Senza dire una parola…

Ieri sera, tornando a casa, la mia attenzione è stata “catturata” dalle acrobatiche evoluzioni di uno stormo di uccelli (credo si trattasse di storni): centinaia di individui che cambiavano direzione (e, quindi, la forma stessa dello stormo), tutti insieme e nel medesimo istante, mantenendo compatta e ordinata la formazione, come se fossero stati guidati da un’unica volontà; come se si fosse trattato di un singolo organismo pensante.

Ho scoperto, poi, che questo “fenomeno” (tipico anche dei grandi banchi di pesci), costituisce un sofisticato sistema di comunicazione chiamato “Flocking”, recentemente oggetto di approfonditi studi matematici, che hanno tirato in ballo persino la matematica dei quanti, giungendo a interessanti conclusioni.

Io ero certo, invece, che questo “prodigio” della natura potesse servire a dimostrare l’esistenza e la raffinata “utilità” di un altro e non meno “misterioso” (e controverso), modo per comunicare a distanza: la telepatia.

La telepatia (detta anche trasmissione del pensiero), è la presunta capacità di comunicare con la mente, cioè senza l’utilizzo di altri sensi o strumenti. Il termine “telepatia” venne usato per la prima volta nel 1882 da Frederic William Henry Myers.

Come la precognizione e la chiaroveggenza, la telepatia fa parte delle cosiddette percezioni extrasensoriali o ESP e più in generale, di quello delle presunte “facoltà paranormali”, e rientra pertanto nel campo di indagine della parapsicologia.

I primi studi su questa presunta facoltà paranormale furono condotti dalla Società per la Ricerca Psichica di Londra, verso la fine dell’Ottocento.

Il primo laboratorio di parapsicologia fu costituito negli anni 1930 negli Stati Uniti d’America, quando il pioniere della parapsicologia Joseph Rhine della Duke University di Durham (Carolina del Nord) condusse numerosi esperimenti, con l’ausilio ad esempio delle carte Zener, per accertare l’effettiva realtà della telepatia. Un esempio degli esperimenti con le carte è la serie Pearce-Pratt (dal nome rispettivamente del soggetto, lo studente Hubert Pearce, e dello sperimentatore, J. Gaither Pratt).

Secondo quanto riportato da Rhine, nell’arco di oltre 300 esperimenti, Pearce avrebbe ottenuto una media di 9,9 successi per prova su 25. In una serie di 4 esperimenti, si ebbero 558 successi su 1.850 prove: l’aspettativa casuale era nettamente inferiore. Martin Gardner rileva che i risultati di Rhine non furono mai duplicati; Rhine più volte riprovò l’esperimento ma non mostrò mai i dati dei fallimenti.

Una completa e dettagliata presentazione degli esperimenti di Rhine è contenuta nel libro Extra-Sensory Perception After Sixty Years (a volte abbreviato come ESP-60), pubblicato nel 1940. L’opera fu accolta con interesse e recensita da varie riviste di psicologia, e nell’anno accademico 1940-1941 fu perfino adottata come libro di testo per corsi introduttivi di Psicologia a Harvard.

Secondo una concezione filosofica indiana antica e parzialmente rimodernata, la comunicazione telepatica si effettuerebbe attraverso una immensa rete di cui le persone costituirebbero le maglie, rete che comprende l’universo e nella quale il sensitivo è collegato con le altre parti e ogni cosa è collegata con il tutto.

Nei primi anni sessanta il parapsicologo Charles T. Tart ricercatore dell’Istituto di Scienza Noetica condusse il seguente esperimento:

-La persona A viene introdotta in una camera di deprivazione sensoriale e collegata elettricamente in modo da rilevare le onde cerebrali, la resistenza della pelle, il ritmo cardiaco, l’attività muscolare e le variazioni del respiro. La persona B viene introdotta in un’altra camera analoga, viene anch’essa collegata e colpita a intervalli casuali da scosse elettriche. Viene poi chiesto alla persona A di indovinare esattamente quando la persona B riceve la scossa -.

I risultati, stando a quanto riporta Tart, furono i seguenti: le ipotesi coscienti di A “non mostrarono alcuna relazione con gli eventi reali”. Invece, i suoi “tracciati” presentavano variazioni fisiologiche significative proprio in corrispondenza dell’istante in cui B riceveva la scossa. La conclusione: “Possiamo affermare che l’evento non viene registrato dalla ‘mente cosciente’ del soggetto, il quale, invece, è evidentemente cosciente dell’evento, a un livello biologico fondamentale. A quanto pare il corpo del soggetto sa di questi avvenimenti dei quali, invece, non è a conoscenza lo strato alto del cervello” e discusso da Joseph Chilton Pearce in Exploring the Crack in the Cosmic Egg).

La comunità scientifica ad oggi non ritiene provata l’esistenza della telepatia. Gli scettici da parte loro affermano che gli esperimenti che evidenzierebbero l’apparente esistenza della telepatia sono il risultato di auto-convincimento o di veri e propri imbrogli. Nella comunità parapsicologica invece c’è un largo consenso sulla affermazione che taluni fenomeni telepatici sono esistenti e reali.

Sia i parapsicologi che gli scettici concordano sul fatto che molte manifestazioni presentate come prove di telepatia altro non sono che frutto di tecniche quali il cold reading.

Gli scettici aggiungono inoltre che non è stata ancora elaborata una tecnica in grado di dare risultati statisticamente significativi. Questa mancanza di riproducibilità del fenomeno spinge a concludere che non esiste prova dell’esistenza di tali poteri telepatici, ponendo altresì l’accento su tutti quei casi in cui si sono scoperte falle ed errori negli esperimenti oltre che, più raramente, delle frodi.

Il dibattito resta aperto, signori…

a cura di Roberto Pellegrini

4 pensieri su “Senza dire una parola…

  1. mah io considererei anche gli aspetti della teoria del “Paradigma olografico”, che ben si sposano con le evidenze che Crowley chiamava “Volontà”; da lì a giungere ai paradossi della meccanica quantistica e alle teorie sulla “Gravità quantistica” è davvero un attimo, e tutto senza scomodare le teorie ESP, che tanto rumore evocano nei cosiddetti positivisti.

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