Eroi, tra Storia e Leggenda…

Chi sono gli eroi? Cos’hanno di “diverso” da noi, persone cosiddette “normali”? Qual è la loro comune virtù: il coraggio, l’altruismo, l’amore per il prossimo, oppure solo l’incoscienza?

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Gli eroi sono certamente persone speciali, capaci di rischiare (fino a sacrificala), la propria vita per preservare quella degli altri; si tratta di individui che, coscientemente, sanno compiere una scelta precisa: “quella” scelta, dalla quale, spesso, non si fa più ritorno…

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Eppure, quasi sempre degli eroi non si conoscono nemmeno i volti; ciò che passa alla Storia, solitamente, è il loro nome e, soprattutto, l’ultima “pagina” della loro vita, una pagina che resterà impressa nel libro del Tempo.

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Ma non è soltanto la Storia, a celebrare gli eroi: spesso miti e leggende se ne “inventano” di propri, anche solo per enunciare un principio, o per “allontanare” una timore, una paura… Si tratta, com’è facile intuire, di personaggi “figli” della più fertile fantasia popolare dei Paesi di tutto il mondo.

Quella che cito, ad esempio, è una, a tratti anche commovente, leggenda Cinese…

Kuafu insegue il sole

“ Nell’antichità nel selvaggio nord della Cina c’era un monte altissimo, nel fitto delle cui foreste viveva un gruppo di giganti. Il loro capo portava appesi alle orecchie due serpenti dorati, tenendone pure due fra le mani. Il suo nome era Kuafu, per cui il gruppo di giganti era chiamato “clan di Kuafu”. Era gente simpatica e laboriosa che viveva in armonia con tutti, libera e spensierata.

Un anno fece un gran caldo ed il sole disseccò alberi e fiumi. I Kuafu, non riuscendo a sopportare il calore, morivano uno dopo l’altro. Il loro capo era molto triste. Guardando il sole, disse alla sua gente: Il sole è detestabile, voglio inseguirlo, catturarlo e sottoporlo agli ordini degli uomini! Udito ciò, la gente cercò di convincere Kuafu a non farlo. Alcuni dissero: Non andare, il sole è troppo lontano da noi e morirai di stanchezza! Ed altri: il sole è troppo caldo e ti arrostirà! Tuttavia Kuafu aveva deciso. Guardando la gente sofferente disse: devo assolutamente andare per la felicità di tutti!

Congedatosi dai suoi, si diresse a grandi passi, come il vento, nella direzione in cui si leva il sole. Il sole si spostava velocemente nel cielo e l’uomo lo inseguiva a tutta forza. Attraversati molti monti e fiumi, la terra risuonava sotto i suoi piedi, oscillando. Stanco morto, si tolse la sabbia dagli stivali, che formò un gran monte di terra. Preparando il pasto sistemò tre pietre per sostenere la pentola, che divennero tre monti alti migliaia di metri.

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Kuafu correva sempre dietro il sole, che pian piano pareva più vicino, così la sua fiducia si faceva sempre più forte. Finalmente al tramonto lo raggiunse mentre tramontava dietro un monte. Una palla di fuoco si trovava davanti ai suoi occhi, i cui raggi dorati si posavano sul suo corpo. Per la gioia distese le braccia, volendo abbracciare il sole. Tuttavia il sole era infuocato e Kuafu si sentiva assetato e stanco. Allora corse al fiume Giallo e ne bevve tutta l’acqua in un fiato, poi andò al fiume Wei e fece lo stesso, senza tuttavia placare la sua sete. Corse allora verso nord dove c’era una grande palude con acqua sufficiente a dissetarlo, ma prima che potesse raggiungerla, a metà strada morì di sete.

Prossimo a morire, pensando alla sua gente, Kuafu era molto triste, allora gettò in alto il suo bastone. Nel luogo dove questo cadde spuntò un lussureggiante boschetto di alberi di pesco, sempre verdi tutto l’anno e che offrivano ombra e frutta fresca ai passanti, eliminandone la stanchezza così che potevano riprendere il viaggio con piena energia.

La storia sull’inseguimento del sole di Kuafu riflette la volontà degli antenati cinesi di vincere la siccità. Nonostante Kuafu sia morto, il suo spirito vive in eterno. In molti libri cinesi dell’antichità si trovano leggende relative all’inseguimento del sole di Kuafu. Alcune località hanno anche chiamato i loro monti più alti col suo nome per commemorarlo… ”

a cura di Roberto Pellegrini

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Moda, ma cos’è?

