4 Dicembre – Le leggende del bucaneve e…

la fiaba diHans Christian Andersen a lui dedicata.

Questo piccolo fiore dalla bellezza semplice e discreta sfida il gelo ed è il primo fiore a sbocciare in largo anticipo rispetto all’equinozio di primavera. Simbolo di speranza per via della sua resilienza durante i mesi invernali, di purezza e di consolazione. All’inizio di febbraio, spingendo le foglie attraverso il suolo ancora ghiacciato, ci regala con timidezza la sua semplicità e non appena la temperatura si scalda, diffonde un dolce profumo simile a quello del miele.

bucaneve

Nella tradizione cristiana a lui vengono dati diversi soprannomi:  “campana della Candelora”, “fiore della purificazione” e “fiore della Chiesa”. Spesso gli altari delle Chiese sono addobbati con i bucaneve durante il quarantesimo giorno dopo la Natività dedicato alla celebrazione della Candelora, ossia quando si benedicono le candele come simbolo della luce della speranza per il mondo rappresentata da Gesù bambino.

La leggenda del bucaneve e di Gesù

Durante un giorno di gennaio la Madonna si recò ad una fontana perché il Bambino Gesù aveva sete.

Purtroppo la fontana era gelata per l’intensissimo freddo e la Madonna, alquanto rattristata, sospirò non sapendo come trovare acqua per Gesù. Ma ad un tratto, dalla neve che copriva il prato, sbucò un bellissimo fiorellino bianco simile ad una piccola tazza, piena di fresca acqua di sgelo.

Fu così che Gesù poté bere. Da quel giorno il fiorellino continuò a sbocciare quando la terra è ancora coperta di neve e ghiaccio e a lui fu dato il nome di bucaneve.

snodrop

La leggenda del bucaneve e della sua nascita

Tanto tempo fa, quando tutto fu creato, l’uomo manifesto il desiderio di essere circondato da qualcosa di gioioso e colorato. Voleva che la terra non sembrasse triste e deserta.

Apparve così la fata dei fiori, la quale, ascoltando le sue lamentele gli disse:
“Coprirò la terra con un ornamento originale che sarà per sempre la tua consolazione e la gioia dei tuoi occhi.”

E con l’aiuto della sua magica bacchetta ricoprì la terra di innumerevoli fiori, a quel punto la fata intinse la sua bacchetta nell’arcobaleno e donò ad ogni fiore un colore.
Ben presto la terra si coprì di fiori coloratissimi di ogni tipo.

Rose da petali vellutati, garofani, fiordalisi, gelsomini, viole, gerbere, primule e margherite, ognuno con il proprio colore ed il suo intenso profumo. La fata diede a tutti un nome e indicò loro dove dovevano vivere. Quando il lavoro sembrava terminato, si udì da sotto un mucchio di neve un sospiro simile a quello di un bambino abbandonato.

“Io sono il solo ad essere stato dimenticato, buona fata,” diceva una vocina lamentosa “e sono rimasto senza colore e senza nome. Quando i miei fratelli, sparsi sulla terra per compiere la loro missione, rallegreranno gli sguardi con la loro bellezza, io resterò qui e nessuno lo saprà!”

Commossa la fata rispose:

“Non essere triste piccolo fiore. Tu che sei rimasto l’ultimo, sarai il primo. Poiché sei stato dimenticato, piccolo bucaneve, sarai tu con i tuoi petali bianchi ad annunciare l’arrivo della primavera. Alla tua vista tutti si rallegreranno!”

Fu così che ebbe inizio la prima fioritura del bucaneve.

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E per finire la fiaba di Andersen, che magari conoscete già, ma che mi piace ricordare.

