Auto elettrica, esiste da più di 100 anni e nessuno se ne è mai accorto?

Ecco il classico ecologista fissato con l’ambiente che ci viene a raccontare la favola della macchina elettrica!

Sono certo che lo pensano in molti, me compreso fino a qualche tempo fa; ma le cose stanno cambiando. Non mi piacciono i giornalisti che esaltano solo ed esclusivamente il lato green e il lato guida, preferirei andare al sodo e parlare a livello più pragmatico che tecnico.

Automobilista medio

  • Cosa interessa all’automobilista medio?
  • Cosa serve all’automobilista medio?
  • Quanto deve costare?

Queste sono le domande che bisogna porsi, cosa importa se ha il portellone in carbonio, la manopola del clima bianca o nera, se assomiglia a una navicella spaziale o ad un cassonetto.

Leggere una rivista di auto è diventato utile quanto le telepromozioni sulle reti private dove vogliono venderti la pentola sulla quale ci puoi cuocere anche la plastica, che però costa 10 volte di più rispetto alla pentola che trovi al centro commerciale. Quanti hanno mai avuto la necessità di cucinare un copertone di camion per cena senza rovinare la pentola? NESSUNO! Nessuno, infatti, sano di mente mangia un copertone per cena, quindi che valore aggiunto dà possedere una pentola che lo permette? NIENTE! Stesso ragionamento con le macchine: cosa ci importa di tutte le peculiarità che ci elencano in queste riviste, se poi ci vuole un mutuo a vita per poter comprare una lattina di alluminio elettrica?

Quante volte avete sentito dire a un giornalista: “Questa macchina non va comprata?” IO MAI! Son tutte belle a priori. Allora le alternative sono due:

  1. I costruttori sono diventati il braccio destro dello Spirito Santo.
  2. Si inventano un sacco di frottole.

Ad un automobilista medio cosa importa di avere la macchina elettrica o a combustione, se non la convenienza all’acquisto? NULLA, ma forse, adesso c’è una soluzione…

Pro e Contro dell’elettrico

Pro:

  • Costa poco da mantenere
  • Ci si dimentica del meccanico
  • Il pieno costa meno di €5

Contro:

  • Autonomia limitata
  • Colonnine di ricarica quasi inesistenti
  • Costo all’acquisto

Vi sarete accorti che l’ultima voce dei contro è barrata e vi starete domandando il perché; presto lo scoprirete.

Di media un’auto elettrica nuova costa più di €30.000 e il più delle volte è un’utilitaria, costruita male, brutta da far sembrare una star la peggio bruttura presente sulla faccia della terra, con una guidabilità paragonabile a quella del motocarro del Zio Toni e con l’aggravante che non fa più 100 km con il pieno. Il problema è che questi obrobri su 4 ruote si stanno via via moltiplicando come ricci e il futuro va in quella direzione. Quante volte si guardano macchine anzianotte e si sogna di comprarle, magari costano due soldi perché ormai obsolete nella meccanica e pressoché inutilizzabili (se non montando un impianto a GPL o a Metano – operazione questa che apporta spesso peggioramenti notevoli)? Si lascia quindi perdere.

IL MIO SOGNO È… di andare in giro con una bella berlinona squadrata degli anni ’90, ma, fino a poco tempo fa, era da considerarsi un sogno irrealizzabile, per via delle limitazioni alla circolazione e soprattutto per i pezzi meccanici di ricambio (per lo più difficili da reperire), che nella maggioranza dei casi, portano alla rottamazione del veicolo stesso.

Da oggi non è più così

Grazie al progresso è oggi possibile convertire qualsiasi veicolo: nuovo, vecchio, d’epoca, commerciale o aziendale che sia, in veicolo elettrico al 100%.

MA È FANTASTICO!

Chissà quanto costa però…

Qui arriva il bello, perchè la conversione è tutto sommato relativamente economica, si parte da €3000 circa per arrivare fino a €12.000 più o meno, per la conversione totale a seconda del tipo di veicolo che si intende convertire.

In cosa consiste?

In parole molto semplici, viene tolto dal veicolo in questione:

  • Motore – sostituito da quello elettrico
  • Serbatoio – rimpiazzato dalle batterie
  • Marmitta – serve più
  • Scatola del cambio perché già presente nel motore elettrico

I vantaggi sono molteplici, oltre a quello ecologico c’è anche un vantaggio economico non indifferente, tra i più grandi quello di non dover mai più cambiare la macchina perché il motore elettrico non si usura come quello termico e quindi l’unica cosa che si dovrà cambiare (ma ogni 10 anni) saranno le batterie.

