…Artisti, Poeti? “Genitori”, se vi pare!

Cos’è una Poesia?

La Poesia è un “cerchio” che si chiude; è il percorso compiuto, che parte dalle emozioni vissute da un Poeta e si conclude con quelle suscitate nel Lettore (Pubblico).

Chi scrive Poesie (e non ha nessuna importanza il “livello”, se di livello vogliamo, inutilmente, discutere), lo sa bene: ci sono emozioni, stati d’animo particolari che “sobbollono” in fondo all’anima e che, ad un tratto, cercano uno “sfogo”, una “via di fuga” che li porti in superficie; che li porti alla luce…

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E la via naturale capace di consentire tutto questo è proprio – nel caso del Poeta -, la Poesia, appunto.

Una Poesia (mi sia concesso l’accostamento un po’ forte…), è simile ad una sorta di “gestazione”: una volta “fecondata” dal “seme” di un’emozione, l’anima del Poeta lascia “crescere” in sé “qualcosa”; e quando il “travaglio” si compie, il “vagito” silenzioso è quello di una nuova Poesia.

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Non a caso i Poeti (come tutti gli Artisti ed i Creativi, in genere), vivono i propri “ lavori” come “creature”, come “figli”, in qualche modo, proprio in quanto “emanazioni” dirette della propria più remota intimità…

Vorrà, saprà il Lettore accogliere benevolmente, tra le sue braccia, questo “esserino” che muove i suoi primi passi?

Ecco: questo è l’interrogativo che, sia pur per un solo attimo, si affaccia nella mente di un Poeta (e di ogni Artista…), quando l’Opera è compiuta…

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La Poesia, come l’Arte tutta, è l’ incontro, anzi, di più: è l’abbraccio emozionale tra chi “crea” (Poeta/Artista), e chi “accoglie” (Lettore/Pubblico)…

Torneremo sull’argomento…?

by Roberto Pellegrini

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La coffa, questa borsa alquanto modaiola

Giovanni Verga la cita nelle pagine di Mastro Don Gesualdo, Dolce&Gabbana la riportano in passerella, parliamo della coffa, manufatto impregnato di storia e che ha il sapore della tradizione siciliana.

La coffa è una semplice cesta impiegata in passato per foraggiare i cavalli o per il trasporto se posizionata sui muli. Tuttora oggi, durante i giorni di festa, la si vede ancora sui carretti siciliani.

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Le abili mani degli artigiani intrecciano, per ottenere questa cesta, la curina, ossia la parte tenera, ma molto resistente, delle foglie di palma nana siciliana, pianta che trova il suo habitat nei terreni rocciosi dell’isola, ma che, ahimè, a causa dei continui incendi e delle bonifiche agrarie, rischia l’estinzione, tanto da essere stata dichiarata pianta protetta.

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Da semplice oggetto di uso quotidiano rurale, la coffa ha pian piano cambiato uso e, sapientemente adornata, si è trasformata in borsa; la decorano in modo veramente artistico con l’uso di specchietti, nastri, immagini tipiche, centrini, mini tamburelli, frutte in miniatura e specchietti, creando dei veri e propri pezzi unici apprezzati in tutto il mondo.

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Quindi, la coffa siciliana, oggi, ha varcato i confini dell’isola ed è diventata un accessorio desiderato dalle signore che la sfoggiano da mattina a sera, sulla spiaggia, ma non solo e che, si fanno veicolo di diffusione di un simbolo siciliano che profuma di tradizione.

Se avete intenzione di acquistarne una, attenzione, però, alle volgari imitazioni Made in C…, che come sempre spopolano a basso costo, ma che poco hanno di tradizionale. Inutile sottolineare che, mentre la vera coffa trasuda stile barocco, le imitazioni trasudano sapore di chincaglieria.

Scrivi a mano… per dirlo con il cuore!

Mi riallaccio al recente post di Mme3bien (“Fumi no hi”), che ho trovato da subito delizioso, soprattutto perché si ispira ad una profonda verità…

Scrivo abitualmente (come tutti, del resto), con il computer, ma amo farlo anche “manualmente”.

Dall’alto (o dal basso: vedete un po’ voi…), dei miei, circa, cinquant’anni, credo di appartenere a quella generazione che ha vissuto il boom dell’uso del cosiddetto “foglio elettronico” e della tastiera, ed ho assistito al progressivo abbandono (quasi un “ripudio” in piena regola), del desueto terzetto “carta, penna e calamio”, nel nostro modo di scrivere ed inviare missive.

