La luna…di notte la protagonista assoluta

“…Mille raggi di Luna,
come spilli di Luce,
ha puntato la Notte
sopra il nero velluto
del suo manto di Cielo…
Le capocchie son Stelle,
scintillanti occhiolini,
orientate e confuse
nell’abisso celeste…
Se tu sfili uno spillo,
allora liberi un sogno,
come un soffio improvviso,
come un gioco di pioggia,
respirando nient’altro
che un’attesa disciolta
nei tuoi occhi, che sono
la mia Rosa dei Venti…”

by Roberto Pellegrini – tratto da Le parole sono stelle

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La Luna, unico satellite del nostro Pianeta Terra, che lo accompagna dalla notte dei tempi influenzandone con la sua forza gravitazionale numerosi fenomeni.

La Luna che vediamo sempre lassù, “appesa”, a volte brillante e a volte appena visibile sotto le vesti di una romantica falce, ma sempre protagonista della volta celeste insieme alle stelle.

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La Luna, da sempre, centro di credenze e tradizioni popolari, che porta un nome legato alla luce, ma della quale vediamo solo una faccia per via della “rotazione sincrona”.

La Luna, compagna di tante notti insonni, passate ad esplorare il cielo, esprimendo desideri nella speranza che si trasformino quanto prima in realtà.

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La Luna spesso protagonista di leggende, come in questo caso:

LA LEGGENDA DELLA LUNA PIENA

In una bella serata estiva, tanto tempo fa, in cielo splendeva una sottile falce di luna, che si affacciava fra le nuvole.

Un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava senza sosta. I suoi ululati erano lunghi, ripetuti e disperati. La luna, la regina d’argento della notte, ne fu infastidita e gli chiese perché si lamentasse tanto. Il lupo rispose che aveva perso uno dei suoi cuccioli e che ormai disperava di trovarlo. La regina della notte, dispiaciuta e desiderosa di aiutarlo, pensò di illuminare tutta la montagna per far sì che il lupacchiotto trovasse la via del ritorno. Così si gonfiò tanto da diventare un disco grande e luminoso. A quel punto il lupo ritrovò il suo cucciolo, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Lo afferrò in tempo, lo strinse forte, lo rincuorò e ringraziò infinitamente la luna. Poi se ne andò col figlioletto, allontanandosi tra la vegetazione. Le fate dei boschi, commosse, decisero di fare un bellissimo regalo: una volta al mese la luna sarebbe diventata un globo di luce grande e luminoso, visibile a tutti, in modo che tutti i cuccioli del mondo potessero ammirarla in tutto il suo splendore. Da allora, una volta al mese i lupi ululano festosi alla luna piena.

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Tibet: gli otto simboli di buon auspicio

Forse il più antico e noto gruppo di simboli, facenti capo alla cultura del Tibet, è quello rappresentato dagli “Otto Simboli di Buon Auspicio”, già presenti nei tradizionali testi, scritti in sanscrito, del Buddismo Indiano.

Tra questi simboli vi sono piante, oggetti, animali, che venivano impiegati nei vari rituali, costituendo, inoltre, segno di prestigio.

Proprio per il loro significato benaugurante, questi simboli sono diffusissimi: li troviamo su capi di vestiario, arazzi, bandiere, monili e persino su muri e travi…

Eccoli:

Il parasole

Il Parasole (in sanscrito chattra, in tibetano gdugs) è il simbolo della dignità regale e rappresenta il potere spirituale.
Derivato dall’arte indiana, viene rappresentato in diverse forme e varianti. Semplice o triplo, di seta gialla, bianca o anche multicolore, viene rappresentato aperto e abbastanza ampio da accogliere quattro o cinque persone. Otto nastri di seta multicolore o di un colore solo, ornati da frange, pendono dal bordo superiore.
Il significato simbolico del parasole deriva dalla possibilità che offre, in caso di maltempo o di sole eccessivo, di proteggersi, possibilità che da sempre è stata identificata come segno di ricchezza. Per questo è divenuto simbolo del potere e della regalità. Gli alti dignitari religiosi tibetani erano dotati di parasoli di seta.
Il parasole simboleggia la compassione e la sua protezione di tutti gli esseri senzienti dal dolore, dalle malattie, dai veleni mentali e dall’ignoranza.

