Le apparenze ingannano

“It is your mind that creates this world” – Buddha

“Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici
che distorcono in riflessi falsi un’unica anteriore realtà
che non è in nessuno ed è in tutti”
Fernando Pessoa

Le persone non sono in grado di vedere le cose, gli eventi e ciò che le circonda per come sono, la loro coscienza filtra, come uno specchio deformante, tutto ciò che sta intorno. Nulla è come appare e tutto ciò che vedono è il riflesso della loro coscienza.

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Vale, quindi, la pena, anzi diventa indispensabile chiedersi quali siano i contenuti delle proprie coscienze.

Vi lascio, a tal proposito, qui di seguito una favola zen sulla quale riflettere.

IL MONASTERO ABBANDONATO

In un monastero abbandonato viveva un monaco eremita, di cui nessuno ricorda il nome.

Un giorno passarono due viandanti, in cerca di asilo, che, vedendo il monaco assorto nella meditazione, gli si avvicinarono e gli domandarono cosa mai ci facesse lì, tra quelle misere rovine.

Al che, il monaco rispose:

– Io non vedo nessuna rovina, ma soltanto un monastero… –

I due viandanti chiesero ospitalità per la notte.

CHIAVE DI LETTURA POSSIBILE:

Non sempre ciò che vediamo è ciò che “è”…

by Akihito Ishikawa

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Vittima… contro vittima

I media riferiscono dell’ennesimo caso di “bullismo”, consumatosi all’interno di una nostra Scuola.

Che la vittima di turno, questa volta, sia un ragazzo, vessato dai propri “compagni”, oppure un inerme professore, pesantemente umiliato di fronte alla classe, francamente fa poca differenza. Anzi: non la fa per niente…

Mano a mano che il puntuale servizio del Tg entra nei dettagli di questa triste vicenda, mi sorprendo allibito al cospetto della spietata e glaciale determinazione, che ha indotto gli “spettatori” dell’indegno “show” ad armarsi di telefonino e riprendere bellamente la scena (come si fa alle feste di compleanno…), anziché precipitarsi fuori, per correre ad avvertire qualcuno (un bidello, un altro prof, il Dirigente Scolastico, ecc.).

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Preferire di “documentare” la violenza ad un proprio compagno, o ad un insegnante, senza muovere un solo dito, invece, per impedirla, è la degna cornice di un quadro già di per sé (e da tempo, purtroppo…), allarmante, sintomatico di un disagio giovanile avviato ad una crescita esponenziale.

Tirare in ballo la mancanza di valori nelle nuove generazioni (ormai assuefatte a “comunicare” attraverso i “Social”…); la lacunosa educazione impartita (o non impartita…), ai ragazzi, in ambito famigliare; l’eccessivo “permissivismo” di cui sarebbero “corazzati” i nostri giovani; la mancanza di “polso” dell’autorità scolastica; cellulari a scuola sì, o no, servirebbe a poco.

Soprattutto perché, a ben guardare, si tratta di tematiche già messe più volte sul “banco degli imputati”, da esperti, psicologi, sociologi, vari chiacchieroni di turno, come il sottoscritto e quant’altro.

Evidentemente, con scarsi risultati. Ancora una volta…

Ma un’amara riflessione (retorica e scontata quanto vi pare), concedetemela ugualmente: in realtà, non mi sentirei di distinguere tra vittime di una violenza ed autori della stessa… Le penose sequenze amatoriali, sotto gli occhi di tutti (ed al vaglio delle competenti Autorità), infatti, riferiscono, a parer mio, di uno “scontro” tra “vittime”…: una vittima che subisce “fisicamente” (e non solo…), gli effetti di un gesto scellerato, ed un’altra vittima che deturpa se stessa, infliggendo ferite mortali alla propria, giovanissima coscienza.

