…In attesa della Pasqua!

Anche alla Pasqua (come abbiamo visto per il Natale), sono legati numerosi aneddoti, favole e leggende, che spesso traggono spunto dall’episodio più cruento e noto di questa ricorrenza: la Passione di Gesù…

Vi propongo queste due: io le ho trovate molto carine…

La leggenda del salice piangente

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Gesù saliva verso il Calvario, portando sulle spalle piagate la croce pesante. Sangue e sudore scendevano a rigare il volto santo coronato di spine. Vicino a Lui camminava la Madre, insieme ad altre pie donne. Gli uccellini, al passaggio della triste processione, si rifugiavano, impauriti, tra i rami degli alberi. Ad un tratto Gesù stramazzò al suolo. Due soldati, armati di frusta, si avventarono su di Lui, allontanando la Madre, che tentava di rialzarlo “Su, muoviti! E tu, donna, fatti da parte.” Gesù tentò di rialzarsi, ma la croce troppo pesante glielo impedì. Era caduto ai piedi di un salice … Cercò inutilmente di aggrapparsi al tronco. Allora l’albero pietoso chinò fino a terra i suoi rami lunghi e sottili perché potesse, afferrandosi ad essi, rialzarsi con minor fatica. Quando Gesù riprese il faticoso cammino, l’albero rimase coi rami pendenti verso terra: perciò fu chiamato Salice Piangente.

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La leggenda della passiflora

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Nei giorni lontani, quando il mondo era nato da poco, la primavera fece balzare dalle tenebre verso la luce tutte le piante della Terra, e tutte fiorirono come per incanto. Solo una pianta non udì il richiamo della primavera, e quando finalmente riuscì a rompere la dura zolla la primavera era già lontana… “ Fa’ che anch’io fiorisca, o Signore!” Pregò la piantina. “Tu pure fiorirai”, rispose il Signore. “Quando?” chiese con ansia la piccola pianta senza nome. “Un giorno… “e l’occhio di Dio si velò di tristezza. Era ormai passato molto tempo, la primavera anche quell’anno era venuta e al suo tocco le piante del Golgota avevano aperto i loro fiori. Tutte le piante, fuorché la piantina senza nome. Il vento portò l’eco di urla sguaiate, di gemiti, di pianti: un uomo avanzava fra la folla urlante, curvo sotto la croce, aveva il volto sfigurato dal dolore e dal sangue… “Vorrei piangere anch’io come piangono gli uomini” pensò la piantina con un fremito… Gesù in quel momento le passava accanto, e una lacrima mista a sangue cadde sulla piantina pietosa. Subito sbocciò un fiore bizzarro, che portava nella corolla gli strumenti della passione: una corona, un martello, dei chiodi… era la passiflora, il fiore della passione.

a cura di Roberto Pellegrini

La redazione augura a tutti quanti voi

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Che sia un’occasione per ritrovare pace e serenità.

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Che sia solo una questione di organizzazione?

“Il viaggiatore che scala la montagna in direzione di una stella,
se si fa assorbire troppo dai problemi della scalata,
rischia di dimenticare quale stella lo guida.”

Antoine de Saint-Exupéry

La nostra quotidianità si snoda attraverso molte difficoltà, i problemi grandi o piccoli che siano, occupano il nostro pensare e le responsabilità spesso sembrano sopraffarci. Ogni giorno sembra aggiungersi qualcosa alla già lunga lista di incombenze e criticità che ognuno di noi deve affrontare.

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Riflettendo mi è tornato in mente l’esperimento delle pietre nel barattolo, esperimento che ci propose un’insegnante a scuola, dopo le nostre lamentele riguardo agli innumerevoli esercizi da svolgere nel post scuola.

Vi racconto come andò… la Prof. prese un barattolo, lo mise sulla cattedra e poi prese dal cassetto un certo numero di pietre grosse, che ad una ad una introdusse nel barattolo stesso, poi rivolta a noi chiese se il contenitore ci sembrava pieno, la risposta fu negativa, infatti tra una pietra e l’altra c’era parecchio spazio.

