E per finire… Gemme Organiche – Part. III

L'ambra, l’oro del Baltico (Russia), così come per noi lo è il corallo rosso. L’ambra è una resina fossile indurita, formatasi da una conifera il “Pinus succinefera” (ora estinto), dai due ai cinquanta milioni di anni fa. I latini la chiamavano appunto “succinum” e ancora nel Baltico la chiamano Succinite, la loro “yantar”, ambra in Russo. A volte traslucida, colore giallo o meglio tutte le tonalità e intensità del giallo: arancio, marrone, rossiccia e persino bianco latte, questa detta “ambra reale”. Bellissima anche grezza, (che mi ricorda, infilata a collana, quelle “corone” di fichi secchi che si vedono in meridione, per far seccare appunto i fichi), curativa persino, quella grezza, aiuta a sopportare il dolore alle gengive per i bimbi che devono mettere su i dentini, sovente viene regalata in questa occasione l’ambra da “ciucciare”. L’ambra ha un suo aroma, se si riscalda profuma, ma attenzione è infiammabile e se strofinata, produce elettricità. Inutile dire che le imitazioni si sprecano con plastica, vetro, resine naturali e sintetiche. Ma l’ambra, l’antichissima AMBRA è “pietra” senza età, nobile, calda, elegante, anche con le sue inclusioni, che non sono altro che piccoli insetti o foglie o tutto ciò che la resina della conifera ha inglobato con se, vera pacchia per i paleontologi. E’ il Baltico che ci offre il 90% dell’ambra che si impiega in gioielleria, una volta la maggior quantità arrivava dal porto di Kaliningrad, ma giacimenti di ambra baltica, ora provengono dalla Danimarca, Finlandia, Estonia, Lettonia, Polonia e Germania e da quelle zone “limitrofe”. Anche l’ambra Meso/Americana o quella che proviene dalla Repubblica Dominicana, è speciale nei colori, tutta l’ambra tropicale ha una sua zona di estrazione detta “Amber Valley”. Bellissima e rara quella verde della Columbia. Rara e costosissima ambra è quella BLU o BLU/ROSSICCIA della Repubblica Dominicana, puro splendore per gli occhi!! Aggiungo una chicca, anche per me, perchè non sapevo di questa notizia, senza andare tanto lontano, la nostra bella Sicilia, proprio nella sua punta più sud orientale, ha una costa che viene chiamata “costa dell’ambra” in prossimità del fiume Simeto, dove dal 1984 si è ritrovata una splendida, rara ambra detta appunto SIMETITE, dal bellissimo colore scuro rossastro/bluastro, quasi come quella Dominicana. Ancora un piccolo accenno alla COPALE, simile all’ambra, ma più “giovane”, ha un aspetto più opaco e lattiginoso, più fragile e ricca di inclusioni, ovvero insetti o simili, perfettamente conservati tanto che, se la si fa sciogliere in etere o benzina, si possono recuperare gli insetti. Bellissima anche questa, diciamo più etnica, tanto che è solitamente tagliata in pezzi molto grandi, in Tibet, le donne si adornano con questa resina, pesa pochissimo e non devono reggere nessun peso, come d’altronde anche per l’ambra, che è leggerissima, provare per credere. Non mi rimane che farVi conoscere il GIAIETTO Sapete come lo chiamano anche il giaietto? Lo chiamano “l’ambra nera”! Si perché innanzitutto è nero, una volta lucidato e spazzolato esibisce un lustro che non teme il tempo e come l’ambra è leggerissimo. Non è una resina, è una varietà di lignite, simile al carbone ma più duro, resto fossile di foreste millennarie che si trovano lungo le scogliere di Whitby, nello Yorkshire in Inghilterra. Peraltro località amena, con una bellissima spiaggia, nella quale passeggiando potete imbattervi in pietre (fossili anche queste) di ammonnite, che sono anche e oltretutto lo stemma di questa cittadina famosa per i suoi fossili. Tornando al giaietto, fu proprio il periodo Vittoriano a dargli fama in tutto il mondo. La regina Vittoria aveva parecchi esemplari di gioielli in giaietto, anche perché essendo nero fu fonte di produzione per farne “perle” nere come ornamento per circostanze funebri. A Whitby, dove esiste il più rinomato giaietto al mondo, si trova anche un museo che custodisce una vasta collezione di giaietti corredati dalla relativa storia dei pezzi. E’ prezioso per la sua storia e il suo prezzo è abbordabile, certo non arriva a costare quanto l’ambra. Interessante “pietra”.