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by Roberto Pellegrini

Le stelle – un ancestrale legame con l’uomo

“Il mistero delle stelle è il mistero delle anime in “ascolto”…

Quante volte, volgendo gli occhi ad un cielo stellato, ci siamo sentiti pervadere da un vago, ma insistente interrogativo: cosa vogliono “raccontarci” le Stelle? Qual è il loro “linguaggio”?

Le Stelle: benevoli custodi delle nostre notti, compagne discre­te dei nostri sogni più cari, dei nostri segreti più intimi…

Da sempre, senza mai proferir parola, esse indicano la “giu­sta via” ai naviganti e a chi, come Ulisse, abbia smarrito la strada del ritorno, nel mare azzurro, o nel “mare” della vita…

…le “parole” che, da lontano, riescono a farsi portavoce del loro messaggio “silen­zioso” e profondo…

In ogni Stella si riflette l’anima del mondo…

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…Le parole sono Stelle,
schiocchi di Luce,
e scarabocchi di lampo,
disciolti
nelle pagine nere della Notte,
nel cielo, quando tace…;
senza memoria raggiungono
il cuore,
attraverso le porte vive degli occhi
dischiuse…;
sono bradi barbagli,
come acquarelli sfumati
di sogno e di anime
accese nel buio, a dirti
la strada…

by Roberto Pellegrini

Non poteva mancare, dopo aver parlato della Luna, un post dove le stelle sono protagoniste, ho attinto perciò, ancora una volta, al libro Le parole sono stelle per questo articolo.

Sin dall’antichità, i Grandi Popoli raggrupparono le stelle visibili ad occhio nudo in costellazioni, battezzandole con nomi suggeriti dall’immagine che vedevano ed intorno alle costellazioni nacquero molte leggende; ve ne racconto una tramandata dagli indiani d’America, che ha come oggetto la nascita della costellazione dell’Orsa Maggiore.

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Un tempo c’era una giovane molto bella. Era rimasta orfana da molti anni e viveva col padre, sette fratelli e una sorellina. Tanti giovani volevano sposarla, ma lei li respingeva tutti. Aveva un orso come amante e lo incontrava di nascosto quando i fratelli andavano a caccia col padre; in questi casi andava a far legna nel bosco, lasciando la sorellina sola in casa.

Quando la sorellina crebbe notò che la sorella impiegava troppo tempo a prendere la legna, così un giorno la seguì e scoprì che era l’amante dell’orso. Corse a casa velocemente e raccontò al padre ciò che aveva visto. Il padre capì che era quella la ragione per cui la figlia maggiore non si voleva sposare; chiese aiuto a tutti i cacciatori e andò con loro nel bosco a uccidere l’orso. I cacciatori trovarono l’orso e lo uccisero.

La giovane andò su tutte le furie; con la carne dell’orso morto, acquistò il potere di trasformarsi in orso. Si recò nel villaggio e uccise tutti gli abitanti, poi riprese il suo aspetto normale.

La sorellina raccontò tutto ai fratelli. Essi ebbero timore che la sorella potesse ucciderle anche loro. Decisero di andarsene e partirono il più velocemente possibile. La sorella maggiore si trasformò in un’orsa per inseguirli. Stava per raggiungerli quando uno dei ragazzi prese un po’ d’acqua e la spruzzò tutt’intorno. Immediatamente si formò un grande lago fra loro e l’orsa. I bambini si misero a correre mentre l’orsa li seguiva; furono raggiunti, ma uno di loro gettò per terra un aculeo di istrice, che si trasformò in un grande bosco folto d’alberi; ma l’orsa riuscì a superarlo e li raggiunse.

Questa volta salirono tutti su un albero alto. L’orsa prese un bastone, lo tirò sull’albero e fece cadere quattro fratelli, che morirono. Un uccellino, che volava intorno all’albero, gridò ai bambini: “Colpitela alla testa!” Allora uno dei ragazzi lanciò una freccia alla testa dell’orsa, che cadde a terra morta. Poi scesero dall’albero. Il fratellino prese una freccia, la lanciò dritta nell’aria e, quando cadde, uno dei fratelli morti tornò in vita. Egli ripeté il lancio finché tutti resuscitarono.

