Madame Grès, da scultrice mancata a couturier

Madam Grès, nata Germaine Emilie Krebs, da bimba aveva due sogni: diventare scultrice o ballerina, divenne una couturier dal genio inconfondibile. Lei non costruiva le sue collezioni su schemi piatti, ma lavorava su tre dimensioni, drappeggiando metri e metri di stoffa direttamente sul corpo della modella. Insomma non creava un abito, lo scolpiva.

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Non a caso era solita dichiarare: “Voglio essere una scultrice. Per me è la stessa cosa lavorare con il tessuto o con la pietra” e da appassionata di statuaria ellenistica quale era, realizzava abiti scultura.

Ella nacque nel 1903, dotata di un carattere piuttosto autoritario, sin da ragazzina dimostrò di voler farsi da sola. Dapprima decise di sostituire il suo cognome Krebs con Barton, poi cambiò il suo nome Germaine Emilie in Alix e cominciò la sua carriera; quando sposò il pittore Serge Czerefkow, decise di utilizzare per la sua casa di moda un anagramma di alcune lettere del nome del marito: Grés, da qui Madame Grès.

Il destino, però, a volte, gioca brutti scherzi, seppur contemporanea di Coco Chanel, che tutt’oggi risulta una figura assai familiare, Madame Grès, una tra i più importanti couturier del dopoguerra, è rimasta avvolta nel mistero.

Fu insignita di premi importanti, fu presidente de “La Chambre syndicale de la Couture Parisienne”, fu la prima ad essere premiata  “Dé d’Or de la Haute Couture”, fu considerata la donna più elegante del mondo e nel 1980 diventò “Chevalier de la Legion d’Onore” per il suo contributo alla gloria della Francia nel mondo, ma … morì poverissima e sola in un ospizio, dimenticata da tutti, tanto che spesso diceva: “Non so più chi sono”.

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Sembra incredibile, ma spesso la vita ci riserva sorprese, come a Madame Grès, che dopo aver vestito le donne più belle e più ricche del mondo, fu abbandonata a sé stessa.

I suoi meravigliosi abiti realizzati in jersey di seta plissettato, apparentemente semplici, ma nella realtà complessissimi, restano l’unica testimonianza di questa donna straordinaria. E che testimonianza!

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