…Artisti, Poeti? “Genitori”, se vi pare!

Cos’è una Poesia?

La Poesia è un “cerchio” che si chiude; è il percorso compiuto, che parte dalle emozioni vissute da un Poeta e si conclude con quelle suscitate nel Lettore (Pubblico).

Chi scrive Poesie (e non ha nessuna importanza il “livello”, se di livello vogliamo, inutilmente, discutere), lo sa bene: ci sono emozioni, stati d’animo particolari che “sobbollono” in fondo all’anima e che, ad un tratto, cercano uno “sfogo”, una “via di fuga” che li porti in superficie; che li porti alla luce…

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E la via naturale capace di consentire tutto questo è proprio – nel caso del Poeta -, la Poesia, appunto.

Una Poesia (mi sia concesso l’accostamento un po’ forte…), è simile ad una sorta di “gestazione”: una volta “fecondata” dal “seme” di un’emozione, l’anima del Poeta lascia “crescere” in sé “qualcosa”; e quando il “travaglio” si compie, il “vagito” silenzioso è quello di una nuova Poesia.

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Non a caso i Poeti (come tutti gli Artisti ed i Creativi, in genere), vivono i propri “ lavori” come “creature”, come “figli”, in qualche modo, proprio in quanto “emanazioni” dirette della propria più remota intimità…

Vorrà, saprà il Lettore accogliere benevolmente, tra le sue braccia, questo “esserino” che muove i suoi primi passi?

Ecco: questo è l’interrogativo che, sia pur per un solo attimo, si affaccia nella mente di un Poeta (e di ogni Artista…), quando l’Opera è compiuta…

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La Poesia, come l’Arte tutta, è l’ incontro, anzi, di più: è l’abbraccio emozionale tra chi “crea” (Poeta/Artista), e chi “accoglie” (Lettore/Pubblico)…

Torneremo sull’argomento…?

by Roberto Pellegrini

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I gioielli – ornamenti tanto amati

Nel nostro pensiero “gioielli” significa “qualcosa di prezioso”, ma non è sempre stato così. Nella preistoria, quando il metallo non era ancora lavorato, i gioielli erano fatti di materiali non preziosi, come conchiglie, ciottoli e denti di animali.

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Quindi possiamo dire che i gioielli sono vecchi come il genere umano, dalla cultura primitiva alla civiltà moderna, da est a ovest, con l’utilizzo di materiali e stili diversi l’uomo ha, da sempre, amato adornarsi.

L’uso dei gioielli, nella preistoria, così come oggi, è da considerarsi anche come un mezzo di comunicazione, oltre che di ornamento. Attraverso i gioielli si comunica: gerarchia, prestigio e potere, ossia si comunica lo status sociale, ma non solo… ai gioielli si attribuiscono anche funzioni di amuleti e talismani, segnano spesso occasioni speciali – maggiore età, stato civile, maternità.. – e riflettono e comunicano il carattere e lo stile di chi li indossa.

 

La creatività nella gioielleria è illimitata ed è cambiata con lo scorrere del tempo, adattandosi a scollature, lunghezze e materiali diversi.

I gioielli ritrovati nell’Asia occidentale, risalenti al periodo compreso tra il 5000 ed il 2500 a.C., illustrano una società con un gusto per gioielli raffinati e decorativi, nonché un’evidente rete commerciale che forniva materiali rari.

I Sumeri, come gli antichi Egizi, avevano preferenza per lapislazzuli e corniole, miste ad agate, ametiste, granati ed ovviamente oro, tanto oro. Faraoni, principesse, contadini e artigiani indossavano gioielli nella vita, ma anche nella morte, come testimoniano le tombe rinvenute.

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Nel Mediterraneo orientale del 2500 circa a.C. c’era la cultura minoica a Creta, che fu conquistata dai Micenei nel 1450 a.C. circa. I gioielli di quel periodo e dell’area sono caratterizzati da un’abbondanza di oro; i loro stili furono fortemente influenzati dai gioielli dei Babilonesi e degli Egizi. Così come, questi ultimi influenzarono i Fenici che erano commercianti colonizzatori del Mediterraneo orientale ed occidentale, dalla Siria alla Spagna. Gli Etruschi erano noti per la loro perfezione tecnica nell’oreficeria e soprattutto per la loro eccezionale tecnica di granulazione con granuli d’oro quasi polverizzati.

