Necessità: “bussola” della vita…?

Trovo stimolante questa breve parabola Zen…

In udienza dal re, Ji Liang disse: “Venendo qui ho visto una carrozza correre sulla strada maestra. Il padrone mi ha detto: ‘Vado nel regno di Chu.’ Gli ho risposto: ‘volete andare al regno di Chu situato a sud perché allora la vostra carrozza è diretta a nord?’ ‘Ho ottimi cavalli.’ ‘Sebbene i vostri cavalli siano ottimi, la strada non porta a Chu.’ ‘Ho un mucchio di soldi.’ ‘Anche se avete soldi, la strada non porta a Chu.’ ‘Inoltre i miei cocchieri sono migliori.’ ‘Benché i vostri cocchieri siano i migliori, non arriverete a Chu. Migliori sono le condizioni, più vi allontanate da Chu.’ ”

La povertà aguzza l’ingegno!”; in altre parole: maggiore è il benessere e l’ “ovatta” in cui siamo immersi, minore sarà la nostra “fame” di lottare, per il conseguimento di un obiettivo. Anzi, forse addirittura peggio: se ciò che abbiamo è già equivalente al “meglio”, probabilmente non avvertiremo nemmeno la necessità di darci uno scopo nuovo, una meta ulteriore, un traguardo più in là da superare, contando solo sulle nostre (magari poche, ma genuine…), forze.

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“La prosperità mette alla prova persino l’animo dei saggi!”, scriveva Sallustio, per ribadire quanto il benessere possa arrivare a “rovinare” un uomo, rendendolo “pigro” dentro; svuotandolo di ogni slancio vincente; soffocando in lui la voglia di emergere; nascondendo ai suoi occhi la “giusta” direzione…

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Di uomini (e donne, s’intende), di successo, che siano partiti da zero ce ne sono tanti. Ma tutti sono accomunati da un’ “energia” particolare che è la stessa che li sosteneva nel corso della loro, più o meno dura, “gavetta”…

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Sulla “strada maestra” della nostra vita, dunque, alla ricerca della nostra piena realizzazione (verso…”il regno di Chu”, vale a dire…), teniamoci pur caro il benessere conquistato, ma non dimentichiamo mai che proprio dalla ”necessità” abbiamo attinto gli insegnamenti, le forze e soprattutto, l’ “orientamento” per riuscire…

by Roberto Pellegrini

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La leggenda della campana tibetana

Il Tibet, questo luogo isolato e mistico, ribattezzato il tetto del mondo, dove fra scenari da fiaba e montagne talmente alte che sembrano sfiorare il cielo, si è sviluppata una delle culture più affascinanti e, oserei dire, per noi occidentali, alquanto misteriosa.

Isolato o protetto, come meglio preferite dal resto del mondo, l’altopiano del Tibet è circondato su tre lati dalle montagne più alte della Terra ed esercita da sempre una forte attrazione oltre che per il paesaggio, per la sua coinvolgente spiritualità.

Proprio in questo luogo ha origine la leggenda della campana tibetana, che vi riporto qui di seguito…

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Joshu era un monaco alla continua ricerca dell’illuminazione. Aveva sentito parlare assai bene di un vecchio maestro Zen, Abate di un monastero sperduto tra le montagne e non avendo più null’altro da fare, decise di fargli visita.

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Giunto al tempio chiese di poter essere ricevuto dall’Abate. Ottenuto il permesso, entrò nella stanza, si inchinò e si sedette.

Il vecchio maestro lo osservò a lungo, poi domandò: “Perché sei venuto fin quassù?”

“Maestro, vorrei raggiungere l’illuminazione!”

“Bene”  disse il maestro “Scopo assai nobile, ma sai dirmi cos’è questa?”  e indicò la campana tibetana che gli stava di fronte.

“Oh maestro, questa è una ciotola sonora, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Inizialmente era un oggetto d’uso domestico, forse un contenitore per i cibi, poi si scoprì che se toccata emetteva un suono. Abili artigiani iniziarono così a forgiarle mescolando con perizia sette metalli in proporzioni tali da favorire l’ottenimento di armonici che…”

Il maestro lo interruppe: “Bene, bene, vedo che sai!  Ora, però, metti le mani dietro la schiena.”

