L’intramontabile paglietta

La paglietta ha saputo attraversare gli anni con eleganza ed ancora oggi, il suo stile, in parte autentico ed in parte bucolico, continua ad affascinare.

Realizzato in paglia, come dice il suo nome, è un cappello rigido dalla cupola piatta e rigida, caratterizzato dalla falda circolare ornata da un nastro di vario colore.

Inizialmente era un copricapo utilizzato per lo più dagli uomini, poi negli anni ’30 venne adottato anche dalle donne, specialmente nella pratica di alcuni sport (ciclismo, caccia ed equitazione), sino a quando Coco Chanel, rinnegando i cappelli voluminosi, ne face un vero e proprio marchio di fabbrica.

La storia di questo cappello è una storia italiana, infatti tutto ebbe inizio in Toscana, dove, nella confluenza di tre fiumi – Arno, Bisenzio e Ombrone pistoiese – precisamente a Signa si cominciò a coltivare il grano marzuolo, dalla spiga piccola con chicchi minuti, poco adatto per cavarne farina, ma ideale per ottenere paglia da intrecciare grazie al suo stelo lungo, lucido e flessibile.

La crescente domanda internazionale dei cappelli realizzati in questa zona con vera e propria maestria, fece crescere questa industria in modo esponenziale. Si specializzarono i trattamenti per l’imbiancamento al sole e poi con acqua ossigenata e le fasi di lavorazione che prevedevano l’intreccio, la cucitura e la realizzazione di forme per foggiare il prodotto finito.

L’industria del cappello diventò la principale attività manifatturiera del Granducato di Toscana, impegnando un terzo della sua superficie coltivabile e dando lavoro remunerato a circa 150.000 persone. Già alla metà del ‘700 fiorì il commercio della paglia con l’estero, uno dei primi casi di esportazione di materie prime dal nostro Paese; ma si esportava anche il prodotto finito.

Il salto avvenne nel 1840, quando il granduca Leopoldo II volle che la strada ferrata tra Firenze e Livorno, nota come “Leopolda” e prima in Italia con valenza commerciale, avesse una stazione a Signa per favorire l’imbarco di paglia e cappelli dal porto marittimo, verso rotte europee e transoceaniche. Dopo meno di un secolo, nella seconda decade del Novecento, la produzione di cappelli di paglia, prevalentemente da uomo, raggiunse la cifra di 35 milioni di pezzi, esportati soprattutto negli Stati Uniti.

La paglietta è ancora oggi usata per proteggersi dal sole, ma non è più quell’accessorio di moda maschile estiva che da maggio in poi era irrinunciabile fino al periodo della vendemmia, da cui l’altro nome con cui veniva chiamata la paglietta, cioè “magiostrina”. 

Il cappello di paglia di Firenze che si caratterizza per i suoi 40 giri di trecce cucite, ciascuna composta da 13 fili entrò prepotentemente nella moda, nello sport, nel teatro e finanche nell’arte. Ricordiamo infatti che:

  • a Napoli gli avvocati vennero soprannominati bonariamente “pagliette” per la loro abitudine di portare in testa questo tipo di copricapo;
  • la paglietta fa parte della divisa del canottiere tanto che in passato, tra il 19° e il 20° secolo, non di rado si sentiva parlare di cappelli “alla canottiera”;
  • nel teatro italiano Nino Taranto fece della paglietta un simbolo del varietà ed oltreoceano il copricapo spesso accompagnava le esibizioni di Fred Astaire;
  • Sobria e garbata, la classica paglietta entrò anche nell’arte e ricevette vari omaggi pittorici da parte dei pre-impressionisti ed impressionisti francesi. Artisti come Manet e Renoir dipinsero signori di fine Ottocento e inizio Novecento che con le loro pagliette in testa erano impegnati in diverse attività quotidiane: dal passeggiare e stazionare presso caffè e locali pubblici fino alle gite in barca sul fiume.

Chapeau!!!

Un bianco coniglio esce sgambettando da un lucido cilindro di seta nera e la magia si compie: è l’imprevedibile e misteriosa creatività del pensiero che si sprigiona dalla testa che il cappello copre quasi a proteggere la delicata e sottile materia di cui sono fatte le idee. Non appena il cappello le lascia libere esse fuggono lontano, si fatica ad acciuffarle, a tenerle strette. I pensieri sono preziosi, meglio custodirli con cura sotto la rassicurante cupola di un bel copricapo.

cfr. G. Berengan, Favolosi Cappelli, Tosi Editore, Ferrara, 2007
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