All’Anno Vecchio (la notte di Capodanno) by Roberto Pellegrini

All’Anno Vecchio
(la notte di Capodanno)

Non lasciar nulla
d’intentato,
per restare ancora
qualche ora
con me
(se vorrai…);
ma non rischiare,
soprattutto,
di abbandonare
qui

(indietro non si torna!),
negli angoli di questa
casa, o sotto
la minima soglia
dei tappeti, parti
preziose
di te
(concetti, o canzoni…),
che cercherai,
forse,
quando ne avrai
bisogno, là
ovunque tu sarai,
comunque…;
ovunque tu
sia diretto e prossimo
a partire,
sciogliendosi, ormai
la Mezzanotte…

by Roberto Pellegrini

Sembra non tanto tempo fa che, carichi di speranze, ci si accingeva ad affrontare il 2017… il tempo scorre… mese dopo mese ed ora… quelle speranze magari non si sono trasformate in realtà; ciò che non dobbiamo fare è vanificare tutto lasciando svanire il germoglio della speranza.

Serbiamo dentro di noi l’attesa, la fiducia, la chance e trasformiamole in rinascita nel nuovo anno e proprio, come per la nascita di un bimbo, affrontiamo il 2018 custodendo dentro di noi l’aspettativa di un eccellente, sereno e felice Anno Nuovo.

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Da parte della redazione vi giungano gli auguri più sinceri.

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Valeri: Buon Anno in poesia…

Essendo ormai prossimo il Capodanno, cediamo volentieri la parola a questo nostro grande Poeta, Diego Valeri, citando una sua breve Poesia, scritta per l’occasione:

AUGURIO DI CAPODANNO

Io credo all’uccellino batticoda:
che ci porti il buon anno.
Scorre liscio su l’umido tappeto
di bruni muschi, alla soglia del mare,
sosta un tratto a beccare, e poi di nuovo
scivola via come una spola, vola,
sparisce in cielo. Neppur ci ha guardati.
Ma è bello, affusolato, grigio e bianco,
porta, certo, il buon anno.

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Diego Valeri (1887 – 1976) è stato un poeta, traduttore e accademico italiano.

Nato in una famiglia borghese, si appassiona fin da giovanissimo alla letteratura ed esordisce come autore già nel 1913, con Monodia d’amore e Le gaie tristezze.

Studia alla Sorbona di Parigi ed al suo ritorno in Italia, inizia la carriera di insegnante di italiano e latino nei licei, interrompendo questa attività durante il periodo fascista. Fu allora che trovò impiego presso la “Sovrintendenza alle Arti di Venezia”.

Tra i suoi innumerevoli impegni, va senz’altro menzionata la felice collaborazione con la rivista Nuova Antologia, presso la quale curava una rubrica fissa di letteratura francese, in una sezione dal titolo “Note e consegne”.

Su “Nuova Antologia” Valeri pubblicò anche diverse traduzioni e numerosi versi che verranno in seguito ristampati con il titolo di Umana nel 1916, di Crisalide nel 1919 e Ariele nel 1924, che daranno corpo, nel 1939, alla sua prima vera raccolta, intitolata Poesie vecchie e nuove.

Nel 1939 ottenne la cattedra di lingua e letteratura francese presso l’Università di Padova dove in seguito insegnerà anche Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea. A Padova rimase in carica per circa venti anni, esclusi gli anni dell’occupazione nazista (1943-1945).

Non interruppe mai la sua attività di pubblicista e soprattutto di traduttore sul “Gazzettino”, il “Trivium”, “Lo Smeraldo”, “L’Approdo” . Nel 1944 uscirà il volume Romanzi e racconti d’amore del Medio Evo francese, nel 1954 quello sugli Antichi poeti provenzali e W.Goethe, Cinquanta poesie e nel 1959 Lirici tedeschi.

Nel 1948 aderì insieme ad altri intellettuali dell’epoca, all'”Alleanza della cultura”. Nel 1950, poi, con Benedetto Croce fu presente al convegno di Berlino e più tardi fu sovrintendente alle Belle Arti di Venezia.

Insegnò anche presso la nuova Università di Lecce, all’epoca ancora privata.

Dopo aver lasciato l’insegnamento, visse a Venezia, dove fu membro della Giunta comunale. Tra il 1969 e il 1973 fu presidente dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti a Venezia.

Da alcuni (con colpevole superficialità), ritenuta “semplice”, la Poesia di Valeri arriva subito al cuore del lettore, traendo spesso lo spunto dalla Natura, facendosene “portavoce”…

curato da Roberto Pellegrini

 

Capodanno si avvicina…

…ci siamo quasi! Ormai pochissimo ci separa dal chiudere il 2017 e, pieni di speranza, dall’approcciare il 2018.