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L’insegnante, allora, estrasse, una serie di piccoli sassi, che fece scivolare nel barattolo e che andarono ad occupare gli spazi rimasti vuoti, ripeté a noi la stessa domanda di prima ed anche questa volta la risposta fu negativa. Il barattolo aveva ancora spazi vuoti.

A quel punto la Prof, prese un sacchetto di sabbia e lo vuotò piano piano nel contenitore finché la sabbia non arrivò al bordo, ripeté la solita domanda e questa volta, in coro la nostra risposta fu affermativa.

Difronte al nostro parere, lei rimase alquanto sorpresa, ai nostri occhi il barattolo era raso ed era impossibile introdurre altro, secondo la Prof., invece, c’era ancora spazio, prese una bottiglia di acqua e cominciò a versarla, la sabbia cominciò ad assorbire l’acqua ed una certa quantità della medesima trovò spazio nel barattolo.

A quel punto l’insegnante chiese cosa avessimo imparato dall’esperimento, si aprì una discussione e la morale fu che si trattava solo di una buona organizzazione, ma non solo… imparammo che è bene prima di tutti affrontare i problemi grandi e pian piano quelli sempre più piccoli; infatti, vi siete chiesti cosa sarebbe successo se l’esperimento l’avessimo fatto al contrario, cioè introducendo prima l’acqua? Dal barattolo l’acqua sarebbe fuoriuscita subito.

Ciò insegna che dobbiamo imparare a risolvere prima le grandi preoccupazioni, se no saremo sopraffatti dalle piccole.

 

In fondo nel lungo percorso della vita non potremo fare a meno di incontrare difficoltà e problemi, si tratta solo di cercare di imparare ad organizzarsi per affrontarli, perché la vita, nonostante tutto, è bella.

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A.A.A. Doppiatori simultanei per buzzurri cercasi!

Il vecchio film con John Wayne, della domenica pomeriggio, è finito: l’inconfondibile “THE END” a tutto schermo (era un bel po’ che non mi ci imbattevo…), ne è la conferma inequivocabile…

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E’ l’ora della “pennichella” – più o meno le tre -, e nell’accingermi a spegnere il televisore, per mettermi a leggere qualcosa, sorrido.

Sorrido, perché nel rivedere certi film (che oggi, francamente, suscitano quasi tenerezza), balzano agli occhi i modi estremamente garbati dei personaggi, la loro meticolosa osservanza di tutti i dettami del Galateo (postille incluse), la loro affettata gentilezza, che a volte appare persino esagerata, complice, forse, un doppiaggio da “Saggio di Letteratura”:

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– Madame, io ritengo opportuno che mi permetta di salutarla, possibilmente con un bacio…! -, dice “lui”, col sopracciglio alzato e l’aria sorniona.

– Sì…: acconsento…! -, risponde “lei”, aprendo il ventaglio… Dialoghi ormai divenuti reperti archeologici, che fanno davvero brillare certe pellicole, come stelle d’altri tempi…

Divago in queste riflessioni “leggere”, quando un rumoraccio attraversa i miei timpani, riportandomi alla realtà.

Sul balcone di un appartamento di un condominio di fronte al mio, un troglodita (avrà tra i venticinque e i trent’anni), ha avuto le bella idea di togliere la ruggine dalla sua ringhiera, servendosi del flessibile, e producendo un fracasso bestiale, in un un orario piuttosto “delicato”…

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Dalla finestra a fianco si affaccia una signora anziana, minuta, chioma candida:

– Mi scusi, giovanotto… –

– Sì, cosa c’è? Dica…. –

– Non potrebbe rimandare a più tardi questo lavoro ? –

_ Ma non mi rompa i cxxxxxxi, signora! -, e giù col flessibile.

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– Povera Italia! -, sospira la signora, richiudendo la finestra.

E poveri noi, aggiungo…

Ecco: certi individui dovrebbero poter parlare soltanto se doppiati dai doppiatori “vintage” di quei film in bianco e nero… Buone maniere garantite, a D.O.C.

Farebbero certo meno danni a se stessi. Ma soprattutto al prossimo.

by Roberto Pellegrini

“Siamo al mondo per convivere in armonia;…

coloro che ne sono consapevoli non lottano tra di loro”, così cita una frase attribuita a Buddha e che io interpreto anche come un’indicazione su come rispondere adeguatamente alle provocazioni.