Su Wikipedia si legge: …”Il termine moda deriva dal latino modus, che significa maniera, norma, regola, tempo, melodia, modalità, ritmo, tono, moderazione, guisa, discrezione… Nei secoli passati l’abbigliamento alla moda era appannaggio delle sole classi abbienti, soprattutto per via del costo dei tessuti e dei coloranti usati, che venivano estratti dal mondo minerale, animale e vegetale. Prima dell’Ottocento l’abito era considerato talmente prezioso che veniva elencato tra i beni testamentari. I ceti poco abbienti erano soliti indossare solo abiti tagliati rozzamente e, soprattutto, colorati con tinture poco costose come il grigio. A questi si aggiungeva scarpe in panno o legno. Non potendo permettersi il lusso di acquistare abiti nuovi confezionati su misura, tali classi ripiegavano spesso sull’abbigliamento usato…

Non è facile dare una perfetta definizione della moda, se la si considera anche dal punto di vista culturale e sociale, essa, infatti, ha un’infinità di sfaccettature che la rendono interessante, ma difficilmente catalogabile.

Un vero e proprio sistema complesso in costante movimento, che proprio per questo, rappresenta la società al meglio, facendosi veicolo di espressione delle usanze e dei costumi di un particolare periodo. Ciò permette di ricostruire la storia non solo a livello di costume, ma anche di economia.

Come si legge su Wikipedia la moda segnava la differenza tra ceti sociali: ricchi e poveri – dico “segnava” perché ora non è più proprio così – oggi possiamo dire che la moda è anche un vero e proprio modo di comunicare la propria personalità; stile e gusto fanno parte del mondo della moda, pur non essendone dei sinonimi.

Fatto resta che la moda è epicentro di interessi da più punti di vista, ecco perché, sparsi nel mondo, esistono numerosi musei della Moda, citiamone alcuni:

  • Metropolitan Museum of Art

    La collezione del Costume Institute con oltre 35.000 costumi e accessori, rappresenta, cinque continenti e sette secoli secoli di abiti alla moda, costumi regionali e accessori per uomini, donne e bambini.

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  • MFIT (New York, Stati Uniti)Il Museo di FIT è conosciuto per le sue mostre speciali innovative e premiate.. Fondato alla fine degli anni Sessanta, è visitato da 100.000 persone ogni anno. Con una collezione permanente di 50.000 abiti e accessori dal XVIII secolo fino ad oggi, il Museo di FIT pone l’accento su abiti esteticamente e storicamente significativi, con un occhio verso la moda contemporanea d’avanguardia.

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  • FIDM (Los Angeles, Stati Uniti)Il museo si trova al piano terra del campus di Los Angeles dell’Istituto di moda di design e merchandising e ospita una collezione di oltre 12.000 costumi, accessori e tessuti del XVIII secolo fino ad oggi, compresi i costumi cinematografici e teatrali. Il Museo FIDM ospita inoltre la prima Collezione di Costume di Hollywood in prestito presso la città di Los Angeles, Dipartimento di Parchi e Ricreazione. Presenta l’esposizione annuale del costume di movimento cinematografico nelle gallerie.

 

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  • Kent State University Museum (Kent, OH)Il Museo del Kent State University accoglie gli studenti e il grande pubblico per visualizzare, studiare e ricercare dalla sua collezione di moda storica, contemporanea e mondiale. La collezione va oltre l’abbigliamento e i tessuti per includere anche vetro americano, mobili, dipinti e altre arti decorative. Il Museo ospita anche una biblioteca di libri e periodici storici dedicati alla moda e alle arti decorative.

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  • V&A MuseumE uno dei musei d’arte e design leader a livello mondiale, ospita una collezione permanente di oltre 2,3 milioni di oggetti che coprono più di 5.000 anni di creatività umana. Il museo custodisce molte delle collezioni nazionali del Regno Unito e alcune delle più grandi risorse per lo studio di architettura, dei mobili, della moda, dei tessuti, della fotografia, della scultura, della pittura, della gioielleria, del vetro e della ceramica.

    Elementi chiave della collezione comprendono abiti del XVII secolo, “mantua” del XVIII secolo, abiti da sera degli anni ’30, abiti da sera degli anni ’60 , inoltre un numero crescente di pezzi da designer del ventunesimo secolo.

