#2 Fede, amore e speranza: i fari in questo mare in burrasca

Eccoci giunti all’ultimo appuntamento con le leggende giapponesi, spunto di riflessione, relative al tema: “Fede, amore e speranza: i fari in questo mare in burrasca”.

La fede, ossia il fatto di credere con assoluta convinzione nella verità e giustezza di un assunto, qualunque sia per voi, vi auguro – come diceva Sant’Agostino – che sia illuminante.

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Vi invito a leggere la leggenda senza perdere di vista la filosofia giapponese che la anima, in caso contrario potrebbe sembrarvi fuori luogo.

Il ciliegio del sedicesimo giorno

Nel distretto di Wakegori, che appartiene alla provincia di Iyo, c’è un ciliegio famoso e antichissimo chiamato Jiu-roku-zakura, ovvero «ciliegio del sedicesimo giorno», perché fiorisce tutti gli anni il sedicesimo giorno del primo mese (secondo il vecchio calendario lunare), e quello soltanto.

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Il tempo della sua fioritura cade quindi nel Periodo del Grande Gelo, sebbene per regola naturale i ciliegi attendano la primavera prima di azzardarsi a fiorire. Il fatto è che nello Jiu-roku-zakura fiorisce una vita che non è − o almeno non lo era in origine − la sua. In quell’albero alberga lo spirito d’un uomo.

Era egli un samurai di Iyo e l’albero cresceva nel suo giardino e fioriva, insieme a tutti gli altri, verso la fine di marzo e i primi di aprile. Aveva giocato sotto quell’albero quando era bambino; i suoi genitori, i suoi nonni e i suoi antenati avevano appeso ai suoi rami in fiore, una stagione dopo l’altra, per più di cento anni, strisce di carta colorata che recavano scritte poesie di lode.

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Lui stesso era diventato vecchissimo sopravvivendo ai suoi figli e non gli era rimasta altra creatura da amare che non fosse il ciliegio. Ma, ahimè, durante l’estate di un certo anno, l’albero si avvizzì e morì. Il vecchio se ne dolse oltre ogni dire. Invano cortesi vicini gli trovarono un altro ciliegio, giovane e vigoroso, e lo piantarono in giardino, con la speranza di recargli conforto. Li ringraziò di cuore e dette mostra di aver ritrovato la felicità. Ma in realtà aveva la morte nel cuore, perché così teneramente aveva amato il vecchio albero che nulla avrebbe potuto consolarlo.

Alla fine gli venne in mente una buona idea: si ricordò come si può salvare una albero morente. Era il sedicesimo giorno del primo mese. Si recò da solo in giardino e s’inchinò davanti all’albero avvizzito rivolgendogli le seguenti parole: «Ti scongiuro di fiorire ancora una volta… perché sto per morire al posto tuo». (È convinzione diffusa, infatti, che si possa immolare la propria vita per un’altra persona, o per qualsiasi essere creato, compreso un albero, purché si ottenga l’aiuto degli dèi; e questa trasmigrazione dell’esistenza è espressa dalle parole migawari ni tatsu: «agire per sostituzione».)

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Allora il vecchio distese sotto l’albero un telo candido e vi depose alcuni cuscini, quindi vi s’inginocchiò e fece hara-kiri, alla maniera dei samurai. E il suo spirito trasmigrò nell’albero e lo fece fiorire in quel preciso istante.

E tutti gli anni continua a fiorire il sedicesimo giorno del primo mese, nella stagione delle nevi.

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#1 Fede, amore e speranza: i fari in questo mare in burrasca

Mi piace considerare la speranza come un dono, come diceva il poeta Charles Péguy: “Per sperare… bisogna… aver ricevuto una grande grazia

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La speranza è una convinzione fiduciosa ed ottimistica che accende i moti dell’anima e spinge alla ricerca della felicità. Vi è la speranza universale che riguarda la pace ed i problemi del mondo, e c’è una speranza individuale che ci spinge a non arrenderci mai alla ricerca della nostra personale felicità.

