Un antico campione

Le labbra dischiuse, come ad inseguire una respirazione affannosa, dovuta ad uno sforzo prolungato; la muscolatura tonica e scattante; il volto segnato; l’espressione contratta ci raccontano di un atleta (un boxeur, nella fattispecie), intento a riprendere fiato dopo un faticoso combattimento (forse l’ultimo…?).

La statua bronzea del Pugile in riposo, conosciuta anche come Pugile delle Terme o Pugile del Quirinale, è una scultura greca alta 128 cm, datata alla seconda metà del IV secolo a.C. e attribuita a Lisippo o alla sua immediata cerchia; rinvenuta a Roma alle pendici del Quirinale nel 1885, e conservata al Museo nazionale romano.

L’opera è uno dei due bronzi, non correlati tra loro, scoperti nel marzo del 1885 su un versante del Quirinale nell’area del convento di San Silvestro e probabilmente appartenenti ai resti delle Terme di Costantino. Si deve al Carpenter (1927) una prima attribuzione dell’opera (sia pure come copia) a Apollonio di Atene, per una firma sul guanto sinistro della quale Margherita Guarducci ha in seguito negato l’esistenza.

Il soggetto dell’opera è un pugile seduto, colto, come accennavamo, probabilmente in un momento di riposo dopo un incontro; le mani sono protette dai cesti (dal latino: caestus), grossi e complessi guantoni introdotti nella pratica pugilistica dal IV secolo a.C.: le quattro dita sono infilate in un pesante anello costituito da tre fasce di cuoio tenute insieme da borchie metalliche.

Il corpo dell’atleta è muscoloso, reso con un trattamento non dissimile da quello riscontrabile nell’Eracle a riposo della versione Pitti-Farnese; il viso, di cui si notano la cura della barba e della pettinatura, è di un uomo maturo e presenta i segni del tempo e dei numerosi incontri affrontati.

Le tumefazioni sulle orecchie (le cosiddette “orecchie a cavolfiore”), in particolare, che anche oggi affliggono gli atleti dediti alla lotta greco-romana o allo Judo (senza necessariamente pregiudicare le funzioni uditive), rimarcando le innumerevoli lotte passate, sembrano attribuire ad una sordità traumatica la ragione di quel volgersi repentino e teso della testa, in contrasto con la spossatezza del corpo, conferendo maggior realismo all’opera.

La statua è basata sul contrasto fra la quiete e il contenimento geometrico espressi dalle braccia appoggiate sulle gambe, e l’improvviso scatto della testa che si volta verso destra aprendo all’estetica lisippea del kairos. Gli inserti in rame, sulla spalla destra, sull’avambraccio, sui guanti e sulla coscia, rappresentano gocce di sangue colate dalle ferite nell’atto del volgersi della testa.

Alcune estremità della statua si presentano leggermente più lucide a causa dello sfregamento di antichi ammiratori, ciò dimostra quanto l’opera fosse tenuta in considerazione. Il minuzioso realismo dell’opera ha un palese intento di caratterizzazione tipologica, di raffigurare cioè una maschera di sofferenza, senza, però, avere intenzioni ritrattistiche: appaiono, infatti, improbabili le proposte di identificazione del Pugile con atleti celebri nell’antichità, come Sostratos di Sicione, Poulydamas di Skotoussa, entrambe creazioni di Lisippo, Taurosthenes di Egina, Mys di Taranto.

Il restauro condotto tra il 1984 e il 1987 ha permesso di riconoscere nell’opera aspetti tecnici riconducibili ad ambito classico. L’opera fu realizzata con la tecnica della fusione a cera persa e con il metodo indiretto. La scultura è un insieme di otto segmenti. Le labbra, le ferite e le cicatrici del volto erano fuse separatamente in una lega più scura o in rame massiccio. Separatamente erano fuse anche le dita centrali dei piedi (un aspetto tecnico già riscontrato nei bronzi di Riace) per permettere una più accurata modellazione degli spazi interdigitali. Lo stesso si dica per la calotta cranica che doveva permettere l’inserimento degli occhi policromi dall’interno.

by Roberto Pellegrini

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