Givenchy’s Gentlemen only Parisian Break

Givenchy's Gentlemen only Parisian Break è un qualcosa di raro. Una bottiglia da lasciare di stucco con tanta grazia all'interno. Non mi è mai successo di cominciare a parlare di un profumo partendo dalla bottiglia, ma questa volta... si farebbe un vero torto. Trasparente, con una serigrafia della Ile Saint-Luis e le rive della Senna in toni turchesi veramente elegantissima avvolge il fruitore ancora prima che costui abbia avuto modo di vaporizzarsi con un soffio di questo profumo tipicamente parigino. Si viene immediatamente trasportati sotto un cielo soleggiato di Parigi, in strade acciottolate e avvolti dallo scorrere della Senna. Incantevole!!! Le note iniziali agrumate grazie al limone petit grain e alla menta nepalese, nel cuore le note aromatiche della salvia e alla fine le note legnose del vetiver che getta il suo incantesimo rendendo la fragranza inebriante e sensuale. Disponibile in edizione limitata.

Si rievoca la Dolce Vita a Milano

Presso la Galleria AICA / Andrea Ingenito Contemporary Art di Milano, dal prossimo 21 Settembre sino al 5 novembre si rievocherà il mitico periodo della Dolce Vita romana attraverso le opere di tre famosi artisti italiani: Giosetta Fioroni, Mimmo Rotella e Mario Schifano. Ognuno di questi artisti, in modo diverso, seppero testimoniare un periodo dorato e leggendario. A Roma, dopo essersi ripresi dalla Seconda Guerra Mondiale, in pieno boom economico, la voglia di vivere e di godersi le bellezze della città storica esplode in modo perentorio. Nella capitale transitano artisti, attori, registi, intellettuali fra i quali Moravia, Pasolini, Fellini e tanti altri. E' in questo periodo che Giosetta Fioroni comincia ad esporre le sue tele realizzate con colori industriali, ricchi di simboli sovrapposti e cancellati. La Fioroni è l'unica donna della Scuola di Piazza del Popolo ed inaugura nel 1964 la stagione della Pop Art italiana ed espone anche alla Biennale di Venezia, nel medesimo anno, insieme ad un gruppo di artisti fra i quali Mario Schifano. Quest’ultimo, che aveva frequentato la factory di Andy Warhol riversa nei suoi lavori tutta l’esperienza statunitense elaborando a suo modo i temi dei colleghi americani, dallo stesso Warhol a Lichtenstein, toccando talvolta l’espressionismo di Robert Rauschenberg o con richiami New Dada alla Jasper Johns. Boom economico equivale a pubblicità ed ecco che la forma del manifesto diventa per Mimmo Rotella la chiave per esprimere la sua arte: il dècolagge, cioè l’applicazione sulla tela di pezzi di manifesti strappati per strada. Di notte Rotella strappa non solo manifesti, ma anche pezzi di lamiera dalle intelaiature delle zone d'affissione del Comune di Roma. Milano rievoca la Dolce Vita attraverso questa mostra dove sarà possibile visionare alcune delle significative opere di questi tre personaggi che hanno saputo esprimere il desiderio di vivere e di divertirsi di quel periodo, guardando al futuro con ottimismo.

