Dalì e la psicanalisi

Salvador Dalì, troppo spesso liquidato come un artista di successo, ma minore sul piano dei valori estetici, rimane l’artista che ha sviluppato i legami teorici più saldi con la psicoanalisi.

Il Surrealismo è tra i movimenti artistici del primo novecento (Avanguardie Storiche) che più ha evidenziato maggiori legami con le teorie psicoanalitiche e Dalì, in particolare, divenne il fedele “bardo” nell’ambito delle arti visive, che attinse a piene mani dalle ricerche freudiane e sviluppò legami teorici molto saldi con la psicoanalisi.

Sul manifesto del Surrealismo, A Breton scrisse: “Il surrealismo si fonda sull’idea di un grado di realtà superiore connesso a certe forme di associazione finora trascurate, sull’onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero. Tende a liquidare definitivamente tutti gli altri meccanismi psichici e a sostituirsi ad essi nella risoluzione dei principali problemi della vita”.  

Spesso nelle sue opere sono presenti espliciti riferimenti ai temi della psicanalisi: il sogno e l’inconscio, la scoperta della sessualità, il ruolo della madre, la funzione dell’aggressività, … ed anche alcuni titoli delle sue opere alludono alle scoperte di Freud: Piaceri Illuminati, L’adattamento dei Desideri, Il Grande Masturbatore, L’Enigma del Desiderio – mia madre, mia madre, mia madre.

Quest’ultima opera, oggi conservata alla Pinacoteca di Arte Moderna di Monaco, è da considerarsi una delle fondamentali di tutto il percorso artistico di Dalì ed una delle sue migliori tele, egli stesso la considerava una delle più importanti di tutta la sua carriera.

Il dipinto prese forma a Figueras nel 1929, nel laboratorio di sartoria di sua zia da lui utilizzato come atelier ed è una delle poche opere nelle quali Dalì si volge alla madre.

Tela ricca di simboli e dominata da un’atmosfera di sospensione metafisica, caratteristiche che diventeranno espressione dello stile del Maestro.

In mezzo al silenzioso deserto si erge una roccia gialla a forma di ala, bucherellata e con le scritte “Ma mére” ricorrenti ed ossessive; ad un lato una coppia di figure che si abbracciano (padre e figlio) ed il coltello che brandisce il primo non è altro che un riferimento alla paura della “castrazione” in senso freudiano; sullo sfondo un elemento enigmatico: un corpo femminile, che si lascia intravedere da una roccia, da intendere come possibile liberazione delle ossessioni infantili e come la possibilità di conquistare virilità.

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