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Il mio, resta un “amore” ben saldo: sono innamorato dell’odore e del rumore della carta; mi affascina l’impercettibile fruscio del pennino (ebbene sì: uso una vecchia Pelikan a stantuffo), sul foglio; mi inebria il “profumo” un po’ acre dell’inchiostro fresco; adoro il “quadro” che si va formando, lentamente, sul foglio, a lavoro ultimato; mi soddisfa asciugare il tutto con la carta assorbente.

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Insomma: vivo lo scrivere con una sorta di ritualità, alla quale, sia chiaro, non mi abbandono certo per compilare la lista della spesa…

Le emozioni, i sentimenti “fluiscono” attraverso di noi; una lettera (d’amore, ad esempio), scritta con il computer, giungerà certamente gradita al destinatario, ma, in realtà, non sarà che una sequenza di belle parole, di frasi “sentite”. Non potrà mai, però, proporsi, del tutto, come una vera “parte” di noi.

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In una lettera d’amore scritta di nostro pugno, invece, chiunque la leggerà saprà “riconoscerci”, senza ombra di dubbio (a prescindere dall’unicità della nostra calligrafia), proprio perché, scrivendo “a mano”, sul foglio non resterà soltanto il tratto dell’inchiostro, ma anche (e soprattutto), la “temperatura” di un sentimento, giunto alla punta di un pennino, passando direttamente dal cuore e, dunque, l’impronta stessa della nostra anima…

by Roberto Pellegrini

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Una felicità piccola così…

I due amici sono in coda alla cassa del discount (interminabile, apocalittica: e non si capisce perché non si faccia intervenire un altro dipendente: “Ding-dong…, in apertura la cassa… ecc ecc!”); io, appena dietro, non posso evitare di “impicciarmi” (in realtà, me la propinano a forza…), della loro conversazione.

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– Sì… -, dice uno – Con lei ero felice, d’accordo… Ma mi mancava qualcosa… Così un giorno gliel’ho detto e ci siamo lasciati. Però ci sentiamo ancora su WhatsApp e su Facebook! L’altra sera abbiamo mangiato la pizza insieme… -.

– Capisco… – (beato lui!, mi dico), annuisce l’altro, senza staccare gli occhi dall’avvenente cassiera ossigenata – Ma, scusa eh, cos’è che ti mancava? -.

Balla domanda, penso tra me: chissà, adesso, la risposta…

– Mah, guarda… -, replica il primo, creando una certa suspense – A dirti il vero non lo so. Mi mancava qualcosa, punto e basta! -.

E se può bastare a lui, figuriamoci a noi…

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Praticamente un’ammissione di “felicità condizionata”, tenuta in salamoia, in apnea. Insomma: nella speranza che…

Forse, non si dovrebbe mai giocare al Tenente Colombo, conducendo puntigliose indagini sul perché e il percome di una felicità che, al momento, ci pare a portata di mano.

Felicità ed ipocrisia non sono mai andate troppo d’accordo: inutile sostenere la presenza della prima, per poi perdersi nelle nebbie della seconda, dichiarando che: “sì, però mi mancava un non so che…” ( se non lo sai, può darsi anche che, in fondo, non ti manchi niente, non ti pare?).

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Essere felici (o, almeno, provarci), resta un diritto irrinunciabile di tutti (sancito, ad esempio, dalla Costituzione Americana, art. 1); diritto che va “esercitato” sempre e comunque, credendoci fino in fondo; se possibile evitando di porsi obiettivi eccessivamente a lungo termine…

Nel “Carpe Diem” quotidiano, probabilmente, si nasconde la “formula” della felicità “prêt-à-porter”: riuscire a cogliere tutto il meglio che viviamo ora, adesso, lasciando che il domani ci venga incontro, sulle ali possenti della Speranza…

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Nel frattempo, è arrivata la cassiera di “rinforzo”…: le belle notizie giungono sempre all’improvviso!

Fumi no hi

In Giappone, a luglio, più precisamente il 23 Luglio, si festeggia il Fumi no hi, una ricorrenza particolarissima: il Giorno delle Lettere.

Questo festa è stata istituita nel 1979 dal vecchio Ministero delle Poste e Telecomunicazioni (ora Japan Post Holdings) ed in questo giorno vengono emessi ogni anno francobolli commemorativi molto curiosi ed originali che potete vedere a questo link.

La scelta del giorno e del mese è legata ad una storia particolare: Read more…

Se son perfette non le vogliamo e… non solo

Da un po’ di tempo a questa parte, nel mondo della moda, è in corso un cambiamento; vi sarà capitato di notare che sulle passerelle compaiono, sempre più di frequente, modelle rotondette, altre con i capelli bianchi, altre affette da vitiligine o con strabismi di Venere, insomma donne normali.

