Un’impressione sbagliata

Non riuscivo a sopportarla. No, proprio non potevo tollerare quell’aria altezzosa, quasi schizzinosa, dipinta sul viso della signora Priori che, ogni qualvolta passasse davanti alla mia guardiola, sembrava volesse rinfacciarmi il fatto di essere io, il portinaio di un elegantissimo condominio, e lei la direttrice della banca più importante della città.

A volte avevo la netta impressione che volesse farmi sentire compatito e tollerato dal prestigio che si respirava (aria pesante e quantomai fasulla), in ogni angolino del palazzo, perfino nel sottoscala.

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Non so quante volte sono stato sul punto di esplodere, di fermarla; di afferrarla per quelle sue spalle rinsecchite e di chiederle, guardandola fissa negli occhi, che cosa mai le avessi fatto, chi credesse di essere per squadrarmi ogni volta in quel modo.

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Ricordo che ne parlai anche con Alfonso, il portinaio del condominio di fronte, anche lui prossimo alla pensione, ma ebbi l’impressione che non prendesse sul serio il mio sfogo:

– Cosa vuoi che ti dica, caro Nicola – mi disse soffiandosi il naso – Sono persone fatte così…! Accidenti al raffreddore –

Mi convinsi di non essere riuscito a descrivere il mio profondo imbarazzo; anche per questo, forse, Alfonso mi sembrò seccato, a un certo punto, di starmi a sentire. Cambiai discorso, allora, e scivolai nella più banale delle conversazioni:

– E a casa, Alfonso, stanno tutti bene? – , domandai.

– Eh…, ah sì…, sì grazie, Nicola: tutti bene… sì! C’è Francesco che mi fa arrabbiare un po’, ma per il resto va tutto bene, sì; proprio tutto bene! -, rispose lui fissando una chiave che teneva con entrambe le mani.

Francesco è il più piccolo dei quattro figli di Alfonso; in quel periodo, se non vado errato, frequentava la seconda elementare ma, a quanto ne sapevo, non era proprio entusiasta di dover passare le mattinate, anche quando c’era il sole, chiuso tra quattro vecchi muri, incollato ad un banco zoppo ad ascoltare per ore i discorsi e le belle parole della signorina Paola. Povera maestra: quel Francesco la faceva davvero tribolare; tra scherzi, urla e quaderni strappati era un vero flagello da mettere in riga!

– Beh, Alfonso, devi capire …, – obbiettai, mentre ricaricavo il mio orologio da taschino, – Francesco è un ragazzino vispo; allegro, spensierato: come puoi pretendere che, alla sua età, se ne stia zitto zitto e senza muoversi per quattro ore filate? E poi, vecchio mio, non tutti sono portati allo studio! – .

MONELLO

Non l’avessi mai detto: Alfonso si alzò di scatto; pagò il suo caffè (e il mio), e si allontanò in fretta.

– Arrivederci Nicola! – mi disse senza voltarsi, – Ci vediamo stasera. – e mi piantò in asso, come si fa con i seccatori ostinati, senza nemmeno darmi il tempo di ringraziarlo e di salutarlo a mia volta.

C’è poco da dire, ho fatto proprio bene a non mettere su famiglia: se soltanto immagino i problemi che quel poveraccio di Alfonso deve risolvere (ammesso che ci riesca, poi), ogni santo giorno …, mi sento mancare l’aria!

Un pomeriggio passeggiavo davanti al portone e già assaporavo la gioia che avrei provato nei prossimi due giorni, visto che la signora Priori era dovuta partire, per raggiungere non so chi e non so dove, e si sarebbe trattenuta lì.

– Nicola, Nicola! – , mi sentii chiamare.

Era quel birbante di Francesco.

– Cosa c’è, Francesco; non sei a scuola? -, domandai.

– Ma la scuola è chiusa di pomeriggio…, non lo sai? -, ridacchiò lui tutto contento.

– Certo, certo che lo so, ma non ci pensavo! -, mi giustificai prontamente.

Per essere sincero non mi aspettavo questo incontro, anche perché Francesco non veniva mai a giocare qui, in strada: c’era un bel cortile per divertirsi, nel condominio di fronte.

– Cosa vuoi, Francesco? Non ti va di giocare con gli altri bambini, nel cortile? – chiesi curioso.

