L’Arte del Ricamo: occhi, mente e mani

Si è recentemente chiusa la settimana dedicata all’Haute Couture che ha presentato a Parigi le proposte Autunno/Inverno 2018-19. Sulle passerelle centinaia di abiti meravigliosi interamente realizzati e ricamati a mano, creazioni eterne in grado di stupire, sorprendere e far sognare, ma facciamo un passo indietro per scoprire qualcosa in più sul ricamo…

Finanche nella Bibbia si parla di vele ricamate, Omero fa riferimento alle ricamatrici di Sidone, nonché ai lavori di Elena e Andromaca, ma ad essere precisi l’arte del ricamo ebbe origine in Oriente o meglio in Cina per poi giungere in Occidente durante il Medioevo.

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Più tardi, furono i Saraceni a contribuire alla creazione di un centro del ricamo italiano, istituendo a Palermo una vera e propria officina del ricamo e da qui, gli italiani, che possiedono un gusto ed un’artigianalità apprezzabilissimi, hanno saputo spesso distinguersi per maestria.

Nella moda il ricamo viene usato per impreziosire abiti importanti e unici ed uno dei nomi italiani di spicco è Pino Grasso, l’artigiano milanese che collabora con i più grandi stilisti italiani e non. I suoi lavori pregiati e meravigliosi lo hanno reso, infatti, uno dei ricamatori più importante del mondo.

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Nel corso del vernissage della mostra sui trent’anni di attività di Valentino, allestita a Roma ai Musei Capitolini, mentre lo stilista presentava le sue creazioni all’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, costui, colpito dai ricami, chiese: “Ma chi li realizza?” Valentino rispose: “Sono quasi tutti italiani, del milanese Grasso”.

Fu così che i giornalisti di moda scoprirono che i ricami di una creazione di moda non sono solo opera degli stilisti, tanto che diciassette anni dopo, sempre durante una mostra su Valentino a Parigi, il nome di Pino Grasso venne scritto sulle targhette degli abiti da lui ricamati. Tale menzione non riguardava solo ed esclusivamente lui, ma comprendeva anche altri artigiani attivi nel settore della moda, italiani e francesi.

Ma un ricamo per la moda come nasce? Si tratta di una vera catena operativa dove occhi, menti e mani, danno vita ad una vera e propria, allegoricamente parlando, composizione che le ricamatrici suoneranno.

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Si comincia con la campionatura, poi il disegno tecnico – durante il quale le disegnatrici dovranno tenere conto della tipologia del tessuto inviato dallo stilista, delle gradazioni dei materiali, dei colori scelti e proporzionarli al disegno, secondo la taglia da realizzare; segue la bucatura – eseguita con una macchina “bucatrice”. I disegni così bucati serviranno alla disegnatrice per riportarli sulla superficie del supporto, sul quale si eseguirà il ricamo, attraverso la sequenza dello spolvero che consiste nel riportare il disegno sulle parti del tessuto già tagliato, “squadrato”, inviato dallo stilista. Il tessuto su cui viene appoggiato il disegno bucato è ben tirato e solidamente bloccato con dei pesi. Con un apposito tampone in feltro si spolvera la polverina, che può essere bianca per i tessuti scuri e nera per quelli chiari. Dopodichè le disegnatrici preparano una legenda per le ricamatrici, cioè una scheda in cui ogni materiale utilizzato per la realizzazione è codificato e riconoscibile dalle “petites mains” che daranno vita alla “sinfonia”.

In fondo le ricamatrici sono come dei musicisti che interpretano una composizione già studiata e preparata nei minimi dettagli, ognuna di loro con la propria mano e con la propria sensibilità come dei veri pianisti o violinisti, e che musica…!!!

 

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Arte: la verità in una menzogna…?

Che cos’è l’Arte? Se lo sapessi, mi guarderei bene dal rivelarlo. Io non cerco, trovo.

Pablo Picasso, 1926

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Cosa si esprime nell’Arte? La “finzione”, o la “realtà”; la “menzogna”, o la “verità”?

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Arduo, e quantomai pretenzioso, suppongo, rispondere con certezza alla domanda, per la semplice ragione che una risposta esaustiva a questo interrogativo non c’è.