Joshu, perplesso ma rispettoso, fece ciò che il maestro gli chiedeva.

“Adesso fai risuonare questa campana.”

Il povero monaco non sapeva che dire, ma soprattutto non sapeva che fare.

Visto l’imbarazzo dell’allievo, il maestro disse: “Va’ a lavorare nella cucina del monastero, lava il riso, taglia le verdure, prepara i pasti e occupati dell’orto. Poi, quando avrai risolto il koan, ritorna qui.”

Con la campana sempre in mente, Joshu iniziò il suo lavoro di aiuto-Tenzo (il Tenzo è il cuoco del monastero e viene subito dopo l’Abate, per importanza). Avendo lavorato in passato come aiuto-cuoco, si muoveva assai bene in cucina: era veloce, preciso, tagliava una carota a rondelle in un attimo, con colpi secchi e rapidi di coltello.  Il Tenzo lo guardava, in silenzio.

Aveva anche fatto, in gioventù, il contadino e vedendo quell’orto così dimesso, si procurò concimi e fertilizzanti per renderlo più produttivo.  I monaci quando passavano, lo guardavano, in silenzio.

Decise anche di spianare quel piccolo giardino di sassolini all’entrata del tempio, visto che con tutti quei solchi aveva un aspetto trascurato.  Il maestro, dalla finestra della sua stanza lo guardava, in silenzio.

Intanto pensava a come risolvere il koan: ci pensava in cucina, nell’orto, nel giardino e anche in Zazen (lo Zazen è la meditazione seduta), ma ogni soluzione che trovava, si dimostrava inadatta: quelle mani dietro la schiena facevano miseramente naufragare ogni tentativo.

I giorni passavano e si affievoliva sempre più la possibilità di risolvere con successo l’enigma. Nel frattempo i suoi movimenti erano divenuti più calmi, i suoi gesti più attenti, i suoi occhi più rispettosi e la ciotola non era più al centro dei suoi pensieri, ma si stava progressivamente spostando a lato, liberando lo spazio davanti ai suoi occhi.

In cucina ora usava un piccolo coltello e tagliava le carote e le altre verdure a cubettini, tutti uguali tra di loro e la guen mai (una minestra, cibo abituale nei monasteri) ne risultava squisita, poiché “… quando la guen mai è vera, tutte le cose sono vere, quando tutte le azioni della vita sono vere anche la guen mai diventa vera…” .  Il Tenzo lo guardava, sorridendo.

Nell’orto aveva abbandonato i fertilizzanti e ora utilizzava una tecnica di coltivazione circolare, dove ciascun ortaggio cedeva al proprio vicino gli elementi nutritivi che aveva in abbondanza, ricevendone altri di cui era povero e tutti si proteggevano a vicenda da infestanti e parassiti.  I monaci quando passavano, lo guardavano, sorridendo.

Si era anche costruito uno stano attrezzo a denti ricurvi per rastrellare il giardino di sassolini e tracciare piccoli solchi dalle geometrie armoniche intorno alle grosse pietre che aveva preso sulla montagna.  Il maestro, dalla finestra della sua stanza lo guardava, sorridendo.

Ajoshu ormai non pensava più alla ciotola, alle mani dietro la schiena, alla tana della tigre (così viene chiamata la stanza del maestro quando la si varca con una possibile soluzione del koan assegnato), ma lavava il riso, tagliava le verdure, raccoglieva i frutti, rastrellava il giardino.

Una mattina, dopo lo Zazen, come tutti i giorni il maestro si apprestava a dare inizio alla recitazione dell’Hannya Singhyo, il Sutra del Cuore. Tre rintocchi di campana precedevano la cerimonia.

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Al primo rintocco un brivido, una scossa, percorse dal basso verso l’alto il monaco seduto in meditazione.

Tutto scomparve e le montagne che circondavano il monastero non furono più montagne, il torrente di cui si udiva il suono non fu più torrente, i monaci seduti accanto a lui non furono più monaci.

Al secondo rintocco fu il Vuoto.

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Al terzo rintocco le montagne tornarono ad essere montagne, il torrente tornò ad essere torrente, i monaci tornarono ad essere monaci e Joshu vide per la prima volta il maestro, vide per la prima volta la campana e vide per la prima volta… il batacchio!