Alla fine discussero fra loro: ormai erano soli al mondo; la loro gente era morta e non sapevano dove andare a vivere. Alla fine decisero che avrebbero preferito vivere in cielo. Chiusero gli occhi e iniziarono a salire.

Sono rimasti per sempre in cielo, dove brillano di notte. Il fratellino è la Stella Polare. I sei fratelli e la sorellina formano l’Orsa Maggiore. Tutti i fratelli sono disposti a seconda dell’età, cominciando dal più grande. Così sono nate le sette stelle dell’Orsa Maggiore.

Quante volte abbiamo rivolto i nostri occhi alle cielo pensando a qualche persona a noi cara scomparsa, quasi a volerla riabbracciare? Io personalmente tantissime…

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…e sono rimasta molto colpita dal lavoro svolto dal Servizio Animazione della Fondazione Don Gnocchi, che ha guidato nella realizzazione di un video, gli anziani, ricoverati al Centro “Girola” di Milano, autori della favola “Certe volte le stelle si perdono”.

Un video delicato e spontaneo, che affronta un tema difficile e che vi consiglio di vedere sino in fondo.

 

La luna…di notte la protagonista assoluta

“…Mille raggi di Luna,
come spilli di Luce,
ha puntato la Notte
sopra il nero velluto
del suo manto di Cielo…
Le capocchie son Stelle,
scintillanti occhiolini,
orientate e confuse
nell’abisso celeste…
Se tu sfili uno spillo,
allora liberi un sogno,
come un soffio improvviso,
come un gioco di pioggia,
respirando nient’altro
che un’attesa disciolta
nei tuoi occhi, che sono
la mia Rosa dei Venti…”

by Roberto Pellegrini – tratto da Le parole sono stelle

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La Luna, unico satellite del nostro Pianeta Terra, che lo accompagna dalla notte dei tempi influenzandone con la sua forza gravitazionale numerosi fenomeni.

La Luna che vediamo sempre lassù, “appesa”, a volte brillante e a volte appena visibile sotto le vesti di una romantica falce, ma sempre protagonista della volta celeste insieme alle stelle.

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La Luna, da sempre, centro di credenze e tradizioni popolari, che porta un nome legato alla luce, ma della quale vediamo solo una faccia per via della “rotazione sincrona”.

La Luna, compagna di tante notti insonni, passate ad esplorare il cielo, esprimendo desideri nella speranza che si trasformino quanto prima in realtà.

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La Luna spesso protagonista di leggende, come in questo caso:

LA LEGGENDA DELLA LUNA PIENA

In una bella serata estiva, tanto tempo fa, in cielo splendeva una sottile falce di luna, che si affacciava fra le nuvole.

Un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava senza sosta. I suoi ululati erano lunghi, ripetuti e disperati. La luna, la regina d’argento della notte, ne fu infastidita e gli chiese perché si lamentasse tanto. Il lupo rispose che aveva perso uno dei suoi cuccioli e che ormai disperava di trovarlo. La regina della notte, dispiaciuta e desiderosa di aiutarlo, pensò di illuminare tutta la montagna per far sì che il lupacchiotto trovasse la via del ritorno. Così si gonfiò tanto da diventare un disco grande e luminoso. A quel punto il lupo ritrovò il suo cucciolo, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Lo afferrò in tempo, lo strinse forte, lo rincuorò e ringraziò infinitamente la luna. Poi se ne andò col figlioletto, allontanandosi tra la vegetazione. Le fate dei boschi, commosse, decisero di fare un bellissimo regalo: una volta al mese la luna sarebbe diventata un globo di luce grande e luminoso, visibile a tutti, in modo che tutti i cuccioli del mondo potessero ammirarla in tutto il suo splendore. Da allora, una volta al mese i lupi ululano festosi alla luna piena.