Che l’Arte tutta, nelle sue innumerevoli “forme”, attinga, tragga origine, dal “vero”, dal “reale” è fuori discussione, ma nel suo percorso di “rappresentazione”, tutto ciò che “è” finisce, inevitabilmente (e, direi, necessariamente), per divenire ciò che “si sente”.

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Il “reale”, cioè, nell’esperienza artistica si “evolve” in ciò che di esso è “percepito”; in ciò che di esso sia emotivamente presente nelle intenzioni, coscienti o no, dell’Artista.

Ed in questo consiste la rappresentazione artistica: filtrare l’”oggettivo” attraverso le lenti del “soggettivo”, dell’”opinabile”.

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Il percorso creativo dell’Arte fissa ciò che la realtà “è”, affermando ciò che la realtà “non è”, non è mai stata, né mai sarà.

Ed ecco il miracolo dell’Arte: il parallelismo riscontrabile, tra un mondo fittizio, inesistente, emozionale, con quello reale, da cui il tutto trae origine.

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L’Arte (“menzogna”), e la realtà (“verità”), non si identificano, quindi, ma tendono a “riconoscersi”, l’una nel riflesso dell’altra.

In definitiva, non esisterebbe la “menzogna” dell’Arte senza la “verità” che la realtà “genera”, semplicemente “esistendo”.

by Roberto Pellegrini

Gratitudine: riflesso dell’amore…?

Infonde felicità in chi lo suscita ed in chi lo sente nascere nel cuore; si dice che possa essere “eterno”; deve essere spontaneo, per poter essere anche sincero e credibile; non si può “simulare” a lungo… Di cosa stiamo parlando?

Dell’amore, si potrebbe pensare.

E invece no: stiamo parlando della gratitudine.

In effetti, non stupiscano più di tanto le diverse “analogie” (potremmo divertirci a trovarne altre, ne sono certo), tra il sentimento più forte del mondo, l’amore, e quello della gratitudine, appunto.

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Entrambi rispondono ad uno slancio incontrollabile dell’anima, nei confronti di qualcuno: nell’uno (l’amore), per “alchimie” insondabili del cuore; nell’altra (la gratitudine), in virtù di un concreto beneficio ricevuto.

“La gratitudine è non solo la più grande delle virtù, ma la madre di tutte le altre.”
(Cicerone)

“Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici, sono gli affascinanti giardinieri che rendono la nostra anima un fiore.”
(Marcel Proust)

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Chiunque abbia provato “gratitudine”, nei confronti di qualcuno, conosce bene la liberatoria sensazione di “leggerezza” con cui essa si manifesta…

Quando, finalmente, veniamo a capo di un problema, grazie all’intervento, magari inatteso, di qualcuno, le nebbie delle preoccupazioni si diradano; tutto torna ad essere inquadrato dalla luce “vivificante” dell’ottimismo, della rediviva voglia di “crederci”; le tensioni si sciolgono in un sospiro di sollievo… Ed il nostro sguardo riconoscente si ferma sull’“artefice” di tutto questo…

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Saremmo pronti a tutto, per ricambiare, in qualche modo, il “bene” ricevuto. Ma, di questo, chi ci “aiuta”, per assecondare soltanto un puro impeto del proprio animo, non se ne cura affatto, consapevole, in cuor suo, di trovarsi già in una posizione di “vantaggio”…; privilegio che, come tutti sappiamo, le circostanze della vita distribuiscono, sempre, imprevedibilmente…

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Trovo che vi sia qualcosa di tutto questo, nelle brevissima storiella Zen di quest’oggi…

Gratitudine

Un ricco mercante fece dono ad un maestro di un’ingente quantità di monete d’oro per la costruzione di un nuovo monastero. Il maestro accettò senza dimostrare né entusiasmo né gratitudine. Seccato, il mercante gli disse: “Potresti almeno ringraziarmi!”.

“E perché dovrei?”, gli rispose il maestro, “è chi dona che dovrebbe essere grato.”

a cura di Roberto Pellegrini

I sandali: presenti in quasi tutte le culture del mondo

Il sandalo è la forma più semplice di calzatura e passa dall’essere utilitaristico, quindi acquistato a poco prezzo e per un uso quotidiano, ad essere una vera e propria opera d’arte, come i sandali disegnati da Manolo Blahnik.

Se ne trovano realizzati in moltissimi materiali: legno, pelle, tessuto, paglia, metallo e persino pietra, ma la cosa più interessante è che i sandali sono stati presenti in quasi tutte le culture del mondo sin dai tempi antichi.