Gli orafi greci di epoca classica ed ellenistica erano rinomati per le loro capacità tecniche e per la loro abilità artigianale nella lavorazione dell’oro, una reputazione durata nel tempo. La Grecia non era ricca di risorse d’oro fino a quando il suo impero non fu esteso fino alla Persia nel IV secolo a.C.  I gioielli erano regali presentati alla nascita, compleanni e matrimoni, o anche come offerte votive alle statue di culto.

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Con la perdita dell’indipendenza greca e la vittoria dei Romani sulla Macedonia, Roma divenne un forte potere militare e politico. La ricchezza del nuovo impero attrasse molti artigiani greci verso Roma, ecco perché i Romani seguirono gli stili greci fino a circa il I secolo a.C, quando l’estetica dei loro gioielli cominciò a cambiare. I gioielli divennero senza pretese, le tecniche d’oro meno elaborate, i disegni semplificati, e fu posta più enfasi sulla scelta delle pietre e sull’uso del colore.

Il commercio fioriva nel vasto impero con province lontane ed i gioielli vennero prodotti a Roma, ad Alessandria e ad Antiochia. L’ornamento si diffuse socialmente ed ebbe una più ampia utilizzo, anche agli schiavi era permesso indossare gioielli fatti di ferro. Con l’economia fiorente del II secolo, i gioielli romani divennero più elaborati, pesanti e sfarzosi, un segno di ricchezza e status.

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In seguito, l’influenza artistica reciproca tra il mondo bizantino e il mondo in espansione dell’Islam fu evidente dalla metà del VII secolo in poi. L’influenza bizantina e islamica può essere vista anche nei gioielli delle tribù germaniche che occuparono gran parte dell’Europa dopo la caduta dell’impero romano d’occidente.

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Dal XII al XIII secolo uno stile internazionale in gioielleria si era evoluto. Forme e decorazioni in pietra mostrarono sorprendenti somiglianze in Inghilterra, Francia, Danimarca, Germania e Italia. Questo fenomeno presumibilmente può essere spiegato dalle rotte commerciali e dall’importazione di pietre preziose dal vicino e dall’estremo Oriente.

In Europa la transizione verso il periodo rinascimentale fu diversa a seconda del paese, a cominciare dall’Italia, che con le sue scoperte di monumenti e sculture antiche, fu importantissima per la rinascita delle culture dell’antica Grecia e di Roma, mentre nell’Europa settentrionale gli stili gotici continuarono molto più a lungo.

Nel XV secolo, Firenze e le corti della Borgogna dettarono tendenze nell’abbigliamento e nella gioielleria; così come, nei secoli XVI e XVII, la Spagna divenuta una grande potenza europea con colonie in tutto il mondo, impose lo stile spagnolo ad abiti e gioielli.

 

Nella seconda metà del XVII secolo, mentre la Spagna era in declino, la Francia divenne il centro economico e culturale più importante. Tutte le industrie di lusso fiorirono nella Francia di Luigi XIV. Le sete francesi di Lione e le mode del vestiario venivano esportate e, con esse, gli stili di gioielleria. Fu anche un periodo in cui le donne giocavano un ruolo sempre più significativo nella società. Per il loro abbigliamento, i broccati pesanti furono sostituiti da sete leggere in varie tonalità pastello. Lo splendore e i colori vivaci dei tessuti richiesero una diminuzione del colore dei gioielli. I ritratti del periodo illustrano una passione per le perle, infilate come collane o indossate come gocce sospese dagli orecchini, o da spille indossate sul petto, sulle maniche o nei capelli.