Gemme organiche – Part. II

Conosciamo il corallo, il nostro oro rosso. Ebbene sì, così viene chiamato questa meraviglia organica che ci regala il mare. Vorrei perdermi in mille racconti per narrarvi di questa bellezza, ma come sempre vi darò il là…e starà a voi approfondire, perché c’è tanto da scoprire. E dunque parto dal nostro corallo, il corallo RUBRUM rosso rubino, che è solo nostro patrimonio, ma che ora si pesca nella maggior parte dei casi ancora abbondante in Sardegna, ad Alghero la “Riviera del Corallo” dagli stessi corallari di Torre del Greco, a cui spetta il primato assoluto per la lavorazione del corallo. Fu proprio un certo Signor Paolo Bartolomeo Martin, marsigliese ma con origini genovesi, che trapiantatosi a Torre del Greco, fondò nel lontano 1805, il primo laboratorio per la lavorazione del corallo nobile e, per la sua capacità, si iniziò ad incidere il corallo su cammeo ed in seguito, ad incidere il cammeo su conchiglia. Altre città partenopee dove si svolgeva una fiorente pesca al corallo sono state Trapani, dove oggi presso il Museo regionale Agostino Pepoli, si possono ammirare opere dei maestri trapanesi del tempo che fu e Sciacca, in Sicilia, il corallo di Sciacca unico per colore, dal rosso/arancio, salmone fino ad un rosa pallido il cosiddetto “pelle d’angelo”. Come ciliegina sulla torta vi annoto ancora due notizie, che questa volta, copio e incollo così come le ho lette. Il corallo è un antichissimo amuleto di valore apotropaico per i neonati, ancora oggi diffuso. Secondo la tradizione pagana i rametti appuntiti infilzavano il malocchio lanciato per invidia, mentre per i cristiani il suo colore rosso ricordava il sangue di Cristo, infatti veniva usato già nel medioevo per i reliquiari della Croce. Il corallo assumeva così la valenza di simbolo della doppia natura di Cristo, umana e divina. Per questo si trova in numerosi dipinti rinascimentali, come la Madonna del solletico di Masaccio, la Madonna di Senigallia e la Pala di Brera di Pietro della Francesca. Secondo Ovidio (Metamorfosi, IV, 740-752) il corallo rosso nacque dal sangue di una delle Gorgoni, Medusa, quando Perseo la decapitò. Le Gorgoni avevano la capacità di pietrificare con lo sguardo, e il sangue di Medusa, al contatto con la schiuma creata dalle onde, pietrificò alcune alghe che col sangue divennero rosse. Ma cos’è il corallo? Il corallo è l’albero del mare, il suo scheletro è formato da calcio carbonato ed è composto da microorganismi, i celenterati (forma a cilindro), vive in colonie, fissato in fondo al mare e diventa duro come la pietra assumendo forme e colori affascinanti. Oltre al corallo rosso del Mediterraneo, ha un ruolo molto importante il pescato che arriva dal Giappone, dai cespi piuttosto grandi e spessi (non sono da paragonare al nostro), ma sia quello rosso, che quello rosa che quello bianco, godono di pregio e molto spesso sono proprio i maestri corallari di Torre del Greco a scolpirli per i nipponici. Esistono comunque altre specie di corallo, ma è improprio chiamarlo così, si tratta infatti di madrepora, che pur essendo imparentata con il corallo, è più spugnosa o porosa. C’ è pure il corallo bamboo, che ha una struttura con “nodi” ed è più pesante del corallo, questo viene tinto, in natura è “bianco”. C’è poi la madrepora Oculata o corallo bianco e ancora l’Heliopora Coerulea o corallo blu. Tutti e due si trovano in profondità elevate negli oceani, dove non sono raggiunti dalla luce, ragione del loro colore. Sono molto belli anche con le loro porosità, che denotano la loro natura. Ne esiste poi una variante NERA, ma è protetta, non si può pescare e una variante DORATA, di questa no so dirvi molto, se non che esiste.

