Moda e Storia sulle nostre… spalle

Ci sono capi d’abbigliamento che subiscono il flusso ed il riflusso delle mode; altri che, al contrario, sembrano vivere in una dimensione a sé stante, assolutamente “sganciati” dai gusti e dal gradimento delle masse, vincolati soltanto al “coraggio” di quanti sappiano esprimere la propria spiccata ed indipendente personalità, anche indossando un capo “particolare”.

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Io, ad esempio, trovo estremamente affascinante e “volitivo” il Tabarro. Vasta è la disponibilità di modelli (anche femminili), capaci di solleticare la nostra fantasia, come ho imparato tra le pagine del sito del “Tabarrificio Veneto”, “creato” e sapientemente gestito, fin dal lontano 1974, da Sandro Zara, imprenditore veneto abile e coraggioso (e di consolidata esperienza), che ha certamente vinto la sua scommessa, producendo Tabarri di raffinata qualità ed accattivante eleganza, oltre che di sicuro… “impatto”.

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“Mi affascina la storia del costume, la ricerca del bello nella tradizione, soprattutto nella mia tradizione lagunare”, afferma Zara; e c’è da credergli dal momento che è evidente quanto sia davvero riuscito a coniugare “storia” e “modernità”, attraverso un capo d’abbigliamento tra i più particolari del mondo.

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La parola “Tabarro” indica un mantello a ruota da uomo che ha lontanissime origini. Realizzato in panno, grosso e pesante, di colore scuro (di solito nero), ha un solo punto di allacciatura sotto il mento e viene tenuto chiuso buttando un’estremità sopra la spalla opposta in modo da avvolgerlo intorno al corpo. Vi erano due modelli: quello classico lungo fino al polpaccio, e quello, usato per andare a cavallo e poi in bicicletta, più corto.

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Già nell’antichità se ne trova una forma molto simile a quella attuale; una sua derivazione è la toga dei patrizi e senatori romani. In seguito, si ritrova nel Medioevo usato da cavalieri durante le investiture e dai medici e notabili nella vita quotidiana. Nel Rinascimento cade quasi in disuso presso l’aristocrazia e la borghesia, ma rimane molto comune presso gli artigiani, i pastori (in lana sottoposta a follatura) e il mondo rurale in genere.

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Nell’Ottocento ritorna in uso presso i dandy dell’epoca. Sopravvive fino agli anni cinquanta del XX secolo, usato in ambiente rurale e montanaro, viene descritto anche nelle opere di Giovannino Guareschi e nei film dell’epoca.

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E allora, per affrontare con un pizzico di originalità l’ormai imminente stagione fredda e piovosa… buon tabarro a tutti!

by Roberto Pellegrini

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