Parma: Arte e buona tavola

Visitare Parma, significa intraprendere un percorso in grado di appagare il corpo e, forse soprattutto, lo spirito.

Riguardo alla buona tavola infatti, il pensiero corre a tre eccellenze, innanzitutto: prosciutto crudo, pasta ripiena, e Parmigiano Reggiano, il tutto “scortato” dagli ottimi vini sui quali questa prodiga terra certamente non lesina.

Per la “fame” dello spirito, invece, Parma offre l’imbarazzo della scelta: il Monastero di San Giovanni Evangelista, la Chiesa della Steccata, l’imponente Palazzo della Pilotta, la Galleria Nazionale, il Teatro Regio e molto altro ancora…

Ovviamente non dovremo mancare di visitare il Duomo, splendido esempio di Romanico Lombardo, ricco di Opere meravigliose. Opere tra le quali, oggi, vogliamo ricordare la Deposizione del Cristo dalla Croce, di Benedetto Antelami.

L’altorilievo con la Deposizione è l’unico pannello sopravvissuto di un pontile che si trovava nella cattedrale di Parma, e oggi rappresenta la prima grande opera nota dell’Antelami, nonché un capolavoro della scultura gotica nella transizione tra le severe forme di Wiligelmo a modi più sciolti e naturalistici.

In quest’opera sono incisi il nome dell’autore e la data: “ANNO MILLENO CENTENO SEPTVAGENO / OCTAVO SCVLTOR PAT(RA)VIT M(EN)SE SE(C)V(N)DO // ANTELAMI DICTVS SCVLPTOR FVIT HIC BENEDICTVS”, ovvero “Nell’anno 1178 (mese di aprile) uno scultore realizzò (quest’opera); questo scultore fu Benedetto detto Antelami”. Il distico concede molte licenze alla metrica e alla rima, soprattutto per l’aggiunta non prevista della precisazione del mese (mense secundo); nel calendario medievale il primo mese è marzo, pertanto l’opera fu completata nel mese di aprile, probabilmente in coincidenza con la Settimana Santa.
Tutta la scena è contenuta in una cornice decorata formata da viticci che si avvolgono geometricamente. Numerose iscrizioni aiutano l’osservatore a capire la scena.

L’altorilievo, basato sul solo Vangelo di Giovanni, raffigura il momento nel quale il corpo di Cristo viene calato dalla croce, con vari elementi tratti dall’iconografia canonica della Crocifissione (i soldati romani che maneggiano la veste di Cristo, le personificazione dell’Ecclesia e della Sinagoga, ecc.) e della Resurrezione (le tre Marie), mentre di origine classica sono la personificazione del sole e della luna (due teste umane inserite in ghirlande) e le rosette che ornano il bordo superiore. Classico è anche l’ornato a racemi della fascia che orla la composizione, ma la tecnica orientale della niellatura e la bidimensionalità dell’ornato dimostrano che il portato antico è filtrato dalla tradizione bizantina.

Al centro della composizione la figura inerte di Cristo è piegata verso sinistra, sorretta da Giuseppe di Arimatea (“Ioseph ab Arimathia”), che secondo un’iconografia nuova gli bacia il costato. Un braccio di Gesù è sorretto amorevolmente dalla Vergine (“Sancta Maria”) e dall’arcangelo Gabriele (“Gabriel”), giunto amorevolmente in volo. Dietro stanno l’Ecclesia vincente (“Ecclesia exaltatur”), in dalmatica e alba, che tiene lo stendardo crociato sventolante e il calice col sangue di Gesù, san Giovanni (“Sanctus Iohannis”) nel gesto del dolore (una mano che tiene l’altra), Maria Maddalena (“Maria Madalene”), Maria di Giacomo (“Maria Jacobi”) e Maria Salomè (“Salome”). Queste ultime due fanno il gesto della testimonianza, con la mano aperta accostata al petto, come a dire che l’uomo crocifisso è veramente il Messia.
Il legno della croce è stato tratto da un fusto verdeggiante, come fanno pensare i mozziconi di rami spezzati: è il lignum vitae, l’Albero della Vita che allude già alla Resurrezione. Lungo il braccio orizzontale si legge “Ihesus Nazarenus rex Iudeorum”.

A destra Nicodemo (“Nicodemus”), su una scala, toglie il secondo chiodo. L’inclinazione di Giuseppe e Nicodemo bilancia in senso opposto quella di Cristo. Seguono la Sinagoga, personificazione del mondo ebraico, cui l’arcangelo Raffaele (“Raphael”) fa chinare il capo in segno di sconfitta: il suo stendardo è spezzato e rovesciato, con la scritta “Sinagoga deponitur”; ella ha gli occhi chiusi perché “non vede e non crede”. Accanto ad essa un centurione armato di spada e di un grande scudo rotondo (dove si legge “Centurio”), seguito da cinque militi, due dei quali alzano il dito puntando Cristo; il soldato esclama “vere iste Filius Dei erat”, “veramente costui era Figlio di Dio”. Si tratta di una figura positiva, ma qui è messo nella metà negativa dell’opera. Il copricapo che indossa, simile a quello della sinagoga, lo indica come ebreo (la sua figura nella tradizione orientale e occidentale si fonde a più riprese con quella di Longino, “ebraizzato” in attuazione di una polemica antigiudaiaca avviata dal Vangelo di Giovanni, che assegnò tutta la responsabilità della morte di Cristo agli Ebrei. In primo piano infine due uomini imberbi e due barbati, seduti su sgabelli, dispiegano verso chi osserva la veste di Cristo, che è inconsustile, cioè senza cuciture: indecisi se tagliare la stoffa o meno col coltello, se la giocano intanto a dadi.

Fortemente simbolica è la contrapposizione della parte destra rispetto alla sinistra: da una parte il Sole splende sulla Vergine e le Tre Marie (prefigurazione della resurrezione), e sull’Ecclesia; la Luna, al contrario, spande la sua debole luce sui soldati romani che si spartiscono la tunica di Cristo e sulla Sinagoga perdente.

a cura di Roberto Pellegrini

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