…Un orologio… in orbita!

“One small step for a man, one giant leap for mankind!”
(“Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità!”)

Quando, nella notte del 20 Luglio 1969, Neil Amstrong pronunciò questa celeberrima frase, sbarcando sulla Luna, a bordo dell’Apollo 11, qualcuno immaginò che, a partire da quello storico momento, lo spazio avesse iniziato a perdere il suo fascino, la sua “inviolabilità”…

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Io ho tenui ricordi della concitata diretta televisiva del bravo Tito Stagno (rigorosamente in bianco e nero…), che seguivo distrattamente, seduto sotto il tavolo di cucina, ma percepivo (come poteva farlo un bambino di circa quattro anni, s’intende), che stesse accadendo qualcosa di magico.

Lo spazio: questo “luogo-non luogo”, in cui tutto sembra svanire, come inglobato nel nulla assoluto, “vive” svincolato da ogni legge fisica terrestre e persino il concetto di “Tempo”, e la sua misurazione, sembrano doversi, quasi, reinventare. Ma non è così… Anzi: proprio il “Tempo”, lassù, resta, probabilmente, l’unico, “rassicurante” aggancio concreto con le “consuetudini” terrestri, certamente necessario per il buon esito di eventuali esperimenti.

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E, questo, le alte sfere della NASA lo sapevano bene, quando progettarono la Missione dell’Apollo 11, tanto che uno degli obiettivi, tra i tanti da raggiungere, prima del lancio fu quello di dotare gli equipaggi di un eccellente “segnatempo-cronografo”, che fosse all’altezza del compito e si rivelasse assolutamente affidabile.

La scelta cadde su un orologio, ormai leggendario: l’Omega Speedmaster.

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La storia dello Omega Speedmaster inizia nel 1943 quando Omega lancia il movimento “27 CHRO C12” dove CHRO sta per Cronografo, 27 il diametro in millimetri, e C12 per il contatore delle 12 ore. Il movimento è disegnato da Albert Piguet. Dal 1946 è disponibile con un sistema antiurto ed un bilanciere amagnetico. Il movimento viene battezzato “321”, ed è montato in diversi tipi di cassa. La cassa dello Speedmaster viene disegnata negli anni cinquanta da Claude Baillod, con inizio della commercializzazione nel 1957.

Con i programmi Gemini e Apollo, gli astronauti avrebbero avuto bisogno anche di strumenti di cronometraggio da polso per aiutali con le attività di EVA (Extra Veicular Activity), come passeggiate spaziali, esposizioni fotografiche sincronizzazione delle celle a combustibile. Tale strumento avrebbe dovuto essere in grado di operare nel vuoto dello spazio, dove vi sono violente variazioni di temperatura e pressione.

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Il momento più memorabile della storia dello Speedmaster fu, come abbiamo visto, proprio il 20 luglio 1969 (alle 02:56 GMT, per la precisione), quando, Buzz Aldrin sbarcò sulla Luna, portandolo con sé al polso (Amstrong lo aveva lasciato sulla navicella, per compensare un guasto al cronografo di bordo). La missione Apollo 11 rappresenta una svolta storica, e lo Speedmaster diventa, a pieno titolo, il primo orologio ad essere andato sulla Luna. Questa impresa memorabile gli vale un soprannome altrettanto memorabile: “Moonwatch”, l’orologio della Luna.

Questo splendido orologio venne selezionato dagli esperti della NASA, dopo durissime selezioni, che ridussero a tre i cronografi “finalisti”.
Il 1° marzo 1965 i risultati dei test erano completi. Come detto, erano rimaste in lizza tre cronografi di differenti (e non meno blasonate), marche. Di questi, uno aveva incontrato difficoltà in due diverse occasioni durante i test per la resistenza all’umidità, fermandosi definitivamente durante quello di resistenza al calore: la lancetta dei secondi si era deformata, impigliandosi nelle altre.

Durante la prova di resistenza al calore, il vetro del secondo cronografo prima si piegò, poi si fuse staccandosi dalla cassa.

Soltanto l’OMEGA Speedmaster superò tutti i test con una performance eccezionale. All’epoca, gli esperti della NASA scrissero: “Le prove funzionali e ambientali condotte sui tre cronografi selezionati sono state ultimate e, visti i risultati conseguiti, i tre membri dell’equipaggio GT-3 (Gemini Titan III) sono stati dotati di cronografi OMEGA opportunamente omologati”.

