Curiosità: “forza” dell’intelligenza?

“La curiosità uccise il gatto, ecc. ecc…”: così recita un noto proverbio inglese; ma la curiosità di cui mi occuperò oggi è molto meno letale.

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Anzi: è assolutamente preziosa…

Potremmo, forse, tentare di inquadrarla, prendendo in prestito un mio aforisma: “la curiosità è il passo lesto dell’intelligenza”.

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Ritengo, infatti, che le nostre capacità/potenzialità intellettive (penso, ad esempio, a quanti siano impegnati nel campo scientifico, o della ricerca, ma anche agli Artisti ed ai Creativi…), per quanto spiccate non condurrebbero a nulla, se non fossero “supportate” e “spinte” verso una direzione, piuttosto che un’altra, da quel “motore”, da quella “forza” che è, appunto, una sana curiosità.

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Conoscenza e curiosità, del resto, sono sempre andate a braccetto…; tutti sanno, solo per limitarmi a due nomi, universalmente conosciuti, quanto fossero “curiosi” Leonardo da Vinci ed Albert Einstein, che era solito, non senza modestia, dire di sé:

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La loro, ovviamente, era una curiosità “vorace”, “graffiante”, estrema (tipica delle persone geniali), che si concretizzava in un vero e proprio “bisogno” di sapere, di conoscere, di capire e, in buona sostanza, si traduceva in voglia di “creare”.

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Un’intelligenza vivace, che non fosse “coadiuvata” da una altrettanto briosa curiosità, sarebbe come un imponente “veliero” (penso al superbo “Vespucci”, vanto della nostra Marina Militare), abbandonato in balia dei marosi, a vele spiegate, ma in assenza totale di vento, in una mortale bonaccia: non andrebbe da nessuna parte…

Come si diceva, anche i più grandi Artisti (ed i Creativi …”di razza”), sono guidati da una innata curiosità.

Pablo Picasso, ad esempio, era solito definirsi un “cercatore” e non uno “scopritore”, di nuove forme espressive, che potessero tradurre in Opere sublimi le folgoranti intuizioni di cui era capace il suo inarrivabile Genio.

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by Roberto Pellegrini

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Arte: la verità in una menzogna…?

Che cos’è l’Arte? Se lo sapessi, mi guarderei bene dal rivelarlo. Io non cerco, trovo.

Pablo Picasso, 1926

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Cosa si esprime nell’Arte? La “finzione”, o la “realtà”; la “menzogna”, o la “verità”?

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Arduo, e quantomai pretenzioso, suppongo, rispondere con certezza alla domanda, per la semplice ragione che una risposta esaustiva a questo interrogativo non c’è.

Che l’Arte tutta, nelle sue innumerevoli “forme”, attinga, tragga origine, dal “vero”, dal “reale” è fuori discussione, ma nel suo percorso di “rappresentazione”, tutto ciò che “è” finisce, inevitabilmente (e, direi, necessariamente), per divenire ciò che “si sente”.

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Il “reale”, cioè, nell’esperienza artistica si “evolve” in ciò che di esso è “percepito”; in ciò che di esso sia emotivamente presente nelle intenzioni, coscienti o no, dell’Artista.

Ed in questo consiste la rappresentazione artistica: filtrare l’”oggettivo” attraverso le lenti del “soggettivo”, dell’”opinabile”.

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Il percorso creativo dell’Arte fissa ciò che la realtà “è”, affermando ciò che la realtà “non è”, non è mai stata, né mai sarà.

Ed ecco il miracolo dell’Arte: il parallelismo riscontrabile, tra un mondo fittizio, inesistente, emozionale, con quello reale, da cui il tutto trae origine.

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L’Arte (“menzogna”), e la realtà (“verità”), non si identificano, quindi, ma tendono a “riconoscersi”, l’una nel riflesso dell’altra.

In definitiva, non esisterebbe la “menzogna” dell’Arte senza la “verità” che la realtà “genera”, semplicemente “esistendo”.

by Roberto Pellegrini

Gratitudine: riflesso dell’amore…?