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Nel 1789 la Rivoluzione Francese ebbe effetti drammatici, non solo sulla politica e sulla vita della Francia, ma anche sull’Europa nel suo insieme. Fuori dalla Francia il mercato fu inondato dai gioielli e pietre preziose di coloro che riuscirono a fuggire ed i prezzi diminuirono drasticamente.

Il lusso torno in Francia con Napoleone quando proclamò il suo impero nel 1804. Sua moglie era una donna che faceva tendenza ed indossava la moda greca, che si riflettè anche nella gioielleria.

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Quando gli effetti della rivoluzione industriale e l’ascesa della classe media divennero particolarmente evidenti in Gran Bretagna, la borghesia cominciò ad imitare i gioielli dell’aristocrazia, ma al posto di diamanti, rubini, zaffiri e smeraldi vennero applicate pietre preziose come ametista, crisoprasio, tormalina, turchese e molti altri sostituti colorati. Come i vestiti anche i gioielli della sera furono differenziati da quelli per il giorno: le parure – collana, bracciali, spilla ed orecchini – erano per lo più destinate alla sera, mentre le demi-parure – spilla ed orecchini o collana ed orecchini – erano indossati durante il giorno.

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Giungiamo al XX secolo, quando durante la belle Époque, c’era voglia di rinnovamento e di oggetti di lusso, i gioielli espressero emozioni e le donne alate simboleggiarono l’emancipazione; la natura venne interpretata metaforicamente: temi come la nascita, la morte e la rinascita vennero espressi attraverso piante in vari stadi della loro vita. René Lalique pose le basi per la gioielleria degli artisti del XX secolo e introdusse nuove combinazioni di materiali, come l’oro prezioso con il vetro non prezioso. I diamanti vennero applicati con parsimonia, nel plique-à-jour lo smalto lasciava trasparire la luce, gli opali davano iridescenza e i materiali sembravano quasi smaterializzarsi. Per contro, l’argento con smalto e alcune pietre preziose definirono lo Jugendstil in Germania e la Secessione viennese in Austria, entrambi i movimenti ridussero la natura a forme geometriche stilizzate.

All’indomani delle guerre del XX secolo, i gioielli sperimentarono un abbandono dei valori tradizionali a causa dei cambiamenti radicali nella società. Come la moda, i disegni di gioielli seguirono i movimenti della cultura giovanile. Le donne divennero più indipendenti e iniziarono a comprare i loro gioielli, piuttosto che averli donati dai loro mariti come era stato tradizionalmente.

Negli anni ’50 e ’60 la voglia di lusso fu rappresentata da Hollywood con il suo mondo immaginario, le sue stole di visone ed i suoi diamanti in abbondanza. Durante questo periodo i gioiellieri in Europa trasformarono i gioielli in una forma d’arte libera.

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Dopo gli anni ’60, i gioielli iniziarono una svolta quasi rivoluzionaria con i gioiellieri freelance nei loro studi che correvano audacemente sul percorso delle belle arti: negli anni ’80 ruppero i confini esistenti di dimensioni e materiali e usarono materiali nuovi, non solo oro, ma anche gomma e addirittura carta.

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Più di ogni altro momento della sua storia, oggi i gioielli riflettono il carattere, le sensazioni e le emozioni di chi li indossa, i colori preferiti, il gusto, la comprensione delle arti e, ultimo ma non meno importante, l’individualità di ognuno.

 

Bibliografia
Andrews, Carol. Gioielli egizi antichi . New York: Harry N. Abrams, 1991.
Bury, Shirley. Gioielli 1789-1910: L’era internazionale . 2 voll. Woodbridge, Suffolk, Inghilterra: Antique Collectors ‘Club, 1991.
Daniëls, Ger. Gioielli popolari del mondo . New York: Rizzoli, 1989.
Dormer, Peter e Ralph Turner. The New Jewelry: Trends and Traditions . Edizione rivisitata. New York: Thames e Hudson, 1994.
Lightbown, Ronald W. Medieval Europe Jewellery: con un catalogo della collezione nel Victoria and Albert Museum . Londra: Victoria and Albert Museum, 1992.
Mack, John, ed. Gioielli etnici . New York: Abrams, 1988.
Phillips, Clare. Gioielli: dall’antichità al presente . New York: Thames e Hudson, 1996.
Magnificenza principesca: Corte dei gioielli del Rinascimento, 1500-1630 . Londra: Victoria and Albert Museum, 1980. Un catalogo della mostra.
Tait, Hugh, ed. Sette mila anni di gioielli . Londra: British Museum Publications, 1986.
Williams, Dyfri e Jack Ogden. Oro greco: gioielli del mondo classico . New York: Abrams, 1994.