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I pesci d’oro

I pesci d’oro (in sanscrito suvarnamatsya, in tibetano gser-nya) sono un simbolo religioso usato fin dai tempi antichi. Originariamente in India si rappresentavano i fiumi sacri del Gange e dello Yamuna con dei pesci.
I due pesci sono paralleli e si fronteggiano verticalmente o si incrociano leggermente.
In Tibet i due pesci d’oro si trovano rappresentati unicamente insieme agli altri otto simboli e non hanno un significato specifico.
I pesci rappresentano il superamento di tutti gli ostacoli, la vittoria su tutte le sofferenze e il raggiungimento della liberazione, liberi nell’avere acquisito la consapevolezza della natura ultima, così come i pesci nuotano liberi nell’acqua per loro propria natura.

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Vaso della ricchezza

Nell’immagini tibetane il vaso della ricchezza (in sanscrito kalasa, in tibetano gter-chen-po’i bum-pa) è un recipiente tondo con il collo corto e stretto che poi si allarga formando un bordo decorato. L’apertura del vaso è chiusa con un grande gioiello che indica appunto che si tratta di un vaso della ricchezza.
L’utilizzo di vasi di questo tipo risale fin dai primi giorni del Buddhismo e delle altre religioni e simboleggia l’idea di ottenimento e soddisfazione dei desideri materiali.
Nel Buddismo tibetano si utilizzano vasi di forma diversa a seconda delle pratiche rituali, in modo particolare per i rituali tantrici.
Il vaso della ricchezza simboleggia la realizzazione spirituale, la perfezione del Dharma, la longevità e la prosperità.

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Fiore di loto

Il fiore di loto (in sanscrito padme, in tibetano padma) non cresce in Tibet, per questo viene disegnato in modo molto più semplice e stilizzato di quanto fatto nelle rappresentazioni d’arte indiana o giapponese. Il fatto che sia presente in Tibet sta indicare quanto il suo utilizzo iconografico sia strettamente simbolico e indichi purezza e bellezza.
Uno tra i simboli tibetani più noti, simboleggia infatti la purezza in quanto, benché affondi le sue radici nel fango degli stagni, produce candidi fiori al di sopra dell’acqua. Rappresenta quindi la purezza, particolarmente quella spirituale, ed è per questo che spesso le immagini di Buddha e dei Bodhisattva vengono rappresentate sedute sopra un trono a forma di fiore di loto.
La simmetria dei petali del fiore di loto, da otto a dodici petali, rappresenta l’ordine del cosmo e per questo viene utilizzata come modello per la realizzazione di mandala.
L’immagine del loto viene utilizzata nella pratica di autoguarigione Ngalso per identificare e riequilibrare i nostri cinque chakra.

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Conchiglia

La conchiglia (in sancrito sankha, in tibetano dung gyas-‘khyl) viene raffigurata con dimensioni piuttosto grandi, di colore bianco, generalmente con avvitamento verso destra e con la parte terminale a punta. La conchiglia, oggetto naturale e non prodotto artificialmente dall’uomo, è stata per questo utilizzata fin dall’antichità come strumento rituale. Era già utilizzata in epoca prebuddhista come simbolo delle divinità femminili, come contenitore e come strumento musicale rituale. Nel Buddhismo tibetano si utilizza spesso come strumento musicale e il suo potente suono viene utilizzato per richiamare i monaci alle riunioni, per fare offerte di suono durante le puje o anche come recipiente per l’acqua con lo zafferano.
Rappresenta la gloria dell’insegnamento del Dharma, che come il suono della conchiglia si diffonde in tutte le direzioni, e l’abbandono dell’ignoranza.