Terminata la recitazione dell’Hannya Singhyo, il monaco uscì dal tempio, si diresse verso l’orto dove tagliò un pezzo del bambù che sosteneva una piantina di pomodori; poi andò nel giardino, prese una piccola pietra e la legò con uno spago alla cima del bambù.

Si avviò quindi verso la tana della tigre, entrò con le mani dietro la schiena e si sedette.

In silenzio portò le mani a congiungersi davanti al cuore, con l’umile batacchio racchiuso in esse, poi depose il Suono senza Suono accanto alla ciotola, si inchinò e sorridendo, uscì.

D’altronde,
perché mai far risuonare una campana
quando non esiste alcuna campana
e non esiste nemmeno chi potrebbe farla risuonare?

Édouard Vuillard – il pittore che condivise una musa con Renoir e Bonnard…

…… e un rivenditore con Cézanne e Picasso.

Conosciamolo meglio.

Édouard Vuillard, nacque nel novembre del 1868 a Cuiseaux, nella Francia orientale e morì nel 1940 a La Baule. Studiò arte all’Académie Julian e all’École des Beaux-Arts di Parigi e fece parte del gruppo di pittori che si definivano i Nabis (profeti). Essi si caratterizzavano per l’approccio simbolico e, lasciandosi ispirare dalle xilografie giapponesi, usavano forme semplificate e contorni forti.

 

Molte delle opere di Vuillard trattano scene domestiche e di sartoria (egli visse con la madre sarta sino alla morte) ambientate nella casa borghese di sua madre. Proprio per la loro concentrazione su scene interne intime, sia Vuillard che Bonnard, furono anche chiamati Intimisti.

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Vuillard ricevette numerose commissioni per dipingere ritratti e teneva a precisare: “Non eseguo ritratti, dipingo le persone a casa loro”.

Egli mantenne una sensibilità intimista per tutta la sua carriera ed anche quando dipinse ritratti e paesaggi, instillò le sue composizioni con un senso di silenziosa domesticità.

Forse non tutti sanno che Misia Natanson, una brillante pianista, fu musa ispiratrice di Vuillard, Renoir, Toulouse-Lautrec e Bonnard e che Ambroise Vollard, un commerciante accreditato con il supporto critico degli artisti di Les Nabis, fu anche promotore dei lavori di Paul Cézanne e Pablo Picasso.

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Un buon Caffè per ogni occasione…!

Decisamente più sganciato da antiche ritualità, non per questo il Caffè annovera meno “estimatori” del Tè (per antonomasia, come abbiamo visto, bevanda dal fascino marcatamente più “aristocratico” e meditativo).

Per sorbire, preferibilmente (ma non necessariamente…), in compagnia “’na tazzulella ‘e cafè!”, non è necessario attenersi ad un “galateo” particolare: è sufficiente una moka (se possibile, datata…), un fornello e, manco a dirlo, il Caffè. Ma di quello “buono”…

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C’è chi lo beve espresso, chi lungo, o corto, chi macchiato, o corretto, chi all’americana… Insomma: via libera al gusto e alla fantasia.

Ricordo che un amico di Napoli (città che, com’è noto, la sa piuttosto lunga, parlando di Caffè…), mi raccomandava, ridendo sotto i baffi, che per essere veramente “buono” il Caffè andrebbe bevuto rispettando la regola delle “3 C”: “Caxxo Come Coce!” (“Perbacco Quanto Scotta!”: mi si passi la traduzione, non propriamente letterale…!), per dire che, secondo una certa “corrente” di pensiero, il Caffè dovrebbe essere gustato “bollente”…

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Vi propongo tre tra le leggende più note sulla scoperta del Caffè…

La leggenda di Kaldi

Kaldi, piccolo pastore di capre dello Yemen, un giorno notò che all’interno del suo gregge iniziò a manifestarsi una certa inquietudine, gli animali erano irrequieti, lottavano tra di loro ed erano molto più ostinati del solito. La sera, poi, una volta rinchiusi, gli animali non dormivano e restavano agitati per tutta la notte. Non riuscendo a capire cosa stesse accadendo, i pastori si recarono in un monastero per conferire col vecchio saggio e cercare di risolvere il problema. Subito, il saggio, chiese loro se avessero cambiato il percorso di pascolo delle capre. In effetti in seguito i pastori notarono che le capre, sul nuovo tragitto, erano attratte dai piccoli semi di un arbusto allora misterioso. I pastori decisero di portare quei semi al monastero dove vennero sottoposti a numerosi esperimenti, furono infine abbrustoliti, sbriciolati e mischiati ad acqua calda in modo da ottenere una bevanda che rivelò effetti indesiderati quali agitazione e insonnia, era però portentosa come rimedio per allontanare il sonno durante le veglie di preghiera.