Belgio e Giappone, 150 anni di amicizia

Il Tappeto di Fiori, organizzato ogni due anni (anni pari), realizzato sul pavè della Grand Place di Bruxelles celebra quest'anno i 150 anni di amicizia fra Belgio e Giappone. Il tappeto di fiori è composto da 600.000 begonie colorate, disposte da abili mani di giardinieri volontari in una composizione raffigurante fiori, uccelli, vento e luna. L'arazzo trae ispirazione dalle rappresentazioni illustrative giapponesi che simboleggiano il mutare delle stagioni e il passaggio del tempo. Un'associazione senza scopo di lucro riunisce architetti, grafici, designer e giardinieri e ogni due anni, realizza un puzzle gigante ed emozionante in meno di un giorno di lavoro, ogni volta con un tema diverso. Così descrive l'illustrazione di quest'anno, Masafumi Ishii, Ambasciatore del Giappone in Belgio: ‘Il tappeto di fiori in mostra nel 2016, mostra la natura nella tradizione giapponese con i suoi numerosi buoni talismani portafortuna: fiori, uccelli, il vento e la luna che sono i simboli della bellezza naturale (kacho- Fugetsu); koi (carpe giapponesi) rappresentano la forza e la crescita; alberi di pino e bambù sono segni di buon auspicio; ed i fiori di ciliegio, ovviamente. ‘ Un fiorista in pensione descrive che vi sono piccole linee disegnate dappertutto e che fanno da guida per la disposizione dei fiori: qui rosa, qui blu, là bianco, in un turbinio di colori che a lavoro realizzato emozionano i visitatori e che varrebbe la pena di vedere almeno una volta nella vita.

Giò e Gingilli

Maria Giovanna, Giò e Gingilli il suo pseudonimo, vive a Verona da circa 6 anni, ma è nata a Milano, cresciuta in Sardegna e sposata in Umbria! E' una "gingillatrice doc", le sue creazioni nascono dal nulla e prendono vita, ispirate da un'emozione. Racconta che quando comincia a creare lascia libero sfogo ai pensieri e al cuore, si muove spinta dalle sensazioni e dai sentimenti, libera la mente e comincia a sperimentare, provare e riprovare, affinare, osservare e ricercare. Adora trasformare i materiali, unirli, combinarli tra di loro fino a realizzare oggetti che abbiano anche funzionalità. Racconta che sin da quando era bambina amava ingegnarsi per realizzare oggetti per le sue bambole, ha continuato a coltivare il suo hobby, poi per puro caso, le fu offerta una collaborazione per la realizzazione di oggetti da esporre in un negozio. Il suo motto, il suo pensiero, il suo fare si sintetizza in questo motto: Ogni piccola imperfezione lungi dall'essere un difetto è testimonianza dell'artigianalità del prodotto. La perfezione meccanica ovviamente nell'handmade non esiste, ma è proprio questa la meraviglia dell'artigianalità. Lavora prevalentemente con carta e stoffa, ma è molto curiosa verso nuove tecniche e verso nuovi materiali, insomma la sua "arte" è un continuo divenire e proprio per la spontaneità, la ricerca e la varietà i suoi gingilli trasmettono emozioni. Ogni suo manufatto racconta di lei, anzi è una parte di lei.

Finalmente disponibile…

... la raccolta di Haiku "Amore e Vento - 111 Haiku - tra Mare e Passione". Ve ne avevo recentemente parlato ed avevo incontrato l'Autore Roberto Pellegrini, per conoscere meglio l'approccio dello stesso verso questa forma di poesia giapponese, così antica e così attuale, oserei dire eternamente affascinante nella sua solo apparente semplicità. L'e-book è disponibile nel Book Store del sito dell'Autore http://www.takeneed.com accompagnato da un file audio che rende fruibile il libro in completo relax. Nel libro trovate altresì dodici tavole graficamente elaborate che fanno da filo conduttore alla lettura.

Una perla da guinness dei primati.

Un'"opera d'arte" della natura veramente incredibile è stata trovata nelle Filippine: una perla gigante di più 34 chili, 61 centimetri di larghezza per 30 di lunghezza. Questo gioiello è stato pescato circa 10 anni fa da un pescatore filippino che, sottovalutandone il valore, lo ha custodito sino ad oggi, attribuendogli solo un valore ben augurante. Oggi questa perla è in attesa di essere riconosciuta come la perla naturale più grande del mondo, infatti supera decisamente l'attuale detentrice del record: la perla Lao Tzu che pesa solo (si fa per dire) 6,4 kg. Stupefatti gli agenti ai quali il pescatore ha portato questa meraviglia.