Infonde felicità in chi lo suscita ed in chi lo sente nascere nel cuore; si dice che possa essere “eterno”; deve essere spontaneo, per poter essere anche sincero e credibile; non si può “simulare” a lungo… Di cosa stiamo parlando?

Dell’amore, si potrebbe pensare.

E invece no: stiamo parlando della gratitudine.

In effetti, non stupiscano più di tanto le diverse “analogie” (potremmo divertirci a trovarne altre, ne sono certo), tra il sentimento più forte del mondo, l’amore, e quello della gratitudine, appunto.

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Entrambi rispondono ad uno slancio incontrollabile dell’anima, nei confronti di qualcuno: nell’uno (l’amore), per “alchimie” insondabili del cuore; nell’altra (la gratitudine), in virtù di un concreto beneficio ricevuto.

“La gratitudine è non solo la più grande delle virtù, ma la madre di tutte le altre.”
(Cicerone)

“Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici, sono gli affascinanti giardinieri che rendono la nostra anima un fiore.”
(Marcel Proust)

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Chiunque abbia provato “gratitudine”, nei confronti di qualcuno, conosce bene la liberatoria sensazione di “leggerezza” con cui essa si manifesta…

Quando, finalmente, veniamo a capo di un problema, grazie all’intervento, magari inatteso, di qualcuno, le nebbie delle preoccupazioni si diradano; tutto torna ad essere inquadrato dalla luce “vivificante” dell’ottimismo, della rediviva voglia di “crederci”; le tensioni si sciolgono in un sospiro di sollievo… Ed il nostro sguardo riconoscente si ferma sull’“artefice” di tutto questo…

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Saremmo pronti a tutto, per ricambiare, in qualche modo, il “bene” ricevuto. Ma, di questo, chi ci “aiuta”, per assecondare soltanto un puro impeto del proprio animo, non se ne cura affatto, consapevole, in cuor suo, di trovarsi già in una posizione di “vantaggio”…; privilegio che, come tutti sappiamo, le circostanze della vita distribuiscono, sempre, imprevedibilmente…

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Trovo che vi sia qualcosa di tutto questo, nelle brevissima storiella Zen di quest’oggi…

Gratitudine

Un ricco mercante fece dono ad un maestro di un’ingente quantità di monete d’oro per la costruzione di un nuovo monastero. Il maestro accettò senza dimostrare né entusiasmo né gratitudine. Seccato, il mercante gli disse: “Potresti almeno ringraziarmi!”.

“E perché dovrei?”, gli rispose il maestro, “è chi dona che dovrebbe essere grato.”

a cura di Roberto Pellegrini

Dalla parte…”giusta”!

“Dire una cosa è troppo facile: le cose bisogna viverle.”

Franz Kafka sintetizza così, in questo splendido aforisma, una disarmante verità.

Spesso, e per le ragioni più diverse, ci rifugiamo nel mondo ovattato, in quell’ “Isola che non c’è” (ma che sappiamo sempre come rintracciare, navigando a vista…), che sono le “buone intenzioni”, nel tentativo di convincere, noi stessi, in primis, e gli altri, in seconda battuta, che possa essere sufficiente una cristallina “dichiarazione d’intenti”, per portare avanti le cose.

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Talvolta ci dimentichiamo che le parole che diciamo aprono, anche in chi ci ascolta, spiragli, aspettative, illusioni; innescano progetti. E non sempre di “basso profilo”…

Ma quando sul banco c’è la vita, nostra e degli altri, bisogna puntare tutto sui “numeri” giusti…

Dovremmo avere sempre il coraggio di “fidarci” del nostro domani, senza sentirci perennemente “in panchina”…; dovremmo abbandonare quel velo di reticenza che scaturisce, probabilmente, da un atteggiamento non del tutto “aperto” nei confronti di una visione ottimistica della vita, spesso in seguito a brutte esperienze, o inattese battute d’arresto.

