La casa del Vate

«Ho trovato qui sul Garda una vecchia villa appartenuta al defunto dottor Thode. È piena di bei libri… Il giardino è dolce, con le sue pergole e le sue terrazze in declivio. E la luce calda mi fa sospirare verso quella di Roma. Rimarrò qui qualche mese, per licenziare finalmente il Notturno»: così scrive d’Annunzio alla moglie Maria in una lettera del febbraio del 1921, cioè pochi giorni dopo il suo arrivo a Gardone; nelle intenzioni del poeta il soggiorno gardesano doveva durare dunque solo poche settimane per completare la stesura del suo ultimo romanzo, mentre oggi si sa che quella gardonese sarebbe diventata la sua ultima e definitiva dimora.

Il Vittoriale degli Italiani è un complesso di edifici, vie, piazze, un teatro all’aperto, giardini e corsi d’acqua eretto tra il 1921 e il 1938 a Gardone Riviera, su progetto dell’architetto Giancarlo Maroni, a memoria della “vita inimitabile” del poeta-soldato e delle imprese degli italiani durante la prima guerra mondiale.

Il Vittoriale si estende per circa nove ettari, in posizione panoramica, dominante il lago.

La casa, espropriata nel 1920 al critico d’arte tedesco Henry Thode assieme alla sua collezione, è denominata dal poeta “prioria” ovvero casa del priore, secondo una simbologia conventuale che si ritrova in molte parti del Vittoriale. L’antica facciata settecentesca della casa colonica viene trasformata e arricchita dal Maroni, tra 1923 e il 1927, con l’inserimento di antichi stemmi e lapidi che richiamano alla memoria la facciata del palazzo Pretorio di Arezzo. Al centro della facciata un araldico levriere illustra il motto dannunziano “Né più fermo né più fedele”. Il pronao d’ingresso, in stile Novecento, è decorato con due Vittorie attribuite a Jacopo Sansovino, mentre sul battente della porta, sopra una bronzea Vittoria crocifissa di Guido Marussig, si legge il motto Clausura, fin che s’apra – Silentium, fin che parli.

Diversi e tutti profondamente suggestivi, gli ambienti che compongono la Prioria: la Stanza del mascheraio, la Stanza della Musica, la Sala del Mappamondo, la Stanza del Lebbroso, il Bagno Blu, la Zambracca, La Veranda dell’Apollino, lo Scrittoio del Monco, ecc.

E poi c’è l’ Officina, l’unica stanza della prioria nella quale entra liberamente la luce naturale del giorno e l’unica arredata con mobili di rovere chiaro semplici e funzionali. Era lo studio di d’Annunzio, al quale si accede salendo tre alti scalini e passando sotto un basso architrave che costringe chi entra a chinarsi. L’architrave è sormontato dal verso virgiliano “hoc opus hic labor est” (qui sta l’impresa e la fatica), con cui nell’Eneide si ammonisce Enea che si accinge a scendere nell’ade di quanto sia facile l’accesso agli inferi ma riuscire a ritornare nel mondo dei vivi sia appunto la vera difficile impresa. In effetti dopo la penombra che caratterizza il resto della prioria la luminosità di questa stanza fa al visitatore l’effetto di una risalita dal buio verso la luce. Leggii, scaffali inclinati e teche girevoli circondano il tavolo e lo scanno senza schienale su cui d’Annunzio scrive; a portata di mano stanno le opere di consultazione frequente, a cominciare dai vocabolari e dai repertori di cui l’autore si è sempre servito.


Su una delle due scrivanie spicca il busto velato di Eleonora Duse, opera dello scultore ferrarese Arrigo Minerbi. L’attrice scomparsa nel 1924, fu per d’Annunzio compagna e musa ispiratrice; un foulard di seta ricopre il volto della donna, “testimone velata” del suo impegno ininterrotto di scrittore.

Ma ad arredare la scena della scrittura sono altresì i calchi della Nike di Samotracia e delle metope equestri del Partenone, le immagini fotografiche della Cappella Sistina. Qui d’Annunzio lavorava anche per sedici ore consecutive e qui, dopo aver ultimato il Notturno compose il Libro segreto, ultima sua opera.

Da non dimenticare, poi, il Parco, i Giardini, i Musei…

Un vero e proprio “dedalo” di emozioni, distribuite in un percorso non solo culturale, visitato ogni anno da migliaia di persone.

a cura di Roberto Pellegrini

3 pensieri su “La casa del Vate

  1. Villa Thode era stata sequestrata dal Governo Italiano dopo la dichiarazione di guerra del 1915, come altre proprietà di tedeschi in Italia. D’Annunzio la affittò nel febbraio del 1921 dal responsabile del sequestro, l’ispettore delle Imposte di Brescia, cav. Giovanni Ubertazzi. In seguito, nell’autunno, il Governo la incorporò nel Demanio per permetterne la vendita all’asta e, di conseguenza, l’acquisto da parte di D’Annunzio, per la somma di lire centotrentamila.

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  2. Che bel Post, su una Figura di riferimento per me. Non mi permetterei mai di definirmi “Poeta Soldato” anche io, anche se in fin dei conti ho fatto l’uno e l’altro. Lui ha fatto imprese davvero incredibili, completamente fuori di senno, ma vincenti e giuste. E poi con il Vate valoroso condivido il fatto di dover per forza girare la testa a destra e manca per cogliere la meraviglia del mondo. Fidandomi del dove non puoi vedere. Abito sopra Brescia e quella prioria è un posto magico.

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