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Nodo Infinito

Il nodo infinito (in sancrito srivatsa, in tibetano dpal be’u) è un nodo chiuso composto da linee intrecciate ad angolo retto. E’ uno dei simboli preferiti e maggiormente utilizzati dall’iconografia tibetana. Non ci sono indicazioni precise sulla sua origine iconografica. Spesso viene paragonato al simbolo nandyavarta, una variante della svastika che presenta diverse similitudini con il nodo dell’infinito.
Per il buddhismo tibetano è un simbolo classico del modo in cui tutti i fenomeni sono interdipendenti tra loro e dipendono da cause e condizioni che vengono rappresentati dalle linee geometriche che si intersecano tra loro. Non avendo nè inizio, nè fine simboleggia anche l’infinita conoscenza e saggezza del Buddha e l’eternità dei suoi insegnamenti.
Per la sua importanza e semplicità grafica, questo simbolo viene utilizzato anche da solo. Ad esempio, se disegnato su un biglietto di auguri, favorisce la creazione di un legame stabile tra il donatore e chi riceve il regalo, oltre a ricordare al donatore che risultati positivi futuri sono determinati da azioni positive presenti, come quella del donare.

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Vessillo di vittoria

Il vessillo della vittoria (in sancrito dhvaja, in tibetano rgyal-mtshan) si riferisce a diversi oggetti della cultura tibetana. E’ fatto in legno e tessuto, ma ne esistono copie in metallo. Classicamente è uno stretto cilindro di tessuto con tre o più strisce di seta adornato con nastri di cinque colori (bianco, rosso, verde, blu, giallo). Funge da decorazione e generalmente si trova all’interno di templi e monasteri, sospeso al soffitto, come ornamento dei tetti o all’estremità’ delle lunghe aste di preghiera. A volte viene utilizzato anche sul tetto di abitazioni private.
Rappresenta la vittoria degli insegnamenti buddisti, la vittoria della conoscenza sull’ignoranza e sulla paura, la vittoria del Dharma contro su tutti gli ostacoli e il raggiungimento della felicità ultima.

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Ruota del Dharma

La Ruota del Dharma (in sancrito chakra, in tibetano ‘khor-lo) si compone di un mozzo centrale, di 8 o più raggi e di un cerchione esterno. L’immagine della ruota è un simbolo universale ed è presente in tutte le culture. Già nell’India pre-buddista era un molto diffuso con il duplice significato di arma o del Sole. Nella cultura buddista la ruota si associa immediatamente al concetto della Ruota del Dharma messa in moto da Buddha in occasione della prima esposizione pubblica della sua dottrina a Sarnath, non lontano da Benares, l’odierna Varanasi, dove nel Parco delle Gazzelle. Per questo motivo spesso la Ruota del Dharma viene spesso rappresentata tra due gazzelle. I significati della Ruota del Dharma possono essere molteplici. Secondo i tre addestramenti della pratica buddista, il mozzo rappresenta l’addestramento alla disciplina morale che rende stabile la mente; i raggi rappresentano la comprensione della vacuità di tutti i fenomeni che permette di eliminare alla radice la nostra ignoranza; il cerchione esterno, infine, identifica la concentrazione che permette di tenere salda la pratica della dottrina buddista. Rappresenta inoltre l’Ottuplice nobile sentiero che porta alla liberazione, il Dharma e Buddha Shakyamuni stesso
In senso più generale, tra gli otto simboli di buon auspicio, la Ruota del Dharma simboleggia l’insegnamento buddhista nella sua globalità. Ci ricorda che il Dharma abbraccia tutte le cose, non ha nè inizio nè fine, è in movimento ed immobile.

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a cura di Roberto Pellegrini

Zen: una farfalla che si posa su…

…un buddista, un islamico, un cristiano…, una farfalla che vive di vita propria, indipendentemente da qualsiasi religione.

Infatti lo zen non è una religione e nemmeno una filosofia, ma un atteggiamento verso la vita, durante la quale è indispensabile puntare all’introspezione diretta del cuore eliminando tutto ciò che sta tra l’uomo e la sua esperienza immediata.

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Difficilissimo definire lo zen e soprattutto difficile comprenderlo, proprio perché semplice ed ovvio. Cita un detto zen.  “Non sapendo quanto sia vicina la verità, gli uomini la cercano lontano, come chi nuota nell’acqua e avendo sete chiede da bere”.