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  • Fashion Museum, Bath InglandCi sono quasi 100.000 oggetti nella collezione, che vanno dai guanti decorati dal tempo di Shakespeare a moda dai designer più importanti di oggi nella collezione Dress of the Year. Questi oggetti preziosi, mostrando diversi aspetti della storia della moda, sono stati (per la maggior parte) forniti al museo da molti generosi donatori e organizzazioni durante i più di 50 anni di attività del museo.

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  • Musée de la Mode et du Textile (all’interno del Louvre, Parigi, Francia)Oggi, il museo occupa 9.000 metri quadrati e presenta circa 6.000 oggetti nella collezione permanente. Nella collezione, sono presenti opere che rappresentano la storia del costume dal Reggimento francese ad oggi (16.000 costumi e 35.000 accessori moda) e tessuti del VII secolo in poi (30.000 esemplari), così come arredamento d’interni, mobili , oggetti d’arte, carta da parati, arazzi, ceramica, bicchieri e giocattoli dal Medioevo al presente.

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  • Musée Galliera (Parigi, Francia)La collezione è dedicata all’abbigliamento e al costume, coprendo momenti chiave della storia della moda e mettendo in mostra i designer iconici francesi. La collezione del museo comprende abiti e accessori dallo streetwear all’alta moda. Il dipartimento del XVIII secolo ospita una delle più grandi collezioni di abbigliamento del mondo dell’età dell’illuminismo. Le sue collezioni sono tutte temporanee.

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  • Museo del Traje (Madrid Spagna)Con circa 160.000 tra oggetti e documenti, il museo del Traje ha una collezione di abbigliamento, gioielleria e accessori storici, contemporanei e tradizionali (con particolare attenzione ai costumi e designer spagnoli).

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  • Kyoto Costume Institute (Kyoto Giappone)La collezione KCI attualmente va dal XVII secolo ad oggi, con più di 12.000 capi di abbigliamento e 16.000 documenti. L’istituto ha ricevuto donazioni da alcuni dei migliori stilisti e case di moda di oggi come Chanel, Christian Dior e Louis Vuitton.

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E l’Italia? Patria di ineguagliabili stilisti?

Ci stiamo ancora lavorando. Sob!!!

Non definitele Terminator, sono solo…

…emotivamente forti.

Spesso si tende ad associare le persone emotivamente forti a quelle che posseggono un carattere inflessibile e duro e che, spesso tendono ad esercitare controllo sugli altri. Niente di più sbagliato, coloro che sono emotivamente forti hanno semplicemente affinato l’autocontrollo, che le rende persone equilibrate.

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Ognuno di noi nasce con un bagaglio caratteriale, che però si “educa” attraverso le circostanze della vita; è quindi anche un po’ compito nostro sviluppare e far crescere il seme dell’autocontrollo – tratto caratteriale che può spesso venirci utile nella quotidianità.

Possedere autocontrollo non significa affatto reprimere emozioni e sentimenti, ma saperli controllare in modo da non trovarsi danneggiati o danneggiare gli altri.

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Facciamo qualche esempio:

  • solitamente queste persone non si lasciano scalfire dall’opinione degli altri, contano molto su sé stesse, quindi possiedono autostima;
  • sono persone alquanto riflessive, mai impulsive, questo le rende capaci di focalizzare i loro obiettivi e di perseguirli con caparbietà e se si trovano a gestire periodi di difficoltà sono molto resilienti;
  • non permettono con facilità a chiunque di entrare nella loro vita, scelgono le relazioni con attenzione perché sanno di non poter sopportare legami soffocanti;
  • rispettano gli altri e pretendono pieno rispetto;
  • non sono disposte ad accettare “per buone” tutte le informazioni che giungono loro, risultano quindi non influenzabili;

e per finire:

  • non hanno mai paura dei cambiamenti, delle nuove esperienze. Considerano il “timore” della novità un freno per andare avanti.

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Insomma, capite da voi soli, che queste persone non sono dei robot, ma semplicemente hanno affinato alcune caratteristiche del loro carattere che le hanno aiutate a proseguire nel percorso della vita limitando spesso dei danni.

Che sia forse una autodifesa?

Spiaggia by Roberto Pellegrini

Spiaggia

Conserverò
di ogni abbraccio immaginato
il desiderio;
e di ogni desiderio
conserverò l’attesa che lo avvolge,
confortando l’anima in un passo
di danza, improvvisata sulle spiagge
del Tempo… I tuoi sorrisi
saranno le impronte sulla sabbia
che condurranno a te
il mio cuore, che non avrà vergogna
di apparirti nudo, così
come nuda è la carezza
della notte.

by Roberto Pellegrini

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Andare oltre ciò che viviamo nel quotidiano, nell’attesa ormai breve che trasformerà il nostro desiderio in realtà è l’immagine metaforica che traspare da questa poesia.

