Washi, una tradizione o meglio una cultura che sfida il tempo

Dal catalogo TuTuMu exhibition, a cura di Matsumori Shin e Ogawa Kazushige ho imparato che la carta giapponese, washi, ha una tradizione di splendore alle spalle che sfida il tempo.

La sua storia è la storia di un’arte antica e una leggenda racconta che sia stato il monaco buddhista coreano Donchō ad introdurre il washi in Giappone, attorno al 610. Molto probabilmente, però, lì esisteva già una produzione di carta derivata dalla corteccia di alberi.

Comunque sia la carta giapponese si diffuse in un battibaleno e crebbe a dismisura il suo apprezzamento, tanto che esistono più di 200 varietà di carte preziose nel tesoro dello Shōsōin di Nara.

Nel periodo Heian, il washi raggiunse un’altissima qualità e a seconda dei metodi di fabbricazione utilizzati dai bravissimi artigiani nipponici e dalla texture venne battezzato con nomi diversi (hanshi, suminagashi, michinokugami, shukushi, tobigumo, danshi, ecc.)

Nelle epoche Kamakura e Muromachi la produzione di washi crebbe, pur restando una caratteristica delle comunità contadine che vi si dedicavano nei lunghi mesi invernali.

Per produrlo servono acqua fredda e pura e basse temperature per ammorbidire la corteccia di kōzo (Broussonetia Kazunoki, una varietà di gelso), di mitsumata (Edgeworthia papyrifera) e di più rari vegetali grezzi (come il ganpiLychnis coronata).

Il procedimento appare semplice, ma è lungo e impegnativo e ogni artigiano mise a punto una procedura specifica con i propri segreti di produzione e le proprie tecniche.

washi

Di certo sappiamo che l’arte washi ha attraversato i secoli e tutt’oggi resiste e vive, forse anche per il fatto che, in Giappone, la carta non è un materiale: è una cultura; il suo ruolo è il più vario: lanterne, shōji, ombrelli, ventagli, fogli per calligrafie, lettere, tovaglioli per la cerimonia del tè, vassoi, e tanto altro.

A questo dobbiamo aggiungere che il washi è straordinariamente resistente ed alcune varietà sono impossibili da strappare con le mani. A volte appare delicato come un pizzo, a volte leggermente assorbente, a volte liscio e sottile e capace di riflettere la luce.

washi-al-JSD-2

Tutto questo l’aveva già capito Rembrandt, che se ne serviva spesso per le sue incisioni a puntasecca, pur incontrando notevoli problemi per procurarselo, egli faceva in modo di intercettare le navi olandesi che provenivano dalla lontana Nagasaki.

Qua di seguito un filmato che ci dà l’idea di come avvenga la produzione del washi, la carta giapponese, che ha sfidato i secoli e che, ci auguriamo, vada incontro ad altri splendori.

黒谷和紙 ー Making of Japanese handmade paper of Kyoto Kurotani from POLAR on Vimeo.

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