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Tibet: gli otto simboli di buon auspicio

Forse il più antico e noto gruppo di simboli, facenti capo alla cultura del Tibet, è quello rappresentato dagli “Otto Simboli di Buon Auspicio”, già presenti nei tradizionali testi, scritti in sanscrito, del Buddismo Indiano.

Tra questi simboli vi sono piante, oggetti, animali, che venivano impiegati nei vari rituali, costituendo, inoltre, segno di prestigio.

Proprio per il loro significato benaugurante, questi simboli sono diffusissimi: li troviamo su capi di vestiario, arazzi, bandiere, monili e persino su muri e travi…

Eccoli:

Il parasole

Il Parasole (in sanscrito chattra, in tibetano gdugs) è il simbolo della dignità regale e rappresenta il potere spirituale.
Derivato dall’arte indiana, viene rappresentato in diverse forme e varianti. Semplice o triplo, di seta gialla, bianca o anche multicolore, viene rappresentato aperto e abbastanza ampio da accogliere quattro o cinque persone. Otto nastri di seta multicolore o di un colore solo, ornati da frange, pendono dal bordo superiore.
Il significato simbolico del parasole deriva dalla possibilità che offre, in caso di maltempo o di sole eccessivo, di proteggersi, possibilità che da sempre è stata identificata come segno di ricchezza. Per questo è divenuto simbolo del potere e della regalità. Gli alti dignitari religiosi tibetani erano dotati di parasoli di seta.
Il parasole simboleggia la compassione e la sua protezione di tutti gli esseri senzienti dal dolore, dalle malattie, dai veleni mentali e dall’ignoranza.

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I pesci d’oro

I pesci d’oro (in sanscrito suvarnamatsya, in tibetano gser-nya) sono un simbolo religioso usato fin dai tempi antichi. Originariamente in India si rappresentavano i fiumi sacri del Gange e dello Yamuna con dei pesci.
I due pesci sono paralleli e si fronteggiano verticalmente o si incrociano leggermente.
In Tibet i due pesci d’oro si trovano rappresentati unicamente insieme agli altri otto simboli e non hanno un significato specifico.
I pesci rappresentano il superamento di tutti gli ostacoli, la vittoria su tutte le sofferenze e il raggiungimento della liberazione, liberi nell’avere acquisito la consapevolezza della natura ultima, così come i pesci nuotano liberi nell’acqua per loro propria natura.

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Vaso della ricchezza

Nell’immagini tibetane il vaso della ricchezza (in sanscrito kalasa, in tibetano gter-chen-po’i bum-pa) è un recipiente tondo con il collo corto e stretto che poi si allarga formando un bordo decorato. L’apertura del vaso è chiusa con un grande gioiello che indica appunto che si tratta di un vaso della ricchezza.
L’utilizzo di vasi di questo tipo risale fin dai primi giorni del Buddhismo e delle altre religioni e simboleggia l’idea di ottenimento e soddisfazione dei desideri materiali.
Nel Buddismo tibetano si utilizzano vasi di forma diversa a seconda delle pratiche rituali, in modo particolare per i rituali tantrici.
Il vaso della ricchezza simboleggia la realizzazione spirituale, la perfezione del Dharma, la longevità e la prosperità.

