Klimt: l’uomo, l’artista

Chi vuole sapere di più su di me, cioè sull’artista, l’unico che valga la pena di conoscere, osservi attentamente i miei dipinti: troverà chi sono e cosa voglio.”

G. Klimt

Personalmente trovo affascinante questo aforisma di uno dei più grandi Maestri dell’Arte Moderna, scomparso, ancora giovane, nel 1918: Gustav Klimt.

Di lui ci restano circa 230 opere (non molte, a dire il vero…), una cinquantina delle quali, paesaggi, e più o meno 4000 disegni di sua mano, dal valore inestimabile, come si può intuire.

Gustav è pienamente cosciente del proprio ruolo: a lui il mondo guarda come ad un “creatore” di emozioni, attraverso il suo lavoro di artista, al di là del quale egli non sarebbe che un “uomo qualunque”, uno dei tanti, uno che, forse, non varrebbe nemmeno la pena di conoscere, come egli stesso suggerisce.

E qui torniamo a sottolineare la funzione, che definirei di “riscatto”, dell’Arte: attraverso di essa, l’uomo si “eleva” e sfugge al “peso” della quotidianità, per aprire un varco (per sé e per il pubblico), direttamente sull’assoluto, sull’eterno, sul “bosco” inesplorato delle emozioni, in un percorso di sublimazione della propria esistenza.

Un artista, sembra dirci Klimt, vive un po’ come un “Supereroe”: impacciato ed insignificante, nei panni dell’“uomo”, superbo ed irraggiungibile, quando “crea”, vivendo la propria Arte; quando, cioè, racconta emozioni.

Eppure è lo stesso Gustav a dirci, quasi contraddicendosi, che, in realtà, se si vuole capire chi sia e cosa voglia (e, dunque, “inquadrare” l’”uomo”…), dobbiamo votare tutte le nostre attenzioni sull’opera dell’artista.

L’uomo che sono è in ciò che creo: questo, probabilmente, ci dice Gustav Klimt…, lasciandoci allusivamente intendere, come ad invitarci a seguirlo in una sorta di “indovinello”, in una specie di “rimpiattino”, che l’Arte conosce, custodisce e rivela i segreti dell’uomo.

Ponendosi, in fondo, come un “rifugio” dell’anima.

by Roberto Pellegrini

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