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By Roberto Pellegrini

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Osservando “Il Bacio” di Gustav Klimt

Il Bacio è sicuramente uno dei temi spesso rappresentati nella pittura – come anche potete vedere nella pubblicazione “Sulle Ali di un Gabbiano – A Volo Radente…” di Roberto Pellegrini, nella quale ogni aforisma è accompagnato appunto da un’opera d’arte dedicata al Bacio.

Oggi, però, mi sono soffermata ad osservare una delle più famose opere dedicata a questo tema, ossia: “Il Bacio” di Gustav Klimt.

Concedetemi una breve, ma necessaria introduzione per collocare correttamente l’opera.

Klimt nacque nel 1862 in un sobborgo di Vienna, figlio di un orafo incisore e di Anna Finster – una ragazza di modeste condizioni sociali. Egli frequentò la scuola di Arti e Mestieri e fu scelto per realizzare le decorazioni pittoriche del Teatro di Vienna e del Museo di Storia dell’Arte della città medesima. Klimt dipinse anche i pannelli decorativi per l’aula magna dell’Università di Vienna, aventi come tema: la filosofia

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la medicina

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e la giurisprudenza

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che provocarono pungenti critiche dalle autorità viennesi, che gli contestarono il contenuto erotico.

Dopo aver fondato nel 1897 il movimento Wiener Secession, Klimt personalizzò ed arricchì il suo stile, affrontando il così detto “periodo aureo”, fase contraddistinta dall’uso dell’oro e dall’astrazione simbolica, nella quale spesso l’artista riconduce alla tecnica dei mosaici bizantini.

Klimt si oppose ad ogni idea conservatrice, abbatté ogni divieto e realizzò dipinti rappresentanti i sogni, le speranze, le paure e le passioni di ogni uomo.

Morì il 6 febbraio del 1918.

Mettiamo a fuoco, ora, l’opera “Il “Bacio”, un olio su tela di dimensioni importanti, dipinto da Klimt negli anni 1907-1908, dove l’influenza dell’arte bizantina, tanto cara al pittore, è assai evidente.

In questo quadro l’Artista riprende il tema dell’abbraccio tra due amanti – che aveva già altre volte affrontato – ed… in uno splendore dorato, che ha quasi il sapore del divino, pone la coppia al centro del quadro.

Osservando appare subito evidente la contrapposizione del realismo dei volti, delle mani e dei piedi, con la bidimensionalità dell’abbigliamento, nel quale troviamo figure spigolose per la tunica dell’uomo e circolari per la tunica della donna.

Tuniche che ricordano quelle che Klimt amava indossare e che creava per la sua amata compagna Emilie Floge.

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Tranne che per le parti del corpo scoperte, non vi sono linee a definire le parti, tutto è delineato da campiture dorate. I colori utilizzati sono caldi e molto luminosi ed il colore verde (complementare del rosso) del prato mette ancora di più in risalto il resto, tanto che la luce sembra essere emanata dai due personaggi che occupano la scena.

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L’antinomia tra uomo e donna, sottolineata dalle gestualit

Il Bacio è sicuramente uno dei temi spesso rappresentati nella pittura – come anche potete vedere nella pubblicazione “Sulle Ali di un Gabbiano – A Volo Radente…” di Roberto Pellegrini, nella quale ogni aforisma è accompagnato appunto da un’opera d’arte dedicata al Bacio.

Oggi, però, mi sono soffermata ad osservare una delle più famose opere dedicata a questo tema, ossia: “Il Bacio” di Gustav Klimt.

Il Bacio è sicuramente uno dei temi spesso rappresentati nella pittura – come anche potete vedere nella pubblicazione “Sulle Ali di un Gabbiano – A Volo Radente…” di Roberto Pellegrini, nella quale ogni aforisma è accompagnato appunto da un’opera d’arte dedicata al Bacio.

Oggi, però, mi sono soffermata ad osservare una delle più famose opere dedicata a questo tema, ossia: “Il Bacio” di Gustav Klimt.

 

à differenti delle due figure – presa energica dell’uomo e dolce abbandono della donna – viene armonizzata dal trionfo dell’eros che trascende ogni conflitto.

L’attimo fuggente in cui uomo e donna si compenetrano viene in quest’opera immortalato quasi in modo mistico, avvolto in un erotismo impalpabile.

Anche in questo quadro Klimt ricerca la perfezione visiva ed il perfetto equilibrio per coinvolgere il fruitore e farlo immergere in una realtà/non realtà, in un mondo onirico.

La bellezza di quest’opera è tale da essere diventata una vera icona e purtroppo, sottolineo purtroppo, è stata malamente riprodotta e scimmiotta con esiti quasi offensivi da molti improvvisati aspiranti artisti che l’hanno malamente riprodotta su ogni sorta di supporto.

