La leggenda della campana tibetana

Il Tibet, questo luogo isolato e mistico, ribattezzato il tetto del mondo, dove fra scenari da fiaba e montagne talmente alte che sembrano sfiorare il cielo, si è sviluppata una delle culture più affascinanti e, oserei dire, per noi occidentali, alquanto misteriosa.

Isolato o protetto, come meglio preferite dal resto del mondo, l’altopiano del Tibet è circondato su tre lati dalle montagne più alte della Terra ed esercita da sempre una forte attrazione oltre che per il paesaggio, per la sua coinvolgente spiritualità.

Proprio in questo luogo ha origine la leggenda della campana tibetana, che vi riporto qui di seguito…

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Joshu era un monaco alla continua ricerca dell’illuminazione. Aveva sentito parlare assai bene di un vecchio maestro Zen, Abate di un monastero sperduto tra le montagne e non avendo più null’altro da fare, decise di fargli visita.

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Giunto al tempio chiese di poter essere ricevuto dall’Abate. Ottenuto il permesso, entrò nella stanza, si inchinò e si sedette.

Il vecchio maestro lo osservò a lungo, poi domandò: “Perché sei venuto fin quassù?”

“Maestro, vorrei raggiungere l’illuminazione!”

“Bene”  disse il maestro “Scopo assai nobile, ma sai dirmi cos’è questa?”  e indicò la campana tibetana che gli stava di fronte.

“Oh maestro, questa è una ciotola sonora, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Inizialmente era un oggetto d’uso domestico, forse un contenitore per i cibi, poi si scoprì che se toccata emetteva un suono. Abili artigiani iniziarono così a forgiarle mescolando con perizia sette metalli in proporzioni tali da favorire l’ottenimento di armonici che…”

Il maestro lo interruppe: “Bene, bene, vedo che sai!  Ora, però, metti le mani dietro la schiena.”

Joshu, perplesso ma rispettoso, fece ciò che il maestro gli chiedeva.

“Adesso fai risuonare questa campana.”

Il povero monaco non sapeva che dire, ma soprattutto non sapeva che fare.

Visto l’imbarazzo dell’allievo, il maestro disse: “Va’ a lavorare nella cucina del monastero, lava il riso, taglia le verdure, prepara i pasti e occupati dell’orto. Poi, quando avrai risolto il koan, ritorna qui.”

Con la campana sempre in mente, Joshu iniziò il suo lavoro di aiuto-Tenzo (il Tenzo è il cuoco del monastero e viene subito dopo l’Abate, per importanza). Avendo lavorato in passato come aiuto-cuoco, si muoveva assai bene in cucina: era veloce, preciso, tagliava una carota a rondelle in un attimo, con colpi secchi e rapidi di coltello.  Il Tenzo lo guardava, in silenzio.

Aveva anche fatto, in gioventù, il contadino e vedendo quell’orto così dimesso, si procurò concimi e fertilizzanti per renderlo più produttivo.  I monaci quando passavano, lo guardavano, in silenzio.

Decise anche di spianare quel piccolo giardino di sassolini all’entrata del tempio, visto che con tutti quei solchi aveva un aspetto trascurato.  Il maestro, dalla finestra della sua stanza lo guardava, in silenzio.

Intanto pensava a come risolvere il koan: ci pensava in cucina, nell’orto, nel giardino e anche in Zazen (lo Zazen è la meditazione seduta), ma ogni soluzione che trovava, si dimostrava inadatta: quelle mani dietro la schiena facevano miseramente naufragare ogni tentativo.

I giorni passavano e si affievoliva sempre più la possibilità di risolvere con successo l’enigma. Nel frattempo i suoi movimenti erano divenuti più calmi, i suoi gesti più attenti, i suoi occhi più rispettosi e la ciotola non era più al centro dei suoi pensieri, ma si stava progressivamente spostando a lato, liberando lo spazio davanti ai suoi occhi.

In cucina ora usava un piccolo coltello e tagliava le carote e le altre verdure a cubettini, tutti uguali tra di loro e la guen mai (una minestra, cibo abituale nei monasteri) ne risultava squisita, poiché “… quando la guen mai è vera, tutte le cose sono vere, quando tutte le azioni della vita sono vere anche la guen mai diventa vera…” .  Il Tenzo lo guardava, sorridendo.

Nell’orto aveva abbandonato i fertilizzanti e ora utilizzava una tecnica di coltivazione circolare, dove ciascun ortaggio cedeva al proprio vicino gli elementi nutritivi che aveva in abbondanza, ricevendone altri di cui era povero e tutti si proteggevano a vicenda da infestanti e parassiti.  I monaci quando passavano, lo guardavano, sorridendo.

Si era anche costruito uno stano attrezzo a denti ricurvi per rastrellare il giardino di sassolini e tracciare piccoli solchi dalle geometrie armoniche intorno alle grosse pietre che aveva preso sulla montagna.  Il maestro, dalla finestra della sua stanza lo guardava, sorridendo.

Ajoshu ormai non pensava più alla ciotola, alle mani dietro la schiena, alla tana della tigre (così viene chiamata la stanza del maestro quando la si varca con una possibile soluzione del koan assegnato), ma lavava il riso, tagliava le verdure, raccoglieva i frutti, rastrellava il giardino.

Una mattina, dopo lo Zazen, come tutti i giorni il maestro si apprestava a dare inizio alla recitazione dell’Hannya Singhyo, il Sutra del Cuore. Tre rintocchi di campana precedevano la cerimonia.

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Al primo rintocco un brivido, una scossa, percorse dal basso verso l’alto il monaco seduto in meditazione.

Tutto scomparve e le montagne che circondavano il monastero non furono più montagne, il torrente di cui si udiva il suono non fu più torrente, i monaci seduti accanto a lui non furono più monaci.

Al secondo rintocco fu il Vuoto.

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Al terzo rintocco le montagne tornarono ad essere montagne, il torrente tornò ad essere torrente, i monaci tornarono ad essere monaci e Joshu vide per la prima volta il maestro, vide per la prima volta la campana e vide per la prima volta… il batacchio!

Terminata la recitazione dell’Hannya Singhyo, il monaco uscì dal tempio, si diresse verso l’orto dove tagliò un pezzo del bambù che sosteneva una piantina di pomodori; poi andò nel giardino, prese una piccola pietra e la legò con uno spago alla cima del bambù.

Si avviò quindi verso la tana della tigre, entrò con le mani dietro la schiena e si sedette.

In silenzio portò le mani a congiungersi davanti al cuore, con l’umile batacchio racchiuso in esse, poi depose il Suono senza Suono accanto alla ciotola, si inchinò e sorridendo, uscì.

D’altronde,
perché mai far risuonare una campana
quando non esiste alcuna campana
e non esiste nemmeno chi potrebbe farla risuonare?

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