Una casa… nel deserto

Una delle caratteristiche vincenti della specie umana, grazie alla quale non vi è, praticamente, angolo del mondo in cui l’uomo non sia stato in grado di “arrivare”, è un’eccezionale adattabilità. Vi sono zone nel nostro pianeta apparentemente inospitali, dure, inaccessibili, che, nonostante questo, sono abitate.

Un prezioso esempio di questo sapersi conformare alle condizioni ambientali più difficili ci è fornito dai Tuareg.

I Tuareg sono un gruppo etnico, tradizionalmente nomade, stanziato lungo il deserto del Sahara (principalmente nel Mali e nel Niger, ma anche in Algeria, Libia, Burkina Faso e perfino nel Ciad dove sono chiamati Kinnin).

La lingua tuareg (chiamata tamahaq, tamajeq o tamasheq), e le sue varietà sono dialetti del berbero.

Il nome “Twāreg” è di origine araba: è un plurale arabo dalla parola Tārgī, “abitante della Targa” (Tārga in berbero significa “canale” e come toponimo indica il Fezzan). I Tuareg non si designano con questo nome, ma semplicemente come Kel tamahaq, cioè “coloro che parlano la tamahaq”. Il termine arabo è di origine dialettale magrebina, poiché l’arabo classico non conosce il suono “g”.

I Tuareg sono chiamati “il popolo blu” a causa del colore dei loro abiti tradizionali. Inoltre si crede che essi siano i discendenti dei Berberi autoctoni del nord Africa. Alcune confederazioni di tribù Tuareg sono state islamizzate molto tardi, mentre altre hanno rappresentato uno dei componenti etnici storicamente influenti nell’espansione dell’Islam e delle credenze ad esso relative in nord Africa e in Spagna. Nonostante questo aspetto, alcune confederazioni tribali come gli Iuellemeden kel Dennegh o Dinnik e molte tribù nobili tra i Kel Air, gli Iuellemeden, i Kel Rhela, i Kel Fadey e tante altre, non hanno subito l’effetto dell’Islam sulle loro tradizioni e sulle credenze ancestrali. Anzi l’Islam ha rappresentato tra i Tuareg non un elemento unitario, bensì una componente concorrenziale su altre credenze religiose molto più antiche, all’interno di un quadro religioso molto complesso che lega l’ascetismo sia alle scuole del misticismo islamico, che alla cosmogonia antica, con influssi animisti, addirittura comprendenti un divinazione della natura. Per molti secoli l’Islam ha poco influito sul potere temporale della casta nobiliare e sulle tradizioni animiste e guerriere del codice tradizionale di molti tuareg. Al contrario l’Islam è stato più volte il grimaldello di alcune tribù per giustificare l’aggressione e la sottomissione di altre o per lanciare il jihad contro le tribù non convertite.

Ai Tuareg spetta il merito di aver introdotto l’utilizzo dei dromedari, animali resistenti, ideali per lunghi trasferimenti e utili fornitori di latte. Essi sono anche soprannominati “Uomini Blu”, con riferimento alla tradizione degli uomini di coprirsi il capo ed il volto con un velo blu, del cui colore rimangono alcune tracce sulla pelle. Gli uomini possono mangiare e bere in pubblico senza togliersi la tagelmust (il velo). Il velo è d’obbligo solo per gli uomini, mentre per le donne è necessario un velo che copra solo la testa. Usano in abbondanza i cosmetici, anche a scopo medico contro le malattie dell’apparato visivo. Tradizionalmente i bambini si rasavano la testa, mentre gli adulti, maschi e femmine, portavano i capelli lunghi e intrecciati, abitudine oggi quasi completamente scomparsa. Le donne curano l’estetica della pelle usando belletti e ocra rossa a scopo protettivo.

I Tuareg mantengono molti aspetti linguistici e culturali originari delle popolazioni berbere che popolano il Nordafrica dalla notte dei tempi. La lingua dei Tuareg, a differenza di quella dei Berberi del nord, ha un apporto trascurabile di prestiti dall’arabo. Inoltre i Tuareg hanno mantenuto fino ad oggi l’uso della scrittura tradizionale del Nordafrica, detta tifinagh, che discende da quella delle antiche iscrizioni libiche (I millennio a.C.). La cultura tradizionale dei Tuareg ha conservato numerosi miti antichi, in cui non è difficile scorgere un fondo preislamico, anche se in molti casi si osserva un’integrazione tra elementi antichi ed elementi più recenti, di origine arabo-islamica.

I tuareg condividono con i loro ospiti una delle loro usanze religiose per augurare ai viaggiatori che li hanno incontrati buona fortuna: la cerimonia del tè, conosciuta anche il “tè nel (o del) deserto”. La cerimonia comincia con la preparazione della bevanda, per queste popolazioni il tè è un modo per elevare lo spirito e meditare, esse ritengono che il fischio della teiera che ribolle serva a calmare gli animi e rinfrescare la mente facendo sincronizzare il proprio battito cardiaco e quello della teiera. Il tè viene preparato tre volte, ogni volta seguendo una ricetta e una preparazione diverse: la prima variante, piena di tè amaro e forte, è conosciuta come il “tè della morte”; la seconda variante è composta da tè più dolce ma dal retrogusto amaro, ed è chiamata “tè della vita” ed infine la terza variante è preparata con tè molto dolce, dal gusto intenso e inebriante, il “tè dell’amore”.

Con il tempo i Tuareg hanno adottato uno stile di vita più sedentario, ciò nonostante questo popolo è conosciuto anche per la particolarità delle loro abitazioni. Le loro tende vengono costruite durante la cerimonia nuziale e rappresentano metaforicamente l’estensione dell’unione tra i due individui; esse appartengono alla donna ma sono poste presso il luogo di provenienza dell’uomo, dunque quella dei Tuareg è riconosciuta come società patrilocale e matrilineare.

a cura di Roberto Pellegrini

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