Povero Klimt… potesse parlare!

 

 

Indovina indovinello…

… è un tondo con tutti i colori della luce, è un arcobaleno a forma di anello, è una circonferenza iridata. Che cos’è?

Stiamo parlando del cerchio cromatico.

Fu Isaac Newton che mise a punto il primo cerchio cromatico, partendo da esperimenti con un prisma e analizzando la relazione tra luce e colore.

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Osservate: le lettere maiuscole sono le note musicali secondo il sistema anglosassone (A/la, B/si, C/do e così via) e l’ampiezza della “forbice” degli spicchi è basata sulle proporzioni di un’intera ottava della scala musicale. Per questo possiamo dire che non fu il primo Kandinsky a trovare attinenze tra il suono ed il colore.

In seguito anche un filosofo si occupò della teoria dei colori, parliamo di Johann Wolfgang von Goethe, che sosteneva – al contrario di Newton – che i colori non dipendessero dalla luce, bensì dall’oscurità, tanto da scrivere: “Il colore è, come tale, un valore d’ombra“.

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Nel 1877 Moses Harris realizzò un cerchio cromatico molto preciso dove comparvero i tre colori primari: giallo rosso e blu.

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Contemporaneamente un chimico francese, Michel Eugène Chevreul, fece studi sull’influenza reciproca che hanno due colori accostati ed influenzò, con le sue teorie, gli artisti del periodo.

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Giungiamo infine al cerchio cromatico di Johannes Itten ed alla sua pubblicazione “L’Arte del Colore”, vero e proprio punto di riferimento per l’accostamento dei colori.

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Tre sono i colori primari in pittura: il rosso, il giallo e il blu. Questi colori non possono essere ottenuti componendoli con altri, ma è mescolandoli che possiamo avere tutti gli altri.

I colori primari sono posti in un triangolo equilatero a sua volta all’interno di un esagono in cui i vertici opposti non sono altro che colori secondari, ottenuti, cioè, mescolando i pigmenti di due colori primari. Il cerchio esterno mostra come si possano ottenere i colori terziari e come tutti siano in opposizione polare con il proprio complementare (cioè la tinta opposta).

Quindi riassumendo:

  • i colori primari non possono essere generati da altri colori,
  • i colori secondari – arancio, verde e viola – si ottengono mescolando due primari in parti uguali,
  • mischiando due primari in quantità diverse, si ottiene un colore terziario,

All’interno dei colori primari e secondari, vi sono tre coppie di colori detti complementari. Ogni coppia di complementari è formata da un primario e dal secondario ottenuto dalla mescolanza degli altri due primari ed ha in sé un colore poco luminoso ed uno molto luminoso.

I colori hanno una “temperatura” e si suddividono in caldi, freddi e neutri (sfumature dal bianco al nero) in base alle diverse sensazioni che trasmettono, alle immagini e alle situazioni che richiamano alla mente.

Sfruttando la temperatura di un colore al meglio si possono realizzare giochi prospettici veramente particolari: i colori caldi hanno la prerogativa di “avanzare”, dando l’impressione di venire incontro all’osservatore, quelli freddi sembrano allontanarsi. Quindi, utilizzando colori freddi per lo sfondo e colori caldi per il primo piano, si può creare in un disegno l’illusione della prospettiva e degli effetti tridimensionali.

Vale, quindi, la pena sottolineare che ogni artista dovrebbe assolutamente conoscere il segreto di ogni colore e sapere capillarmente la relazione che c’è tra i colori stessi. Dovrebbe saper esaltare la forza o la dolcezza dei colori, l’armonia o la disarmonia. Insomma dovrebbe abbandonare l’approssimazione, che ahimè, in questo periodo, spopola e molti che si definiscono professionisti sono poco più che degli imbratta tele.

L’Arte è un linguaggio e, se si vuol comunicare visivamente, si deve possedere competenza a riguardo, ossia si deve conoscere quel linguaggio.

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Nulla by Roberto Pellegrini

Quando l’amore
rende il dolore pietra preziosa,
lo riconosce immediatamente
come gioia.
Tagore

Quello dell’amore (in ogni sua “forma” e “sfumatura”), è, probabilmente, il tema più caro al multiforme mondo dell’Arte, a dimostrazione di due concetti, di per sé anche fin troppo evidenti: che l’Amore rappresenta l’esperienza interiore più “forte”; che l’Arte è il “portavoce” più eloquente di tutto ciò che, spesso in estrema sintesi, ci piace definire “emozione”…

L’Arte parte da un’emozione, per suscitarne di nuove…; non esiste “piega” dell’Arte che non sia stata coinvolta nella trattazione dell’Amore: Musica, Narrativa, Pittura, Scultura e, ovviamente, Poesia.