Archeologicamente parlando i sandali “più vecchi” sono stati scoperti nel sud-ovest americano e risalgono a 8000 anni fa: intrecciati, con una suola flessibile e una semplice cinghia a forma di V.

I sandali sono più comunemente utilizzati tra le popolazioni dei luoghi dai climi caldi, ma…

… In Giappone, troviamo i geta, sandali con la suola di legno, che si indossano con calze di tessuto chiamate tabi.

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In India, troviamo i chappal realizzati con il cuoio di bufalo d’acqua ed i padukas realizzati in legno.

Simili sandali si possono trovare anche in Pakistan, Afghanistan, Turchia e Siria – qui spesso vengono intarsiati con fili d’argento e madreperla e chiamati kub-kab dal suono onomatopeico che simula quello emesso dai sandali stessi durante la camminata.

Più indietro nel tempo, i sandali venivano usati dai Faraoni ed erano simbolo di sovranità. I greci ne svilupparono diversi tipi ed i Romani proprio ai Greci si rifecero per la realizzazione dei sandalium – nome dal quale derivò in seguito il nome sandalo.

Una curiosità a riguado: Caio Cesare fu soprannominato Caligola per via della tipologia di sandalium da lui utilizzata quando vestiva da soldato, appunto: la caliga, un sandalo militare realizzato con una pelle a strati spessi.

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In Francia, dopo la Rivoluzione del 1789, l’antica Grecia e Roma furono fonte d’ispirazione per la realizzazione di indumenti classici drappeggiati ed in quell’occasione il sandalo ritornò ai piedi delle donne alla moda.

Non fu certo facile far accettare il fatto che le dita dei piedi rimanessero scoperte, il percorso fu molto lungo e passò parecchio tempo prima che, alla fine degli anni ’20 le donne indossassero sandali con tacco basso abbinati a pantaloni molto larghi, soprattutto per recarsi alla spiaggia o a bordo piscina.

Solo negli anni ’30 i sandali fecero il loro ingresso in sala da ballo, sotto a lunghi abiti da sera ed iniziarono a far parte regolarmente del guardaroba delle signore che, piano piano, cominciarono a sfoggiarli in stili diversi durante tutte le ore del giorno.

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La seconda guerra mondiale aiutò, senza volerlo, il diffondersi di questo tipo di calzatura per via del fatto che, in periodo di razionamento, i cinturini dei sandali richiedevano meno cuoio rispetto alle scarpe chiuse.

Negli anni ’50 i cinturini dei sandali si fecero piccolissimi tanto da dare l’illusione di non avere calzature ai piedi e di camminare in punta di piedi.

Per giungere poi alla fine degli anni ’60, quando gli hippy introdussero l’uso di un sandalo basilare soprannominato “Jesus”. Questo tipo di calzatura, decisamente naturalismo e molto confortevole, ha spianato la strada all’introduzione di sandali “salutistici” nel guardaroba alla moda, come Birkenstock negli anni ’70.

 

Oggi il sandalo è un ospite presente sulle passerelle di tutto il mondo e viene proposto in materiali e stili vastissimi; non c’è donna che non ne annoveri qualche paio da indossare durante i mesi caldi.

Fonti
Bondi, Federico e Giovanni Mariacher. Se la scarpa si adatta. Venezia, Italia: Cavallino Venezia, 1983Durian-Ress, Saskia. Schuhe: vom späten Mittelalter bis zur Gegenwart Hirmer. Monaco: Verlag, 1991.Salvatore Ferragamo. L’arte della scarpa, 1927-1960. Firenze, Italia: Centro Di, 1992.Rexford, Nancy E. Scarpe da donna in America, 1795-1930. Kent, Ohio: Kent State University Press, 2000.Swann, giugno. Scarpe. Londra: BT Batsford, Ltd., 1982.-. Calzolaio. Shire Album 155. Jersey City, NJ: Park-west Publications, 1986.Walford, Jonathan. The Gentle Step. Toronto: Bata Shoe Museum, 1994.

 

Vacanze, mare e … costumi da bagno

Inutile sottolineare che oggi i costumi da bagno vengono proposti in una gamma vastissima di materiali e modelli, alcuni dei quali anche di pessimo gusto.