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Ognuno di noi ripensa all’anno ormai passato, alcuni con gioia, alcuni con malinconia, altri con disappunto, certo ognuno con un bilancio da chiudere e con la speranza di aprire il nuovo anno in modo migliore.

Comunque sia, tutti, durante la notte di San Silvestro, mettono in campo usanze e tradizioni di buon auspicio, tramandate e scaramanticamente mantenute, per incominciare “con il piede giusto” il nuovo anno. Vediamole…

… Lenticchie, uva, melograno

Mangiare lenticchie è un’usanza diffusissima che sembra portare fortuna e soldi, tanto da spingere ad usare le mani per portarle alla bocca, quasi a contare monete.
Altrettanto di buon auspicio è portare in tavola melograni, che simboleggiano la fedeltà coniugale e uva fresca o passa.


… Liberarsi di cose vecchie e rotte
In alcune città è usanza, allo scoccare della mezzanotte, liberarsi di cocci lanciandoli direttamente dalla finestra (attenzione ai passanti) col significato di liberarsi da ogni forma di male.
Andando incontro all’anno nuovo è tradizione anche gettare le cose vecchie, insomma anno nuovo, tutto nuovo (beato chi può).
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… Il vischio
Si dice che il vischio sia una pianta bene augurante che se ricevuta in dono a Capodanno porti fortuna per tutto l’anno, trattasi di una pianta che i popoli antichi consideravano sacra: i Druidi la usavano nei cerimoniali di purificazione, i Celti consideravano la bevanda da essa derivata una potente cura contro la sterilità.
Tutto questo induce a scambiarsi gli auguri sotto il vischio in segno di buona fortuna.
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…Intimo rosso
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Per gli antichi romani indossare il colore rosso simboleggiava allontanare la paura, oggi molti ci riprovano allontanando le paure indossando intimo rosso la notte di Capodanno.
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… I botti
Per allontanare le forze maligne spaventandole ed accogliere festosamente l’anno nuovo; attenzione a non esagerare, il pericolo è in agguato, meglio lasciar maneggiare queste cose da chi è il suo mestiere.
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Al Capodanno sono anche legati alcuni racconti, si dice che…
…a Pettorano sul Gizio, in Abruzzo, allo scoccare della mezzanotte l’acqua del fiume per una frazione di secondo si arresti e si trasformi in oro, per poi scorrere come prima. Se avete tempismo appostatevi nelle vicinanze.
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… se la prima persona che incontrate dopo la mezzanotte è un vecchio o un gobbo fortuna garantita.

E per finire la leggenda di Capodanno di Otto Cima

Nelle valli del Comasco usavano, una volta, la notte di Capodanno, appendere alla porta dei casolari un bastone, un sacco ed un tozzo di pane.
Eccone il perché.
Molti anni fa, al tempo dei tempi, e precisamente la notte di San Silvestro, padron Tobia stava contando il proprio gruzzolo in un angolo della sua capanna, quando fu battuto alla porta.
L’avaro coprì con un drappo i suoi ducati ed andò ad aprire. Una folata d’aria gelata di neve lo colpì in viso.
Era una notte d’Inverno.
Sotto la tormenta, fra il nevischio, egli vide un pover’uomo che si reggeva a stento e che non aveva neppure un cencio di mantello.
Padron Tobia fu molto contrariato da quella vista e domandò bruscamente allo sconosciuto:
“Che fate qui? Che volete? Chi siete?”
“Sono un povero viandante sperduto e sorpreso dalla bufera, e vi chiedo in carità di poter dormire nel vostro fienile.”
“Io non lascio dormire nessuno nel mio fienile. Andate, andate: non posso far nulla per voi!”
“Datemi almeno un tozzo di pane!”
“Non ho pane; andate!”
“Datemi un sacco, un cencio da mettermi al collo chè muoio di freddo!”
“Non ho sacchi e non ho cenci!”
“Almeno un bastone per appoggiarmi…”
“Non ho bastoni!”
E chiuso l’uscio in faccia all’infelice, ritornò al suo gruzzolo; ma sotto il drappo, invece di ducati trovò un pugno di foglie secche.
Padron Tobia impazzì e terminò i suoi giorni vagando per le vallate natie e raccontando a tutti la sua disgrazia; ma, d’allora in poi, la notte di capodanno tutti appesero alla porta del proprio casolare un bastone, un sacco, un tozzo di pane.

Forse tutti quanti noi dovremmo, oltre a seguire tradizioni e riti, volgere uno sguardo caritatevole verso coloro che vivono situazioni di disagio. Spesso gli occhi ed il sorriso di costoro sono l’augurio ed il dono più grande.