I costi per la conversione sono solo indicativi, perchè ogni giorno che passa questa tecnologia è sempre più a portata e quindi sempre meno costosa. In Veneto ci sono realtà che stanno puntando a mettere appunto un kit di conversione che si aggirerà intorno ai €6000 per la quasi totalità dei veicoli.

Domande e risposte:

  1. È legale? – Si grazie a un decreto del 2015
  2. Cosa cambia nelle prestazioni? – Niente perchè per essere omologabile il veicolo convertito deve avere le stesse caratteristiche del veicolo originale
  3. È sicuro? – Non ci sono rischi in quanto non è una modifica al motore a combustione come nel caso delle conversioni a GPL e Metano, ma bensì una sostituzione completa dell’apparato meccanico del veicolo
  4. Come la ricarico se non ci sono colonnine? – Purtroppo questo è ancora uno dei punti dolenti dell’elettrico, ma lo sarà ancora per molto? In questo lasso di tempo comunque si potrà ricaricare a casa o in quelle poche colonnine che ci sono in Italia
  5. Dove posso convertire la mia macchina? – Per ora sono ancora poche le officine specializzate a fare questo genere di interventi, ma fra qualche tempo sarà molto facile mapparle, comunque sono già presenti in quasi tutte le grandi città italiane.

Finale

Per tirare le somme, credo di poter affermare che siamo giunti ad una svolta quasi definitiva, e quindi…

IO DICO NO ALLA PRIUS PLUG IN, SÌ ALLA BERLINONA ANNI ’90 CHE NON INQUINA, NON COSTA UNA CIFRA ED È MOLTO MEGLIO DELLA LATTINA NIPPONICA!

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“Dalida, une garde-robe de la ville à la scène”

Si apre oggi e sarà fruibile sino al 13 Agosto, presso Il Palais Galliera – Museo della Moda di Parigi, la mostra “Dalida, une garde-robe de la ville à la scène”.

Dalida, all’anagrafe Yolanda Gigliotti, nacque al Cairo nel 1933 e fu un’artista poliedrica (cantante, ballerina, attrice..) con una vita costellata sì di successi, ma anche da vicende drammatiche.

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Sofisticata nei movimenti e sempre impeccabile, l’artista era ed è tutt’oggi un’icona glamour; la mostra raccoglie il suo fantastico guardaroba, dono del fratello al Museo della Moda di Parigi, dopo l’improvvisa scomparsa di Dalida nel 1987.

Il suo percorso artistico viene raccontato attraverso i vestiti-bustier ed i prendisole da starlet degli anni ’50, per poi passare agli abiti da diva degli anni ’60, al “periodo bianco” (che seguì il tragico suicidio di Luigi Tenco a Sanremo), fino a giungere alle mise sexy in un turbinio di pailletes.

In mostra abiti disegnati da stilisti del calibro di Carven, Balmain, Yves-Saint Laurent, Dessès e, da sottolineare, alcuni capi realizzati dalla Maison Italiana Daphnè.

Dalla mostra emerge la personalità controversa dell’artista franco-italiana, donna molto talentuosa, quanto fragile, icona di bellezza e di eleganza. La sua vita è stata piena di successi, che alla fine l’hanno travolta, cancellandone e quasi distruggendone la personalità.

La mostra è organizzata dal Palais Galliera – Musée de la Mode di Parigi, con il direttore Olivier Saillard ed Alexandre Samson responsabile delle collezioni contemporanee, i collaboratori Julien Vidal e Roger-Viollet, la curatrice dell’esposizione Sandrine Tinturier e la comunicazione della “Pierre Laporte Communication” di Alice Delacharlery e Romain Mangion.

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Christian Dior, couturier du rêve

Le musée des Arts décoratifs di Parigi celebrerà il marchio Christian Dior con una retrospettiva che si inaugurerà il prossimo 5 luglio e sarà fruibile per sei mesi.

Questa ricca mostra, non solo si focalizzerà sul grande couturier C. Dior, ma sarà un invito a scoprire anche alcuni stilisti che, dopo la morte del maestro, si sono susseguiti a capo della direzione artistica della Maison, fra questi: Yves Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferré, John Galliano, Raf Simons e Maria Grazia Chiuri.