Lo Zen non indica la verità assoluta, ma la via semplice, diretta e concreta che ci riporta alla realtà, “qui e adesso”; che aiuta a superare dipendenze ed attaccamenti, per vivere “liberamente” come parte dell’universo.

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Philip Kapleau, insegnante Zen, afferma – nell’introduzione del libro “Zen Keys” di Thich Nhat Hanh – come essere un perfetto antidoto a molti problemi della società odierna:

“Una risposta ovvia è – attraverso lo Zen. Non necessariamente il Buddismo Zen, ma lo Zen nel suo senso più ampio di mente consapevole che punta in una direzione; di vita disciplinata con semplicità e naturalezza, opposta ad una vita artificiosa e forzata; di vita compassionevolmente coinvolta nel benessere del mondo e non egocentrica e aggressiva. Una vita, in breve, di armonia con l’ordine naturale delle cose e non in costante conflitto.”

Provate a lasciarvi coinvolgere, liberando la vostra mente e facendo vostri i “piccoli” insegnamenti che provengono dalle innumerevoli parabole zen, qui di seguito ve ne lascio una di Akihito Ishikawa:

La bottiglia di sake

Due amici si diedero appuntamento in una locanda: il primo arrivato avrebbe chiesto una bottiglia di sake ed avrebbe aspettato l’altro, per un brindisi.

Uno dei due amici arrivò per primo alla locanda e, come d’accordo, chiese all’oste una bottiglia di sake, di quello buono. Ma poi, chiamato dalla moglie, dovette allontanarsi per un po’.

Notando la bottiglia incustodita, un mendicante ne approfittò prontamente, bevendo a lunghi sorsi.

Nel frattempo, ritornò l’amico che aveva ordinato il sake, il quale, accortosi che ne era già stato bevuto parecchio disse tra sé:

– Che razza di amico…!: è arrivato; non mi ha nemmeno aspettato e si è quasi scolato tutta la bottiglia! -, e se ne andò molto amareggiato.

Poco dopo si presentò l’altro amico che, accortosi a sua volta della bottiglia, pensò:

– Che carissimo amico…: non ha potuto aspettarmi, ma ha comunque brindato alla mia salute, lasciandomi il sake sufficiente, perché io potessi brindare alla sua…! –

CHIEVE DI LETTURA POSSIBILE:

Ciascuno “vede” ciò che “nasconde” nell’animo…

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Invidia: ossia…

L’invidia, questo moto dell’anima velenosissimo, fa emergere quanto l’invidioso sia un perdente e quanto il confronto con l’invidiato generi sofferenza.

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Ovviamente l’invidioso non ammetterà mai di esserlo, perché sarebbe come sottoscrivere la sua inferiorità e spesso, tra mille sforzi, si dibatte nel tentativo di emulare la persona che provoca la sua invidia. Quasi sempre, invece di “imparare”, si mostra pieno di sé e convinto di poter sicuramente fare di meglio, incappando, nella maggio parte dei casi, nel ridicolo.

L’invidia spinge l’invidioso ad esaltare le sue, quasi sempre, modeste abilità, anziché mettere in campo una sana analisi e relative misure per colmare il gap, manca quindi di una giusta e necessaria autovalutazione.

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Considerata uno dei 7 vizi capitali dalla cultura cristiana, l’invidia è l’odio degli stupidi.

Invidiosa era Venere della bella Psiche, invidiosa era la strega cattiva di Biancaneve, invidioso era Riccardo III del fratello Edoardo nella tragedia di Shakespeare, pensate … invidiosa era persino Atena, dea della saggezza, figlia prediletta di Zeus, protettrice di tutte le arti e fonte di consigli, che un giorno perse il lume della ragione, come ci racconta questa breve storia…

