Veglia by Roberto Pellegrini

L’orizzonte non ti lascerà
doni, né carezze sul volto,
se tu non tenderai
la tua mano,
chiedendo…
La sera è già breve,
e non dura più in là
del fischio del merlo. Siedi
alla soglia del buio,
perché la notte è paziente
ed accoglie ogni pianto
sincero
tra le sue braccia di Luna…

Soffre più chi spera sempre o chi non sperò mai in nulla?” Così si chiedeva Pablo Neruda.

Proprio la speranza che deve sempre sostenerci è l’essenza di questi versi scritti da Roberto Pellegrini; la parola speranza deriva dalla radice sanscrita spa- che significa “tendere verso una meta“, da qui proprio la propensione verso ciò che magari ancora non scorgiamo, ma al quale tendiamo.

La speranza porta in sé qualcosa di molto potente, un’energia inesauribile, se a ritroso ripensiamo alla nostra vita, ci accorgiamo che la speranza ci accompagna sin dalla nostra infanzia: tutti ci siamo posti degli obiettivi, abbiamo fatto dei progetti, abbiamo sperato di trasformare i nostri sogni in realtà.

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La speranza deve continuamente essere rinnovata, man mano che le esperienze della vita si sedimentano e si interiorizzano, dobbiamo fare in modo che la speranza non ci abbandoni mai; capita che ci si senta demotivati e proprio in quei momenti dobbiamo attingere alla speranza.

Diceva Gilbert Keith Chesterton: “se c’è una cosa che dà splendore all’esistenza, è la speranza di trovare qualcosa dietro l’angolo“.

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Forse qualcuno di voi ricorda la favola della felce e del bambù, che vi riporto qui seguito:

Un giorno decisi di darmi per vinto: rinunciai al mio lavoro, alla mia relazione e alla vita. Me ne andai nel bosco per parlare con un uomo anziano che, a quanto dicevano, era molto saggio.
– Mi daresti una buona ragione per non darmi per vinto? – gli chiesi.
– Guardati attorno – rispose – li vedi la felce e il bambù?
– Sì – risposi.
– Quando sparsi i semi della felce e del bambù, me ne presi cura molto attentamente. La felce crebbe in fretta, il suo verde brillante ricopriva la terra. Ma dai semi del bambù non uscì nulla; ciononostante, non rinunciai. Il secondo anno, la felce crebbe luminosa e abbondante e, ancora una volta, nulla uscì dai semi del bambù. Ma non rinunciai. Il terzo anno nulla crebbe dai semi del bambù, ma non rinunciai. Il quarto anno nulla crebbe dai semi del bambù, ma non rinunciai. Il quinto anno, un piccolo germoglio di bambù fece capolino dalla terra. In confronto alla felce era palesemente minuscolo e insignificante. Il sesto anno, il bambù crebbe di più di 20 metri di altezza. Erano già passati cinque anni da quando le radici avevano iniziato a sostenerlo. Quelle radici lo resero forte e gli diedero ciò di cui aveva bisogno per sopravvivere.
Sapevi che in tutto questo tempo che hai passato lottando, in realtà stavi piantando le tue radici?
Il bambù ha uno scopo diverso da quello della felce, tuttavia sono entrambi necessari e tutti e due rendono il bosco un luogo meraviglioso.
Non pentirti di nessun giorno trascorso della tua vita: i giorni belli ti danno felicità, quelli brutti ti danno esperienza. Entrambi sono essenziali. La felicità ti rende dolce, i tentativi ti rendono forte, le pene ti rendono umano, le cadute ti rendono umile e il successo ti rende brillante.
Se non ottieni ciò a cui aspiri, non disperare: probabilmente stai solo piantando le radici.

Innaffiate ogni giorno il seme del vostro bambù, “perché la notte è paziente/ed accoglie ogni pianto/sincero/tra le sue braccia di Luna…”

… e non permettete mai a nessuno di dirvi che non potete farcela.

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