Gli esseri umani sono alla continua ricerca della felicità e la speranza è ciò che li sostiene in questo cammino. La sapienza greca affermava che tutta la nostra vita è piena di speranze e che la speranza è una “consolazione naturale” che quando siamo afflitti dalla disgrazia ci spinge a superare la paura.

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Oggi pubblichiamo la seconda leggenda giapponese, spunto di riflessioni sulla speranza.

Sakura e la kokeshi

Sakura era nata quando i ciliegi fioriscono e i suoi genitori l’avevano chiamata con il nome del fiore che simboleggia l’anima del Giappone: bellezza e delicatezza, ma anche caducità dell’esistenza.

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Sakura era cresciuta in un villaggio di contadini, dove i suoi genitori coltivavano il riso e qualche ortaggio per il fabbisogno della famiglia. Ogni tanto ella si recava in città, al mercato, per venderne un po’, che raccoglieva dal piccolo orto domestico.

Allora si metteva in viaggio assieme ad altri bambini, lungo la strada che costeggiava il fiume; il gorgoglio dell’acqua li guidava, ma essi si tenevano a debita distanza, perché sapevano che vicino ai fiumi vivevano i Kappa, esseri spaventosi che rapivano i bambini.

Un giorno mentre tornava da sola verso la sua casa venne catturata da una banda di briganti, che la legò e la rinchiuse in una cassa di legno. Venne caricata su un carro che sobbalzava ad ogni buca della strada sconnessa, come il suo piccolo cuore, che batteva al ritmo di un tamburo impazzito. Attraverso le assi poteva vedere il villaggio farsi sempre più piccolo e lontano.

I suoi genitori la cercarono disperatamente per giorni e giorni, ma non trovando alcuna traccia della figlia scomparsa, pensarono che fosse scivolata nel fiume, inghiottita dall’acqua. La mamma però, non si rassegnò e ogni giorno si recava al tempio per pregare il buon Jizo, il dio protettore dei bambini, di vegliare su Sakura.

Il padre invece scolpì nel legno d’acero una Kokeshi, una bambola con il corpo cilindrico e la testa sferica; la mamma dipinse la sfera con lievi tratti che ricordassero il viso di Sakura ed il cilindro con un ramo di ciliegio fiorito, come fosse un Kimono delicato. Sul fianco scrisse il nome della bambina e una preghiera affinché potesse essere ricordata e, un giorno, tornare a casa. Ogni mattina accendeva con devozione un bastoncino d’incenso accanto alla Kokeshi, come suggeriva un’antica tradizione, per non dimenticare mai la persona scomparsa.

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Sakura venne condotta in una casa malfamata, assieme ad altre bambine rapite o vendute dalle famiglie e cresciute come schiave per soddisfare le cattiverie umane. Una sera, dalle lanterne accese, appese nella veranda di quella che per lei era diventata un’orribile prigione, scoppiò un incendio. In un attimo la casa, di legno, prese fuoco.

Sakura, agile come un gatto, riuscì a fuggire e, sebbene spaventata, si mise in salvo, ma non sapeva dove dirigersi. Improvvisamente si trovò davanti al fiume… risalendo la corrente sarebbe tornata a casa! Era convinta della sua idea e lungo la strada del ritorno ogni tanto incontrava una statua di Jizo, vestito da buon monaco, che la incoraggiava a procedere. In alcuni tratti qualcuno la faceva salire su un carro, e dopo alcuni giorni si illuminò alla vista del suo villaggio che le comparve davanti agli occhi.

Era giunta a casa, era salva! I suoi genitori corsero ad abbracciarla e la circondarono di amorevoli attenzioni per farle dimenticare la terribile esperienza. Appena ristabilita abbracciò la sua Kokeshi che aveva tenuto accesa la luce della speranza, dalla quale non si separò mai.