Da sempre, la Poesia “canta” l’Amore, in ogni sua “veste”, profondamente consapevole della propria “missione”: rendere conto dell’“universo” di sensazioni che amare “smuove” all’interno del nostro animo e farne partecipe il lettore.

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NULLA…

Non potrà insegnarti
nulla
la gioia pura del mattino,
se non avrai compreso,
sulle tue labbra,
il pianto sordo della notte…;
non potrà insegnarti
nulla
l’armonia vergine delle parole,
se non avrai accettato,
tra le tue mani nude,
la ferita cieca del silenzio…;
non potrà insegnarti
nulla
l’ebbrezza viva di un abbraccio,
se non avrai odiato,
nelle tue carni,
la menzogna folle dell’attesa…;
non potrà insegnarti
nulla
l’Amore che speri,
se avrai dimenticato,
negli sguardi lunghi dell’anima,
le tue solitudini…

by Roberto Pellegrini

Quando, per nostra fortuna, incontriamo il vero Amore, ci rendiamo conto di quanto le nostre passate esperienze siano state, per noi, preziose seppur negative. Solo attraverso i percorsi tortuosi degli amori sbagliati, riusciamo ad avere la piena tangibilità della ricchezza che finalmente abbiamo abbracciato incontrando il partner giusto.

Il passare attraverso periodi buii, durante i quali è stato necessario interiorizzare ferite, fare chiarezza dentro sé stessi, convivere con la solitudine, accettare i propri sbagli, rende il nostro cuore quasi arrendevole, ci si convince che forse tutto è inutile, la speranza si affievolisce, fino quasi ad annientare la volontà di riprovare a crederci.

A questo punto, se il destino ci riserva un incontro speciale, le nostre passate esperienze avverse, ci regalano la gioia di poter meglio apprezzare l’Amore vero.

La vita ci riserba doni inaspettati quando meno ce lo aspettiamo e … il nulla si trasforma in ricchezza.

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L’amore non bisogna implorarlo e nemmeno esigerlo.
L’amore deve avere la forza di attingere la certezza in sé stesso.
Allora non sarà trascinato, ma trascinerà.
Hermann Hesse

Se qualcuno ti dirà che il tuo amore è impossibile, digli che tu hai imparato che tutto è possibile, che tu ci hai creduto e che la felicità sei andato a prenderla e poi l’hai alimentata giorno dopo giorno, cullata, abbracciata nella tua anima, custodita gelosamente e che l’Amore, quello vero, è la tua felicità.

n.d.r: Estratto del libro “Nell’abbraccio della luna – Quando l’Amore rende inutili i sogni” by Roberto Pellegrini e Madame Trebien

Dico LAVGON e …

dico una bella realtà artigianale all’insegna del consumo consapevole, dell’ecosostenibilità e, soprattutto, della qualità.

Questa sfida nacque nel 2004, quando mamma Michela e le sue due figlie, Lavinia e Carlotta, si resero conto che la loro innata creatività avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di veramente alternativo ed ecco che, nelle campagne della Lomellina, non lontano da Pavia, prese il via questa splendida avventura tutta femminile.

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Sul “tavolo verde” del mercato della moda, loro hanno puntato tutto sulla loro capacità di accostare, reinventare e soprattutto non sprecare; il risultato è: LAVGON, con la sua moda etica composta da capi irripetibili ed unici.

Immerse nel verde della natura dalla quale ogni loro collezione trae ispirazione, questa bella famiglia lavora senza sosta, senza lasciarsi però travolgere da ritmi frenetici.

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Collezione dopo collezione, il brand ha varcato i confini ed oggi ha una distribuzione capillare in Italia, parecchi punti vendita in Europa ed anche in Giappone ed in Australia.

Il punto di forza sta nella qualità dei tessuti proposti (lane morbidissime, lino, canapa, seta, bambù e cotone biologico) e nelle linee non costrittive, quindi svincolate dalle taglie, che rendono duttili i capi che si adattano ad ogni donna.

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Ogni piccolo ritaglio viene riutilizzato, diventando parte di un accessorio o inserto in un’altra creazione, in modo da evitare qualsiasi spreco.