La loro evoluzione è stata strettamente associata alle tendenze della moda tradizionale e ai progressi nella tecnologia tessile, ma soprattutto è stata il riflesso di un cambiamento sociale.

Nel mondo antico, fare il bagno era un’attività comune, ricordiamo che i romani costruivano bagni pubblici anche nelle parti più remote del loro impero; seguì uno stop durante il Medioevo fino al diciassettesimo secolo, quando la balneazione divenne popolare come trattamento medicinale. In quel periodo, i bagnanti che si recavano in centri termali indossavano costumi in lino (giacconi: gli uomini e grembiuli a maniche lunghe: le donne).

Quando nel diciottesimo secolo, si cominciò a capire i benefici dei bagni in acqua salata, i bagnanti che si recavano nelle città di mare usufruivano di stabilimenti balneari che prevedevano la separazione di uomini e donne.

Ci si tuffava nelle prime ore del mattino, velocemente, a volte con l’uso di “macchine da bagno” (piccoli edifici montati su ruote che un cavallo e un autista tiravano in mare, fuori da occhi indiscreti).

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Insomma il bagno era un dovere, non un piacere, sino all’inizio del diciannovesimo secolo, quando la balneazione cominciò ad essere considerata un’attività ricreativa e benefica e le vacanze crebbero di popolarità. Ogni località aveva i suoi standard per un abbigliamento appropriato ed i costumi indossati variavano ampiamente da un posto all’altro.

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A partire dalla metà del secolo, si cominciò ad introdurre la balneazione a sesso misto, i costumi si accorciarono, si indossavano abbinati a cuffie gommate ed a calze lunghe che coprivano le gambe.

Solo alla fine del diciannovesimo secolo comparvero le prime bellezze balneari ed intorno al 1914, le commedie del produttore cinematografico muto Mack Sennett iniziarono a esibire uno stuolo di giovani donne in abiti da bagno esagerati e rivelatori, che chiamò le sue Bellezze al Bagno.

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La bellezze balneari di Hollywood raggiunsero l’apice negli anni ’30, quando le fotografie di stelle in posa in costumi da bagno alla moda iniziarono ad apparire in gran numero. Queste immagini ebbero un impatto sulla moda, in quanto le donne cercarono di emulare l’aspetto delle loro star preferite.

Più tardi nel secolo, i costumi da bagno diventarono più pratici, con gonna e pantaloncini gradualmente accorciati, scolli abbassati e senza maniche.

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Dopo la prima guerra mondiale le donne raggiunsero nuovi livelli di indipendenza e le mode cominciarono a consentire loro una maggiore libertà di movimento. L’interesse per gli sport attivi di tutti i tipi aumentò e gli abbigliamenti sportivi raggiunsero una nuova importanza nella moda.

Anche il nuoto guadagnò popolarità grazie all’aumento del numero di piscine comunali e alla pubblicità data a personaggi famosi come Gertrude Ederle, che nel 1926 divenne la prima donna a nuotare nel Canale della Manica.

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Negli anni successivi alla prima guerra mondiale, i produttori americani di costumi da bagno giocarono un ruolo importante nel definire le tendenze della moda e nella creazione di un mercato di massa per il costume da bagno alla moda. I primi costumi da bagno Jantzen, erano lavorati a maglia, ma l’innovazione più importante, tuttavia, fu il Lastex, un filato elastico introdotto nel 1931 e che ha presto rivoluzionato l’industria.

Agli inizi degli anni ’40, le donne potevano scegliere tra un’ampia varietà di stili e tessuti e venivano incoraggiate ad avere un guardaroba adatto a diverse attività e occasioni.

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Il primo bikini fu introdotto nel 1946 e negli anni ’50, con la crescente prosperità e l’aumento della quantità di tempo libero, i costumi da bagno divennero più che mai un veicolo di esposizione e fantasia.

Agli inizi degli anni ’60, il cambiamento sociale riguardo all’atteggiamento verso l’esposizione del corpo, unito alla crescente influenza del mercato giovanile, portò una nuova svolta nei costumi da bagno.

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Negli anni ’70 e ’80, un corpo in forma, scolpito e tonico divenne il nuovo ideale. Invece di modellare il corpo, i costumi da bagno e il beachwear alla moda furono progettati per incorniciarlo, rivelarlo ed esaltarlo.

E così giungiamo ai giorni nostri, dove tutto o quasi è permesso e non resta altro che contare solo sul buon gusto delle persone.