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La leggenda dello sceicco Omar

Lo sceicco Ali Ben Omar vide morire il suo maestro mentre viaggiavano verso la città di Schadeli nella quale stava dilagando una terribile peste.
Un angelo apparve al monaco incitandolo a proseguire il viaggio verso la città, grazie alla preghiera guarì numerosi malati fra cui la figlia del re della quale si innamorò.
Il re prese in malo modo la notizia e cacciò il monaco, il quale fu costretto a rifugiarsi nella solitudine della montagna.
Per appagare la fame e la sete invocò il suo maestro, che gli inviò un meraviglioso e variopinto uccello dal canto divino, Ali si avvicinò all’uccello e fu allora che gli apparve un cespuglio coperto di fiori bianchi e frutti rossi, la pianta del caffè.
Raccolte alcune bacche, le mise in infusione, ottenendo una bevanda dalle proprietà salutari che offriva ai pellegrini di passaggio.
Si sparse la voce che fosse una bevanda magica e il monaco fu riammesso alla vita sociale in città.

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Maometto e L’Arcangelo Gabriele

Forse la leggenda meno nota riguarda Maometto…
Un giorno il profeta Maometto si senti malissimo, tanto che l’Arcangelo Gabriele intervenne consegnandogli una pozione preparata direttamente da Allah, scura come la “Qawa”, la Sacra Pietra Nera custodita alla Mecca. Appena bevuta la pozione Maometto si riprese immediatamente e partì per grandi imprese.

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a cura di Roberto Pellegrini

Il tè, questo delizioso infuso ricco di storia

Molti paesi rivendicano la scoperta del tè, ma… una leggenda dice che:

L’imperatore cinese Shen Nung, che viveva a sud del Fiume Giallo, era solito, durante i suoi viaggi, riposarsi all’ombra di una pianta rifocillandosi con dell’acqua di fonte. Proprio durante una di queste soste, qualche foglia della pianta sotto la quale egli riposava, cadde nel contenitore colmo d’acqua posizionato sul fuoco.

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Shen Nung assaggiò l’infuso casualmente ottenuto trovandolo assai gradevole, oltre che rigenerante, tanto che, da quel momento l’Imperatore volle dissetarsi sempre con quella bevanda, che agiva  magicamente sul corpo e sullo spirito proprio come un elisir.

E’ così che dalla Cina prendiamo il via per conoscere un pochino meglio il tè, che si è evoluto durante tre grandi epoche: Tang, Song e Ming, passando da semplice e rinfrescante infuso a veicolo per raggiungere equilibrio psico-fisico.

Nell’epoca Tang (618-960) dalla Cina il tè si diffuse nel mondo e specialmente il suo uso venne introdotto in Tibet ed in Mongolia. Curioso è ricordare che in quel periodo il tè veniva compresso in monete e decorato con iscrizioni che riconducevano al paese di provenienza, veniva infatti utilizzato come pregiata moneta di scambio. Lo si consumava sbriciolando la moneta nell’acqua bollente ed aggiungendo scorze di arance e zenzero.

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Successivamente, nell’epoca Song (960-1279), alcuni monaci giapponesi di ritorno dalla Cina, importarono in Giappone la tradizione di bere il tè, tradizione che prevede di sbattere la polvere di un particola tè (matcha) con una piccola frusta di bambù all’interno di una grande tazza.

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Proprio in questo periodo ebbe origine quella che noi oggi conosciamo come la cerimonia del tè; cerimonia nella quale ogni piccolo gesto ha un profondo significato e che accompagna momenti importanti della vita giapponese.

 

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Infine, durante la dinastia Ming (1386-1644) il tè divenne la bevanda che noi oggi in occidente conosciamo, servita dopo aver lasciato in infusione le foglie ad ammorbidire.

