Le ninfee di Claude Monet

“Il colore è la mia ossessione quotidiana, la mia gioia e il mio tormento” – C. Monet

Quando entrai al Museo dell’Orangerie di Parigi, per visitare l’ultima e mastodontica opera di Claude Monet, ebbi l’istinto di chinarmi di fronte a tanta magnificenza, di fronte ad un semplice specchio d’acqua trasformato nello specchio dell’universo.

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Monet fu molto laborioso, lasciò più di 2000 dipinti, circa 100 pastelli e poco più di 500 disegni, ciò indica una caratteristica fondamentale di quest’uomo che “pensava” attraverso la pittura, senza passare attraverso il disegno.

Quasi cieco, lavorò con accanimento alle ninfee:

“ Ho di nuovo ripreso cose impossibili da fare: dell’acqua con l’erba che ondeggia sul fondo…è stupenda da vedere, ma è pura follia volerlo fare…..” – Monet

Amava dipingere en plein air e il giardino che aveva costruito a Giverny diventò il suo studio, dove dipingeva lo stesso soggetto in diverse ore della giornata e durante il ciclo delle stagioni.

Le Ninfee mostrano come la mano dell’artista si confonde con quella della natura ed osservandole, il fruitore si sente quasi immerso in questo scenario sconfinato. Monet aveva immaginato, nel suo grande progetto, di realizzare un insieme panoramico, che raggruppasse tutti i soggetti con un effetto di continuità spaziale e temporale e proprio questo troviamo visitando il Museo dell’Orangerie, dove le opere sono collocate su pareti ricurve, ad andamento ovale, che accolgono i visitatori facendo loro perdere la cognizione spaziale e conducendoli, quasi per mano, verso l'”infinito”.

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Monet utilizzava colori puri, giustapposti sulla tela per fusione ottica, sottolineando la legge dei colori complementari secondo la quale, nel prisma dei colori, ognuno di essi è accentuato dal suo complementare vicino.

“Le Ninfee sono opere che possono essere comprese appieno soltanto da anime di sognatori, da coloro che chiedono alla pittura gli incanti della musica”

L’immensa opera esposta al Museo in due sale ovali è composta da diciannove pannelli di due metri dal titolo Bassin aux nymphéas e Platone la definirebbe un’immagine mobile dell’eternità.

 

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