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Fiore di loto

Il fiore di loto (in sanscrito padme, in tibetano padma) non cresce in Tibet, per questo viene disegnato in modo molto più semplice e stilizzato di quanto fatto nelle rappresentazioni d’arte indiana o giapponese. Il fatto che sia presente in Tibet sta indicare quanto il suo utilizzo iconografico sia strettamente simbolico e indichi purezza e bellezza.
Uno tra i simboli tibetani più noti, simboleggia infatti la purezza in quanto, benché affondi le sue radici nel fango degli stagni, produce candidi fiori al di sopra dell’acqua. Rappresenta quindi la purezza, particolarmente quella spirituale, ed è per questo che spesso le immagini di Buddha e dei Bodhisattva vengono rappresentate sedute sopra un trono a forma di fiore di loto.
La simmetria dei petali del fiore di loto, da otto a dodici petali, rappresenta l’ordine del cosmo e per questo viene utilizzata come modello per la realizzazione di mandala.
L’immagine del loto viene utilizzata nella pratica di autoguarigione Ngalso per identificare e riequilibrare i nostri cinque chakra.

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Conchiglia

La conchiglia (in sancrito sankha, in tibetano dung gyas-‘khyl) viene raffigurata con dimensioni piuttosto grandi, di colore bianco, generalmente con avvitamento verso destra e con la parte terminale a punta. La conchiglia, oggetto naturale e non prodotto artificialmente dall’uomo, è stata per questo utilizzata fin dall’antichità come strumento rituale. Era già utilizzata in epoca prebuddhista come simbolo delle divinità femminili, come contenitore e come strumento musicale rituale. Nel Buddhismo tibetano si utilizza spesso come strumento musicale e il suo potente suono viene utilizzato per richiamare i monaci alle riunioni, per fare offerte di suono durante le puje o anche come recipiente per l’acqua con lo zafferano.
Rappresenta la gloria dell’insegnamento del Dharma, che come il suono della conchiglia si diffonde in tutte le direzioni, e l’abbandono dell’ignoranza.

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Nodo Infinito

Il nodo infinito (in sancrito srivatsa, in tibetano dpal be’u) è un nodo chiuso composto da linee intrecciate ad angolo retto. E’ uno dei simboli preferiti e maggiormente utilizzati dall’iconografia tibetana. Non ci sono indicazioni precise sulla sua origine iconografica. Spesso viene paragonato al simbolo nandyavarta, una variante della svastika che presenta diverse similitudini con il nodo dell’infinito.
Per il buddhismo tibetano è un simbolo classico del modo in cui tutti i fenomeni sono interdipendenti tra loro e dipendono da cause e condizioni che vengono rappresentati dalle linee geometriche che si intersecano tra loro. Non avendo nè inizio, nè fine simboleggia anche l’infinita conoscenza e saggezza del Buddha e l’eternità dei suoi insegnamenti.
Per la sua importanza e semplicità grafica, questo simbolo viene utilizzato anche da solo. Ad esempio, se disegnato su un biglietto di auguri, favorisce la creazione di un legame stabile tra il donatore e chi riceve il regalo, oltre a ricordare al donatore che risultati positivi futuri sono determinati da azioni positive presenti, come quella del donare.

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Vessillo di vittoria

Il vessillo della vittoria (in sancrito dhvaja, in tibetano rgyal-mtshan) si riferisce a diversi oggetti della cultura tibetana. E’ fatto in legno e tessuto, ma ne esistono copie in metallo. Classicamente è uno stretto cilindro di tessuto con tre o più strisce di seta adornato con nastri di cinque colori (bianco, rosso, verde, blu, giallo). Funge da decorazione e generalmente si trova all’interno di templi e monasteri, sospeso al soffitto, come ornamento dei tetti o all’estremità’ delle lunghe aste di preghiera. A volte viene utilizzato anche sul tetto di abitazioni private.
Rappresenta la vittoria degli insegnamenti buddisti, la vittoria della conoscenza sull’ignoranza e sulla paura, la vittoria del Dharma contro su tutti gli ostacoli e il raggiungimento della felicità ultima.