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Viveva in Lidia la più abile delle allieve di Atena, Aracne, la ricamatrice. Fiera della sua arte, decise di ricamare su un immenso arazzo di porpora la storia degli dei. Poi espose il suo capolavoro nella piazza del paese.
Molti accorrevano ad ammirarlo da tutta la Grecia e si complimentavano con l’artista. “Nemmeno Atena potrebbe fare di meglio”, dicevano.
Questi commenti arrivarono all’orecchio della dea, che abbandonò subito i suoi lavori per andare a vedere quello dell’allieva. Aracne, vedendola arrivare, s’inginocchiò davanti a lei e cominciò a tremare: troppo si era vantata di ciò che sapeva fare.
Atena le sorrise, benevola, ma appena posò gli occhi sugli stupendi disegni dell’arazzo, che brillava catturando i raggi del sole, aggrottò la fronte, irritata : la sua allieva l’aveva davvero superata! Afferrò la tela ricamata, la stracciò con rabbia e ne sparse attorno i pezzi.
Aracne lanciò un urlo e scappò via. In un attimo era stato distrutto il suo lavoro più bello, che le era costato anni di pazienti fatiche…
Corse a nascondersi nella foresta e Atena, che l’aveva seguita forse pentendosi del suo gesto crudele, la ritrovò morta. La povera ricamatrice si era appesa a un ramo con la sua cintura.
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La dea pianse sul corpo senza vita dell’allieva, e pian piano quel corpo rimpicciolì e riprese a muoversi : era diventato un ragno, che subito cominciò a tessere la sua tela.
“Tessi, piccola mia”, sospirò la dea.
“Ma d’ora innanzi lo farai per vivere, senza gloria. Non potrai più vantarti, sfidando gli dei”.
Quando un raggio di sole batte sulla tela del ragno, si può notare come sia perfetto il suo ricamo.

Dante, nella Divina Commedia, mise gli invidiosi in purgatorio, con le palpebre cucite da fil di ferro. Se si potesse veramente rendere ciechi gli invidiosi!

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Necessità: “bussola” della vita…?

Trovo stimolante questa breve parabola Zen…

In udienza dal re, Ji Liang disse: “Venendo qui ho visto una carrozza correre sulla strada maestra. Il padrone mi ha detto: ‘Vado nel regno di Chu.’ Gli ho risposto: ‘volete andare al regno di Chu situato a sud perché allora la vostra carrozza è diretta a nord?’ ‘Ho ottimi cavalli.’ ‘Sebbene i vostri cavalli siano ottimi, la strada non porta a Chu.’ ‘Ho un mucchio di soldi.’ ‘Anche se avete soldi, la strada non porta a Chu.’ ‘Inoltre i miei cocchieri sono migliori.’ ‘Benché i vostri cocchieri siano i migliori, non arriverete a Chu. Migliori sono le condizioni, più vi allontanate da Chu.’ ”

La povertà aguzza l’ingegno!”; in altre parole: maggiore è il benessere e l’ “ovatta” in cui siamo immersi, minore sarà la nostra “fame” di lottare, per il conseguimento di un obiettivo. Anzi, forse addirittura peggio: se ciò che abbiamo è già equivalente al “meglio”, probabilmente non avvertiremo nemmeno la necessità di darci uno scopo nuovo, una meta ulteriore, un traguardo più in là da superare, contando solo sulle nostre (magari poche, ma genuine…), forze.

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“La prosperità mette alla prova persino l’animo dei saggi!”, scriveva Sallustio, per ribadire quanto il benessere possa arrivare a “rovinare” un uomo, rendendolo “pigro” dentro; svuotandolo di ogni slancio vincente; soffocando in lui la voglia di emergere; nascondendo ai suoi occhi la “giusta” direzione…

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Di uomini (e donne, s’intende), di successo, che siano partiti da zero ce ne sono tanti. Ma tutti sono accomunati da un’ “energia” particolare che è la stessa che li sosteneva nel corso della loro, più o meno dura, “gavetta”…

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Sulla “strada maestra” della nostra vita, dunque, alla ricerca della nostra piena realizzazione (verso…”il regno di Chu”, vale a dire…), teniamoci pur caro il benessere conquistato, ma non dimentichiamo mai che proprio dalla ”necessità” abbiamo attinto gli insegnamenti, le forze e soprattutto, l’ “orientamento” per riuscire…

by Roberto Pellegrini

La leggenda della campana tibetana

Il Tibet, questo luogo isolato e mistico, ribattezzato il tetto del mondo, dove fra scenari da fiaba e montagne talmente alte che sembrano sfiorare il cielo, si è sviluppata una delle culture più affascinanti e, oserei dire, per noi occidentali, alquanto misteriosa.