Di tutta risposta Francesco inizio a sommergermi di numeri, in una cantilena regolare che mi lasciò di stucco:

– Cinque per uno è uguale a cinque, cinque per due è uguale a dieci; cinque per tre è uguale a quindici…! -, continuava imperterrito, battendo col piedino sul marciapiede.

Ero allibito e certamente non sarei mai riuscito a spiegarmi il comportamento del piccolo Francesco, se non mi fossi accorto che il bambino, di tanto in tanto, tra un numero e l’altro, lanciava furtivo occhiate al portone dirimpetto, dove potei notare, immerso nella penombra dell’andito, Alfonso, che se ne stava attento a godersi lo spettacolo.

Quella frase che, qualche giorno prima, avevo buttato lì tanto per riempire una conversazione che non prometteva niente di buono, doveva aver talmente scosso l’orgoglio di Alfonso, dell’Alfonso padre, voglio dire, che voleva, adesso, farmi capire che il suo Francesco non era meno intelligente di tutti gli altri marmocchi della sua età.

– Hai visto? Sono bravo? Eh, Nicola? -, incalzava Francesco tirandomi la giacca.

– Sì, davvero bravo! -, gli risposi carezzandogli i capelli, – Dì a papà che sei proprio uno scolaretto modello! -.

Francesco sorrise e se ne ritornò di corsa nel suo cortile, e da sua padre.

Se fossi stato commosso o divertito, non saprei dirlo…, forse tutt’e due le cose.

Quei due giorni passarono in fretta e la mattina del terzo eccola di nuovo: la signora Priori.

Quel suo viso ben truccato; il sopracciglio lievemente alzato; insomma quell’aria scanzonatoria insopportabile mi fece uscire di me:

– Signora Priori …! -, la chiamai seccato.

– Buongiorno, signor Nicola. C’è qualcosa che potrei fare per lei? -, mi rispose sfilandosi un guanto.

La sua inaspettata gentilezza; i modi garbati del suo dire mi frastornarono un istante e mi accorsi, mentre la guardavo in viso, che la sua bocca si storceva leggermente da un lato, nel parlare, così come quel sopracciglio tanto intollerabile, sembrava forzatamente trattenuto in quella fastidiosa posizione.

Una paresi, dunque…, una disgraziatissima paresi facciale era la causa di tutto il mio risentimento verso quella persona.

Punta del iceberg

– Signor Nicola, mi scusi…! C’è qualcosa che non va? -, insistette la signora, notando il mio imbarazzo.

Non sapevo più cosa dire; dove nascondermi: ero così deciso a cantargliene quattro, a farla finalmente finita con questa assurda situazione, che non ero preparato a dovermi sobbarcare, da solo, tutto il peso di un errore così penoso; di una valutazione così avventata e superficiale, che mi aveva autorizzato a sentirmi il più maltrattato dei pover’uomini e che ora, alla luce dei fatti, mi faceva sentire un bambino viziato già stufo della sua bicicletta nuova.

Mi vergognai profondamente e non riuscii a spiegare nulla alla ignara signora Priori, o forse non volli farlo…

– Oh, niente, signora! Sono contento di rivederla -, replicai cercando nervosamente nelle mie tasche qualcosa che non c’era mai stato.

– Anch’io, caro Nicola! Arrivederci! – , mi salutò indugiando qualche attimo.

– Buongiorno a lei, signora! Buongiorno a lei! –

by Roberto Pellegrini

Capita spesso di illudersi che le impressioni che abbiamo entrando in contatto con chi ci circonda siano sempre corrette, non teniamo in considerazione che, non di rado, le apparenze possono ingannare e dovremmo abituarci a valutare bene, prima di farci un’idea.

Spesso la prima impressione può ingannare e veniamo spinti a dare giudizi affrettati, senza valutare bene le circostanze.

Dobbiamo fare lo sforzo di guardare sempre oltre “la siepe”, …

oltre-la-siepe.jpg

… di valutare chi ci circonda non solo partendo dall’impressione che ne abbiamo in prima battuta o senza prendere in considerazione tutti gli aspetti.

Giungere a conclusioni sbagliate, potrebbe metterci nella condizione di avere una visione distorta della realtà.

Valutare con attenzione, senza essere precipitosi, ci permette di osservare da più prospettive prima di trarre conclusioni ed emettere dei giudizi non corretti; quindi non fermiamoci alle apparenze, traendo impressioni sbagliate.

 

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