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Ruota del Dharma

La Ruota del Dharma (in sancrito chakra, in tibetano ‘khor-lo) si compone di un mozzo centrale, di 8 o più raggi e di un cerchione esterno. L’immagine della ruota è un simbolo universale ed è presente in tutte le culture. Già nell’India pre-buddista era un molto diffuso con il duplice significato di arma o del Sole. Nella cultura buddista la ruota si associa immediatamente al concetto della Ruota del Dharma messa in moto da Buddha in occasione della prima esposizione pubblica della sua dottrina a Sarnath, non lontano da Benares, l’odierna Varanasi, dove nel Parco delle Gazzelle. Per questo motivo spesso la Ruota del Dharma viene spesso rappresentata tra due gazzelle. I significati della Ruota del Dharma possono essere molteplici. Secondo i tre addestramenti della pratica buddista, il mozzo rappresenta l’addestramento alla disciplina morale che rende stabile la mente; i raggi rappresentano la comprensione della vacuità di tutti i fenomeni che permette di eliminare alla radice la nostra ignoranza; il cerchione esterno, infine, identifica la concentrazione che permette di tenere salda la pratica della dottrina buddista. Rappresenta inoltre l’Ottuplice nobile sentiero che porta alla liberazione, il Dharma e Buddha Shakyamuni stesso
In senso più generale, tra gli otto simboli di buon auspicio, la Ruota del Dharma simboleggia l’insegnamento buddhista nella sua globalità. Ci ricorda che il Dharma abbraccia tutte le cose, non ha nè inizio nè fine, è in movimento ed immobile.

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a cura di Roberto Pellegrini

Zen: una farfalla che si posa su…

…un buddista, un islamico, un cristiano…, una farfalla che vive di vita propria, indipendentemente da qualsiasi religione.

Infatti lo zen non è una religione e nemmeno una filosofia, ma un atteggiamento verso la vita, durante la quale è indispensabile puntare all’introspezione diretta del cuore eliminando tutto ciò che sta tra l’uomo e la sua esperienza immediata.

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Difficilissimo definire lo zen e soprattutto difficile comprenderlo, proprio perché semplice ed ovvio. Cita un detto zen.  “Non sapendo quanto sia vicina la verità, gli uomini la cercano lontano, come chi nuota nell’acqua e avendo sete chiede da bere”.

Lo Zen non indica la verità assoluta, ma la via semplice, diretta e concreta che ci riporta alla realtà, “qui e adesso”; che aiuta a superare dipendenze ed attaccamenti, per vivere “liberamente” come parte dell’universo.

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Philip Kapleau, insegnante Zen, afferma – nell’introduzione del libro “Zen Keys” di Thich Nhat Hanh – come essere un perfetto antidoto a molti problemi della società odierna:

“Una risposta ovvia è – attraverso lo Zen. Non necessariamente il Buddismo Zen, ma lo Zen nel suo senso più ampio di mente consapevole che punta in una direzione; di vita disciplinata con semplicità e naturalezza, opposta ad una vita artificiosa e forzata; di vita compassionevolmente coinvolta nel benessere del mondo e non egocentrica e aggressiva. Una vita, in breve, di armonia con l’ordine naturale delle cose e non in costante conflitto.”

Provate a lasciarvi coinvolgere, liberando la vostra mente e facendo vostri i “piccoli” insegnamenti che provengono dalle innumerevoli parabole zen, qui di seguito ve ne lascio una di Akihito Ishikawa:

La bottiglia di sake

Due amici si diedero appuntamento in una locanda: il primo arrivato avrebbe chiesto una bottiglia di sake ed avrebbe aspettato l’altro, per un brindisi.

Uno dei due amici arrivò per primo alla locanda e, come d’accordo, chiese all’oste una bottiglia di sake, di quello buono. Ma poi, chiamato dalla moglie, dovette allontanarsi per un po’.

Notando la bottiglia incustodita, un mendicante ne approfittò prontamente, bevendo a lunghi sorsi.

Nel frattempo, ritornò l’amico che aveva ordinato il sake, il quale, accortosi che ne era già stato bevuto parecchio disse tra sé:

– Che razza di amico…!: è arrivato; non mi ha nemmeno aspettato e si è quasi scolato tutta la bottiglia! -, e se ne andò molto amareggiato.