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Perché vivere è, innanzitutto, “crederci”; è gettarsi con fiducia negli impegni che ci siamo assunti, convinti che ce la metteremo tutta per riuscire; è avere voglia di dare una chance anche a progetti che, magari in un momento di sconforto, possono di colpo apparirci impossibili, irrealizzabili…

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E, questo, senza contare troppo sulla… Dea Bendata (notoriamente piuttosto inaffidabile), se è vero – come è vero -, che “Faber est suae quisque fortunae!” (ciascuno è artefice del proprio destino).

C’è una linea sottile che separa il successo dall’insuccesso, che segna il confine anche tra il coraggio di buttarsi nella mischia e la paura…; vivere non è restare in equilibrio su quella linea di confine, ma scegliere, con fermezza, di stare dalla parte “giusta”….!

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by Roberto Pellegrini

Fedeltà: finta, imposta, o… “naturale”?

Parliamo di fedeltà: di fedeltà in amore.

“È la fede degli amanti come l’Araba fenice: che vi sia, ciascun lo dice,
dove sia, nessun lo sa.”

Così la definisce Metastasio…

E che “vi sia” (o che ci “debba” essere….), non ci sono dubbi; tant’é che, com’è noto, il nostro Codice Civile ne fa un vero e proprio obbligo, a carico dei “contraenti matrimonio” (art. 143), anche se, recentemente, è stato presentato un Disegno di Legge, finalizzato alla “rimozione” di questo… “dovere”.

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É inutile nascondersi dietro un filo d’ipocrisia: anche nel corso di una relazione stabile (sancita, o meno, da un vincolo matrimoniale), può capitare di accorgersi che, se soltanto volessimo, potremmo vivere una “scappatella”; ma siccome, checché se ne dica, non è vero che sia l’”occasione”, a “fare il ladro”, ma la “disonestà” (e, con quella, ci si nasce…), resto convinto che l’amore vero possa rendere immuni da simili incidenti di percorso…

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In effetti, c’è chi considera la fedeltà una virtù, una dote e chi, al contrario, proprio non riesce a non viverla come un “cappio”, un impossibile e desueto limite alla propria…“libertà” d’azione. E, questo, nell’assoluto rispetto della parità di genere…

L’amore non è una scelta: è un privilegio, sostengo in un mio aforisma; io credo che mettendo bene a fuoco questo concetto, ogni altra parola sarebbe inutile… Ma essendo fortemente convinto che “l’inutile” non esista, mi sia concesso dilungarmi sul tema…

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L’amore (lo abbiamo già detto), è una delle massime espressioni della piena libertà di un individuo: amiamo chi vogliamo; come vogliamo; quando vogliamo; e quanto ci pare e piace, assecondando quegli “accordi” non scritti, “stipulati” tacitamente tra noi ed il nostro partner.

La fedeltà dovrebbe rientrare, “d’ufficio”, tra i requisiti naturali di una qualsiasi relazione che avanzi minime pretese di “serietà”, quantomeno (già: ma cos’è la “serietà”…?).

Essa stessa, la fedeltà, dico, oltre a configurarsi come una forma di “rispetto” (verso chi amiamo, ma anche verso se stessi, in fondo…), costituisce una chiara manifestazione di amore vero, profondo.

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Quando siamo innamorati, la sola idea di tradire il partner ci ripugna; ci fa inorridire. Non ci sfiora nemmeno…

La fedeltà è il “modus vivendi” innato nel rapporto stesso, del tutto sganciato da una precisa e cosciente, vorrei dire, “volizione” in tal senso, dal momento che, sorprenderci a dover decidere tra fedeltà o non-fedeltà, equivarrebbe ad esibire un elettrocardiogramma piatto del nostro legame…

AAA: defribillatore cercasi, con urgenza…

by Roberto Pellegrini

A come Arte – E come Emozione

“Anche la più piccola emozione può trasformarsi in una scintillante goccia di Arte.”