Un’impressione sbagliata

Non riuscivo a sopportarla. No, proprio non potevo tollerare quell'aria altezzosa, quasi schizzinosa, dipinta sul viso della signora Priori che, ogni qualvolta passasse davanti alla mia guardiola, sembrava volesse rinfacciarmi il fatto di essere io, il portinaio di un elegantissimo condominio, e lei la direttrice della banca più importante della città. A volte avevo la netta impressione che volesse farmi sentire compatito e tollerato dal prestigio che si respirava (aria pesante e quantomai fasulla), in ogni angolino del palazzo, perfino nel sottoscala. Non so quante volte sono stato sul punto di esplodere, di fermarla; di afferrarla per quelle sue spalle rinsecchite e di chiederle, guardandola fissa negli occhi, che cosa mai le avessi fatto, chi credesse di essere per squadrarmi ogni volta in quel modo. Ricordo che ne parlai anche con Alfonso, il portinaio del condominio di fronte, anche lui prossimo alla pensione, ma ebbi l'impressione che non prendesse sul serio il mio sfogo: - Cosa vuoi che ti dica, caro Nicola – mi disse soffiandosi il naso – Sono persone fatte così...! Accidenti al raffreddore - Mi convinsi di non essere riuscito a descrivere il mio profondo imbarazzo; anche per questo, forse, Alfonso mi sembrò seccato, a un certo punto, di starmi a sentire. Cambiai discorso, allora, e scivolai nella più banale delle conversazioni: - E a casa, Alfonso, stanno tutti bene? - , domandai. - Eh..., ah sì..., sì grazie, Nicola: tutti bene... sì! C'è Francesco che mi fa arrabbiare un po', ma per il resto va tutto bene, sì; proprio tutto bene! -, rispose lui fissando una chiave che teneva con entrambe le mani. Francesco è il più piccolo dei quattro figli di Alfonso; in quel periodo, se non vado errato, frequentava la seconda elementare ma, a quanto ne sapevo, non era proprio entusiasta di dover passare le mattinate, anche quando c'era il sole, chiuso tra quattro vecchi muri, incollato ad un banco zoppo ad ascoltare per ore i discorsi e le belle parole della signorina Paola. Povera maestra: quel Francesco la faceva davvero tribolare; tra scherzi, urla e quaderni strappati era un vero flagello da mettere in riga! - Beh, Alfonso, devi capire …, - obbiettai, mentre ricaricavo il mio orologio da taschino, - Francesco è un ragazzino vispo; allegro, spensierato: come puoi pretendere che, alla sua età, se ne stia zitto zitto e senza muoversi per quattro ore filate? E poi, vecchio mio, non tutti sono portati allo studio! - . Non l'avessi mai detto: Alfonso si alzò di scatto; pagò il suo caffè (e il mio), e si allontanò in fretta. - Arrivederci Nicola! - mi disse senza voltarsi, - Ci vediamo stasera. - e mi piantò in asso, come si fa con i seccatori ostinati, senza nemmeno darmi il tempo di ringraziarlo e di salutarlo a mia volta. C'è poco da dire, ho fatto proprio bene a non mettere su famiglia: se soltanto immagino i problemi che quel poveraccio di Alfonso deve risolvere (ammesso che ci riesca, poi), ogni santo giorno …, mi sento mancare l'aria! Un pomeriggio passeggiavo davanti al portone e già assaporavo la gioia che avrei provato nei prossimi due giorni, visto che la signora Priori era dovuta partire, per raggiungere non so chi e non so dove, e si sarebbe trattenuta lì. - Nicola, Nicola! - , mi sentii chiamare. Era quel birbante di Francesco. - Cosa c'è, Francesco; non sei a scuola? -, domandai. - Ma la scuola è chiusa di pomeriggio..., non lo sai? -, ridacchiò lui tutto contento. - Certo, certo che lo so, ma non ci pensavo! -, mi giustificai prontamente. Per essere sincero non mi aspettavo questo incontro, anche perché Francesco non veniva mai a giocare qui, in strada: c'era un bel cortile per divertirsi, nel condominio di fronte. - Cosa vuoi, Francesco? Non ti va di giocare con gli altri bambini, nel cortile? - chiesi curioso. Di tutta risposta Francesco inizio a sommergermi di numeri, in una cantilena regolare che mi lasciò di stucco: - Cinque per uno è uguale a cinque, cinque per due è uguale a dieci; cinque per tre è uguale a quindici...! -, continuava imperterrito, battendo col piedino sul marciapiede. Ero allibito e certamente non sarei mai riuscito a spiegarmi il comportamento del piccolo Francesco, se non mi fossi accorto che il bambino, di tanto in tanto, tra un numero e l'altro, lanciava furtivo occhiate al portone dirimpetto, dove potei notare, immerso nella penombra dell'andito, Alfonso, che se ne stava attento a godersi lo spettacolo. Quella frase che, qualche giorno prima, avevo buttato lì tanto per riempire una conversazione che non prometteva niente di buono, doveva aver talmente scosso l'orgoglio di Alfonso, dell'Alfonso padre, voglio dire, che voleva, adesso, farmi capire che il suo Francesco non era meno intelligente di tutti gli altri marmocchi della sua età. - Hai visto? Sono bravo? Eh, Nicola? -, incalzava Francesco tirandomi la giacca. - Sì, davvero bravo! -, gli risposi carezzandogli i capelli, - Dì a papà che sei proprio uno scolaretto modello! -. Francesco sorrise e se ne ritornò di corsa nel suo cortile, e da sua padre. Se fossi stato commosso o divertito, non saprei dirlo..., forse tutt'e due le cose. Quei due giorni passarono in fretta e la mattina del terzo eccola di nuovo: la signora Priori. Quel suo viso ben truccato; il sopracciglio lievemente alzato; insomma quell'aria scanzonatoria insopportabile mi fece uscire di me: - Signora Priori …! -, la chiamai seccato. - Buongiorno, signor Nicola. C'è qualcosa che potrei fare per lei? -, mi rispose sfilandosi un guanto. La sua inaspettata gentilezza; i modi garbati del suo dire mi frastornarono un istante e mi accorsi, mentre la guardavo in viso, che la sua bocca si storceva leggermente da un lato, nel parlare, così come quel sopracciglio tanto intollerabile, sembrava forzatamente trattenuto in quella fastidiosa posizione. Una paresi, dunque..., una disgraziatissima paresi facciale era la causa di tutto il mio risentimento verso quella persona. - Signor Nicola, mi scusi...! C'è qualcosa che non va? -, insistette la signora, notando il mio imbarazzo. Non sapevo più cosa dire; dove nascondermi: ero così deciso a cantargliene quattro, a farla finalmente finita con questa assurda situazione, che non ero preparato a dovermi sobbarcare, da solo, tutto il peso di un errore così penoso; di una valutazione così avventata e superficiale, che mi aveva autorizzato a sentirmi il più maltrattato dei pover'uomini e che ora, alla luce dei fatti, mi faceva sentire un bambino viziato già stufo della sua bicicletta nuova. Mi vergognai profondamente e non riuscii a spiegare nulla alla ignara signora Priori, o forse non volli farlo... - Oh, niente, signora! Sono contento di rivederla -, replicai cercando nervosamente nelle mie tasche qualcosa che non c'era mai stato. - Anch'io, caro Nicola! Arrivederci! - , mi salutò indugiando qualche attimo. - Buongiorno a lei, signora! Buongiorno a lei! - by Roberto Pellegrini Capita spesso di illudersi che le impressioni che abbiamo entrando in contatto con chi ci circonda siano sempre corrette, non teniamo in considerazione che, non di rado, le apparenze possono ingannare e dovremmo abituarci a valutare bene, prima di farci un'idea. Spesso la prima impressione può ingannare e veniamo spinti a dare giudizi affrettati, senza valutare bene le circostanze. Dobbiamo fare lo sforzo di guardare sempre oltre "la siepe", ... ... di valutare chi ci circonda non solo partendo dall'impressione che ne abbiamo in prima battuta o senza prendere in considerazione tutti gli aspetti. Giungere a conclusioni sbagliate, potrebbe metterci nella condizione di avere una visione distorta della realtà. Valutare con attenzione, senza essere precipitosi, ci permette di osservare da più prospettive prima di trarre conclusioni ed emettere dei giudizi non corretti; quindi non fermiamoci alle apparenze, traendo impressioni sbagliate.