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Natale 1914: la guerra si ferma…

Ci fu un Natale, di tanto tempo fa, precisamente nel corso del Primo Conflitto Mondiale, in cui persino la guerra riuscì a fermarsi…

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La cosiddetta “Tregua di Natale” fu costituita da una serie di “cessate il fuoco”, del tutto spontanei, avvenuti nei giorni attorno al Natale del 1914, in varie zone del fronte occidentale della prima guerra mondiale.

Già durante i giorni precedenti il Natale, soldati appartenenti agli opposti schieramenti coinvolti nel conflitto (tedeschi ed inglesi), presero a scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee, e in alcuni casi ci furono addirittura soldati che attraversarono le linee per portare doni ai soldati nemici; nel corso della vigilia di Natale e del giorno stesso di Natale, poi, un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche, britanniche ed anche francesi, si incontrarono spontaneamente nella cosiddetta “terra di nessuno” per fraternizzare, scambiarsi cibo e souvenir.

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Oltre a celebrare i comuni riti religiosi, legati al Natale e dopo aver dato sepoltura ai caduti, i soldati dei due schieramenti intrattennero rapporti amichevoli, in una pacifica atmosfera cameratesca, che culminò in improvvisate e spensierate partite di calcio.

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La tregua, come dicevamo, fu un fatto del tutto spontaneo, ma non fu diffuso ovunque: in diverse zone del fronte, infatti, i combattimenti proseguirono per tutto il giorno di Natale, mentre in altri, i differenti schieramenti negoziarono solo brevissime tregue, per consentire di seppellire i rispettivi caduti.

Questi episodi di fraternizzazione con il nemico non furono giudicati positivamente dagli alti comandi e furono, anzi, severamente proibiti per il futuro: già l’anno successivo, infatti, alcune unità organizzarono cessate il fuoco per il giorno di Natale, ma le tregue non raggiunsero l’intensità di quelle del 1914; per il Natale del 1916, dopo le traumatiche esperienze delle sanguinose battaglie di Verdun e della Somme e la diffusione dell’impiego di armi chimiche, nessuna tregua venne organizzata.

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testo di Roberto Pellegrini

Una stella stravagante

Dicono che fosse una stella.

Una stella – pare – che aveva avuto dal destino il compito di vagare per il cielo lungo una immensa via.

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Ma sempre così succede: anche se la strada che abbiamo davanti è vasta e infinita, ogni tanto ci viene il desiderio di cambiare, di provare a voltare a destra o a sinistra, per qualche sentiero traverso…

La stellina desiderò scendere sulla terra. Ci vedeva sempre ombre cupe, scintillio d’acque e di nevi, veli rosei di nebbia…

Una notte mentre nessuno badava a lei, cambiò strada e giù, a capofitto, descrivendo nella cupa notte una scia luminosa. Andò a battere contro una roccia e vi restò infitta.

Subito cominciò a nevicare. Il nevischio batteva contro le sue punte, turbinava intorno a lei.

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La stellina si spense e si racchiuse in sé tremando.

Quando il maltempo cessò, un nuovo fiore splendette contro il sole delle Alpi.

Eccolo lassù, sull’ultima cima, che guarda con nostalgia a quel cielo lontano e dondola il capo.

No, no; non ti raggiungerò più, mai più…

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Gli uomini che salgono sulle vette la desiderano, ma è difficile arrivare sino a lei.

Ci arriverà il più bravo, il più tenace.

Quando l’avrà tra le mani, gli parrà di aver rubato una stella al cielo lontano.

Testo di Gina Vaj Pedotti

24 Dicembre – Era notte in quella stalla di Roberto Pellegrini

L’ultima folata di vento fu tremenda, di una violenza inaudita… Irruppe all’interno dell’umile stalla, quasi scardinando la vecchia porticina di legno (che ne era l’antico “custode”, da chissà quanto tempo…), che andò a sbattere fragorosamente contro le disadorne pareti di pietre a vista.