Sempre Buddha affermava: “Aggrapparsi alla rabbia è come afferrare un carbone ardente con l’intento di gettarlo a qualcun altro; sei sempre e solo tu a rimanere bruciato”.

e ancora: “Qualsiasi parola dev’essere scelta con cura per chi la ascolterà e ne sarà influenzato, nel bene o nel male
Per meglio comprendere vi riporto la storia del vecchio samurai:
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Un tempo viveva vicino a Tokyo un vecchio samurai che aveva vinto molte battaglie, motivo per il quale era rispettato da tutti. Tuttavia, il suo tempo da combattente si era ormai concluso.

Ciò nonostante, tutta la sua saggezza e la sua esperienza venivano sfruttate dai giovani, dei quali l’anziano era maestro. Circolava, però, una leggenda sul samurai: si diceva che, nonostante fossero passati moltissimi anni, avrebbe potuto battere qualsiasi rivale, per quanto formidabile questi fosse.

Un’estate, un celebre guerriero, noto per la sua brutalità, si presento nella dimora del vecchio samurai. Il suo carattere spavaldo causava malessere ai suoi avversari, che abbassavano la guardia mossi dall’ira e attaccavano alla cieca. L’uomo, dunque, voleva battere il vecchio samurai per essere ricordato da tutti.

Questo guerriero delle arti oscure, tuttavia, non riuscì a provocare l’anziano. Il samurai non sguainò mai la spada, portando il suo nemico a darsi per vinto e a sentirsi umiliato.

Gli alunni del vecchio samurai si sentirono infastiditi da quella che considerarono codardia da parte del loro maestro. Lo rimproverarono aizzandolo a sguainare la spada, ma questi rispose che quando qualcuno ti offre qualcosa in dono e tu non lo accetti, continua ad appartenergli; l’ira, la rabbia e gli insulti, se non vengono accettati, appartengono a chi li pronuncia.

Non è un caso che un samurai sia protagonista di questa storia, infatti i samurai sin dalla tenera età venivano addestrati al rispetto del codice bushido di cui abbiamo già parlato in questo articolo.

A proposito di samurai, mi piace ricordare qui Miyamoto Musashi, famoso guerriero samurai, vissuto durante l’epoca feudale giapponese, che scrisse Il libro dei cinque anelli e che, due settimane prima di morire, stilò una lista di regole della vita.

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  1. Evita di dare spazio ai rimorsi

  2. Di’ addio alle lamentele e al rancore
  3. Accettazione
  4. Impara a liberarti del desiderio
  5. Pensa poco a te stesso e molto di più agli altri
  6. Non seguire ciecamente le convinzioni altrui
  7. L’amore non deve essere contaminato dall’attaccamento
  8. Metti da parte le cose che non ti servono
  9. Conserva sempre il tuo onore

    e soprattutto

  10. Non avere paura della morte, paura che si vince vivendo intensamente ogni attimo della vita.

Forse varrebbe veramente la pena di non concentrarsi sempre e solo sulle apparenza, ma soprattutto sull’essenza della vita.

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Il futuro su cui contiamo non è una certezza

“La nostra seconda vita inizia solo quando scopriamo di averne solo una”
Raphaëlle Giordano

Spesso ci lasciamo intrappolare dalla routine quotidiana, ripetiamo abitualmente le stesse azioni, ci adagiamo nel nostro tran-tran e, quasi assuefatti, invece di “vivere” e migliorare, ci lasciamo limitare e finiamo con il sopravvivere.

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Apparentemente il nostro vivere non sembra nemmeno malaccio, tuttavia, questo essere a nostro agio nella routine ci impedisce spesso di migliorare la nostra vita… Ma questa è una e non va sprecata, bensì vissuta. Nessuno di noi sa quanto tempo ci sia a disposizione, è quindi indispensabile guardare oltre, uscire dalla nostra “zona sicura” ed essere intraprendenti.
Spesso sento persone lamentarsi della propria vita, ma li vedo passivi di fronte ad ogni tipo di cambiamento; io sono convinta che anche i momenti più dolorosi della nostra vita possano essere d’aiuto per scoprire alcune qualità che giacciono sepolte e che nemmeno immaginiamo di possedere, quindi sono grata anche ai momenti difficili della vita.
C’è una metafora zen che ben delinea questo concetto, ve la racconto…

C’era un saggio Maestro che passeggiava tra i campi con il suo discepolo. Un giorno, si trovarono davanti a una casa di legno abitata da una coppia con i suoi tre figli. Andavano tutti malconci, con vestiti stracciati e sporchi. I loro piedi scalzi, l’ambiente intorno a loro terribilmente povero.