Resta comunque, per i veri intenditori, un’affascinante ritualità.

segue./.

Nankurunasia – mantra della speranza

Spesso ho parlato in questo blog della speranza, oggi riaffronto l’argomento da tutt’altra prospettiva, aprendo il post con una leggenda che racconta come il dono della speranza giunse sulla terra e chiudendo l’articolo con il mantra della speranza che ci giunge dagli antichi abitanti di Okinawa, isola giapponese.

Tanto tempo fa, Giove che governava il cielo e la terra, stancatosi degli uomini divenuti cattivi e superbi, decise di punirli.

Chiamò al suo cospetto Vulcano ed gli ordinò di fabbricare un donna splendida; Vulcano si mise all’opera e modellò la donna in argilla, le sagomò un viso dolce e le donò come anima una scintilla dell’Olimpo.

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La donna prese vita e tutte le Dee accorsero con doni: Venere, Dea dell’amore, sparse sulla testa della donna le grazie femminili; Minerva, Dea della saggezza, le fece dono di una cintura di perle e di un abito di porpora e di gemme; le tre Grazie – Aglaia/splendore, Eufrosine/gioia, Talia/prosperità – le donarono magnifici gioielli.

Giove, da ultimo, prima di inviarla fra gli uomini, le diede nome Pandora (donna di tutti i doni) e le consegnò un vaso contenente tutti i tipi di mali raccomandandole di non aprirlo.

Pandora scese sulla terra e tormentata dalla curiosità di guardare nel vaso, un giorno, sollevò il coperchio e… vide uscire un fumo denso e nero che si diffuse ovunque spargendo vizi, malattie e dolori.

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Pandora spaventata cercò di richiudere il vaso e si accorse che all’interno era rimasta un’unica cosa: un bellissimo uccellino azzurro, ossia la Speranza. Così comprese che Giove aveva voluto punire gli uomini, ma che aveva donato per ultimo la speranza che non deve mai abbandonare nessuno.

Al di là della leggenda, la Speranza è un dono che dobbiamo custodire gelosamente, rammentando sempre le belle cose della vita, non dimenticando mai di sorridere e guardando al domani fiduciosi, così come anche ci insegnano gli antichi abitanti dell’isola di Okinawa.

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A questo popolo, infatti, appartiene la parola nankurunasia (in origine Nankuru nai sa), che richiama il bello della vita. Gli antichi di Okinawa pronunciavano con frequenza questa frase, convinti che solo ripetendola si trovasse la pace interiore e la fiducia nel futuro. Insomma trasformandola in un vero e proprio mantra di speranza.

Ripetere a sé stessi che tutto andrà per il verso giusto, avere fiducia nel futuro, coltivare la speranza, è sicuramente una grande spinta a non arrendersi mai ed a pensare in modo ottimistico.

Se c’è la luce della Speranza, anche ciò che appare insormontabile, più essere affrontato; solo la speranza che tutto andrà nel verso giusto può non farci mai perdere la voglia di lottare per quello in cui crediamo, e allora….

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nankurunaisa, nankurunaisa, nankurunaisa, nankurunaisa, nankurunaisa… nankurunaisa
 

L’ape: il “Samurai” più piccolo del mondo!

Ieri pomeriggio (un bel sole convincente ed una temperatura decisamente gradevole), pedalavo lungo gli argini del Po, per la consueta “sgambata” rilassante della domenica. Incrocio una coppia che marcia in senso opposto e la ragazza, indicando la manica della mia camicia, mi avverte:

– Stia attento: guardi che c’è un’ape…! –

– Oh…, grazie, grazie! -, rispondo, frenando.

L’istinto è quello di scrollarmi di dosso il piccolo autostoppista “clandestino”, con una manata ben assestata (con molta probabilità anche letale, per l’animaletto…); ma poi ci ripenso… Ci ripenso, perché, in realtà, ho sempre avuto un gran rispetto, fin da bambino, per questo piccolo insetto. Lo temevo, d’accordo, per via delle sue temibili punture, ma ero stato anche educato (dai miei genitori, in primis, e dalla scuola, poi…), ad apprezzarne la laboriosità, la meticolosa organizzazione sociale, l’infaticabile dedizione al loro “scopo” squisito: la produzione del miele.

