La favola “Il cero e la fiammella”

by Roberto Pellegrini

Dopo un’intera giornata di tuoni e nuvole minacciose, all’improvviso la sera si fece notte. Il buio colse alle spalle il tramonto, insinuandosi ovunque; un tramonto che non riuscì a rasserenare i cuori della gente, con il suo consueto rossore…

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E nelle stanze del vecchio castello sulla collina chiese ospitalità quella notte così prematura, vestendo di sé, una volta accolta, ogni ambiente…

Qualcuno, non senza esitazione, dopo aver ben chiuso le grandi finestre, dalle quali, insieme al buio, entrava un vento impetuoso, accostò un bastoncino al fuoco crepitante del caminetto e rubò una fiammella, che andò poi ad appoggiare sul grande cero posto sul tavolo dello studio.

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Avvertendo l’improvvisa presenza della fiammella, il cero (che non era mai stato acceso prima…), domandò, con tono deciso:

– Chi sei, tu? –

– Sono una fiammella -, fu la risposta, – Mi hanno portato via con l’inganno, strappandomi dalla mia famiglia, ed ora sono sola…: non rivedrò mai più le mie sorelle… Ti prego: non mandarmi via -, concluse la fiammella, con un filo di voce, vibrando così intensamente, da rendere tremanti tutte le ombre, che pareva fossero appoggiate alle pareti della stanza…

Il cero comprese lo strazio della fiammella e la rassicurò:

– No, io non ti manderò via, mia dolce fiammella… Fino ad oggi -, continuò – Ho conosciuto soltanto una buia solitudine… Ma ora, con te, ho la luce nel mio cuore…! –

La fiammella, nell’udire quelle parole, brillò d’un lampo più vivo…; i due si innamorarono profondamente.

– Restami accanto per sempre, amore mio -, riprese il cero – Perché senza di te tornerei ad essere nient’altro che un inutile pezzo di cera… –

– Sì, mio caro -, rispose la fiammella – Ma in questo modo ti consumerai sempre di più…! –

Il cero lo sapeva, ma non disse niente, perché, adesso, non gli importava più…

Il cero e la fiammella restarono così, tutta la notte, stretti l’uno all’altra, entrambi consapevoli che abbandonarsi in quell’abbraccio sereno significasse anche celebrare un addio inesorabile…

All’alba, quando cantò il gallo (la tempesta era ormai lontana…), la fiammella, sentendosi mancare il respiro, disse, in un sospiro:

– Mio unico amore…, io devo andare…, ma tu…, tu non dimenticarmi… –

– No… -, fu la risposta del cero, ormai consumato – Non ti dimenticherò mai… Ecco, amore mio: non ho più…, la forza…, di sorreggerti… –

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E la fiammella scomparve…; tornò la penombra.

Nella stanza non rimasero che una manciata di cera disciolta ed un insolito, intenso calore, che sembrava avesse qualcosa di grande da raccontare al nuovo giorno, appena nato…

 

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