Dico LAVGON e …

dico una bella realtà artigianale all’insegna del consumo consapevole, dell’ecosostenibilità e, soprattutto, della qualità.

Questa sfida nacque nel 2004, quando mamma Michela e le sue due figlie, Lavinia e Carlotta, si resero conto che la loro innata creatività avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di veramente alternativo ed ecco che, nelle campagne della Lomellina, non lontano da Pavia, prese il via questa splendida avventura tutta femminile.

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Sul “tavolo verde” del mercato della moda, loro hanno puntato tutto sulla loro capacità di accostare, reinventare e soprattutto non sprecare; il risultato è: LAVGON, con la sua moda etica composta da capi irripetibili ed unici.

Immerse nel verde della natura dalla quale ogni loro collezione trae ispirazione, questa bella famiglia lavora senza sosta, senza lasciarsi però travolgere da ritmi frenetici.

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Collezione dopo collezione, il brand ha varcato i confini ed oggi ha una distribuzione capillare in Italia, parecchi punti vendita in Europa ed anche in Giappone ed in Australia.

Il punto di forza sta nella qualità dei tessuti proposti (lane morbidissime, lino, canapa, seta, bambù e cotone biologico) e nelle linee non costrittive, quindi svincolate dalle taglie, che rendono duttili i capi che si adattano ad ogni donna.

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Ogni piccolo ritaglio viene riutilizzato, diventando parte di un accessorio o inserto in un’altra creazione, in modo da evitare qualsiasi spreco.

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Ultimissima novità per l’estate 2018, gli spettacolari costumi double face, dal sapore un po’ retrò e dai colori accattivanti, anche questi realizzati con una linea adattabile ad ogni donna. Progetto reso possibile grazie all’inserimento lavorativo come tirocinante di un richiedente asilo che ora ha ottenuto il permesso di soggiorno.

Un brand controcorrente? No, solo una scelta consapevole.

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L’aquilone della vita

“Quando un aquilone ci sfugge dalle mani,
è perché siamo stati maldestri nel “trattenerlo…”
by Roberto Pellegrini

Se l’aquilone è il nostro destino, allora i fili di esso stanno nelle nostre mani ed è indispensabile imparare a muoverli per far volare e librare il nostro aquilone.

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Come spesso accade ci si può sbagliare, mancare l’occasione e lasciarci sfuggire l’opportunità, ma da quell’esperienza si può imparare, correggere gli sbagli e ricominciare a correre di nuovo cercando di far decollare il nostro aquilone.

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Non sempre è facile, i fili si aggrovigliano e gli ostacoli si susseguono, ma non per questo si deve desistere, anzi, tutta la nostra caparbietà deve scendere in campo.

Se pensiamo alla nostra vita ci accorgiamo che è un susseguirsi di scelte che, ovviamente implicano delle responsabilità, ma questo non deve bloccare il nostro desiderio di far volare l’aquilone; in fondo, la vita è come una palestra, quindi per imparare sicuramente si deve sbagliare.

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Tutto sommato credo che sia indispensabile lasciarsi anche un po’ guidare dalle proprie sensazioni, accantonando la razionalità, a volte, l’istinto, che è parte del nostro essere, può essere un buon alleato e soprattutto, dovremmo cercare di accantonare la paura di sbagliare e di far precipitare di nuovo il nostro aquilone.

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Imprescindibile è anche cercare di annientare le influenze esterne e scegliere sempre una strategia da soli, magari andando contro il parere di tutti, se l’aquilone non volerà saremo comunque sereni di aver scelto ascoltando il nostro cuore e nessun altro.

Coraggio! E’ solo una questione di esercizio: facciamo le nostre scelte, restiamo coerenti e cerchiamo, strada facendo, di muovere i fili dell’aquilone sfruttando il vento giusto, guai lasciarsi prendere dalla frustrazione.

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Presunzione…: tanto clamore per nulla!

“Atto o atteggiamento ispirato ad ambizioni o pretese orgogliose e indisponenti.”

E’, questa, una delle tante definizioni di “presunzione”.

La tracotanza è un atteggiamento con il quale, bene o male, tutti noi abbiamo avuto a che fare…

Nella vita di tutti i giorni, nei rapporti interpersonali (molto spesso sul posto di lavoro…), non è raro imbattersi in individui (evidentemente depositari di immanenti verità assolute…), fermamente convinti di avere sempre pronta la spiegazione giusta al momento giusto, quando in realtà, finiscono semplicemente per dare sfoggio di ignoranza, inettitudine e superficialità.

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“La scienza infusa è un dono molto raro!”, diceva mio nonno… E credo proprio che avesse ragione, perché la saggezza “pret-à-porter” non è ancora stata messa in produzione da nessuno, costituendo sempre, in realtà, il risultato di una profonda maturazione interiore, quasi sempre “figlia” di “percorsi” tutt’altro che facili.