Era inverno, l’aria era fredda, il vento tagliente, ma in casa si stava bene e faceva caldo; e il fiore stava nel suo bulbo sotto la terra e sotto la neve.
Un giorno cadde la pioggia, le gocce penetrarono oltre la coltre di neve fino alla terra, toccarono il bulbo del fiore, gli annunciarono il mondo luminoso di sopra; presto il raggio di sole, sottile e penetrante, passò attraverso la neve fino al bulbo e busso.
«Avanti!» disse il fiore.
«Non posso» rispose il raggio «non sono abbastanza forte per aprire, diventerò più forte in estate.»
«Quando verrà l’estate?» chiese il fiore, e lo chiese di nuovo ogni volta che un raggio di sole arrivava laggiù. Ma c’era ancora tanto tempo prima dell’estate, la neve era ancora lì e ogni notte l’acqua gelava.
«Quanto dura!» disse il fiore. «Io mi sento solleticare, devo stendermi, allungarmi, aprirmi, devo uscire! Voglio dire buongiorno all’estate; sarà un tempo meraviglioso!»
Il fiore si allungò e si stirò contro la scorza sottile che l’acqua aveva ammorbidito, la neve e la terra avevano riscaldato, il raggio di sole aveva punzecchiato; così sotto la neve spuntò una gemma verde chiaro, su uno stelo verde, con foglioline grosse che sembravano volerla proteggere. La neve era fredda, ma tutta illuminata, e era così facile attraversarla, e sopraggiunse un raggio di sole che aveva più forza di prima.
«Benvenuto, benvenuto!» cantavano e risuonavano tutti i raggi, e il fiore si sollevò oltre la neve nel mondo luminoso. I raggi lo accarezzarono e lo baciarono, così si aprì tutto, bianco come la neve e adorno di striscioline verdi. Piegava il capo per la gioia e l’umiltà.
«Bel fiore» cantavano i raggi «come sei fresco e puro! Tu sei il primo, l’unico, sei il nostro amore. Tu annunci l’estate, la bella estate in campagna e nelle città. Tutta la neve si scioglierà; i freddi venti se ne andranno. Noi domineremo. Tutto rinverdirà, e tu avrai compagnia, il lillà, il glicine e alla fine le rose; ma tu sei il primo, così delicato e puro!»
Era proprio divertente. Era come se l’aria cantasse e risuonasse, come se i raggi di sole penetrassero nei suoi petali e nel suo stelo, lui era lì, così sottile e delicato e facile a spezzarsi, eppure così forte, nella sua giovanile bellezza; era lì in mantello bianco e nastri verdi, e lodava l’estate. Ma c’era ancora tempo prima dell’estate; nuvole nascosero il sole, e venti taglienti soffiarono sul fiorellino.
«Sei arrivato troppo presto!» dissero il vento e l’aria. «Noi abbiamo ancora il potere, dovrai adattarti! Saresti dovuto rimanere chiuso in casa, non dovevi correre fuori per farti ammirare, non è ancora tempo.»
C’era un freddo pungente! I giorni che vennero non portarono un solo raggio di sole, c’era un tale freddo che ci si poteva spezzare, soprattutto un fiorellino così delicato. Ma in lui c’era molta più forza di quanto lui stesso sospettasse, era la forza della gioia e della fede per l’estate che doveva giungere, che gli era stata annunciata da una profonda nostalgia e confermata dalla calda luce del sole; quindi resistette con la sua speranza, nel suo abito bianco sulla bianca neve, piegando il capo quando i fiocchi cadevano pesanti e fitti, quando i venti gelati soffiavano su di lui.
«Ti spezzerai!» gli dicevano. «Appassirai, gelerai! Perché hai voluto uscire? perché non sei rimasto chiuso in casa? Il raggio di sole ti ha ingannato. E adesso ti sta bene, fiorellino che hai voluto bucare la neve!»
«Bucaneve!» ripetè quello nel freddo mattino.
«Bucaneve!» gridarono alcuni bambini che erano giunti nel giardino «ce n’è uno, così grazioso, così carino, è il primo, l’unico!»