Ma attenzione… come scrive Roberto Pellegrini in un suo aforisma:

L’Illusione è la “figlia” bugiarda della speranza

Fede, amore e speranza: i fari in questo mare in burrasca

La società che ci circonda è caratterizzata da infiniti cambiamenti ed ognuno di noi sembra disperso, quasi privo di senso di appartenenza.

Pochi i punti di riferimento solidi e forte la diffusione di crisi di valori; tutto sembra ruotare intorno al nulla.

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Le giornate cariche di impegni non annientano purtroppo la solitudine che spesso ci fa sentire fragili e un po’ smarriti in questa società in continuo movimento, caotica, frenetica dove i rapporti umani passano in secondo piano e dove le certezze scompaiono.

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Le vecchie generazioni perplesse e le nuove generazioni forse un po’ impreparate aprono il sipario su di uno scenario piuttosto complesso e difficile, ed è proprio qui che dovremmo attingere alla fede, alla speranza ed all’amore, ricercando i valori un tempo condivisi e che dovrebbero essere il solido fondamento della nostra civiltà.

A tal proposito vi propongo, a partire da oggi, una triade di leggende giapponesi che possono essere spunto di riflessione per ognuno di noi.

Il valore dell’Amore
la prima via d’uscita al non senso che, come una piovra, cerca di avvolgerci

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La leggenda giapponese di Sakura è molto antica e risale all’epoca dei signori dei feudi che si sfidavano in battaglie nelle quali morivano moltissime persone portando tristezza  e desolazione.

Vi era però un bosco che la guerra non aveva ancora toccato, pieno di alberi rigogliosi che esalavano delicati profumi e consolavano i tormentati abitanti dell’antico Giappone. Nonostante tutte le battaglie che si svolgevano ogni giorno, nessuno degli eserciti osava contaminare tale bellezza naturale.

In quel meraviglioso bosco si ergeva un albero che non fioriva mai. Pur essendo pieno di vita, sui suoi rami non apparivano mai i fiori. Per questo aveva l’aspetto di un albero morto, ritorto e secco. Pur essendo vivo, sembrava condannato a non godere del colore e degli aromi della fioritura.

L’albero si ergeva solitario. Gli animali non gli si avvicinavano per paura di essere contagiati dallo stesso male, neanche l’erba cresceva nei suoi dintorni. La solitudine, la sua unica compagna. un giorno la fata dei boschi si commosse vedendo che l’albero appariva vecchio, pur essendo giovane.

Una notte ella comparve accanto ad esso e con nobili parole gli sussurrò che avrebbe voluto vederlo rigoglioso e raggiante, e che era disposta ad aiutarlo. Allora gli fece la sua proposta: avrebbe lanciato un incantesimo che sarebbe durato vent’anni. Durante questo lasso di tempo, l’albero avrebbe provato quello che prova il cuore umano. Forse così si sarebbe emozionato e avrebbe trovato la fioritura.

La fata aggiunse che si sarebbe potuto trasformare in qualsiasi momento in essere umano e di nuovo in pianta, come più desiderava. Tuttavia, se terminati i vent’anni non fosse riuscito a recuperare la sua vitalità e bellezza, sarebbe morto immediatamente.

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Proprio come disse la fata, l’albero scoprì che poteva prendere le sembianze di un uomo e tornare a essere albero quando voleva. Provò a passare lunghi periodi tra gli umani, per vedere se le loro emozioni lo potevano aiutare nel suo proposito di fiorire. Inizialmente, però, ricevette una delusione: attorno a lui non vedeva altro che odio e guerra.

Questo lo spingeva a tornare nelle sue sembianze originali per lunghi periodi, e così passarono i mesi e poi gli anni. L’albero era quello di sempre e non trovava negli esseri umani la svolta che potesse liberarlo dalla sua condizione. Un giorno, tuttavia, dopo essersi trasformato in umano, camminò fino a un ruscello cristallino e lì vide una bellissima giovane. Era Sakura. Impressionato dalla sua bellezza, l’albero dalle sembianze umane si avvicinò a lei.