Quando tutto sarà condiviso, come dimenticare la parentesi di Tempo che ha segnato una forzata lontananza? Come non conservare il desiderio degli abbracci? Come non incastonare per sempre nella mente e nell’anima tutto ciò?

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Alcune coppie si vedono obbligate a vivere separate dalle circostanze della vita e questo modo di vivere l’amore viene visto con sorpresa e reticenza dal molti, ma molte di queste persone non considerano che la capacità di alimentare da lontano un Amore è un dono. Attraverso la distanza si ha la possibilità di approfondire alcuni aspetti che nella “normalità” dei rapporti, spesso, appaiono sfuocati. Il percepire da un sospiro o dal tono di voce lo stato d’animo di chi amiamo, ma che ci è lontano, è una sensibilità che si sviluppa per necessità, ma che arricchisce il rapporto e le vibrazioni che partono da lontano vengono captate con immediatezza. Si impara a dare particolare importanza a dettagli, che il vivere fianco a fianco, solitamente sbiadisce.

by Madame Trebien

Poesia e commento tratti dal libro: Nell’Abbraccio della Luna: quando l’Amore rende inutili i Sogni

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Il vuoto? Ma c’è sempre qualcosa di troppo…

Per schernire qualcuno, mettendone fortemente in dubbio le capacità, lo si può apostrofare dandogli della “testa vuota”.

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E ancora: per stigmatizzare l’apparente “freddezza” di un individuo, sentimentalmente “abulico”, o capace di ostentare una perentoria indifferenza anche di fronte alle circostanze più “calde” e coinvolgenti, capita spesso di sentir parlare di un, quantomai inquietante, “cuore vuoto”…

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Come quello del “Tempo”, il concetto di “Vuoto” affascina e seduce, permanendo, però, nella sua inattaccabile “insondabilità”.

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A rimpallarsi la questione, soprattutto due ambiti del Sapere (che, in realtà, probabilmente finiscono per riferirsi a due sfumature differenti di uno stesso concetto…): la Fisica e la Filosofia.

In Fisica, il vuoto è l’assenza di materia in un volume di spazio. La condizione di vuoto perfetto non è ottenibile in laboratorio e non è mai stata osservata in natura; si ritiene che gran parte dello spazio intergalattico consista di un vuoto quasi perfetto, con un piccolo numero di molecole per metro cubo. Inoltre, anche supponendo che in una certa regione dello spazio fisico non ci fossero molecole, la presenza dei campi (gravitazionale, elettromagnetico, ecc.) comporterebbe comunque l’assenza di un vuoto completo in tale regione dello spazio.

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Convenzionalmente si definiscono diversi “gradi di vuoto”, ciascuno utilizzato in differenti applicazioni pratiche.

La Filosofia moderna, dal canto suo, avrebbe concluso che il vuoto non rientri nel campo dell’indagine filosofica, lasciandolo agli studi della Fisica che, reinterpretando la materia come forza e il vuoto come un campo “potenzialmente attivo”, ha abbandonato del tutto l’antica concezione del vuoto. Secondo infatti la teoria dei campi, il vuoto “fisico” non significa assenza di essere, il non essere degli Eleati (la Scuola Eleatica è una scuola filosofica presocratica attiva ad Elea, colonia greca dell’antica Lucania, il cui esponente principale fu Parmenide), ma è una realtà potenzialmente attiva, nel senso che è un vuoto che vive e che s’inserisce nel processo continuo della creazione e distruzione della materia.

In effetti, già il solo fatto di tentare di immaginare, per definirlo, il “vuoto, finirebbe per sortire l’effetto di “creare” già “qualcosa”, che dovrebbe servire, invece, a documentare ciò che, in realtà, dovrebbe porsi soltanto come “assenza del tutto”, ivi compresa l’”assenza di sé”…

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Si finirebbe, cioè, per contraddire, indagandolo, lo stesso concetto in esame.