Fonti
Cunningham, Patricia. “Costumi da bagno negli anni Trenta: la società BVD in un decennio di innovazione”. Dress 12 (1986): 11-27.
Johns, Maxine James e Jane Farrell-Beck. “Tagliate le maniche: nuotatori delle donne statunitensi del diciannovesimo secolo e il loro abbigliamento.” Dress 28 (2001): 53-63.
Kidwell, Claudia. Costume da bagno e da bagno da donna negli Stati Uniti. Washington, DC: Smithsonian Institution Press, 1968.
Lansdell, Avril. Seaside Fashions 1860-1939. Princes Risborough, Regno Unito: Shire Publications, 1990.
Lenček, Lena e Gideon Bosker. Making Waves: Swimsuits and the Undressing of America. San Francisco: Chronicle Books, 1989.
Martin, Richard e Harold Koda. Splash !: A History of Swimwear. New York: Rizzoli International, 1990.
Probert, Christina. Costumi da bagno in Vogue. New York: Abbeville Press, 1981.

Calma: virtù della verità…

Credo che ricorrere alla calunnia per “togliersi dagli impicci”, concretizzi una delle forme più aberranti della perfidia umana; opportunismo e viltà toccano così, nella calunnia, il loro “fondo” più… basso, vergognoso, sporco.

Tuttavia, l’imprevedibilità della vita rischia, talvolta, di metterci nei guai…

Circostanze sfavorevoli, invidia, pregiudizio, malelingue e quant’altro, di meglio, sappia produrre la natura umana, possono, nostro malgrado, trascinarci nell’abisso insondabile dell’ipocrisia, nel fango dello scandalo.

Ma, potendo contare sulla purezza della nostra coscienza, restiamo saldamente in attesa, serenamente al nostro posto, nella piena fiducia che, prima o poi, la Verità ci riscatterà per ogni umiliazione subita, per ogni “boccone” amaro che abbiamo dovuto ingoiare, nel frattempo…

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Più facile a dirsi, che a farsi…? Siamo d’accordo…; ma è esattamente questo, uno degli insegnamenti presenti nella storiella Zen di oggi…

Ah sì?

Il maestro Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita. Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta. La cosa mandò i genitori su tutte le furie.

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La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.

I genitori furibondi andarono dal maestro, lo insultarono e gli imposero di mantenere la ragazza e il bambino. “Ah sì?” disse lui come tutta risposta. Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai si era perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino e della giovane con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo. Si mise inoltre a intrecciare un maggior numero di stuoie per poter mantenere i due nuovi venuti.

Dopo un anno la giovane − annoiata di vivere con Hakuin − non resistette più, si pentì e disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.


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La madre e il padre della ragazza, cosi come anche i vicini, andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino e la giovane. Hakuin non fece obiezioni.

Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: “Ah sì?”.

a cura di Roberto Pellegrini

Haute Couture Paris: Arte, Artigianalità ed Eleganza

L’edizione Haute Couture Paris per la stagione Autunno-Inverno 2018/19, conclusasi ieri, è stata speciale, in quanto ha segnato il 150esimo anniversario della Fédération de la Haute Couture et de la Mode, l’organo di governo del fashion francese fondato nel 1868.

Poche sono le case che possono vantare l’appellativo di “maisons haute couture” – fra queste quindici sono francesi permanenti tra cui Christian Dior, Chanel, Giambattista Valli, Maison Martin Margiela, Givenchy e sei le straniere tra cui Valentino, Fendi e Giorgio Armani.

Ma la Camera della Moda francese ha ammesso a sfilare ben trentasei nomi incorporando brand ospiti. La categoria “membres invités”, che esiste  dal 1998, serve per permettere a nuovi marchi del lusso, francesi e stranieri, di poter far sfilare le loro creazioni assieme alle grandi maison e di utilizzare la dicitura “couture”.

Collezioni che raccontano universi fatti di tessuti pregiati, ricami preziosissimi, altissima artigianalità. Abiti da sogno che mostrano l’eccellenza degli atelier più prestigiosi del mondo.

 

 

 

Alberta Ferretti Limited Edition

Sempre cariche di femminilità le collezioni di Alberta Ferretti, che anche questa volta propone un’eleganza sensuale. Molto affascinate e di conseguenza piace molto questo guardaroba sexy e alquanto ricercato.