Nella vita gli errori si pagano…

... ma molte cose ci insegnano. Un giorno Merleau Ponty andò a trovare il suo amico Jean Paul Sartre in una clinica dove il filosofo era ricoverato per aver rotto una gamba durante un'escursione in montagna. «Se avessi preso una guida ora non saresti in queste condizioni» disse Merleau Ponty. Già, ma Sartre non aveva preso una guida ed ora si trovava in clinica con una gamba rotta. Aveva commesso un errore, chi non ne commette! Immobile in clinica pagava il suo errore. Gli errori si commettono, sono inevitabili, hanno conseguenze, spesso conseguenze che durano nel tempo, a volte conseguenze irreparabili, pesanti. Noi siamo i peggiori giudici di noi stessi e non sempre dopo aver commesso un errore riusciamo ad interiorizzarlo da subito. Quasi sempre le decisioni sbagliate risuonano nella nostra testa e non riusciamo a perdonarci, ci concentriamo su di esse, pensiamo di essere in grado solo di fallire e dimentichiamo che spesso un errore è anche il frutto di circostanze e di contesti, di stati emotivi particolari. E’ necessario sforzarsi di ragionare e modificare il nostro atteggiamento mentale e raggiungere la consapevolezza di quel che è successo, di quel che ci è successo. Dagli errori abbiamo modo di imparare molto, pagando in prima persona; purtroppo non possiamo tornare indietro, ma sicuramente possiamo far tesoro dell'esperienza negativa, crescere, maturare e imparare molto. Certo prendere coscienza di aver commesso un errore scatena emozioni difficili da gestire come rabbia e tristezza. Le voci della mente non tacciono mai: "Perchè l'ho fatto?" - “Come ho potuto agire in questo modo?” - “Cosa sarebbe successo se…?”. Notti e giorni interi durante i quali nella nostra mente queste domande si ripetono in continuo. Sicuramente non possiamo tornare indietro e spesso non potremmo riparare all'errore commesso, ma sicuramente, se non ci lasciamo sopraffare, avremo acquisito un'esperienza che ci permetterà di avere un atteggiamento diverso in futuro e di sbagliare sempre meno. Molti episodi della nostra vita, vorremo proprio dimenticarli, mettere fine a quel dolore che il ricordo degli stessi ci procura, ma purtroppo non è l'oblio la strada giusta, molto meglio ammettere i propri errori e con coraggio ricominciare, cercando di curare al meglio le ferite, perchè le sofferenze fanno parte della nostra vita e hanno senso per il nostro sviluppo personale. Il passato non si può più cambiare, non possiamo controllarlo né modificarlo, le uniche cosa che possiamo migliorare sono il nostro presente ed il nostro futuro, forti degli errori commessi nel passato. Con gli errori maturiamo esperienza, essa ci fa crescere perchè così è la vita. Gli errori ci insegnano che la vita è una lotta continua, va combattuta con attenzione. In questo percorso una carezza alla nostra anima da parte della persona amata ha il potere di rigenerarla, placa le nostre paure, addolcisce gli spigoli delle nostre incertezze e fonde i limiti tra noi e l’altro. Ci sono carezze che arrivano in fondo all'anima e solo noi possiamo scegliere la persona che ha il diritto di accarezzarci l'anima.