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Ricordo che mio papà ci portava spesso in campagna, a vedere le arnie; a fare scorta di miele “fresco”. E ricordo che rimanevo sempre stupito, perché, in tutta onestà, nel rapporto con l’apicoltore di turno, le api mi sembravano tutt’altro che aggressive.

Anche se, in caso di estremo pericolo, questo minuscolo ed indefesso lavoratore, sa trasformarsi in un indomito “guerriero”, sfoderando la sua arma proverbiale: il pungiglione… Eventualità che, come sappiamo, costa sempre la vita al nostro “mini eroe”…

Secondo un’antica leggenda dei Cherokee (Popolo nativo dell’America del Nord), in origine le api non avevano il pungiglione…

Ecco la storia…

Nei tempi antichi, quando gli uomini erano più puri, riuscivano a conversare con gli animali e il Creatore faceva loro visita, gli chiesero qualcosa di dolce da mangiare. Il Creatore plasmò l’ape, che non aveva ancora il pungiglione.

L’Ape arrivò sulla terra e trovò un albero dove poter costruire il proprio alveare, per fare il miele, moltiplicarsi e nutrire i piccoli. Presto gli uomini giunsero dall’Ape e le chiesero un po’ del suo dolce sciroppo. Le Api diedero a ognuno un recipiente pieno di miele. Gli uomini lo apprezzarono molto e lo mangiarono avidamente, poi tornarono per averne ancora.

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L’Ape rispose: “Per un po’ non avrò più miele da darvi. Dovete aspettare”. Gli uomini non furono felici, perché desideravano ardentemente il dolce sciroppo. Chiamarono il Creatore e gli dissero: “L’Ape non ci dà abbastanza sciroppo dorato. Ne vogliamo di più!”. Il Creatore allora inviò sulla terra il Popolo dei Fiori, che iniziò a produrre un’enorme varietà di fiori da impollinare perché le Api potessero produrre più miele. Per attrarle, sbocciarono meravigliosi fiori di tutti i colori: azzurri, rossi, arancioni, viola e gialli. Vennero create più Api per impollinarli tutti. L’alveare si ingrandì molto. Gli uomini, vedendo che era diventato così grande, arrivarono per avere ancora sciroppo dolce. Le Api diedero loro molto miele, ma ne tennero per sé abbastanza per nutrire i loro piccoli. Gli uomini divorarono lo sciroppo e ne vollero ancora. Le Api risposero: “Non ne abbiamo più, dovete aspettare”.

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Gli uomini erano arrabbiati, e chiesero al Popolo dei Fiori di produrre più fiori, per poter avere più miele. Il Popolo dei Fiori rispose: “Abbiamo fatto più fiori che potevamo, e sono stati impollinati tutti. Dovete aspettare fino a primavera”. “No”, dissero gli uomini, “Ne vogliamo di più adesso!”. Ritornarono all’alveare e lo distrussero, uccidendo quasi tutte le Api e prendendo il miele che restava.

Le Api superstiti erano in collera. Chiesero consiglio al Creatore. Anche lui era irritato per il comportamento degli uomini, così chiese al Popolo dei Fiori di far crescere dei rovi spinosi, perché le api li mangiassero. Le Api mangiarono le spine, che si trasformarono in pungiglioni. Il Popolo dei Fiori creò un recinto di rovi attorno all’alveare. Il giorno dopo gli uomini tornarono chiedendo più miele; ma i rovi attorno all’albero graffiarono e ferirono i loro corpi. Alcuni riuscirono ad arrivare all’alveare e, coperti di lividi, urlarono alle Api: “Dateci del miele, adesso, o faremo come abbiamo fatto ieri, distruggendo il vostro alveare e uccidendo i vostri piccoli!”. Le Api si arrabbiarono, un forte ronzio uscì dall’albero, e sciamarono fuori. Punsero gli uomini finché non furono pieni di piaghe, facendoli scappare.

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Da quel giorno, gli uomini trattarono le api, i fiori e le piante con grande rispetto, promettendo sempre di rimpiazzare ciò che prendono, di non essere mai avidi e di non raccogliere mai più di ciò di cui hanno bisogno.

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a cura di Roberto Pellegrini