Più di trecento abiti realizzati dal 1947 ad oggi, oltre a illustrazioni, schizzi, fotografie, lettere, manoscritti, materiale di marketing, con l’aggiunta di cappelli, gioielli, borse, scarpe, bottiglie di profumo ….

Ma tutti sappiamo che Christian Dior fu anche un uomo appassionato d’arte e di musei e le sue creazioni hanno interagito anche con dipinti, mobili e oggetti d’arte. Christian Dior forgiò legami tra la sartoria ed ogni forma d’arte.

I due curatori della Mostra sono Florence Müller e Olivier Gabet.

Christian Dior, nel 1947, cambiò profondamente l’immagine della donna. I suoi abiti esprimevano femminilità moderna, disegnavano curve sinuose attraverso: spalle morbide, vita segnata e fianchi ingranditi da gonne a corolla.

La mostra si apre con un promemoria sulla vita di Christian Dior, la sua infanzia a Granville, i suoi ” anni folli “, l’apprendimento del fashion design e la sua entrata nell’alta moda. Prima di divenire un grande Couturier, Christian Dior fu un Gallerista e proprio questa attività viene evocata attraverso dipinti, sculture e documenti.

Il tour prosegue con un percorso cronologico dal 1947 al 2017, che mostra il patrimonio dello spirito Dior attraverso i decenni. Una serie di sei gallerie dedicate ai suoi successori aiutano a comprendere sino in fondo la visione della moda della Maison.

Il percorso si conclude in una splendida cornice decorata come una sala da ballo, dove sono presentati gli abiti da sera più lussuosi, tra i quali alcuni per la prima volta a Parigi.

Per questo ambizioso progetto, la maggior parte delle opere presentate provengono dal fondo di eredità Dior, ma molti sono prestiti eccezionali provenienti dalle collezioni del Museo delle Arti Decorative e l’Unione francese del Costume Arts, il Musée Galliera, il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York, il Victoria and Albert Museum di Londra, il museo de Young di San Francisco, la Fondazione Pierre Bergé-Yves Saint Laurent, il museo di Londra, il museo Christian Dior Granville, così come prestigiose opere d’arte di tutti i tempi e di tutti i tempi, provenienti dalle collezioni del Louvre, il museo d’Orsay e il museo Orangerie, il Palazzo di Versailles, Centro Pompidou, il museo delle arti decorative e numerose collezioni private.

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L’incontro by Roberto Pellegrini

Cinque mesi or sono è stato pubblicato il libro “Riflessi d’Amore – Anime allo Specchio“, che ho scritto a quattro mani con Roberto; tutte sue sono le Poesie e miei i commenti che le hanno accompagnate.

Noi autori, scrivendo questa raccolta, ci siamo lasciati avvolgere dalle vibrazioni delle nostre anime, augurandoci che i nostri lettori trovassero spunti di riflessione e, perché no, anche le giuste parole per esprimere il loro Amore.

L’universo è, in tutta la sua immensità e bellezza, dono amorevole all’uomo e proprio l’Amore è per eccellenza la forza che tutto può … per l’Eternità.

Il nostro rapporto nella vita quotidiana, la nostra perfetta simbiosi ed il successo ottenuto dal libro (tutt’ora in classifica Amazon: ventiquattresimo su più di 411.000 titoli) ci hanno spinto a rimetterci al lavoro per dar seguito a questa prima raccolta; presto, quindi, vedrà la luce un nuovo nostro lavoro.

Nel frattempo vi regalo uno stralcio tratto dalla prima raccolta (l’intero ebook lo trovate in vendita a questo link)

L’incontro

Ascolta la vita,
quando la vita tace
nella burrasca improvvisa;
quando tutt’intorno si perde
il cielo,
e l’orizzonte trema.
Afferra la mia mano
e ritrova nella stretta,
sicura,
la forza di domani,
di quel domani
che ora tu non vedi,
ma che ti parla da sempre
attraverso il mio respiro…
Ascolta la vita, ascoltala,
nella certezza amara
(del calice bevuto…),
che la vita non torna mai
sui suoi passi;
che non sfuma i suoi sguardi
nel girotondo dei giorni,
perché la vita è cammino:
è il percorso dei sogni;
è il pianto della notte;
è affondare il passo,
con fatica di pietra,
nella melma dell’ipocrisia;
è bere alla sorgente
della sincerità!,
è riposare all’ombra
della propria dimora…
Sorridimi!,
e ridi del tempo
e delle sue distanze,
e d’ogni lontananza
malferma;
ridi della calunnia,
avendo pietà
di chi non ha pietà,
perché le anime danzano
da sempre,
insieme e vicine,
al di là di me…,
al di là di te…,
al di là di noi.

