Il volo della Nike

Assaporare il gusto della vittoria è un’esperienza inebriante, come ben sa, ad esempio, chiunque pratichi uno sport a livello agonistico.

Anticamente, quando uscire vincitori da una battaglia, oltre che coprirsi di gloria, poteva significare portare a casa la pelle, la vittoria costituiva un evento da celebrare in modo degno, onde poterne tramandare anche il ricordo ai posteri…

La Nike di Samotracia venne scolpita a Rodi in epoca ellenistica per commemorare la vittoria della lega delio-attica nella battaglia dell’Eurimedonte, in cui il re siriano Antioco III combatté contro un’alleanza tra Roma, Pergamo, Rodi e Samotracia. Quest’ultima volle commemorare il buon esito del conflitto realizzando un grande tempio votivo in onore dei Grandi Dei Cabiri che si sviluppava su più livelli, dei quali quello alla sommità era occupato proprio dalla Nike (vittoria, in greco). L’autore è sconosciuto, ma con tutta probabilità si tratta dello scultore ellenistico Pitocrito, come suggerito dal nome rinvenuto sul basamento.

Si tratta di una splendida scultura in marmo pario (h. 245 cm) di scuola rodia, attribuita a Pitocrito, databile al 200-180 a.C. circa e oggi conservata al Museo del Louvre di Parigi.

Dopo esser rimasta nel santuario dei Grandi Dei di Samotracia per diversi secoli, la Nike scomparve misteriosamente, per poi essere rinvenuta il 15 aprile 1863 in stato frammentario da Charles Champoiseau, viceconsole francese a Edirne, nella stessa isola egea (all’epoca parte dell’impero ottomano e nota come Semadirek). Successivamente l’opera fu acquistata dai francesi, che intendevano includerla nelle collezioni del Museo del Louvre, dove arrivò dopo un impervio viaggio che si sviluppò tra Costantinopoli, il Pireo, Marsiglia e infine Parigi. Giunta nella Ville Lumière, la statua venne ricomposta e infine collocata sulla sommità della scala Daru, progettata da Hector Lefuel per raccordare la Galerie d’Apollon e il Salon Carré. Dalla nuova sede del Louvre la Nike venne spostata solo una volta, nel 1939, quando per proteggerla dall’imminente seconda guerra mondiale venne trasportata nel castello di Valençay.

La statua, rinvenuta acefala e senza braccia, raffigura Nike, la giovane dea alata figlia del titano Pallante e della ninfa Stige, adorata dai Greci come personificazione della vittoria sportiva e bellica. La dea, vestita con un leggero chitone, è qui effigiata nell’atto di posarsi sulla prua di una nave da battaglia (il basamento, scolpito nel pregiato marmo di Larthos, proveniente dall’isola di Rodi). Un vento impetuoso investe la figura protesa in avanti, muovendo il panneggio che aderisce strettamente al corpo e crea un gioco chiaroscurale di pieghette dall’altissimo valore virtuosistico, in grado di valorizzare il risalto dello slancio. Dinamismo e abilità di esecuzione si uniscono quindi in un’opera che concilia spunti dai migliori artisti dei decenni precedenti: il vibrante panneggio fidiaco, gli effetti di trasparenza e leggerezza prassitelici e la tridimensionalità lisippea.

Scolpita, come detto, nel pregiato marmo pario, la dea posa con leggerezza il piede destro sulla nave, mentre per il fitto battere delle ali, che frenano l’impeto del volo, il petto si protende in avanti e la gamba sinistra rimane indietro. Le braccia sono perdute, ma alcuni frammenti delle mani e dell’attaccatura delle spalle mostrano che il braccio destro era abbassato, a reggere probabilmente il pennone appoggiato alla stessa spalla, mentre il braccio sinistro era sollevato, con la mano aperta a compiere, secondo Marianne Hamiaux, un gesto di saluto, oppure a reggere una corona. La volontà dell’autore della Nike ha esasperato tutto ciò che può suggerire il movimento e la velocità.

Per via della grande notorietà raggiunta, la statua è stata soggetta a numerose riproduzioni: a Montevideo, Linz, Vittorio Veneto, Bilbao, Rio de Janeiro, Montpellier, Las Vegas e altre città si possono trovare copie della Nike.

Parlando di restauri, notevole quello svoltosi tra il 2013 e il 2014, con un costo globale di circa quattro milioni di euro, grazie al quale sono state ripristinate tre nuove piume sull’ala sinistra e la cromia originale del marmo pario.

by Roberto Pellegrini

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