La moda tra il 1930 e il 1940 – La Grande depressione

Alla fine del 1929, quanto si percepirono le prime avvisaglie di crisi della borsa di New York, i compratori americani che si trovavano rientrarono negli Stati Uniti, lasciando le case di moda a corto di ordinativi.

Il settore tessile e dell’abbigliamento fu quello dell’economia francese che più duramente accusò il contraccolpo della crisi, se si considera che nel 1925, l’abbigliamento era una delle più importanti voci delle esportazioni francesi, dieci anni dopo era sceso al ventisettesimo posto.

Nonostante tutto, l’Alta Moda francese conservò la leadership sui mercati internazionali grazie a strategie che denotavano l’adattamento all’accentuazione della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi provocata dalla crisi, esemplificate dalla collezione Les robes d’édition di Lucien Lelong e dalla collezione Bijou de Diamant di Chanel. La prima indicò alle case di moda parigine la strada della diversificazione della produzione nel prêt-à-porter, la seconda invece si rivolgeva al segmento del mercato rappresentato dalla sempre più ristretta élite in cui la ricchezza si era concentrata.

In Italia il Fascismo trasformò la moda in uno strumento di consenso politico. Il Regime contrappose la donna “anticrisi”, che con le sue forme prosperose simboleggiava il benessere garantito dal Fascismo, al modello di femminilità francese, che preferiva la donna esile e longilinea.

Nel 1932 fu fondato in Italia, l’Ente nazionale della Moda con il compito di certificare l’“italianità” della produzione nazionale e di imprimere una direzione unitaria alla politica di valorizzazione e diffusione del prodotto italiano.

La mancanza di materie prime di cui l’Italia soffrì diede ulteriore impulso alla ricerca di soluzioni innovative nell’utilizzo di materiali sostitutivi e artificiali, in particolare nella produzione di accessori e calzature in cui si distinsero Guccio Gucci e Salvatore Ferragamo.

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3 pensieri su “La moda tra il 1930 e il 1940 – La Grande depressione

  1. Che bella Greta Garbo.
    Io ho in casa, appartenevano a mia madre, alcuni indumenti fatti con i tessuti “autarchici” dell’epoca fascista: imitavano la seta, ma erano artificiali, mia madre dicevano che erano di “raion”.

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      • Vero. Avevo anche dei filati da ricamo, stupendi, color ruggine e li ho usati per ricamare delle tovagliette all’americana, in bisso di lino. Gli indumenti sono delle camicie da notte con culottes, che mia madre si era cucite e ricamate per il suo matrimonio. Sono molto belle, colori pastello e pizzi del tipo valenciennes.

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