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Quella notte sembrava che la furia degli elementi volesse strappare dal suolo quella piccolissima stalla che, invece, si ostinava a resistere al suo posto…

All’interno, un povero bue tremava, al buio, e non soltanto per il freddo…

Poi il vento si placò e la notte si fece tranquilla, per quanto ancora gelida; il cielo divenne terso e scintillante per le miriade di stelle che lo rivestivano… Ma faceva un freddo…

Ad un tratto, in cerca di un riparo, in quella fredda notte di Dicembre, entrarono nella stalla due giovani sposi: Giuseppe, con sua moglie Maria, in groppa ad un giovane asinello, ormai prossima a partorire…

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Giuseppe, premuroso e tranquillo, fece adagiare Maria nella mangiatoia, riempita di fieno morbido e profumato… Il bue, allora, timidamente si avvicinò, pensando che, in questo modo, stando gli uni accanto agli altri, avrebbe potuto a combattere meglio il gelo…

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Giuseppe lo accarezzò dolcemente sulla possente schiena, mentre un’insolita luce, che pareva provenire dal tetto della stalla, si diffondeva all’interno… E nacque Gesù, senza piangere, tra un bue infreddolito ed un asinello, che ora, erano intenti soltanto a riscaldare il Neonato, con il solo calore di cui disponessero e che rendeva così caldo il loro respiro: quello dell’amore…

testo di Roberto Pellegrini

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Anche quest’ultima finestrella è stata aperta insieme a voi e siamo giunti insieme al Santo Natale, la redazione di Mme3bien coglie l’occasione per ringraziare tutti i lettori augurando a loro ed alle loro famiglie

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23 Dicembre – La vera storia (mai raccontata), della Stella Cometa di Roberto Pellegrini

Questa che sto per raccontare è la vera storia della Stella Cometa di Natale, rimasta segreta fino ad oggi, e rocambolescamente giunta tra le mie mani (mi riserverò di riferirvi come, in un secondo momento…).

L’Evento era ormai prossimo. Già da qualche migliaio d’anni, infatti (lassù, nello spazio, il tempo assume tutt’altre dimensioni…), nella comunità infinita delle Stelle non si parlava d’altro…: sarebbe nato, di lì a poco, il Signore; si sarebbe chiamato Gesù e sarebbe venuto al mondo in un’umilissima mangiatoia, a Betlemme, in una notte di Dicembre. Tutti si sarebbero recati in pellegrinaggio, per rendere omaggio a Gesù bambino e, per l’occasione, ci sarebbe senz’altro stato bisogno di una Stella, che facesse da guida alle genti in cammino, in quella lunga Notte Santa.

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Come si può immaginare, per una Stella della volta celeste si sarebbe trattato di un incarico molto prestigioso, che veniva da molto in alto… Per questo le stelle erano in po’ in agitazione…

Alla fine, venne scelta una giovane Stellina, che fu notata per la sua particolare brillantezza; le fu detto che, per giungere in tempo all’appuntamento di Betlemme, avrebbe dovuto partire immediatamente (le distanze interplanetarie, com’è noto, sono del tutto rimarchevoli…), dopo aver indossato (particolare non da poco…), la sua veste più sgargiante…

Così fece la nostra Stella: si vestì di tutto punto e partì, puntando dritto sulla Terra, senza nemmeno salutare le sorelle più grandi, per la grande emozione…

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Ce la mise tutta, fin da subito, tanto che, ormai giunta ad una manciata di anni luce dal Pianeta Azzurro, si accorse di essere un po’ in anticipo; decise, dunque, di fermarsi a riprendere fiato. Per scuotere dalla veste, così preziosa, la fastidiosa polvere cosmica, pensò di togliersi per un attimo, il raro indumento… Ma, ahimè, quest’accortezza, le fu fatale! Non si avvide, infatti, che proprio in quell’istante transitava nei pressi un piccolo, ma voracissimo, Buco Nero, che, in men che non si dica, ingurgitò la bellissima veste della povera Stellina…, per poi sparire, così com’era comparso…

La Stella, com’è comprensibile, iniziò subito a disperarsi, piangendo e singhiozzando talmente forte che, ad un tratto, la Luna in persona si mosse a pietà, chiedendo cosa mai le fosse capitato.

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Dopo aver ascoltato la disavventura della sfortunata Stellina, e, soprattutto, dopo aver appreso quale fosse la sua importantissima missione, infatti, la Luna decise di regalarle niente meno che il suo più lungo e luminoso raggio di luce (che conservava, da sempre, per le occasioni importanti, e che non aveva mai usato…!), così potente e bianco da illuminare anche la notte più nera…

La Stellina, di nuovo tranquilla, indossò immediatamente il regalo fattole dalla Luna, così generosa e, nel riprendere il suo viaggio (in realtà, ormai quasi terminato), si accorse, con gran meraviglia, che sfrecciando nel cielo, con indosso quel raggio di Luna, lasciava dietro sé una splendida scia luminosa mai vista prima…

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E fu così che, nella notte in cui nacque Gesù, i Re Magi e tutti gli uomini di buona volontà della Terra, riuscirono (ma ci riescono tutt’oggi…), a trovare facilmente la strada, per giungere fino alla piccola e umile mangiatoia di Betlemme: seguendo la prima, felice, Stella Cometa della storia del Mondo…

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testo di Roberto Pellegrini