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Esistono persino Agenzie che annoverano nei loro book solo modelle non perfette, donne però di forte personalità, che riescono a comunicare una storia. Ciò è sicuramente una bella cosa: il fatto di credere che ogni abito presentato sulle passerelle può essere indossato da donne normali, può incidere positivamente anche nella testolina delle ragazze che, per emulare le modelle, finiscono per andare incontro a seri problemi di salute.

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Ciò che sorprende però è che non ci si è fermati a questo, si sta andando oltre, molto oltre… si è pensato che, considerata l’importanza del digitale, sarebbe stata un’idea vincente inventare top model digitali – come Shudu Gram – e… finanche una bamboletta 3D con tanto di profilo Instagram, battezzata Noonoouri, che “collabora” con marchi famosi indossando virtualmente look firmati e trasformandosi in influencer a tutti gli effetti.

Sembra un cartone animato, virtualmente dichiara di avere 18 anni, di essere alta 1 metro e cinquanta (alla faccia delle modelle in carne ed ossa) e di vivere a Parigi. Questo portento che sta spopolando nell’ambito della moda è opera del designer Jorger Zuber, che definisce questo progetto “digital haute couture”.

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Sicuramente Noonoouri apre nuove frontiere nella comunicazione in ambito della moda, ma lasciatemelo dire: l’idea che abiti haute couture realizzati e ricamati a mano vengano pubblicizzati da questa finta signorina, non finisce per piacermi del tutto.

Considero la moda un’arte e questa idea non mi soddisfa affatto.

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…il fumo fa male: ma a chi?

L’avvertimento è di quelli che vanno presi sul serio; generano ansia; tagliano le gambe, come si dice. Insomma: uomo avvisato, ecc. ecc…

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Sul pacchetto di sigarette è scritto a chiare lettere: “Il fumo ostruisce le tue arterie” (e si badi bene: non arterie qualsiasi, ma proprio le “tue”, anche se l’ammonimento cambia, di confezione in confezione, quasi a voler costituire una sorta di macabro vademecum del perfetto fumatore).

E, come se ciò non bastasse, a scanso di equivoci, nel togliere la leggera pellicola che sigilla la scatoletta bianca e rossa, si è praticamente obbligati a posare lo sguardo su immagini terribili, al limite del raccapricciante, eloquenti testimonianze di sofferenze reali (e sulle quali ritengo inutile soffermarmi: tanto le conosciamo tutti), poste a corredo e/o supporto del, già di suo, sinistro avvertimento verbale.

Come a dire: “Io te lo dico, così mi metto in pace con la coscienza, ma se poi non ci credi, guarda un po’ ‘sta foto qua!”.

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La contraddizione è talmente ovvia, da risultare persino irritante, provocatoria, prim’ancora che lapalissiana: l’ipocrisia, si sa, sa indossare sempre l’abito migliore…

Lo stesso “individuo” che ci fornisce (dietro una nostra richiesta, questo è chiaro), la causa di una potenziale – e grave – patologia (facendosi, per questo, pagare a caro prezzo, viste le tasse che gravano sui tabacchi), è lo stesso che, con due paroline ben assestate, corredate da un’immagine orrenda, ci farebbe venir la voglia di gettare tutto nel cestino. E buonanotte al secchio… Ma dopo aver pagato, s’intende.

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Ma l’arcano (come tutti gli arcani che “non” si rispettano), è presto svelato. E non grazie alla potente bacchetta magica del Mago Zurlì, ma solo con l’aiuto di una comunissima calcolatrice da tavolo (ma va bene anche quella del cellulare…).

Ogni anno, in Italia, lo Stato spende tot milioni, per la cura delle malattie respiratorie e cardiovascolari (tra le prime cause di mortalità nel nostro Paese); nello stesso tempo, sempre lo Stato, incassa, annualmente, milioni e milioni, grazie alla vendita dei tabacchi. Tanto che, tirando le somme, a conti fatti, nel rapporto tra le due voci citate lo Stato resta, comunque, abbondantemente in attivo.

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C’è da scommettere, che il giorno che il trend si dovesse invertire (vale a dire: spese sanitarie connesse al tabagismo maggiori delle entrate, per la vendita di sigarette & C.), troveremmo sui pacchetti di “bionde” un avviso del tutto nuovo, ma forse meno ipocrita:

“Caro il mio amico fumatore: siccome il tuo vizio fa male a te, ma, adesso, fa molto peggio al mio portafoglio, da oggi accontentati delle sigarette di cioccolata! E fumale in fretta, perché si sciolgono!”

Si allega foto di Pinocchio che fa “Marameo!”.

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by Roberto Pellegrini