– “La vita non ti dà le persone che vuoi, ti dà le persone di cui hai bisogno: per amarti, per odiarti, per formarti, per distruggerti e per renderti la persona che era destino che fossi”, così Albert Einstein descrive gli incontri della vita.

E sì! Perché ogni incontro dell’esistenza modifica ed accresce e spesso alcune persone in particolare ci cambiano la vita.

Scrive l’Autore Carlo Barone: “Le persone che ti cambiano la vita le riconosci al primo sguardo… E’ qualcosa che senti nell’aria, ti pervade l’anima, ti riempie gli occhi… Le persone che ti cambiano la vita sono come l’arcobaleno. Arrivano dopo un temporale… Da quel momento non sei più lo stesso. L’arcobaleno ti è entrato negli occhi, circolato nel sangue, finito fino al cuore…”

Ecco, questa riflessione e la lettura della poesia raccontano proprio l’importanza e il valore di alcune persone che ci entrano nell’anima durante il viaggio della vita.

Spesso alcuni incontri sono inaspettati, ma sicuramente mai causali e, a volte, quel rendez-vous lo abbiamo sperato a lua questo linkngo; quando avviene si percepisce che quella persona meravigliosamente ci appartiene, perché, sempre come scrive Barone: “Le persone che ti cambiano la vita sono eterne. E anche quando ti fanno soffrire lo fanno per il tuo bene. Anche se tu te ne accorgi sempre in ritardo…”

La sensazione che si prova quando si incontra la persona che “accende la luce” della nostra esistenza è meravigliosa e …”le anime danzano … insieme e vicine”. –

Grazie a tutti coloro che ci hanno letto e a quelli, che incuriositi, vorranno annoverarlo  presto fra le proprie letture.

Bambole kokeshi: alla ricerca della bellezza e dell’arte attraverso la semplicità

Molte straordinarie tradizioni giapponesi richiamano la poesia dell’anima, fra queste tradizioni dobbiamo sicuramente includere le bambole kokeshi.

Le kokeshi tradizionali nacquero circa 400 anni fa, durante il periodo Edo, nella regione del Tohoku e venivano vendute come souvenir ai turisti, che si recavano nella regione per frequentare le diffuse onsens (terme).

L’abilità nella realizzazione di queste bambole viene tramandata da secoli da padre in figlio ed oggi si conoscono ben undici tipologie differenti:  Tsuchiyu, Togatta, Yajiro, Naruko, Sakunami, Yamagata, Kijiyama, Nanbu, Tsugaru, Zao-takayu e Hijioro. Tutte, però, possiedono una straordinaria bellezza, pur nella loro estrema semplicità.

Essendo sempre realizzate e dipinte a mano, non ne esistono due uguali ed ognuna è contraddistinta da una particolare espressione. Possiedono una grossa testa tondeggiante posata sopra un corpo cilindrico e non possiedono arti.

L’origine del loro nome non è certa, forse deriva da kenshi – bambole e ko – legno, certo è che divennero presto il giocattolo preferito di tutti i bimbi, tanto che per tradizione ad ogni neonato, viene regalata una kokeshi della sua altezza, che riporta il nome, il peso e la data di nascita del bebè.

Oggigiorno vengono considerate oggetti da collezione e spesso vengono date in dono a persone speciali o come amuleti.

Le kokeshi, ormai considerate come una vera tradizione del Giappone, sono oggetto di un concorso che si tiene a Naruko tutti gli anni a settembre, dove moltissimi artigiani partecipano con le loro creazioni e dove viene eletta la kokeshi migliore.

Vediamo come le mani abili di un artigiano realizzano in pochissimo tempo una di queste meraviglie. Come non desiderarne una?

 

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L’arte della calligrafia giapponese

In Giappone la calligrafia viene considerata una vera e propria arte, aiuta la coordinazione spaziale, allena la memoria ed invita all’umiltà.

Praticare la scrittura a pennello e inchiostro è una tecnica di meditazione, che dona un benessere immediato a chi la esercita.

