Cacciatelo via quell’animale! Cacciatelo via! – by Roberto Pellegrini

Non sono mai riuscito a riposare, dopo pranzo, neanche quando ero bambino: ricordo ancora i rabbuffi di mio padre quando, stanco dopo il lavoro in ufficio, cercava di dormire un paio d’ore almeno, mentre io, del tutto sordo ai suoi richiami, correvo e saltellavo per la casa senza il minimo rispetto per lui.

E adesso, dopo tanti anni, ormai sicuro di tutto ciò che è “il rispetto” altrui, pur vivendo da solo e per questo immerso in una pacata quiete, non posso immaginare di volermi arrendere a quel riposo pomeridiano…, neanche avessi appena sostenuto un’estenuante prova; anche perché, in fondo, mi sono abituato a dividere con me stesso il peso di una tavola vuota e di una casa assopita.

Per questo tutti i giorni, o almeno quando il tempo me lo consente, appena dopo aver pranzato mi piace rifugiarmi sul balcone, non quello dello studio, che dà sul cortile, ma quello del salone che si affaccia discreto su Piazza Garibaldi.

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E, come sempre, mi ritrovo ad incrociare lo sguardo come quello fermo e austero di Garibaldi, così fiero su quel cavallo, ormai imbrunito e per nulla stanco di sorreggere, da chissà quanti anni, l’importanza di un tale personaggio.

Sono affezionato a quel volto: è rassicurante la sua presenza; quando è giorno di mercato e tende e tendoni invadono la piazza, tra il vociare confuso della gente, non posso fare a meno di sorridere nello scorgere quella sua inconfondibile espressione, non saprei se tollerante o spazientita, come se per quella mattina ci avesse permesso di affollare disordinatamente la piazza…, la sua piazza!

Chissà, poi, quanti e quali segreti gli sono stati incautamente confessati dalla gente che, ingenuamente incurante della sua presenza, corre a cercare intimità ai suoi piedi; a parlare fitto-fitto di questa o quell’altra persona e di affari più o meno immacolati.

A quest’ora della tarda mattinata, per la verità, di gente in giro ce n’è poca: qualche ragazzo attraversa correndo la piazza con la borsa della scuola in spalla; Antonio, il vecchio postino del paese, torna a casa in bicicletta e, come d’abitudine, mi saluta con un cenno del capo che, prontamente, gli restituisco.

E torno ad immergermi nel miei pensieri.

Ricordo una domenica mattina, credo fossimo in Luglio; la piazza splendeva di un magnifico sole e le urla festose dei ragazzini usciti dalla Chiesa si confondevano con il suono allegro delle campane.

Io ero appena rincasato con il giornale e mi apprestavo a pranzare, ma un grido attirò la mia attenzione:

Correte…., correte! Venite a vedere!”.

Mi affacciai dal balcone del salone ma, evidentemente, tutti si erano già riversati nel cortile interno; chiedendomi cosa mai potesse essere accaduto mi diressi al terrazzino dello studio.

Guardate, guardate lì dentro!” urlava tutto eccitato Mario, il più vivace di tutti quei marmocchi.

Mario….! Cosa stai combinando? Vieni su, muoviti!” era sua madre, la signora Lucia che, asciugandosi le mani con uno straccio visibilmente lacero, richiamava il figlio senza, tuttavia, esserne convinta ma, al contrario, curiosa di sapere, forse più degli altri, cosa mai ci fosse di così strano da vedere.

Io non vedo proprio un bel niente…, perché: cosa c’è?”, chiese Michele manifestando una sottile incredulità, comune anche agli altri bambini.

Ma cosa non vedi niente? Sei il solito tonto, tu! Sì mamma…., arrivo. Ancora un momento!”, replicò Mario un po’ seccato mentre, mettendosi carponi indicava qualcosa che, per ora, aveva visto solo lui.

Dai bambini, toglietevi.” intervenne il signor Ghezzi, padre di Michele, “e tu Mario vuoi dirmi cosa c’è qui dentro?”.

C’era a quel tempo, abbandonato nel cortile, uno sgangherato pianoforte verticale, con la cassa armonica rotta da un lato, che doveva essere appartenuto, a quanto ne so io, ad un anziano professore di musica che, prima di trasferirsi a Roma con la figlia, lo aveva lasciato lì, promettendo che, prima o poi, sarebbe tornato per portarselo via.

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Per anni del professore e di sua figlia non si seppe nulla, ma una mattina ci accorgemmo che il pianoforte o, meglio, quel che ne restava, era sparito. Chissà se fu davvero il professore che si ricordò della promessa…

Non so cosa sia di preciso…” continuava Mario “Deve essere un brutto animale; è tutto peloso e voleva anche mordermi qui, proprio qui sulla mano!”.

Stai attento a quello che fai!”, sentenziò la signora Lucia dal balcone.

Attenti! Attenti: è uscito fuori! Eccolo là…..; sta scappando: vuole andare in cantina”, gridò qualcuno, ma non seppi individuare chi fosse stato.

Dal balcone dello studio non vedevo bene quanto stesse succedendo, anche perché bambini e genitori avevano formato una sorta di recinto umano che intrappolava quella bestia: volli scendere in cortile.

Socchiudendo l’uscio incontrai la signora Lucia che, con una scopa in mano, si affrettava a raggiungere il figlio.

So ben io cosa si deve fare con questi animali! Quelli sono pericolosi, lo sa?”, mi disse senza nemmeno guardarmi.

Non lo so.”, le risposi sottovoce.

Vengo, vengo giù!, continuò la signora agitando minacciosa quella scopa che, in mano sua, sembrava un fucile carico.

Mamma, mamma! E’ lì, lo vedi?” la accolse Mario.

Sembravano tutti terrorizzati, in preda a non so quale fobia; mi feci largo e, finalmente, vidi anch’io: chiuso in un angolo, tremante, con gli occhi sbarrati e le orecchie basse, soffiando come una vecchia caffettiera c’era un gatto…, sì, proprio un gatto bianco, sporco di polvere e ragnatele, arrivato chissà da dove per rifugiarsi in quella carcassa di pianoforte.

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Fu più forte di me: scoppiai a ridere scuotendo la testa.

La signora Lucia, indignata, trascinò con sé Mario e si avviò verso la scala.

Ma mamma, fammi vedere dai!”, insisteva il ragazzino.

Zitto e cammina: è tardi per giocare!”, lo ammutoliva la signora.

Cacciatelo via quell’animale! Cacciatelo via!”, disse qualcuno.

Nel volgere di un paio di minuti il cortile tornò tranquillo.

Sono passati tanti anni da quel giorno eppure ancora oggi, quando la tremolante luce del caminetto acceso illumina “Pappo”, il mio gatto bianco, serenamente addormentato sulla poltrona, non posso fare a meno di ricordare quelle parole:

Cacciatelo via quell’animale! Cacciatelo via!.

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Un animale randagio, abituato a dover sopravvivere giornalmente, ricercando cibo ed un riparo provvisorio, spesso diventa diffidente verso il genere umano.

Sicuramente poco nutrito e spesso, come nel caso del gattino del racconto, sporco e impolverato non ha certo un aspetto “convincente”.

Se tutti i piccoli randagi avessero la possibilità di avere una casa e del calore umano, sarebbero tutti ottimi amici, per sempre presenti e pronti a non separarsi mai più dal loro amico umano, tanto da lasciare un vuoto quasi incolmabile quando l’uomo non ha più la possibilità di apprezzarne fisicamente il tepore.

“Quando se ne vanno per sempre”, restano comunque nel nostro cuore, complici ed affettuosi.

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