Così cita un aforisma di Roberto Pellegrini che, nella sua sintesi, evoca una profonda verità.

Spesso si è soliti affermare che un’opera d’Arte (quadro, scultura, melodia, poesia…) trasmetta emozioni, ma ciò è possibile solo quando è stata un’emozione a trasformarsi in opera d’Arte, perché la bellezza delle cose esiste nella mente di colui che vive un’emozione e cerca di trasmetterla attraverso il linguaggio dell’Arte e nella mente di colui che fruisce di quell’opera d’Arte.

Ecco che l’opera d’arte è come se, in qualche modo, venisse creata due volte – prima dall’artista e poi dall’osservatore – trasformandosi in esperienza condivisa.

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Il termine emozione deriva dal latino emovere che significa trasportar fuori, smuovere, scuotere, rafforzativo del verbo movere, appunto muovere, agitare.
Proprio questo “smuovere, agitare, trasportar fuori”, questa emozione che l’artista percepisce e trasforma, finisce con il coinvolgere chi ascolta, osserva e fruisce dell’opera d’Arte, trasformandosi in un linguaggio universale, che sfiora le “corde interne” che vibrando propagano l’energia emozionale.

Ma allora: “E’ l’arte che genera le emozioni o sono le emozioni che generano l’arte?”

Non so rispondere, ma amo lasciarmi coinvolgere dall’arte, in tutte le sue sfumature e, se posso, consiglio a tutti voi di soffermarvi spesso ad osservare e di lasciarvi guidare dall’intuizione e, perché no, anche dalla fantasia, non dimenticando mai che l’Arte possiede il mistero inspiegabile di emozionare.

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Esperienza, “ORO” della vita…

“L’esperienza è una cosa che non puoi avere gratis.”
Oscar Wilde

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Personalmente, trovo splendido questo noto aforisma di Oscar Wilde, sempre così puntuale nel fissare, sintetizzandoli in poche righe, concetti spesso difficili da afferrare.

A questo mondo l’esperienza è il passaporto per potersela cavare in ogni circostanza; costituisce quel prezioso bagaglio di conoscenze, che ognuno di noi mette insieme nel corso della propria esistenza ed al quale attingere all’occorrenza. Magari facendone “dono” anche al nostro prossimo più caro…

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Ma c’è un prezzo da pagare: per “fare” esperienza è necessario mettersi in gioco, guardando la vita in faccia; è inevitabile affrontare il rischio di poter “perdere” qualcosa, pagando, magari, in dolore il percorso intrapreso. L’esperienza non si costruisce a tavolino; non la scarichi con l’ultima “App” sullo smartphone; non la trovi in “3 X 2” sugli scaffali del minimarket sotto casa… La “tua” esperienza “ha bisogno” solo di te…

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Le lezioni che la vita ci impartisce sono spesso “aspre”, taglienti, all’apparenza “cattive”; volenti o nolenti, capita, a volte, di dover affrontare circostanze traumatiche, di fronte alle quali arriviamo a temere di soccombere, ma che poi, grazie alla tenacia, alla “voglia di spuntarla” e, perché no, anche ad un pizzico di fortuna, riusciamo a superare…

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Ecco: è esattamente questo il vero “tesoro” che accumuliamo con l’ “esperienza”, appunto… Le sofferenze e le difficoltà superate, per venire a capo di una particolare situazione, rafforzano l’ottimismo, la voglia di “crederci”, la stessa autostima, rendendoci consapevolmente “pronti” per un’eventuale “prossima volta”…

Attenzione, però: mai credere che maturità anagrafica possa essere sinonimo di maggiore o migliore esperienza…: personalmente ho incontrato persone decisamente “avanti” con gli anni, con un humus di esperienze molto meno “ricco” di quello di altri individui, molto più giovani, ma già da tempo “diplomati” alla scuola della vita, nella quale la “campanella” d’inizio delle “lezioni” suona sempre puntuale…

by Roberto Pellegrini