Isolato o protetto, come meglio preferite dal resto del mondo, l’altopiano del Tibet è circondato su tre lati dalle montagne più alte della Terra ed esercita da sempre una forte attrazione oltre che per il paesaggio, per la sua coinvolgente spiritualità.

Proprio in questo luogo ha origine la leggenda della campana tibetana, che vi riporto qui di seguito…

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Joshu era un monaco alla continua ricerca dell’illuminazione. Aveva sentito parlare assai bene di un vecchio maestro Zen, Abate di un monastero sperduto tra le montagne e non avendo più null’altro da fare, decise di fargli visita.

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Giunto al tempio chiese di poter essere ricevuto dall’Abate. Ottenuto il permesso, entrò nella stanza, si inchinò e si sedette.

Il vecchio maestro lo osservò a lungo, poi domandò: “Perché sei venuto fin quassù?”

“Maestro, vorrei raggiungere l’illuminazione!”

“Bene”  disse il maestro “Scopo assai nobile, ma sai dirmi cos’è questa?”  e indicò la campana tibetana che gli stava di fronte.

“Oh maestro, questa è una ciotola sonora, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Inizialmente era un oggetto d’uso domestico, forse un contenitore per i cibi, poi si scoprì che se toccata emetteva un suono. Abili artigiani iniziarono così a forgiarle mescolando con perizia sette metalli in proporzioni tali da favorire l’ottenimento di armonici che…”

Il maestro lo interruppe: “Bene, bene, vedo che sai!  Ora, però, metti le mani dietro la schiena.”

Joshu, perplesso ma rispettoso, fece ciò che il maestro gli chiedeva.

“Adesso fai risuonare questa campana.”

Il povero monaco non sapeva che dire, ma soprattutto non sapeva che fare.

Visto l’imbarazzo dell’allievo, il maestro disse: “Va’ a lavorare nella cucina del monastero, lava il riso, taglia le verdure, prepara i pasti e occupati dell’orto. Poi, quando avrai risolto il koan, ritorna qui.”

Con la campana sempre in mente, Joshu iniziò il suo lavoro di aiuto-Tenzo (il Tenzo è il cuoco del monastero e viene subito dopo l’Abate, per importanza). Avendo lavorato in passato come aiuto-cuoco, si muoveva assai bene in cucina: era veloce, preciso, tagliava una carota a rondelle in un attimo, con colpi secchi e rapidi di coltello.  Il Tenzo lo guardava, in silenzio.

Aveva anche fatto, in gioventù, il contadino e vedendo quell’orto così dimesso, si procurò concimi e fertilizzanti per renderlo più produttivo.  I monaci quando passavano, lo guardavano, in silenzio.

Decise anche di spianare quel piccolo giardino di sassolini all’entrata del tempio, visto che con tutti quei solchi aveva un aspetto trascurato.  Il maestro, dalla finestra della sua stanza lo guardava, in silenzio.

Intanto pensava a come risolvere il koan: ci pensava in cucina, nell’orto, nel giardino e anche in Zazen (lo Zazen è la meditazione seduta), ma ogni soluzione che trovava, si dimostrava inadatta: quelle mani dietro la schiena facevano miseramente naufragare ogni tentativo.

I giorni passavano e si affievoliva sempre più la possibilità di risolvere con successo l’enigma. Nel frattempo i suoi movimenti erano divenuti più calmi, i suoi gesti più attenti, i suoi occhi più rispettosi e la ciotola non era più al centro dei suoi pensieri, ma si stava progressivamente spostando a lato, liberando lo spazio davanti ai suoi occhi.

In cucina ora usava un piccolo coltello e tagliava le carote e le altre verdure a cubettini, tutti uguali tra di loro e la guen mai (una minestra, cibo abituale nei monasteri) ne risultava squisita, poiché “… quando la guen mai è vera, tutte le cose sono vere, quando tutte le azioni della vita sono vere anche la guen mai diventa vera…” .  Il Tenzo lo guardava, sorridendo.

