L’eclettico Mariano Fortuny y Madrazo

Spesso quando si parla di Fortuny si pensa a Venezia, perché questa città custodisce forti legami con quest’uomo, ma, come dice il nome, Mariano Fortuny y Madrazo non era certo di origini veneziane.

Nativo di Granada (1871) era figlio di un pittore di fama e della figlia di un pittore della corte spagnola. Dopo l’improvvisa morte del padre, la madre trasferì la famiglia a Parigi dove Mariano ebbe modo di entrare in contatto con artisti del calibro di A. Rodin e G. Baldini.

Nell’anno 1889 tutta la famiglia Fortuny si trasferì a Venezia e Mariano, appena diciottenne, divenne rapidamente un membro dell’alta società veneziana. Frequentò i circoli intellettuali e artistici, stringendo amicizia con il poeta Gabriele D’Annunzio, l’attrice Eleonora Duse, lo scrittore Hugo von Hofmannsthal, la duchessa Casati ed il principe Fritz Hohenlohe-Waldenburg. Proprio in questo periodo incontrò la donna che poi diventerà sua moglie e collaboratrice, oltre che musa ispiratrice: Henriette Negrin.

Come Wagner, del quale Fortuny era affascinato, voleva unire la musica e le scenografie teatrali e nel 1900, progettò le scenografie ed i costumi per la prima di Tristano e Isotta al Teatro della Scala di Milano e cominciò a lavorare ad un sistema innovativo di illuminazione che avrebbe liberato il palcoscenico dall’utilizzo di fonti di luce diretta e renderle più diffuse, un progetto chiamato “Dome”. Grazie al supporto finanziario della duchessa Bearn, riuscì a installare il suo sistema nel suo teatro privato nel 1906.

A tutto questo Mariano aggiunse l’interesse per il disegno dei tessuti e la stampa di essi ed, insieme alla moglie, cominciò a dedicarsi alla moda. Il successo non tardò e con la realizzazione del vestito di seta denominato Delphos, una tunica fittamente plissettata in seta leggerissima, gli orli irregolari, guarniti di perline di vetro di Murano che fungono da pesi, progettato nel 1907, divennero famosi in tutto il mondo.

La popolarità dei suoi disegni e dei suoi abiti fu così alta che nel 1919 aprì una fabbrica nell’isola della Giudecca; le sete provenivano dalla Cina, dall’India e dal Giappone, i velluti venivano utilizzati per cappe e mantelli, mentre il voile per le lampade.

La sua tecnica di stampa brevettata risulta un mistero ancora ai giorni nostri e solo nell’opificio della Giudecca la si usa custodendone gelosamente la procedura.

Alla sua morte avvenuta nel 1949, il palazzo su Canal Grande dove egli visse fu donato alla città di Venezia ed in seguito trasformato in Museo dove è possibile vedere la collezione poliedrica di questo genio forse non molto conosciuto.

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