Sakura si rivelò gentile con lui. Per ricambiare la sua gentilezza, la aiutò a trasportare l’acqua fino a casa. Durante il tragitto conversarono animatamente, e con una vena di tristezza sullo stato di guerra in cui si trovava il loro paese, condividendo i loro sogni di speranza.

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Quando la giovane gli chiese quale era il suo nome, all’albero venne in mente una sola parola: “Yohiro”, che significa speranza. Tra i due nacque una profonda amicizia. Si incontravano tutti i giorni per conversare, per cantare e leggere poemi e libri pieni di storie meravigliose. Più conosceva Sakura, più sentiva il bisogno di stare al suo fianco. Quando non era con lei, contava i minuti che mancavano per vederla.

Un giorno Yohiro non poté più trattenersi e confessò a Sakura tutto il suo amore. Le confessò anche la sua vera natura: era un albero tormentato che presto sarebbe morto perché non era riuscito a fiorire. Sakura rimase impressionata e restò in silenzio. Il tempo era passato e la scadenza dei vent’anni stava per avvicinarsi. Yohiro, che tornò ad assumere le sembianze di un albero, si sentiva sempre più triste.

Un pomeriggio, quando meno se lo aspettava, Sakura si presentò al suo fianco. Lo abbracciò e gli disse che anche lei lo amava. Non voleva che morisse, non voleva che gli accadesse nulla di male. Fu allora che apparve nuovamente la fata e chiese a Sakura di scegliere: rimanere umana o fondersi con Yohiro sotto forma di albero.

Lei si guardò intorno e ricordò i campi desolati e distrutti dalla guerra. Allora scelse di fondersi per sempre con Yohiro. Ed ecco che i due si fusero e divennero uno solo, e come per miracolo, l’alberò fiorì. La parola Sakura significa “Bocciolo di ciliegio”, ma l’albero non lo sapeva. Da allora, il loro amore profuma i campi del Giappone.

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Moda e Storia sulle nostre… spalle

Ci sono capi d’abbigliamento che subiscono il flusso ed il riflusso delle mode; altri che, al contrario, sembrano vivere in una dimensione a sé stante, assolutamente “sganciati” dai gusti e dal gradimento delle masse, vincolati soltanto al “coraggio” di quanti sappiano esprimere la propria spiccata ed indipendente personalità, anche indossando un capo “particolare”.

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Io, ad esempio, trovo estremamente affascinante e “volitivo” il Tabarro. Vasta è la disponibilità di modelli (anche femminili), capaci di solleticare la nostra fantasia, come ho imparato tra le pagine del sito del “Tabarrificio Veneto”, “creato” e sapientemente gestito, fin dal lontano 1974, da Sandro Zara, imprenditore veneto abile e coraggioso (e di consolidata esperienza), che ha certamente vinto la sua scommessa, producendo Tabarri di raffinata qualità ed accattivante eleganza, oltre che di sicuro… “impatto”.

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“Mi affascina la storia del costume, la ricerca del bello nella tradizione, soprattutto nella mia tradizione lagunare”, afferma Zara; e c’è da credergli dal momento che è evidente quanto sia davvero riuscito a coniugare “storia” e “modernità”, attraverso un capo d’abbigliamento tra i più particolari del mondo.

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La parola “Tabarro” indica un mantello a ruota da uomo che ha lontanissime origini. Realizzato in panno, grosso e pesante, di colore scuro (di solito nero), ha un solo punto di allacciatura sotto il mento e viene tenuto chiuso buttando un’estremità sopra la spalla opposta in modo da avvolgerlo intorno al corpo. Vi erano due modelli: quello classico lungo fino al polpaccio, e quello, usato per andare a cavallo e poi in bicicletta, più corto.

