Il vuoto? Ma c’è sempre qualcosa di troppo…

Per schernire qualcuno, mettendone fortemente in dubbio le capacità, lo si può apostrofare dandogli della “testa vuota”.

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E ancora: per stigmatizzare l’apparente “freddezza” di un individuo, sentimentalmente “abulico”, o capace di ostentare una perentoria indifferenza anche di fronte alle circostanze più “calde” e coinvolgenti, capita spesso di sentir parlare di un, quantomai inquietante, “cuore vuoto”…

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Come quello del “Tempo”, il concetto di “Vuoto” affascina e seduce, permanendo, però, nella sua inattaccabile “insondabilità”.

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A rimpallarsi la questione, soprattutto due ambiti del Sapere (che, in realtà, probabilmente finiscono per riferirsi a due sfumature differenti di uno stesso concetto…): la Fisica e la Filosofia.

In Fisica, il vuoto è l’assenza di materia in un volume di spazio. La condizione di vuoto perfetto non è ottenibile in laboratorio e non è mai stata osservata in natura; si ritiene che gran parte dello spazio intergalattico consista di un vuoto quasi perfetto, con un piccolo numero di molecole per metro cubo. Inoltre, anche supponendo che in una certa regione dello spazio fisico non ci fossero molecole, la presenza dei campi (gravitazionale, elettromagnetico, ecc.) comporterebbe comunque l’assenza di un vuoto completo in tale regione dello spazio.

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Convenzionalmente si definiscono diversi “gradi di vuoto”, ciascuno utilizzato in differenti applicazioni pratiche.

La Filosofia moderna, dal canto suo, avrebbe concluso che il vuoto non rientri nel campo dell’indagine filosofica, lasciandolo agli studi della Fisica che, reinterpretando la materia come forza e il vuoto come un campo “potenzialmente attivo”, ha abbandonato del tutto l’antica concezione del vuoto. Secondo infatti la teoria dei campi, il vuoto “fisico” non significa assenza di essere, il non essere degli Eleati (la Scuola Eleatica è una scuola filosofica presocratica attiva ad Elea, colonia greca dell’antica Lucania, il cui esponente principale fu Parmenide), ma è una realtà potenzialmente attiva, nel senso che è un vuoto che vive e che s’inserisce nel processo continuo della creazione e distruzione della materia.

In effetti, già il solo fatto di tentare di immaginare, per definirlo, il “vuoto, finirebbe per sortire l’effetto di “creare” già “qualcosa”, che dovrebbe servire, invece, a documentare ciò che, in realtà, dovrebbe porsi soltanto come “assenza del tutto”, ivi compresa l’”assenza di sé”…

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Si finirebbe, cioè, per contraddire, indagandolo, lo stesso concetto in esame.

Pensiamoci un attimo… Se io dico: “Questa stanza è vuota!”, riesco ad individuare il “vuoto”, grazie alle pareti della stanza che, in qualche modo, lo delimitano, finendo per definire, invece, paradossalmente, non ciò che il vuoto “è in sé”, bensì tutto ciò che, nella stanza, “non c’è”: arredi, mobili, quadri alle pareti, gatto sul sofà e quant’altro…

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Potremmo, forse, affermare che per identificare il “vuoto” sia già di troppo l’idea stessa di vuoto; in definitiva: pensare al vuoto, significa negarlo.

by Roberto Pellegrini

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