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Ultimissima novità per l’estate 2018, gli spettacolari costumi double face, dal sapore un po’ retrò e dai colori accattivanti, anche questi realizzati con una linea adattabile ad ogni donna. Progetto reso possibile grazie all’inserimento lavorativo come tirocinante di un richiedente asilo che ora ha ottenuto il permesso di soggiorno.

Un brand controcorrente? No, solo una scelta consapevole.

L’aquilone della vita

“Quando un aquilone ci sfugge dalle mani,
è perché siamo stati maldestri nel “trattenerlo…”
by Roberto Pellegrini

Se l’aquilone è il nostro destino, allora i fili di esso stanno nelle nostre mani ed è indispensabile imparare a muoverli per far volare e librare il nostro aquilone.

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Come spesso accade ci si può sbagliare, mancare l’occasione e lasciarci sfuggire l’opportunità, ma da quell’esperienza si può imparare, correggere gli sbagli e ricominciare a correre di nuovo cercando di far decollare il nostro aquilone.

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Non sempre è facile, i fili si aggrovigliano e gli ostacoli si susseguono, ma non per questo si deve desistere, anzi, tutta la nostra caparbietà deve scendere in campo.

Se pensiamo alla nostra vita ci accorgiamo che è un susseguirsi di scelte che, ovviamente implicano delle responsabilità, ma questo non deve bloccare il nostro desiderio di far volare l’aquilone; in fondo, la vita è come una palestra, quindi per imparare sicuramente si deve sbagliare.

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Tutto sommato credo che sia indispensabile lasciarsi anche un po’ guidare dalle proprie sensazioni, accantonando la razionalità, a volte, l’istinto, che è parte del nostro essere, può essere un buon alleato e soprattutto, dovremmo cercare di accantonare la paura di sbagliare e di far precipitare di nuovo il nostro aquilone.

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Imprescindibile è anche cercare di annientare le influenze esterne e scegliere sempre una strategia da soli, magari andando contro il parere di tutti, se l’aquilone non volerà saremo comunque sereni di aver scelto ascoltando il nostro cuore e nessun altro.

Coraggio! E’ solo una questione di esercizio: facciamo le nostre scelte, restiamo coerenti e cerchiamo, strada facendo, di muovere i fili dell’aquilone sfruttando il vento giusto, guai lasciarsi prendere dalla frustrazione.

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Presunzione…: tanto clamore per nulla!

“Atto o atteggiamento ispirato ad ambizioni o pretese orgogliose e indisponenti.”

E’, questa, una delle tante definizioni di “presunzione”.

La tracotanza è un atteggiamento con il quale, bene o male, tutti noi abbiamo avuto a che fare…

Nella vita di tutti i giorni, nei rapporti interpersonali (molto spesso sul posto di lavoro…), non è raro imbattersi in individui (evidentemente depositari di immanenti verità assolute…), fermamente convinti di avere sempre pronta la spiegazione giusta al momento giusto, quando in realtà, finiscono semplicemente per dare sfoggio di ignoranza, inettitudine e superficialità.

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“La scienza infusa è un dono molto raro!”, diceva mio nonno… E credo proprio che avesse ragione, perché la saggezza “pret-à-porter” non è ancora stata messa in produzione da nessuno, costituendo sempre, in realtà, il risultato di una profonda maturazione interiore, quasi sempre “figlia” di “percorsi” tutt’altro che facili.

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Probabilmente, per evitare certe squallide “esibizioni”, sarebbe sufficiente concentrare le nostre attenzioni non tanto (o non solo…), sulle “pagliuzze” presenti nell’occhio del nostro prossimo, bensì prendere atto di quanto “ospitiamo” nelle nostre cornee… capaci e, talvolta, “corazzate”!

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Leggete con me questa breve parabola Zen…

In un piccolo tempio sperduto su una montagna, quattro monaci erano in meditazione. Avevano deciso di fare una sesshin (*) di assoluto silenzio. La prima sera la candela si spense e la stanza piombò in una profonda oscurità.

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Sussurrò un monaco: “Si è spenta la candela!”.

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Il secondo rispose: “Non devi parlare, è una sesshin di silenzio totale”.

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Il terzo aggiunse: “Perché parlate? Dobbiamo tacere, rimanere in perfetto silenzio!”.

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Il quarto, il responsabile della sesshin, concluse: “Siete tutti stolti, solo io non ho parlato!”.

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(*) una sesshin, che alla lettera significa “riunione di menti”, è un periodo di meditazione intensiva attraverso la pratica di zazen, svolto in un monastero Zen o anche in un altro luogo di pratica, ndr.

a cura di Roberto Pellegrini