L’Arte del Ricamo: occhi, mente e mani

Si è recentemente chiusa la settimana dedicata all’Haute Couture che ha presentato a Parigi le proposte Autunno/Inverno 2018-19. Sulle passerelle centinaia di abiti meravigliosi interamente realizzati e ricamati a mano, creazioni eterne in grado di stupire, sorprendere e far sognare, ma facciamo un passo indietro per scoprire qualcosa in più sul ricamo…

Finanche nella Bibbia si parla di vele ricamate, Omero fa riferimento alle ricamatrici di Sidone, nonché ai lavori di Elena e Andromaca, ma ad essere precisi l’arte del ricamo ebbe origine in Oriente o meglio in Cina per poi giungere in Occidente durante il Medioevo.

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Più tardi, furono i Saraceni a contribuire alla creazione di un centro del ricamo italiano, istituendo a Palermo una vera e propria officina del ricamo e da qui, gli italiani, che possiedono un gusto ed un’artigianalità apprezzabilissimi, hanno saputo spesso distinguersi per maestria.

Nella moda il ricamo viene usato per impreziosire abiti importanti e unici ed uno dei nomi italiani di spicco è Pino Grasso, l’artigiano milanese che collabora con i più grandi stilisti italiani e non. I suoi lavori pregiati e meravigliosi lo hanno reso, infatti, uno dei ricamatori più importante del mondo.

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Nel corso del vernissage della mostra sui trent’anni di attività di Valentino, allestita a Roma ai Musei Capitolini, mentre lo stilista presentava le sue creazioni all’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, costui, colpito dai ricami, chiese: “Ma chi li realizza?” Valentino rispose: “Sono quasi tutti italiani, del milanese Grasso”.

Fu così che i giornalisti di moda scoprirono che i ricami di una creazione di moda non sono solo opera degli stilisti, tanto che diciassette anni dopo, sempre durante una mostra su Valentino a Parigi, il nome di Pino Grasso venne scritto sulle targhette degli abiti da lui ricamati. Tale menzione non riguardava solo ed esclusivamente lui, ma comprendeva anche altri artigiani attivi nel settore della moda, italiani e francesi.

Ma un ricamo per la moda come nasce? Si tratta di una vera catena operativa dove occhi, menti e mani, danno vita ad una vera e propria, allegoricamente parlando, composizione che le ricamatrici suoneranno.

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Si comincia con la campionatura, poi il disegno tecnico – durante il quale le disegnatrici dovranno tenere conto della tipologia del tessuto inviato dallo stilista, delle gradazioni dei materiali, dei colori scelti e proporzionarli al disegno, secondo la taglia da realizzare; segue la bucatura – eseguita con una macchina “bucatrice”. I disegni così bucati serviranno alla disegnatrice per riportarli sulla superficie del supporto, sul quale si eseguirà il ricamo, attraverso la sequenza dello spolvero che consiste nel riportare il disegno sulle parti del tessuto già tagliato, “squadrato”, inviato dallo stilista. Il tessuto su cui viene appoggiato il disegno bucato è ben tirato e solidamente bloccato con dei pesi. Con un apposito tampone in feltro si spolvera la polverina, che può essere bianca per i tessuti scuri e nera per quelli chiari. Dopodichè le disegnatrici preparano una legenda per le ricamatrici, cioè una scheda in cui ogni materiale utilizzato per la realizzazione è codificato e riconoscibile dalle “petites mains” che daranno vita alla “sinfonia”.