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Probabilmente, per evitare certe squallide “esibizioni”, sarebbe sufficiente concentrare le nostre attenzioni non tanto (o non solo…), sulle “pagliuzze” presenti nell’occhio del nostro prossimo, bensì prendere atto di quanto “ospitiamo” nelle nostre cornee… capaci e, talvolta, “corazzate”!

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Leggete con me questa breve parabola Zen…

In un piccolo tempio sperduto su una montagna, quattro monaci erano in meditazione. Avevano deciso di fare una sesshin (*) di assoluto silenzio. La prima sera la candela si spense e la stanza piombò in una profonda oscurità.

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Sussurrò un monaco: “Si è spenta la candela!”.

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Il secondo rispose: “Non devi parlare, è una sesshin di silenzio totale”.

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Il terzo aggiunse: “Perché parlate? Dobbiamo tacere, rimanere in perfetto silenzio!”.

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Il quarto, il responsabile della sesshin, concluse: “Siete tutti stolti, solo io non ho parlato!”.

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(*) una sesshin, che alla lettera significa “riunione di menti”, è un periodo di meditazione intensiva attraverso la pratica di zazen, svolto in un monastero Zen o anche in un altro luogo di pratica, ndr.

a cura di Roberto Pellegrini

Madame Grès, da scultrice mancata a couturier

Madam Grès, nata Germaine Emilie Krebs, da bimba aveva due sogni: diventare scultrice o ballerina, divenne una couturier dal genio inconfondibile. Lei non costruiva le sue collezioni su schemi piatti, ma lavorava su tre dimensioni, drappeggiando metri e metri di stoffa direttamente sul corpo della modella. Insomma non creava un abito, lo scolpiva.

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Non a caso era solita dichiarare: “Voglio essere una scultrice. Per me è la stessa cosa lavorare con il tessuto o con la pietra” e da appassionata di statuaria ellenistica quale era, realizzava abiti scultura.

Ella nacque nel 1903, dotata di un carattere piuttosto autoritario, sin da ragazzina dimostrò di voler farsi da sola. Dapprima decise di sostituire il suo cognome Krebs con Barton, poi cambiò il suo nome Germaine Emilie in Alix e cominciò la sua carriera; quando sposò il pittore Serge Czerefkow, decise di utilizzare per la sua casa di moda un anagramma di alcune lettere del nome del marito: Grés, da qui Madame Grès.

Il destino, però, a volte, gioca brutti scherzi, seppur contemporanea di Coco Chanel, che tutt’oggi risulta una figura assai familiare, Madame Grès, una tra i più importanti couturier del dopoguerra, è rimasta avvolta nel mistero.

Fu insignita di premi importanti, fu presidente de “La Chambre syndicale de la Couture Parisienne”, fu la prima ad essere premiata  “Dé d’Or de la Haute Couture”, fu considerata la donna più elegante del mondo e nel 1980 diventò “Chevalier de la Legion d’Onore” per il suo contributo alla gloria della Francia nel mondo, ma … morì poverissima e sola in un ospizio, dimenticata da tutti, tanto che spesso diceva: “Non so più chi sono”.

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Sembra incredibile, ma spesso la vita ci riserva sorprese, come a Madame Grès, che dopo aver vestito le donne più belle e più ricche del mondo, fu abbandonata a sé stessa.

I suoi meravigliosi abiti realizzati in jersey di seta plissettato, apparentemente semplici, ma nella realtà complessissimi, restano l’unica testimonianza di questa donna straordinaria. E che testimonianza!

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Le Mary Jane, segni particolari: punta tonda e cinturino

Queste scarpe dall’aria innocente e bon ton raccontano una storia che viene da lontano, storia che ha preso il via da un fumetto disegnato da Richard Outcault e che aveva come protagonisti Buster Brown e la sorella Mary Jane, che appunto indossavano scarpette a punta tonda con un laccetto.

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Da quel momento queste scarpe ne hanno fatta di strada e nonostante le svariate rivisitazioni non hanno perso la loro aria romantica e rimangono tra le calzature più amate dalle donne.

Nate con un tacco bassissimo ed indossate con aria innocente da una bimba, accompagnate da calzini bianchi, con il passare del tempo sono diventate, negli anni venti, le scarpe basse più apprezzate dalle donne per ballare ed in seguito è stato aggiunto loro un tacco via via sempre più alto e finanche il plateau.

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Nonostante la loro aria un po’ vintage riescono a coniugare passato e presente e continuano a piacere, mostrando un fascino senza tempo, tanto che noti designer – fra i quali Manolo Blahnik che ha creato la versione Campari – le ripropongono sempre con qualche dettaglio diverso, ma mantenendo i loro segni particolari: punta tonda e cinturino.

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Ovviamente, nonostante siano oggetto di desiderio da parte di quasi tutte le donne, anche le Mary Jane non a tutte stanno benissimo. Se non siete alte, sappiate che la punta tonda tende ad accorciare la gamba o, se avete un piede molto magro, il cinturino potrebbe non aderire perfettamente facendovi sembrare un po’ poco stabili.