Chanel

Pare quasi un ammonimento quello di Karl Lagerfeld: la storia si ripete e bisogna stare attenti.

Lo stilista porta in passerella una collezione che si rifà agli anni Quaranta, composta per lo più da tailleur con le gonne longuette, diritte a fuso, con l’aggiunta di lunghi spacchi bordati di passamaneria su tessuto bouclé; ricompaiono modelli composti da sette/ottavi  con le maniche aperte e foderate di raso lucido.

Del resto la moda è fatta di continui ricorsi e come ben affermava la stessa fondatrice del brand Coco Chanel:

 “L’eleganza non consiste nell’indossare un vestito nuovo.”
Dior

Oggi che anche il prêt-à-porter ha raggiunto una sofisticata espressione industriale e produce abiti belli e preziosi, la Haute Couture non può rimanere un’espressione dedicata alle élites ma deve essere spiegata per il suo valore di idee applicate alla manualità alle nuove generazioni che sono state portate a pensare, invece, che la moda sia tutta uguale”. Così Maria Grazia Chiuri parla della sua sfilata poco prima che vada in passerella e prosegue: “Siamo troppo chiusi nel nostro presente, il che ci fa perdere un sano legame con il passato e la prospettiva del futuro che non è composto da una serie di attimi. In questo senso un abito di alta moda può essere la proiezione di un sogno che si realizza. Ma non quello che esprime la capacità economica, ma un sogno che si riappropria della valore della realtà, della ricerca, della immaginazione di un futuro”

Giacche Bar con le maniche ad ali di pipistrello, abiti bustier che si allungano in una gonna a pieghe, abiti costruiti con una successione di ruches verticali, mantelle che partono strette sulle spalle e si aprono con larghe pieghe, abiti con i fiori applicati in 3 D, abiti in velluto sabré – tecnica che solo due donne in Francia sanno fare -, abiti costruiti con una sovrapposizione di chiffon, tulle, pizzo e pizzo ricamato tutti in color nudo, tutto questo nella collezione Haute Couture di Dior.

Giorgio Armani Privé

Giorgio Armani osserva l’Arte, l’accoglie, la comprende, la esalta, la crea e la trasforma in abiti, in modo sapiente, geniale, come solo gli italiani sanno fare.

La creatività di Giorgio Armani, attraverso questa sontuosa collezione, invia dall’Italia un messaggio di cultura, di bellezza, di sensibilità.

Dichiara: “Io devo inventare, sono tenuto a farlo. Questo è il mio mestiere. Non faccio questo lavoro per pettinare le bambole. Con questa collezione vorrei indicare alle donne millennials e a quelle che si mascherano da millennials come si veste una donna per essere più bella, più charmante. Anch’io in passato, e proprio per il mio Privé, ho disegnato delle cose bizzarre, ma ho notato che quando una donna non vuole apparire banale e omologata sceglie gli abiti che donano di più al suo aspetto e alla sua personalità. Ora, dopo la confusione creata dai tanti esercizi di stile che hanno trasformato il prêt-à-porter in un continuo streetwear, sento che c’è bisogno di fare chiarezza. Ecco perché ho fatto una collezione che è un po’ una storia della Moda. Che è una Storia importante accanto a tutte le altre Storie”

Tailleur con i pantaloni un po’ larghi in seta o georgette, bustier con gocce di cristallo, gonne lunghe a ampie ricamate con un nodo d’amore in perline, giacche nere con strati di frange turchesi in perline che nascondo il colore sottostante, cappotti portati sopra ai pantaloni, giacche con collier di jais neri incorporati, abiti eleganti come quelli delle donne dei quadri di Boldini, abiti metallici dorati, abiti interamente spalmati con perline di cristallo e poi alcuni dichiarati omaggi ai grandi della Haute Couture francese che lascio a voi scoprire…

A quasi 84 anni Re Giorgio ha ancora voglia di stupire… Chapeau!!!

 

Giambattista Valli

Abiti da cocktail in chiffon di seta drappeggiato e increspato, vestiti di macramé “jardin de fleurs” ricamati e cappotti da cocktail realizzati con estrema bravura fatti con specchi di cristallo, abiti da ballo con tante increspature e volant tagliati corti davanti e a pagoda dietro e… una standing ovation per lo stilista al termine della sfilata.