In fondo le ricamatrici sono come dei musicisti che interpretano una composizione già studiata e preparata nei minimi dettagli, ognuna di loro con la propria mano e con la propria sensibilità come dei veri pianisti o violinisti, e che musica…!!!

 

Arte: la verità in una menzogna…?

Che cos’è l’Arte? Se lo sapessi, mi guarderei bene dal rivelarlo. Io non cerco, trovo.

Pablo Picasso, 1926

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Cosa si esprime nell’Arte? La “finzione”, o la “realtà”; la “menzogna”, o la “verità”?

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Arduo, e quantomai pretenzioso, suppongo, rispondere con certezza alla domanda, per la semplice ragione che una risposta esaustiva a questo interrogativo non c’è.

Che l’Arte tutta, nelle sue innumerevoli “forme”, attinga, tragga origine, dal “vero”, dal “reale” è fuori discussione, ma nel suo percorso di “rappresentazione”, tutto ciò che “è” finisce, inevitabilmente (e, direi, necessariamente), per divenire ciò che “si sente”.

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Il “reale”, cioè, nell’esperienza artistica si “evolve” in ciò che di esso è “percepito”; in ciò che di esso sia emotivamente presente nelle intenzioni, coscienti o no, dell’Artista.

Ed in questo consiste la rappresentazione artistica: filtrare l’”oggettivo” attraverso le lenti del “soggettivo”, dell’”opinabile”.

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Il percorso creativo dell’Arte fissa ciò che la realtà “è”, affermando ciò che la realtà “non è”, non è mai stata, né mai sarà.

Ed ecco il miracolo dell’Arte: il parallelismo riscontrabile, tra un mondo fittizio, inesistente, emozionale, con quello reale, da cui il tutto trae origine.

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L’Arte (“menzogna”), e la realtà (“verità”), non si identificano, quindi, ma tendono a “riconoscersi”, l’una nel riflesso dell’altra.

In definitiva, non esisterebbe la “menzogna” dell’Arte senza la “verità” che la realtà “genera”, semplicemente “esistendo”.

by Roberto Pellegrini

Haute Couture Paris: Arte, Artigianalità ed Eleganza

L’edizione Haute Couture Paris per la stagione Autunno-Inverno 2018/19, conclusasi ieri, è stata speciale, in quanto ha segnato il 150esimo anniversario della Fédération de la Haute Couture et de la Mode, l’organo di governo del fashion francese fondato nel 1868.

Poche sono le case che possono vantare l’appellativo di “maisons haute couture” – fra queste quindici sono francesi permanenti tra cui Christian Dior, Chanel, Giambattista Valli, Maison Martin Margiela, Givenchy e sei le straniere tra cui Valentino, Fendi e Giorgio Armani.

Ma la Camera della Moda francese ha ammesso a sfilare ben trentasei nomi incorporando brand ospiti. La categoria “membres invités”, che esiste  dal 1998, serve per permettere a nuovi marchi del lusso, francesi e stranieri, di poter far sfilare le loro creazioni assieme alle grandi maison e di utilizzare la dicitura “couture”.

Collezioni che raccontano universi fatti di tessuti pregiati, ricami preziosissimi, altissima artigianalità. Abiti da sogno che mostrano l’eccellenza degli atelier più prestigiosi del mondo.

 

 

 

Alberta Ferretti Limited Edition

Sempre cariche di femminilità le collezioni di Alberta Ferretti, che anche questa volta propone un’eleganza sensuale. Molto affascinate e di conseguenza piace molto questo guardaroba sexy e alquanto ricercato.

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Pare quasi un ammonimento quello di Karl Lagerfeld: la storia si ripete e bisogna stare attenti.

Lo stilista porta in passerella una collezione che si rifà agli anni Quaranta, composta per lo più da tailleur con le gonne longuette, diritte a fuso, con l’aggiunta di lunghi spacchi bordati di passamaneria su tessuto bouclé; ricompaiono modelli composti da sette/ottavi  con le maniche aperte e foderate di raso lucido.