Comunque sia, queste iconiche scarpe bene si abbinano a svariati stili, dai più sofisticati ai più anticonformistici, a voi la scelte delle Mary Jane più adatte al vostro look preferito.

L’albero, un simbolo da sempre nell’Arte

Se osserviamo un albero ed il suo variare nelle stagioni, cogliamo da subito che esso può  rappresentare la nostra vera essenza, ossia ciò che siamo oggi e ciò che potremo essere domani, attraverso il nostro percorso quotidiano, con gli infiniti percorsi della vita come le infinite ramificazioni dell’albero.

Soffermandoci a riflettere ci possiamo rendere conto di quanti cambiamenti ed evoluzioni noi siamo potenzialmente capaci. La consapevolezza della nostra natura mutevole può sicuramente esserci d’aiuto affinché tutte le nostre potenzialità possano emergere.

 

Proprio l’albero è un simbolo rappresentato innumerevoli volte nell’arte, in tutti i periodi e universalmente, legato alla nascita, all’energia, alla rigenerazione.

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Troviamo rappresentazioni dell’albero risalenti al IX secolo a.C. in Mesopotamia, per esempio dove l’Albero Sacro era simbolo di ricchezza e fertilità.

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Riproduzioni dell’albero le ritroviamo anche nel periodo egizio e greco.

In Italia un esempio bellissimo è raffigurato in un mosaico bizantino presso la Basilica di San Clemente.

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E poi nel refettorio della Basilica di Santa Croce a Firenze e…

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… a Santa Maria Maggiore a Bergamo.

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Altri esempi li troviamo in culture molto lontane, come in India…

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… od in paesi islamici.

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Arrivando al XX secolo, come non citare le vetrate di Henri Matisse a Vence …

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… di Marc Chagall a Sarrebourg, dove spicca la simbologia dell’amore universale…

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ed il dipinto di Keith Haring

Infine, l’albero più famoso di tutta la storia dell’arte: l’Albero della Vita di Gustav Klimt, che racchiude in sé la gran parte degli aspetti simbolici riconducibili all’albero: rigenerazione, amore, energia, nascita, morte, spiritualità, ossia tutta la vita.

 

 

Perle, forse le prime gemme ad essere apprezzate

La perla, subito dopo essere estratta dalla conchiglia, è pronta per essere indossata, non ha bisogno di trattamenti particolari e forse proprio questo l’ha resa, sin dall’antichità, particolarmente apprezzata.

“Meleagrina margaritifera” è il nome scientifico dell’ostrica perlifera più famosa, una semplice conchiglia contenente al suo interno una meraviglia, un vero tesoro prezioso.

La nascita di una perla naturale è veramente affascinante: un corpo estraneo, per esempio un granello di sabbia o un parassita, entra nel mollusco che per difendersi secerne una sostanza cristallina, chiamata madreperla, intorno all’intruso e la “gestazione” ha inizio, l’ostrica continua a produrre la lucente sostanza sino a ricoprire il corpo estraneo di madreperla, dando origine alla perla.

Queste meraviglie sono state scoperte dai popoli orientali assai prima che da quelli occidentali ed ad esse sono legate molte credenze.

 

Secondo il popolo arabo le perle sono gocce di rugiada cadute in mare durante una notte di luna piena e “bevute” dalle ostriche. Questa leggenda la ritroviamo negli scritti di Plinio dove si legge che le ostriche nel tempo degli amori “si aprono quasi sbadigliassero, si riempiono di rugiada che le feconda e partoriscono poi perle”.

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Plinio il Giovane narra che Pompeo tornò a Roma con un eccezionale bottino di guerra che comprendeva monili ornati di perle, le quali divennero subito di gran moda a Roma, tanto che, l’imperatore Caligola donò al suo cavallo “senatore” una collana di perle e una la regalò alla moglie affinché non fosse gelosa.

Simbolicamente associate per la loro forma perfetta e per il loro candore alla purezza ed alla verginità, le perle acquisirono nei secoli a venire sempre più ammirazione. Ovviamente le perle naturali sono una vera e propria rarità furono quindi sempre appannaggio di nobili ed aristocratici, fino a quando, all’inizio del Novecento, il gioielliere giapponese Kokichi Mikimoto, dopo numerosi tentativi e in seguito a continue sperimentazioni e ricerche, comprese che le ostriche perlifere, inseminate artificialmente, potevano produrre un numero praticamente illimitato di perle perfettamente sferiche, nacquero così le perle coltivate, sicuramente meno rare di quelle naturali, ma altrettanto belle ed apprezzate perché pur sempre considerate un miracolo della natura.

Se avete la fortuna di possederne non tenetele al buio ed indossatele spesso a contatto con la pelle, eviterete cosi di farle ingiallire; pulitele con un panno morbido prima di riporle, mai mescolandole con altri gioielli che potrebbero graffiarle e appena possibile… fatele fare un bagno in mare.