Fendi Couture

Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi hanno presentato una collezione che si chiama:

 “Indovina che cosa stai vedendo?”

E’ così che in passerella sfilano una giacca costruita con 900 strisce di uno strano tessuto che poi si scopre essere visone rasato, intarsiato e colorato, poi una gonna con 1000 quadrati tagliati e ricuciti, un cappotto che sembra di pelliccia, ma che, oibò, è realizzato tagliando chiffon, e poi un tailleur che sembra di pelliccia maculata e invece no, sono paillettes che mimano il contropelo della pelliccia oppure un abito con gonna in tulle sulla quale sono cuciti 3000 fiori di visone, e per finire due cappotti completamente uguali: uno in velluto e l’altro in ermellino, ma l’effetto è assolutamente identico.

Insomma un inganno per i nostri poveri occhi!

 

Schiaparelli

Elsa Schiaparelli, fondatrice della maison, possedeva fantasia e determinazione da vendere e nella vita quotidiana materializzava la sua affermazione: “La fantasia è un fiore che muore nella passività. Per crescere, ha bisogno di determinazione”.

Ai giorni nostri, la maison è diretta da Bertrand Guyon al quale sicuramente la fantasia non manca e per la collezione Haute Couture le dà libero sfogo creando abiti sui quali si materializza la metamorfosi che molti animali possiedono in natura.

Ecco che troviamo pantaloni e gonne che si sovrappongono, pizzi che “sposano” tulli, in perfetto stile surrealista, caratteristica insita nel marchio stesso.

Givenchy

Battezzata Caraman questa collezione Haute Couture è dedicata dall’odierna direttrice artistica Clare Waight Keller, al couturier Givency, fondatore della maison.

La Keller dichiara che la collezione è una celebrazione “delle ispirazioni creative, del lavoro e dell’innato senso di eleganza” di Hubert de Givenchy, recentemente scomparso. 

Il grande couturier Givency fu uno dei primi che riuscì legare al sua fama al sistema cinematografico, annoverando tra le sue clienti Audrey Hepburn, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Jeanne Moreau, Ingrid Bergman, Lauren Bacall, Jean Seaberg, non solo, ma anche figure come Grace di Monaco, Jacqueline Onassis e Wallis Simpson.

In questa collezione si ritrovano tutti i classici di Givency: l’abito in tessuto argentato con la cappa a mezza tunica bianca sovrapposta, le cappe interamente intessute con le piume, le camicie smoking, le asimmetrie degli abiti lunghi drappeggiati sovrapposti da mezzi abiti lisci e dai mezzi abiti in velluto, stole di piume, abiti intessuti di strass, paillettes e pietre dure.

Speriamo però che Clare Waight Keller ci mostri quanto prima qualche sua idea e non solo il rifacimenti di quanto creò Hubert de Givenchy.

Valentino

Premettendo che sono indiscusse le capacità e la genialità di Pierpaolo Piccioli, così come innegabili sono la qualità dei tessuti e l’altissima artigianalità di realizzazione dei capi, mi sovviene però una riflessione: in questa collezione Haute Couture non vi è un filo conduttore.

Piccioli stesso dichiara: “Ho iniziato a lavorare alla collezione senza pensare a un tema o a un’ispirazione. Non ho costruito un mood board e ho cominciato semplicemente a lavorare. Quando ho capito che stavo mettendo insieme epoche diverse, silhouettes diverse, riferimenti alla mitologia greca, a Pasolini e a Medea, al Rinascimento, al Settecento ho avuto il sospetto che l’insieme non avesse senso. Poi, improvvisamente l’ho trovato. Ho capito di aver messo insieme il senso del mio tempo interiore”.

Nessun filo conduttore, tanto che ogni sarta o sarto ha inventato un nome per l’abito che ha realizzato, si passa, così, da Sogno ad alta voce – una cappa che da una parte ha l’illustrazione di Leda e il cigno e dall’altra quella di Narciso e copre una “tuta Palazzo” in colore ottanio –  a Domenica, a Liza Minnelli – cappa di chiffon completamente paillettata in verde profondo, a Orchidea – giacca di lamé dorato che copre una blusa trasparente rosa con volants alla maniche e i bermuda in verde argilla, ad Amore fuggente,  ecc.

Io, nonostante le standing ovation dei presenti, se mi trovassi al posto di Monsieur Piccioli, la prossima volta sceglierei un tema.