Dino Buzzati pittore

Dino Buzzati, più volte, ebbe a dire:

Il fatto è questo, io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Il mondo invece crede che sia viceversa, le mie pitture quindi non le può prendere sul serio. La pittura per me non è un hobby, ma il mestiere; hobby per me è scrivere. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie“.

Ossia, aggiungo io, non era uno scrittore, non era un pittore, non era un fumettista, ma parlava l’unico linguaggio: quello dell’Arte.

Spesso impensabile scindere i suoi testi dalla parte figurativa, in quanto parola e immagine sono in perfetta unione e permettono al fruitore di coglierne tutto il valore poetico e di essere pienamente coinvolti da quel suo modo di esprimersi a metà tra la fiaba ed il sogno.

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In lui ritroviamo riferimenti a più correnti: la metafisica di de Chirico, il surrealismo di Dalì e quello francese di Chagall, la Pop Art di Lichtenstein e, in molte opere, la fumettistica di Crepax e di Giussani.

Per lui “la pittura era la vita” e quando scoprì di essere malato disse: “La vita si allontana così rapidamente… Peccato: avrei ancora molti quadri da dipingere”. Vedeva questa forma d’arte come un grande amore, che resta dentro per tutta la vita.

Come spesso accade, la critica non lo sosteneva, considerandolo un cantastorie fumettista, senza tenere in considerazione che Buzzati era in grado di esprimersi intensamente sia con la penna che con il pennello in modo “candidamente stralunato”, come diceva il suo grande amico Indro Montanelli.
Nonostante ciò, da buon montanaro, Buzzati continuò ad esprimersi ed a regalarci il suo mondo fantastico, e dichiarò: “Di solito ciò che si scrive su di me mi annoia terribilmente…”.
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Buzzati esprimeva il suo mondo fantastico ma non amava che si parlasse di lui.”Di solito ciò che si scrive su di me mi annoia terribilmente…” ( da una lettera inedita di Buzzati sul primo libro che parla di lui – Fausto Gianfranceschi)

 

 

Eppure il suo «mondo candidamente stralunato» (come lo definiva l’amico e collega Indro Montanelli), così fiabesco da sembrare irreale, ha in sé qualcosa di nuovo e antico insieme, ispirato come per i più grandi artisti dalla miglior tradizione. E non è un errore riconoscere nelle sue prime fatiche letterarie un gusto quasi naturale per il pittorico, laddove testo e immagine si fondano a guidare il lettore; si pensi a Bàrnabo delle montagne e a Il segreto del Bosco Vecchio, disseminati di schizzi e quadretti al pari della fiaba per bambini La famosa invasione degli orsi in Sicilia. Arrivò poi il Poema a fumetti, rilettura in chiave pop del mito immortale di Orfeo ed Euridice, con le sue 208 tavole illustrate in un pioneristico preannuncio della graphic novel con un pizzico di erotismo pronto a far gridare allo scandalo l’Italia bacchettona. E ancora gli ex voto di Miracoli di Val Morel, sulle guarigioni attribuite dalle credenze popolari a Santa Rita da Cascia rilette da Buzzati in chiave fantastica con brevi narrazioni.

I suoi sono apologhi illustrati, dipinti letterari, un mix culturale di correnti e suggestioni. C’è la Metafisica di Giorgio de Chirico, il Surrealismo di Salvador Dalì, la Pop Art di Roy Lichtenstein. La tradizione del fumetto serpeggia poi in tutte le opere – dalla Valentina di Guido Crepax al Diabolik delle Giussani – mischiandosi alla cartellonistica pubblicitaria e ai materiali più disparati.

La prima personale di Dino Buzzati si tenne nel 1958 alla Galleria dei Re Magi di Milano, regalando alle tele del giornalista-pittore il titolo suggestivo di Storie dipinte, poi ripreso e ampliato in quel preziosissimo volume contente cinquantatré dipinti narrativi pronti ad aprire un’ulteriore porta sull’universo dell’artista. I temi affrontati sono quelli del Buzzati scrittore, legati dal sottile filo rosso del fantastico che si snoda tra destino e attesa, mistero e cronaca, crudeltà umana e visione malinconica dell’amore.

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