Un dolore immortalato nei secoli

L’episodio, piuttosto noto in verità, è narrato anche da Virgilio nell’Eneide, con un pathos ed una carica drammatica veramente intensi.

Lo sfondo: la guerra di Troia; i Greci, simulando l’abbandono dell’assedio della città, salpano, dopo aver lasciato sulla spiaggia, come dono propiziatorio per il ritorno in Patria, il celeberrimo cavallo di legno, ideato dall’astuto Ulisse, confidando che i Troiani, lo introducano all’interno delle mura. Laocoonte, intuendo l’inganno (disse, infatti: Timeo Danaos et dona ferentes/Temo i greci, anche quando portano doni), scaglia con vigore e rabbia una lancia che, conficcandosi nel ventre cavo della statua equestre, rimbomba minacciosa. Avvisando i propri concittadini dell’inganno (si sa, poi, come andò a finire…), Laocoonte, inascoltato, attira su di sé l’ira di Atena, che punirà l’affronto del sacerdote di Apollo, inviandogli contro due mostruosi serpenti marini, che si accaniranno contro i suoi figli uccidendoli. Lo stesso Laocoonte, nel vano tentativo di salvarli troverà la morte. Tutto questo è stato immortalato in un gruppo marmoreo di rara bellezza.

Il gruppo scultoreo del Laocoonte e i suoi figli, noto anche semplicemente come Gruppo del Laocoonte (autori: Agesandro, Atenodoro di Rodi e Polidoro), è una scultura in marmo (h 242 cm) conservata nel Museo Pio-Clementino dei Musei Vaticani, nella Città del Vaticano. Raffigura il famoso episodio narrato nell’Eneide che mostra il sacerdote troiano Laocoonte ed i suoi figli assaliti da serpenti marini. Il gruppo, molto probabilmente, è una copia romana di un originale ellenistico greco in bronzo.

L’opera raffigura, appunto, la fine di Laocoonte e dei suoi due figli Antifante e Timbreo, mentre sono stritolati da due serpenti marini, come narrato nel ciclo epico della guerra di Troia, ripreso successivamente nell’Eneide da Virgilio, in cui è descritto l’episodio della vendetta di Atena, che desiderava la vittoria degli Achèi, sul sacerdote troiano di Apollo, che cercò di opporsi all’ingresso del cavallo di Troia nella città.

La sua posa è instabile perché nel tentativo di liberarsi dalla stretta dei serpenti, Laocoonte richiama tutta la sua forza, manifestando con la più alta intensità drammatica la sua sofferenza fisica e spirituale. I suoi arti e il suo corpo assumono una posa pluridirezionale e in torsione, che si slancia nello spazio. L’espressione dolorosa del suo viso unita al contesto e la scena danno una resa psicologica caricata, quasi teatrale, come tipico delle opere del “barocco ellenistico”. La resa del nudo mostra una consumata abilità, con l’enfatica torsione del busto che sottolinea lo sforzo e la tensione del protagonista. Il volto è tormentato da un’espressione pateticamente corrucciata. Il ritmo concitato si trasmette poi alle figure dei figli. I lineamenti stravolti del viso di Laocoonte, la sua corporatura massiccia si contrappongono alla fragilità e alla debolezza dei fanciulli che implorano, impotenti, l’aiuto paterno: la scena suscita commozione ed empatia nell’animo di chi guarda.

La statua è composta da più parti distinte, mentre Plinio, in effetti, descrisse una scultura ricavata da un unico blocco marmoreo. Tale circostanza ha creato sempre molti dubbi di identificazione ed attribuzione.

La statua fu trovata il 14 gennaio del 1506, scavando in una vigna sul colle Oppio di proprietà di Felice de Fredis, nelle vicinanze della Domus Aurea di Nerone: l’epitaffio sulla tomba di Felice de Fredis in Santa Maria in Aracoeli ricorda l’avvenimento. Allo scavo, di grandezza stupefacente secondo le cronache dell’epoca, assistettero di persona, tra gli altri, lo scultore Michelangelo e l’architetto Giuliano da Sangallo. Questi era stato inviato dal papa a valutare il ritrovamento, secondo la testimonianza di Francesco, giovane figlio di Giuliano (che, ormai anziano, ricorda l’episodio in una lettera del 1567). Secondo questa testimonianza fu proprio Giuliano da Sangallo ad identificare i frammenti ancora parzialmente sepolti con la scultura citata da Plinio. Esistono comunque testimonianze coeve che danno la stessa identificazione della scultura appena rinvenuta.

La statua fu confiscata e portata a Parigi da Napoleone il 27 e 28 luglio 1798 con il Trattato di Tolentino come oggetto delle spoliazioni napoleoniche. Fu sistemata nel posto d’onore nel Museo del Louvre dove divenne una delle fonti d’ispirazione del neoclassicismo in Francia. Con la Restaurazione, fu riportata in Vaticano nel 1815, sotto la cura di Antonio Canova e nuovamente restaurata.

by Roberto Pellegrini

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