Quelle parole fecero bene al fiore, erano come caldi raggi di sole. Il fiore, preso dalla sua gioia, non si accorse neppure d’essere stato colto; si trovò nella mano di un bambino, venne baciato dalle labbra di un bambino, poi fu portato in una stanza riscaldata, osservato da occhi affettuosi, e messo nell’acqua: era così rinfrescante, così ristoratrice, e il fiore credette improvvisamente d’essere entrato nell’estate.
La fanciulla della casa, una ragazza graziosa che era già stata cresimata, aveva un caro amico che pure era stato cresimato e che ora studiava per trovarsi una sistemazione. «Sarà lui il mio fiorellino beffato dall’estate!» esclamò la fanciulla, prese quel fiore sottile e lo mise in un foglio di carta profumato su cui erano scritti dei versi, versi su un fiore che cominciavano con “fiorellino beffato dall’estate” e terminavano con “beffato dall’estate.”
“Caro amico, beffato dall’estate!” Lei lo aveva beffato d’estate. Tutto questo fu scritto in versi e spedito come una lettera; il fiore era là dentro e c’era proprio buio intorno a lui, buio come quando era nel bulbo. Il fiore viaggiò, si trovò nei sacco della posta, venne schiacciato, premuto; non era affatto piacevole, ma finì.
Il viaggio terminò, la lettera fu aperta e letta dal caro amico lui era molto contento, baciò il fiore che fu messo insieme ai versi in un cassetto, insieme a tante altre belle lettere che però non avevano un fiore; lui era il primo, l’unico, proprio come i raggi del sole lo avevano chiamato: com’era bello pensarlo!
Ebbe la possibilità di pensarlo a lungo, e pensò mentre l’estate finiva, e poi finiva il lungo inverno, e venne estate di nuovo, e allora fu tirato fuori. Ma il giovane non era affatto felice; afferrò i fogli con violenza, gettò via i versi, e il fiore cadde sul pavimento, piatto e appassito; non per questo doveva essere gettato sul pavimento! Comunque meglio lì che nel fuoco, dove tutti i versi e le lettere finirono. Cosa era successo? Quello che succede spesso. Il fiore lo aveva beffato, ma quello era uno scherzo; la fanciulla lo aveva beffato, e quello non era uno scherzo; lei si era trovato un altro amico nel mezzo dell’estate.
Al mattino il sole brillò su quel piccolo bucaneve schiacciato che sembrava dipinto sul pavimento.
La ragazza che faceva le pulizie lo raccolse e lo mise in uno dei libri appoggiati sul tavolo, perché credeva ne fosse caduto mentre lei faceva le pulizie e metteva in ordine. Il fiore si trovò di nuovo tra versi stampati, e questi sono più distinti di quelli scritti a mano, per lo meno costano di più.
Così passarono gli anni e il libro rimase nello scaffale; poi venne preso, aperto e letto; era un bel libro: erano versi e canti del poeta danese Ambrosius Stub, che vale certo la pena di conoscere. L’uomo che leggeva quel libro girò la pagina. «Oh, c’è un fiore!» esclamò «un bucaneve! È stato messo qui certamente con un preciso significato; povero Ambrosius Stub! Anche lui era un fiore beffato, una vittima della poesia. Era giunto troppo in anticipo sul suo tempo, per questo subì tempeste e venti pungenti, passò da un signore della Fionia all’altro, come un fiore in un vaso d’acqua, come un fiore in una lettera di versi! Fiorellino, beffato dall’estate, zimbello dell’inverno, vittima di scherzi e di giochi, eppure il primo, l’unico poeta danese pieno di gioventù. Ora sei un segnalibro, piccolo bucaneve! Certo non sei stato messo qui a caso!»
Così il bucaneve fu rimesso nel libro e si sentì onorato e felice sapendo di essere il segnalibro di quel meraviglioso libro di canti e apprendendo che chi per primo aveva cantato e scritto di lui, era pure stato un bucaneve, beffato dall’estate e vittima dell’inverno. Il fiore capì naturalmente tutto a modo suo, proprio come anche noi capiamo le cose a modo nostro.
Questa è la fiaba del bucaneve.

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