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Già nell’antichità se ne trova una forma molto simile a quella attuale; una sua derivazione è la toga dei patrizi e senatori romani. In seguito, si ritrova nel Medioevo usato da cavalieri durante le investiture e dai medici e notabili nella vita quotidiana. Nel Rinascimento cade quasi in disuso presso l’aristocrazia e la borghesia, ma rimane molto comune presso gli artigiani, i pastori (in lana sottoposta a follatura) e il mondo rurale in genere.

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Nell’Ottocento ritorna in uso presso i dandy dell’epoca. Sopravvive fino agli anni cinquanta del XX secolo, usato in ambiente rurale e montanaro, viene descritto anche nelle opere di Giovannino Guareschi e nei film dell’epoca.

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E allora, per affrontare con un pizzico di originalità l’ormai imminente stagione fredda e piovosa… buon tabarro a tutti!

by Roberto Pellegrini

Quando si dice: volere è potere

Lo sa bene Maria Gabriella Campo che, trasferitasi negli anni ’70 sul’Isola di Favignana, cominciò, nel suo tempo libero, a dedicarsi alla realizzazione di un giardino, sfidando tutti e dimostrando che tutto è possibile, anche in un territorio brullo, sferzato continuamente dal vento che non trova ostacoli e dove l’unico terreno fertile per la coltivazione delle piante si trova sotto il livello della strada vicino alla falda acquifera.

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Oggi, il Giardino dell’Impossibile, questo è il suo nome, conta oltre quarantamila metri quadrati di orto botanico (la metà dei quali sotto il livello della strada) e raccoglie 300 specie provenienti da tutto il mondo.

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La costanza di Gabriella contrapposta alle solite frasi “Stai perdendo tempo”“Stai buttando via soldi”. “Impossibile far attecchire delle piante su questa terra” ha dato i suoi frutti. Non è stato certo facile e tantomeno immediato, ma oggi questo luogo è un patrimonio da difendere, un museo non solo botanico, ma storico culturale, ricordiamo che con la calcarenite favignanese, impropriamente detta tufo, sono stati costruiti monumenti, case, chiese e palazzi in tutta la Sicilia.

I mastri cavatori hanno tagliato, staccato, caricato e trasportano per tre secoli i blocchi di calcarenite; dall’alto verso il basso, scendendo per pareti a strapiombo, tagliavano la prima fila di blocchi per verticale, in modo da sondare uno strato più profondo e al tempo stesso crearsi lo spazio per scendere più in profondità.

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Il Giardino dell’Impossibile si snoda attraverso una serie di gallerie, grotte, cunicoli, cave a cielo aperto dove la calcarenite abbraccia alberi di jacaranda e papiri egiziani, siepi di carissa e ibisco, euforbie africane e yucche, agavi, bouganvillea e ovviamente agrumi.

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Un luogo carico di storia, dove vale la pena stare in silenzio ed … ascoltare il suono della natura primordiale.

Un “vizio”… salutare

È risaputo che il “piacere”, se da un lato aiuta a procurarci benessere, dall’altro rischia di “rammollirci”, avviluppandoci in una sorta di assuefazione, in tutto simile a una dipendenza.

Penso, ad esempio, al “piacere” che ci dà il fumo; oppure (e qui, la cosa si fa più seria…), al brivido che si prova giocando d’azzardo.

E mi accorgo che, in certa misura, il “piacere” coincide, spesso, con il “vizio”…

Eppure ci sono “vizi” che danno un piacere incalcolabile, pur rimanendo, in tutto e per tutto, assolutamente innocui; anzi: portando soltanto immensi vantaggi. Come tutte le buone, vecchie, sane abitudini.

Mi riferisco al sottile, ma intenso piacere della lettura.

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Mi pare che sia stato già detto da qualcuno: leggere è ginnastica per la nostra mente.

Vero, verissimo; anzi: ovvio.

