Alfasud, più Sud che Alfa

Tempi magici per l’Alfa Romeo, quando ancora costruiva sogni e non bidoni gommati. Tempi costellati di miti, di successi, di innovazione …di grandi auto.

Correvano veloci gli anni 60, l’apice del successo del biscione è proprio questo, ma si sa: tutto inizia e tutto finisce! Peccato solo che sia finito troppo presto.

Nella seconda metà di quegli stessi anni, in Italia c’era un problema molto annoso da risolvere: un’Italia divisa a metà, dove il nord prospera e il sud diventa sempre più povero. Serve una svolta!

L’Alfa Romeo all’epoca era proprietà dello “Stato Imprenditore”, che prese la decisione di spostare tutta la produzione al Sud. Fortunatamente ciò non avvenne mai, ma dove c’è di mezzo la politica c’è l’interesse al primo posto e un allora politica, prevalentemente composta da politicanti meridionali doveva assolutamente fare qualcosa.

Se la produzione non si sposta, si progetta un modello da produrre al sud

Obiettivamente la scelta di industrializzare il meridione non era sbagliata, sarebbe da stupidi o da Salvini affermare il contrario, ma non sono state tenute in considerazione molte varianti di fondamentale importanza prima su tutte la manodopera. Sembra una stupidaggine di poco conto oggi, ma torniamo agli anni 60 dove il meridione era costretto a emigrare, dove la popolazione aveva un’età media over 50 e dove nessuno aveva mai fatto l’operaio in una fabbrica. Il risultato? Lo si potrà evincere più avanti!

Partiamo dalla “notte dei tempi”

Alla fine degli anni 60 l’allora Presidente Alfa Romeo decise il rifacimento dello stabilimento di Pomigliano d’Arco, che prevedeva la sua trasformazione da centro produttivo di motori aeronautici a stabilimento automobilistico. Uno dei motivi che spinse a investire nel Sud Italia fu il tentativo di limitare l’emigrazione meridionale verso le fabbriche del Nord, portando quindi il lavoro nelle zone di origine del fenomeno. In questo modo, si sarebbe limitata la nascita di quei problemi sociali e di integrazione che scaturivano dal massiccio esodo di migranti verso le regioni settentrionali. L’IRI (l’allora proprietaria del “Biscione”) permise a Luraghi (Presidente Alfa), grazie anche alle oggettive necessità logistiche, di creare, per accedere ai fondi destinati a favorire l’industrializzazione del Sud Italia, un nuovo stabilimento a Pomigliano, sui terreni già di proprietà della stessa azienda, per assemblare il nuovo modello ed i suoi derivati.

Nasceva così il progetto denominato “Alfasud”

Alfasud S.p.A. nacque il 17 gennaio 1968 con azionisti Alfa Romeo (88%), Finmeccanica (10%) e IRI (2% sulla carta 100% nella realtà). Per il progetto furono stanziati poco più di 300 miliardi di lire finanziati in gran parte dalla Cassa del Mezzogiorno.

Adesso iniziano i primi problemi:

  1. A chi facciamo costruire gli stabilimenti?
  2. Che macchina di piccole dimensioni ci costruiamo?
  3. Dove la troviamo la manodopera?

Al primo problema la risposta fu questa: togliamo le braccia all’agricoltura (unica fonte di sostentamento per questa povera gente) e impieghiamo dei semplici contadini per costruire una fabbrica di impostazione “fordista”.

Al secondo problema è stato più semplice rispondere: la facciamo progettare dagli ingegneri Alfa Romeo che hanno sempre progettato solo ed esclusivamente auto di stampo sportivo

Al terzo problema non fu tanto una soluzione ad essere trovata, quanto più un obbligo: quelle braccia che vennero sottratte alla terra, non erano più disposte a tornarvici una volta provata la vita dell’operaio (in quel caso muratore, idraulico, elettricista, ecc…) quindi a seguito di moltissimi scioperi avvenuti durante la fase di costruzione degli stabilimenti, con la minaccia “O ci assumete anche dopo o non completiamo la fabbrica” si giunse all’accordo “bonario” di assumere, una volta completati i lavori di costruzione, il 100% della manodopera che vi aveva partecipato

In parole povere: prima bracciante (specializzato), dopo muratore (non specializzato ma fattibile da chiunque) e dopo ancora operaio addetto alla catena di montaggio dalle 8 alle 12 ore al giorno (non specializzato e inconcepibile per una qualsiasi persona che fino a qualche anno prima, aveva passato la sua vita a lavorare nei campi all’aria aperta).

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Nel 1972 inizia la commercializzazione del modello Alfa Romeo Alfasud, che vuole portare alto il nome del sud e rivalorizzarlo. La macchina in se era anche ben studiata e al passo coi tempi, ebbe anche un discreto successo in tutta Europa, ma di fondo c’erano 2 problemi: l’affidabilità e la scarsissima qualità di costruzione.

Alfa-Romeo-Alfasud-catena-di-montaggio-600x450

Ma la cosa che fece scaturire il flop (forse il più grande d’Italia fino ad allora) fu l’incompetenza e l’assenteismo che specialmente nei periodi di raccolta e di semina dei campi, rasentavano il 75% oltre ad un comportamento a volte poco collaborativo da parte delle maestranze, che unito a veri e propri scioperi inficiò il sistema di controllo della qualità, rendendo la costruzione ed assemblaggio della macchina un vero e proprio caso anomalo di conflittualità tra lavoratori, sindacato e datori di lavoro. Sarà tale scarsa cura nella preparazione e nell’assemblaggio oltre a difetti intrinseci dei materiali con causa dei problemi maggiori della macchina: la ruggine e le rotture dei componenti.

Sarebbe potuto essere un progetto invidiato, ma come sempre è stato un progetto all’Italiana.

EVVIVA L’ITALIA

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