Il Maestro chiese al capofamiglia come facessero a sopravvivere, dato che nei dintorni non esistevano né industrie né commercio, oltre a non vedersi ricchezza alcuna nei paraggi. Con molta calma, il padre gli rispose: “Guardi, abbiamo una mucca che ci rende vari litri di latte al giorno. Ne vendiamo una parte e con il denaro compriamo altre cose, mentre l’altra parte la consumiamo noi. Così possiamo sopravvivere”.

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Il Maestro ringraziò per l’informazione, salutò e se ne andò. Allontanatosi, disse al suo discepolo: “Cerca la mucca, conducila fino al precipizio e spingila nel dirupo”.

Il giovane restó attonito, la mucca era l’unico mezzo di sostentamento di quell’umile famiglia. Ma pensò che il suo Maestro aveva le sue ragioni per chiedergli un atto simile e, con grande sforzo, condusse la mucca verso il precipizio e la spinse giù. Quella terribile scena rimase impressa nella sua mente per molti anni.

Molto tempo dopo il discepolo, sentendosi in colpa per quello che aveva fatto, decise di lasciare il Maestro per tornare in quel luogo e chiedere perdono alla famiglia a cui aveva provocato un grosso danno. Mentre s’avvicinava, notò che tutto era cambiato. Una preziosa casa con alberi tutt’attorno, tanti bambini che giocavano e un’automobile parcheggiata all’esterno.

Il giovane si sentì ancora più triste e disperato pensando che quell’umile famiglia avesse venduto tutto per sopravvivere. Quando chiese di loro, gli risposero che erano sempre lì, che non se n’erano andati. Entrò di corsa in casa e realizzò che era davvero abitata dalla stessa famiglia di allora. Così, chiese al capofamiglia che cosa fosse successo ed egli, con un grande sorriso, gli rispose:

“Avevamo una mucca che ci dava latte e con cui tiravamo a campare. Ma un bel giorno la mucca cadde in un precipizio e morì. Da quel momento, ci trovammo obbligati a fare altre cose, a sviluppare altre capacità che mai avremmo immaginato di avere. Così, cominciammo ad avere successo e la nostra vita cambiò”.

Ognuno dovrebbe imparare a liberarsi dalla mucca che c’è in noi spingendola dal precipizio, perchè la routine è una forma di morte.
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Catinaccio o Rosengarten …

… comunque lo si chiami, una cosa è certa: qui, nel libro della natura, si legge una delle più belle ed affascinanti pagine.

Ci troviamo in Trentino Alto Adige e l’imponente massiccio del Catinaccio domina il paesaggio, qui la natura è incontaminata: colori, profumi, fauna e flora, in ogni stagione dell’anno, seducono i turisti. Punta di diamante del Catinaccio sono le Torri del Vajolet, tre maestosi torrioni di nuda roccia dolomitica che si stagliano altissimi nel cielo e lo sfiorano.

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Proprio fra le rocce del Catinaccio avviene il fenomeno dell’enrosadira, quel magico momento in cui, all’alba ed al tramonto, le rocce si colorano di rosa. Questo fenomeno, così unico e romantico, avviene per via della conformazione chimica delle montagne stesse, ma… ad esso, la fantasia popolare, ha legato una leggenda, quella di Re Laurino.

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La leggenda che fra i massicci rocciosi del Catinaccio ci fosse un immenso giardino di rose, governato da Re Laurino, sovrano di un popolo di nani che scavava nelle viscere della montagna alla ricerca di cristalli, argento ed oro e possedeva altre sì due armi magiche: una cintura che gli forniva una forza pari a quella di dodici uomini ed una cappa che lo rendeva invisibile.