Nell’orto aveva abbandonato i fertilizzanti e ora utilizzava una tecnica di coltivazione circolare, dove ciascun ortaggio cedeva al proprio vicino gli elementi nutritivi che aveva in abbondanza, ricevendone altri di cui era povero e tutti si proteggevano a vicenda da infestanti e parassiti.  I monaci quando passavano, lo guardavano, sorridendo.

Si era anche costruito uno stano attrezzo a denti ricurvi per rastrellare il giardino di sassolini e tracciare piccoli solchi dalle geometrie armoniche intorno alle grosse pietre che aveva preso sulla montagna.  Il maestro, dalla finestra della sua stanza lo guardava, sorridendo.

Ajoshu ormai non pensava più alla ciotola, alle mani dietro la schiena, alla tana della tigre (così viene chiamata la stanza del maestro quando la si varca con una possibile soluzione del koan assegnato), ma lavava il riso, tagliava le verdure, raccoglieva i frutti, rastrellava il giardino.

Una mattina, dopo lo Zazen, come tutti i giorni il maestro si apprestava a dare inizio alla recitazione dell’Hannya Singhyo, il Sutra del Cuore. Tre rintocchi di campana precedevano la cerimonia.

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Al primo rintocco un brivido, una scossa, percorse dal basso verso l’alto il monaco seduto in meditazione.

Tutto scomparve e le montagne che circondavano il monastero non furono più montagne, il torrente di cui si udiva il suono non fu più torrente, i monaci seduti accanto a lui non furono più monaci.

Al secondo rintocco fu il Vuoto.

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Al terzo rintocco le montagne tornarono ad essere montagne, il torrente tornò ad essere torrente, i monaci tornarono ad essere monaci e Joshu vide per la prima volta il maestro, vide per la prima volta la campana e vide per la prima volta… il batacchio!

Terminata la recitazione dell’Hannya Singhyo, il monaco uscì dal tempio, si diresse verso l’orto dove tagliò un pezzo del bambù che sosteneva una piantina di pomodori; poi andò nel giardino, prese una piccola pietra e la legò con uno spago alla cima del bambù.

Si avviò quindi verso la tana della tigre, entrò con le mani dietro la schiena e si sedette.

In silenzio portò le mani a congiungersi davanti al cuore, con l’umile batacchio racchiuso in esse, poi depose il Suono senza Suono accanto alla ciotola, si inchinò e sorridendo, uscì.

D’altronde,
perché mai far risuonare una campana
quando non esiste alcuna campana
e non esiste nemmeno chi potrebbe farla risuonare?

Édouard Vuillard – il pittore che condivise una musa con Renoir e Bonnard…

…… e un rivenditore con Cézanne e Picasso.

Conosciamolo meglio.

Édouard Vuillard, nacque nel novembre del 1868 a Cuiseaux, nella Francia orientale e morì nel 1940 a La Baule. Studiò arte all’Académie Julian e all’École des Beaux-Arts di Parigi e fece parte del gruppo di pittori che si definivano i Nabis (profeti). Essi si caratterizzavano per l’approccio simbolico e, lasciandosi ispirare dalle xilografie giapponesi, usavano forme semplificate e contorni forti.

 

Molte delle opere di Vuillard trattano scene domestiche e di sartoria (egli visse con la madre sarta sino alla morte) ambientate nella casa borghese di sua madre. Proprio per la loro concentrazione su scene interne intime, sia Vuillard che Bonnard, furono anche chiamati Intimisti.

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Vuillard ricevette numerose commissioni per dipingere ritratti e teneva a precisare: “Non eseguo ritratti, dipingo le persone a casa loro”.

Egli mantenne una sensibilità intimista per tutta la sua carriera ed anche quando dipinse ritratti e paesaggi, instillò le sue composizioni con un senso di silenziosa domesticità.

Forse non tutti sanno che Misia Natanson, una brillante pianista, fu musa ispiratrice di Vuillard, Renoir, Toulouse-Lautrec e Bonnard e che Ambroise Vollard, un commerciante accreditato con il supporto critico degli artisti di Les Nabis, fu anche promotore dei lavori di Paul Cézanne e Pablo Picasso.

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