Aleksej Vladimirovic Issupoff alias Alessio Issupoff

Aleksej Vladimirovic Issupoff nacque a Vjatka, oggi Kirov nel 1889. Dopo aver appreso i primi rudimenti della pittura dagli artigiani pittori che lavoravano con il padre – intagliatore e doratore di icone – lasciò Vjatka per frequentare la Scuola di Pittura, Scultura e Architettura di Mosca.

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Dopo il diploma viaggiò molto tra gli Urali e il Turkestan e dopo il matrimonio si trasferì con la moglie, Tamara Nikolaevnaha, a Samarcanda. L’ambiente magico di questi luoghi incise sul suo modo di dipingere pesantemente. I paesaggi esotici, le pittoresche scene di vita quotidiana, la magnificenza delle moschee rilucenti di maioliche, le architetture quasi fiabesche, vengono da Issupoff fermate con rapide brillanti pennellate in un sapiente gioco di luci e ombre.

Nel 1925, afflitto da problemi di salute, partì alla volta dell’Italia, dove si trasferì definitivamente, trasformando il suo nome in Alessio Issupoff. Proprio nel nostro paese egli ebbe il successo artistico meritato e verrà consacrato con una serie di esposizioni personali che culmineranno nel 1930 nella XVII Biennale di Venezia dove raggiunse l’apoteosi della sua carriera artistica.

Nonostante la distanza dal suo paese di origine egli non lo dimenticò mai e nelle sue tele si vedono tundre, steppe e scene della tradizione contadina russa.

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Vincenzo Bucci scrisse sul Corriere della Sera del 6 febbraio 1930:

Antonio Mancini l’ha lodato con queste parole: «È un pittore che conosce la gioia e la potenza del colore». Ma il colorista brillante è anche, dovunque egli vada, un osservatore e descrittore vivace di costumi e caratteri locali, nei tipi, nelle scene, negli stessi paesaggi. E la natura piacevole di questi soggetti caratteristici in cui egli esercita la sua sensibilità pittorica non è l’ultima ragione delle simpatie che Issupoff sa guadagnarsi. Nelle sue mostre c’è sempre un viaggio da fare e un paese da scoprire. L’anno scorso egli ci portò in giro per la Russia, dalle grigie steppe del nord al Turkestan, e alcune poche vedute di Capri, se ben ricordo. I primi frutti della sua dimora in Italia. Quest’anno si parte dalla Russia settentrionale e si finisce a Scanno, uno dei luoghi d’Abruzzo più ricchi di singolarità regionali.
Le impressioni che egli serba del suo paese ritornano nei nuovi quadri con maggiore ricchezza di motivi e ampiezza di svolgimenti: lande brumose, i fiumi che solcano, gelidi e cupi, la campagna bianca di neve, betulle che ricamano le loro frappe argentate tra veli di nebbia, e cavalli al pascolo, alla slitta, alla troika, all’aratro; quei villosi cavalli della steppa che Issupoff dipinge così bene. […] La sua pennellata, che si stende larga sulla tela, è d’una pasta vellutata e ricca. Egli passa com’un virtuoso dalle tinte più vivide ai grigi più delicati e sommessi. Issupoff ritrattista giudicatelo qui nell’autoritratto, dipinto tutto d’un fiato e modellato a grandi colpi di luce: un vero saggio di bravura.

L’ultimo periodo della sua vita fu segnato da una profonda depressione che lo portò ad una “sterilità” artistica. Morì a Roma nel 1957.

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