Ricordo che il mio maestro di II elementare ci ammoniva ogni giorno con lo stesso “invito”:

– Bambini, ricordatevi che bisogna leggere, leggere, leggere!-

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Ed aveva ragione, anche se, all’epoca, non lo avrei mai ammesso…

Sì, perché leggendo si arricchisce non soltanto la nostra cultura, il nostro lessico, la nostra capacità di analisi e di conversazione, ma anche lo “spessore” della nostra personalità.

Ed è, questo, un messaggio che rivolgiamo, soprattutto, ai nostri giovani.

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Oggigiorno, del resto, la tecnologia ci viene incontro, in tal senso: si può leggere praticamente dappertutto ed in qualsiasi momento, grazie, ad esempio, alla diffusione degli E-book, fruibili con un qualsiasi smartphone, non necessariamente costoso come la rata del mutuo…

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Ma spunti per eccellenti letture, possono essere individuati non solo tra le pagine “impalpabili” di un E-book, ma anche “scartabellando” tra le numerose rubriche ed i differenti post di tanti interessantissimi blog, che non di rado possono considerarsi preziosi “veicoli” di Cultura, a tutti gli effetti.

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Specie quando i blogger si sentono “investiti” di questa responsabilità.

by Roberto Pellegrini

Il MIC – Museo Internazionale della Calzatura

Qualche giorno fa vi avevo promesso nel post dedicato a Vigevano che vi avrei parlato del Museo Internazionale della Calzatura, intitolato a Pietro Bertolini e che ha sede proprio in questa città.

Il MIC è la prima istituzione pubblica in Italia dedicata alla storia ed all’evoluzione della scarpa. La sua mission è quella di esprimere, attraverso la narrazione del prodotto, la storia, l’economia di Vigevano e l’evoluzione internazionale della scarpa.

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La tradizione calzaturiera vigevanese risale ad uno Statuto del 1392. Nel 1866 nacque a Vigevano il primo calzaturificio a livello industriale, la prima fabbrica di macchine per calzature nel 1901 e le prime scarpe da tennis realizzate in gomma negli anni ’20.

La fama internazionale di capitale della calzatura risale tuttavia agli anni ’50/’60 quando le paia prodotte annualmente erano oltre 21 milioni. E’ contestuale a quell’epoca la nascita del Museo, poi riorganizzato nell’ottobre del 2016 con un criterio moderno e dinamico, che consente diverse chiavi di lettura.

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Un percorso cronologico, con pezzi di raro valore storico, come la pianella datata 1495, periodo della corte ducale di Beatrice d’Este. Romantiche scarpette in raso del tardo settecento veneziano e preziose realizzazioni degli anni ’20. La sezione storica continua con un tributo alle calzature degli anni ’50/’60, rappresentate dai primi esemplari con tacco a spillo di produzione vigevanese.

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Nella sezione Stile e Design sono rappresentati i più celebri disegnatori della moda e della calzatura italiana ed internazionale: Manolo Blahnik, Louboutin, Jimmy Choo, Dior, Armani, Roger Vivier, Cesare Paciotti, Alexander McQueen, Andrea Pfister, Armando Pollini.

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Nella sezione etnica, detta Camera delle Meraviglie, troviamo modelli provenienti da tutti i continenti ed in pochi metri si può avere una panoramica sulle tradizioni di tutto il mondo.

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Un’intera galleria è dedicata alle calzature con i tacchi spillo, esposizione in ordine cronologico: si parte dai modelli realizzati negli anno ’50 per arrivare alle creazioni dei più grandi marchi italiani ed internazionali di oggi.

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Infine, ma non per importanza, la Stanza della Duchessa, una piccola sala che si anima di immagini e racconti che ruotano intorno alla storica pianella che la leggenda attribuisce a Beatrice D’Este simbolo del Museo stesso.

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Non vi resta che indossare un comodo paio di scarpe ed andare in visita al Museo, che tra l’altro è gratuito.