La calligrafia giapponese è un’arte antica, che ha come obiettivo l’armonia estetica e spirituale ed, in Giappone, si è sempre detto che un buon calligrafo è anche un ottimo maestro della spada, perché è indispensabile possedere un polso forte per eseguire senza tremare.

Un calligrafo giapponese possiede quattro tesori:
Pennello – peli di pecora montati su una cannuccia di bambù

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Inchiostro di china venduto a tavolette da preparare e diluire sulla pietra (oggi si trova in commercio l’inchiostro Shodo già pronto)


Pietra  o “pozzo” – blocco di scisto rettangolare sul quale preparare l’inchiostro; dopo aver polverizzato la tavoletta si devono aggiungere gocce d’acqua da miscelare con ampi gesti circolari.

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Carta – ottenuta da cortecce di legno di sandalo, di bambù, di canapa o di gelso.

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La calligrafia è connessa allo Zen ed in particolare alla cerimonia del tè, di cui abbiamo parlato ieri: la scrittura è una delle vie per comprendere il significato della vita e la Verità.

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Approcciare quest’arte richiede concentrazione, sicurezza e fluidità, in quanto il gesto della scrittura sul foglio bianco è unico e irripetibile, non si può correggere, ecco perchè i giapponesi, prima di tracciare i segni, si pongono in uno stato d’animo privo di pensieri, preoccupazioni, passioni o desideri. In questo modo, sostengono, i tratti usciranno spontaneamente dall’interno dell’anima verso l’esterno, senza sforzo o fatica.

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La cerimonia del tè in Giappone: un vero rito

Il rito del Cha No Yu, ossia della cerimonia del tè, cela una vera e propria filosofia di vita, ha origini antichissime e si pratica ancora oggi in Giappone; consiste nella preparazione e nella presentazione del finissimo tè verde in polvere, detto matcha.

Il tè verde veniva utilizzato dai monaci zen in Cina durante le pratiche di meditazione, perché li aiutava a tenere la mente concentrata; essendo quindi consumato presso i monasteri, la sua preparazione seguiva regole precise.

La pratica di questa cerimonia fu introdotta in Giappone dal monaco Zen Dai-o (1236-1308) di ritorno da una visita in Cina durante il periodo di Kamakura; in seguito quest’arte venne raffinata ed entrò a far parte delle tradizioni giapponesi.

Quattro sono gli elementi importantissimi di questo rito:
Armonia (Wa) – Agire in armonia in base al moderato ritmo naturale delle cose.
Rispetto (Kei) – Comprendere la comunione dell’essenza di tutto ciò che ci circonda.
Purezza (Sei) – Tutto deve essere lindo e pronto per accogliere “il bello”, così come la mente deve essere libera dai vincoli del mondo ed aperta ad esperienze più alte.
Tranquillità (Jaku) – Ricercare serenità con sé stessi e con gli altri.

Il tutto si svolge in piccole stanze o costruzioni di legno, con l’interno molto spoglio, gli utensili cambiano a seconda del periodo dell’anno alla continua ricerca dell’armonia con la natura, così come cambia la posizione del bollitore a seconda delle stagioni: in primavera ed in estate si utilizza un braciere posto sul tatami, in autunno ed in inverno il bollitore viene posto in una buca quadrata ricavata nel pavimento.

 

La cerimonia prevede diverse fasi: un pasto leggero detto kaiseki al quale segue un breve intervallo, nakadachi; poi si passa al goza iri, durante il quale viene servito un tè denso –koicha, infine viene servito l’usucha, un tè meno denso.

La cerimonia può durare anche circa quattro ore; tutti gli invitati, dopo essersi radunati nella sala di attesa, attraversano un sentiero dove è posta un vasca di pietra contenente acqua per sciacquarsi mani e bocca

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e poi vengono introdotti nella sala da tè attraverso una piccola entrata che deve essere varcata in ginocchio in segno di umiltà. Si inginocchiano e si inchinano davanti al tokonoma, una piccola nicchia nella quale è appeso uno scritto, solitamente un haiku, segue un altro inchino al focolare e si prende posto secondo un ordine precedentemente stabilito.

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La cerimonia prosegue scandita da movimenti lenti e prestabiliti, accompagnati da frasi di cortesia e gesti di ammirazione per gli utensili utilizzati, quando tutti gli ospiti hanno bevuto, il teishu (colui o colei che prepara il tè) si inchina profondamente insieme agli ospiti, tutto ritorna alla posizione iniziale e la porta scorrevole si chiude.

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