Un giorno il re dell’Adige decise di sposare la sua bella figlia Similde. Per questo motivo invitò tutti i nobili del regno ad una gita di maggio, tutti tranne Re Laurino. Ma questo decise di partecipare comunque: come ospite invisibile.

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Quando Laurino sul campo del torneo cavalleresco vide Similde e, colpito dalla sua stupenda apparenza, se ne innamorò perdutamente, la rapì e la portò con sé. Hartwig, il promesso sposo della principessa, chiese aiuto al re dei Goti ed assieme ai suoi guerrieri salì sul Catinaccio.

Re Laurino allora indossò la cintura, che gli dava la forza di dodici uomini e si gettò nella lotta. Quando si rese conto che nonostante tutto stava per soccombere, indossò la cappa e si mise a saltellare qua e là nel giardino, convinto di non essere visto. Ma i cavalieri riuscirono ad individuarlo osservando il movimento delle rose sotto le quali Laurino cercava di nascondersi. Lo afferrarono, tagliarono la cintura magica e lo imprigionarono.

Laurino irritato per il destino avverso, si girò verso il Rosengarten (così viene chiamato in tedesco), che lo aveva tradito e gli lanciò una maledizione: né di giorno, né di notte, alcun occhio umano avrebbe potuto più ammirarlo.

Laurino, però, dimenticò l’alba ed il tramonto e così da allora accade che il Catinaccio, in questi due momenti, si colori tingendosi di un magnifico ed incantevole rosa…

A proposito di haiku…

Subisco da sempre il fascino discreto della poesia breve giapponese: lo Haiku…; lo “percepisco” nelle immagini che vedo; lo vivo… Stimolante è la “scommessa” che questa forma di componimento poetico propone: costringere in diciassette sillabe (suddivise in tre versi complessivi, per 5-7-5…, ma non entriamo troppo nel “tecnico”…), una sensazione, un’emozione, un’idea, un attimo…: uno “spicchio” di vita, in definitiva.

Scrivo Haiku e posso garantirvi che riuscire a comporne, senza cadere nella banalità è tutt’altro che un gioco; che spesso, però, affronto proprio come un divertimento, una “sfida”! Anche se, in realtà, onestamente preferisco considerare i miei Haiku, lavori fortemente “ispirati” e naturalmente orientati a quelli Giapponesi (com’è scontato che sia, del resto); magari – e mi auguro – , in certi casi persino gradevoli, o ben riusciti. Ma pur sempre, ed orgogliosamente, Haiku Italiani, figli, cioè, di una cultura, di una formazione, di uno “spirito” completamente differenti. Chiarisco: non si tratta di operare una classificazione, distinguendo, cioè, Haiku di serie A, quelli Nipponici, ed Haiku di serie B, i miei (o “i nostri”, se preferite); semplicemente, in questa sede mi piace ammettere, nei miei ”pezzi”, la mancanza di una “Giapponesità” autentica che, invece, è parte fondante dello stesso DNA dei componimenti di Autori Nipponici.

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Del resto, questo, più o meno velatamente, è quanto sostiene Terada TORAHIKO nel suo interessantissimo saggio “LO SPIRITO DELLO HAIKU”, che consiglio vivamente a tutti voi, appassionati del genere…

Vi propongo tre esempi di Haiku: i primi due, dei Grandi Poeti Giapponesi, Basho e Shiki, due vere leggende della Letteratura del Paese del Sol Levante; l’ultimo è mio…

Mi si perdoni l’accostamento…

Nello stagno antico
si tuffa una rana:
eco dell’acqua.

(da: “Basho, Poesie e Scritti Poetici”, a cura di M. Mariko)

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Il ponte ha ceduto,
indietro, solitario
il salice piangente

(da: “Shiki, Centosette Haiku”, a cura di P.O. Norton)

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Come di giada
l’onda frange e si spezza
sul nero scoglio

(da: “Amore e Vento, 111 Haiku”, di R. Pellegrini, inserito anche nella raccolta All’ombra di un ciliegio: Raccolta di Haiku e Waka“, di R. Pellegrini)

by Roberto Pellegrini