Pensiamoci un attimo… Se io dico: “Questa stanza è vuota!”, riesco ad individuare il “vuoto”, grazie alle pareti della stanza che, in qualche modo, lo delimitano, finendo per definire, invece, paradossalmente, non ciò che il vuoto “è in sé”, bensì tutto ciò che, nella stanza, “non c’è”: arredi, mobili, quadri alle pareti, gatto sul sofà e quant’altro…

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Potremmo, forse, affermare che per identificare il “vuoto” sia già di troppo l’idea stessa di vuoto; in definitiva: pensare al vuoto, significa negarlo.

by Roberto Pellegrini

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Ad ognuno il suo colore

Le previsioni meteo sembrano parlare chiaro: l’estate sta per diventare solo un ricordo, in arrivo piogge intense e prolungate e relativo calo delle temperature.

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Sarà bene, quindi, non farsi trovare impreparati e cominciare a pensare al guardaroba per l’autunno/inverno, dando uno sguardo alle tendenze cromatiche che “coloreranno” la stagione fredda.

Le passerelle hanno rivelato un forte desiderio degli stilisti di esprimere originalità e creatività proponendo colori classici con tocchi audaci ed alcune sfumature sorprendenti.

Combinando la serie di pantoni eletti top per la stagione Autunno/Inverno 2018/19 si potrà veramente dare vita a look originali, dando libero sfogo alla propria individualità.

Vediamoli insieme, diciassette in totale, di cui 12 particolarmente di tendenza

 

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e 5 decisamente più classici.

 

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Alcuni sono veramente duttili e strepitosi ed offrono innumerevoli possibilità per

abbinamenti soliti ed insoliti, tono su tono od a contrasto, per esempio l’Ultra Violet.

 

 

 

Oppure l’Arancio Russet Orange, particolarmente portabile qualsiasi sia il colore dei

vostri capelli.

 

 

 

 

Interessante anche il Bordeaux Red Pear, un colore che non conosce ore, di giorno sta

benissimo con tutti i toni caldi trasformandosi in tonalità elegantissima la sera se

abbinato con il nero.

 

 

 

Bellissimo il Sargasso Sea che insieme alle altre tonalità di blu ed azzurri ci travolge

veramente come un’onda.

 

 

 

Ai pantoni si aggiungeranno vere e proprie piogge di lustrini argento, oro, bronzo e per non farsi mancare nulla tonalità fluorescenti.

Come sempre ce n’è per tutti i gusti e ognuno troverà sicuramente il suo colore preferito. Certamente possiamo dire che sarà una stagione fredda alquanto colorata.

 

…ricarichiamo le batterie!

Può capitare che i ritmi forsennati delle nostre giornate (che – ci avete fatto caso? – sembrano “durare” sempre… meno), finiscano per travolgerci, facendoci perdere di vista quell’orizzonte sicuro che è il nostro benessere, verso il quale, in realtà, dovremmo sempre “puntare”.

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Ma lo sappiamo tutti: quando siamo in ballo (con il lavoro, ad esempio), mollare la presa, per tirare un po’ il fiato, può risultare arduo, se non addirittura impossibile.

Ecco, allora (e non è lo spot dell’ultimo “integratore” miracoloso…), che la stanchezza si accumula, e pian piano finiamo per perdere in efficienza ed entusiasmo…

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Teniamo, quindi, sempre aperta una via di fuga che, all’occorrenza, ci consenta di “staccare la spina”, per fare il pieno di una ritrovata, sana “voglia di fare”!

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Credo sia proprio questo il messaggio della parabola Zen di quest’oggi.

L’arco teso

Una volta un imperatore cinese si recò da un grande Maestro Zen. Il Maestro Zen si stava rotolando per terra e rideva, anche i suoi discepoli ridevano: doveva aver raccontato una barzelletta. L’imperatore si trovò in imbarazzo. Non riusciva a credere ai suoi occhi, a capire perché si comportassero in modo così poco educato.

Non poté non dire qualcosa, rimproverò il Maestro: “Questo comportamento è increscioso! Non ce lo si aspetta da un uomo come voi, ci vuole un po’ di decoro: vi state rotolando per terra ridendo come un matto?”.

Il Maestro guardò l’imperatore, che portava un arco. All’epoca gli imperatori erano guerrieri, e avevano con sé archi e frecce. Il Maestro chiese: “Ditemi una cosa, Maestà. Tenete sempre teso il vostro arco, o qualche volta lo allentate?”.

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L’imperatore rispose: “Se lo tenessi sempre teso perderebbe elasticità e non servirebbe a nulla. Bisogna lasciarlo allentato, in modo che sia flessibile quando occorre”.

E il Maestro allora concluse: “È quello che sto facendo”.

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by Roberto Pellegrini