Poco dopo si presentò l’altro amico che, accortosi a sua volta della bottiglia, pensò:

– Che carissimo amico…: non ha potuto aspettarmi, ma ha comunque brindato alla mia salute, lasciandomi il sake sufficiente, perché io potessi brindare alla sua…! –

CHIEVE DI LETTURA POSSIBILE:

Ciascuno “vede” ciò che “nasconde” nell’animo…

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Invidia: ossia…

L’invidia, questo moto dell’anima velenosissimo, fa emergere quanto l’invidioso sia un perdente e quanto il confronto con l’invidiato generi sofferenza.

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Ovviamente l’invidioso non ammetterà mai di esserlo, perché sarebbe come sottoscrivere la sua inferiorità e spesso, tra mille sforzi, si dibatte nel tentativo di emulare la persona che provoca la sua invidia. Quasi sempre, invece di “imparare”, si mostra pieno di sé e convinto di poter sicuramente fare di meglio, incappando, nella maggio parte dei casi, nel ridicolo.

L’invidia spinge l’invidioso ad esaltare le sue, quasi sempre, modeste abilità, anziché mettere in campo una sana analisi e relative misure per colmare il gap, manca quindi di una giusta e necessaria autovalutazione.

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Considerata uno dei 7 vizi capitali dalla cultura cristiana, l’invidia è l’odio degli stupidi.

Invidiosa era Venere della bella Psiche, invidiosa era la strega cattiva di Biancaneve, invidioso era Riccardo III del fratello Edoardo nella tragedia di Shakespeare, pensate … invidiosa era persino Atena, dea della saggezza, figlia prediletta di Zeus, protettrice di tutte le arti e fonte di consigli, che un giorno perse il lume della ragione, come ci racconta questa breve storia…

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Viveva in Lidia la più abile delle allieve di Atena, Aracne, la ricamatrice. Fiera della sua arte, decise di ricamare su un immenso arazzo di porpora la storia degli dei. Poi espose il suo capolavoro nella piazza del paese.
Molti accorrevano ad ammirarlo da tutta la Grecia e si complimentavano con l’artista. “Nemmeno Atena potrebbe fare di meglio”, dicevano.
Questi commenti arrivarono all’orecchio della dea, che abbandonò subito i suoi lavori per andare a vedere quello dell’allieva. Aracne, vedendola arrivare, s’inginocchiò davanti a lei e cominciò a tremare: troppo si era vantata di ciò che sapeva fare.
Atena le sorrise, benevola, ma appena posò gli occhi sugli stupendi disegni dell’arazzo, che brillava catturando i raggi del sole, aggrottò la fronte, irritata : la sua allieva l’aveva davvero superata! Afferrò la tela ricamata, la stracciò con rabbia e ne sparse attorno i pezzi.
Aracne lanciò un urlo e scappò via. In un attimo era stato distrutto il suo lavoro più bello, che le era costato anni di pazienti fatiche…
Corse a nascondersi nella foresta e Atena, che l’aveva seguita forse pentendosi del suo gesto crudele, la ritrovò morta. La povera ricamatrice si era appesa a un ramo con la sua cintura.
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La dea pianse sul corpo senza vita dell’allieva, e pian piano quel corpo rimpicciolì e riprese a muoversi : era diventato un ragno, che subito cominciò a tessere la sua tela.
“Tessi, piccola mia”, sospirò la dea.
“Ma d’ora innanzi lo farai per vivere, senza gloria. Non potrai più vantarti, sfidando gli dei”.
Quando un raggio di sole batte sulla tela del ragno, si può notare come sia perfetto il suo ricamo.

Dante, nella Divina Commedia, mise gli invidiosi in purgatorio, con le palpebre cucite da fil di ferro. Se si potesse veramente rendere ciechi gli invidiosi!

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