cui viene appoggiato il disegno bucato è ben tirato e solidamente bloccato con dei pesi. Con un apposito tampone in feltro si spolvera la polverina, che può essere bianca per i tessuti scuri e nera per quelli chiari. Dopodichè le disegnatrici preparano una legenda per le ricamatrici, cioè una scheda in cui ogni materiale utilizzato per la realizzazione è codificato e riconoscibile dalle “petites mains” che daranno vita alla “sinfonia”.

In fondo le ricamatrici sono come dei musicisti che interpretano una composizione già studiata e preparata nei minimi dettagli, ognuna di loro con la propria mano e con la propria sensibilità come dei veri pianisti o violinisti, e che musica…!!!

 

Arte: la verità in una menzogna…?

Che cos’è l’Arte? Se lo sapessi, mi guarderei bene dal rivelarlo. Io non cerco, trovo.

Pablo Picasso, 1926

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Cosa si esprime nell’Arte? La “finzione”, o la “realtà”; la “menzogna”, o la “verità”?

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Arduo, e quantomai pretenzioso, suppongo, rispondere con certezza alla domanda, per la semplice ragione che una risposta esaustiva a questo interrogativo non c’è.

Che l’Arte tutta, nelle sue innumerevoli “forme”, attinga, tragga origine, dal “vero”, dal “reale” è fuori discussione, ma nel suo percorso di “rappresentazione”, tutto ciò che “è” finisce, inevitabilmente (e, direi, necessariamente), per divenire ciò che “si sente”.

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Il “reale”, cioè, nell’esperienza artistica si “evolve” in ciò che di esso è “percepito”; in ciò che di esso sia emotivamente presente nelle intenzioni, coscienti o no, dell’Artista.

Ed in questo consiste la rappresentazione artistica: filtrare l’”oggettivo” attraverso le lenti del “soggettivo”, dell’”opinabile”.

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Il percorso creativo dell’Arte fissa ciò che la realtà “è”, affermando ciò che la realtà “non è”, non è mai stata, né mai sarà.

Ed ecco il miracolo dell’Arte: il parallelismo riscontrabile, tra un mondo fittizio, inesistente, emozionale, con quello reale, da cui il tutto trae origine.

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L’Arte (“menzogna”), e la realtà (“verità”), non si identificano, quindi, ma tendono a “riconoscersi”, l’una nel riflesso dell’altra.

In definitiva, non esisterebbe la “menzogna” dell’Arte senza la “verità” che la realtà “genera”, semplicemente “esistendo”.

by Roberto Pellegrini

Gratitudine: riflesso dell’amore…?

Infonde felicità in chi lo suscita ed in chi lo sente nascere nel cuore; si dice che possa essere “eterno”; deve essere spontaneo, per poter essere anche sincero e credibile; non si può “simulare” a lungo… Di cosa stiamo parlando?

Dell’amore, si potrebbe pensare.

E invece no: stiamo parlando della gratitudine.

In effetti, non stupiscano più di tanto le diverse “analogie” (potremmo divertirci a trovarne altre, ne sono certo), tra il sentimento più forte del mondo, l’amore, e quello della gratitudine, appunto.

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Entrambi rispondono ad uno slancio incontrollabile dell’anima, nei confronti di qualcuno: nell’uno (l’amore), per “alchimie” insondabili del cuore; nell’altra (la gratitudine), in virtù di un concreto beneficio ricevuto.

“La gratitudine è non solo la più grande delle virtù, ma la madre di tutte le altre.”
(Cicerone)

“Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici, sono gli affascinanti giardinieri che rendono la nostra anima un fiore.”
(Marcel Proust)

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Chiunque abbia provato “gratitudine”, nei confronti di qualcuno, conosce bene la liberatoria sensazione di “leggerezza” con cui essa si manifesta…

Quando, finalmente, veniamo a capo di un problema, grazie all’intervento, magari inatteso, di qualcuno, le nebbie delle preoccupazioni si diradano; tutto torna ad essere inquadrato dalla luce “vivificante” dell’ottimismo, della rediviva voglia di “crederci”; le tensioni si sciolgono in un sospiro di sollievo… Ed il nostro sguardo riconoscente si ferma sull’“artefice” di tutto questo…

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Saremmo pronti a tutto, per ricambiare, in qualche modo, il “bene” ricevuto. Ma, di questo, chi ci “aiuta”, per assecondare soltanto un puro impeto del proprio animo, non se ne cura affatto, consapevole, in cuor suo, di trovarsi già in una posizione di “vantaggio”…; privilegio che, come tutti sappiamo, le circostanze della vita distribuiscono, sempre, imprevedibilmente…

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Trovo che vi sia qualcosa di tutto questo, nelle brevissima storiella Zen di quest’oggi…

Gratitudine

Un ricco mercante fece dono ad un maestro di un’ingente quantità di monete d’oro per la costruzione di un nuovo monastero. Il maestro accettò senza dimostrare né entusiasmo né gratitudine. Seccato, il mercante gli disse: “Potresti almeno ringraziarmi!”.

“E perché dovrei?”, gli rispose il maestro, “è chi dona che dovrebbe essere grato.”

a cura di Roberto Pellegrini