Del resto la moda è fatta di continui ricorsi e come ben affermava la stessa fondatrice del brand Coco Chanel:

 “L’eleganza non consiste nell’indossare un vestito nuovo.”
Dior

Oggi che anche il prêt-à-porter ha raggiunto una sofisticata espressione industriale e produce abiti belli e preziosi, la Haute Couture non può rimanere un’espressione dedicata alle élites ma deve essere spiegata per il suo valore di idee applicate alla manualità alle nuove generazioni che sono state portate a pensare, invece, che la moda sia tutta uguale”. Così Maria Grazia Chiuri parla della sua sfilata poco prima che vada in passerella e prosegue: “Siamo troppo chiusi nel nostro presente, il che ci fa perdere un sano legame con il passato e la prospettiva del futuro che non è composto da una serie di attimi. In questo senso un abito di alta moda può essere la proiezione di un sogno che si realizza. Ma non quello che esprime la capacità economica, ma un sogno che si riappropria della valore della realtà, della ricerca, della immaginazione di un futuro”

Giacche Bar con le maniche ad ali di pipistrello, abiti bustier che si allungano in una gonna a pieghe, abiti costruiti con una successione di ruches verticali, mantelle che partono strette sulle spalle e si aprono con larghe pieghe, abiti con i fiori applicati in 3 D, abiti in velluto sabré – tecnica che solo due donne in Francia sanno fare -, abiti costruiti con una sovrapposizione di chiffon, tulle, pizzo e pizzo ricamato tutti in color nudo, tutto questo nella collezione Haute Couture di Dior.

Giorgio Armani Privé

Giorgio Armani osserva l’Arte, l’accoglie, la comprende, la esalta, la crea e la trasforma in abiti, in modo sapiente, geniale, come solo gli italiani sanno fare.

La creatività di Giorgio Armani, attraverso questa sontuosa collezione, invia dall’Italia un messaggio di cultura, di bellezza, di sensibilità.

Dichiara: “Io devo inventare, sono tenuto a farlo. Questo è il mio mestiere. Non faccio questo lavoro per pettinare le bambole. Con questa collezione vorrei indicare alle donne millennials e a quelle che si mascherano da millennials come si veste una donna per essere più bella, più charmante. Anch’io in passato, e proprio per il mio Privé, ho disegnato delle cose bizzarre, ma ho notato che quando una donna non vuole apparire banale e omologata sceglie gli abiti che donano di più al suo aspetto e alla sua personalità. Ora, dopo la confusione creata dai tanti esercizi di stile che hanno trasformato il prêt-à-porter in un continuo streetwear, sento che c’è bisogno di fare chiarezza. Ecco perché ho fatto una collezione che è un po’ una storia della Moda. Che è una Storia importante accanto a tutte le altre Storie”

Tailleur con i pantaloni un po’ larghi in seta o georgette, bustier con gocce di cristallo, gonne lunghe a ampie ricamate con un nodo d’amore in perline, giacche nere con strati di frange turchesi in perline che nascondo il colore sottostante, cappotti portati sopra ai pantaloni, giacche con collier di jais neri incorporati, abiti eleganti come quelli delle donne dei quadri di Boldini, abiti metallici dorati, abiti interamente spalmati con perline di cristallo e poi alcuni dichiarati omaggi ai grandi della Haute Couture francese che lascio a voi scoprire…

A quasi 84 anni Re Giorgio ha ancora voglia di stupire… Chapeau!!!

 

Giambattista Valli

Abiti da cocktail in chiffon di seta drappeggiato e increspato, vestiti di macramé “jardin de fleurs” ricamati e cappotti da cocktail realizzati con estrema bravura fatti con specchi di cristallo, abiti da ballo con tante increspature e volant tagliati corti davanti e a pagoda dietro e… una standing ovation per lo stilista al termine della sfilata.

Fendi Couture

Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi hanno presentato una collezione che si chiama:

 “Indovina che cosa stai vedendo?”

E’ così che in passerella sfilano una giacca costruita con 900 strisce di uno strano tessuto che poi si scopre essere visone rasato, intarsiato e colorato, poi una gonna con 1000 quadrati tagliati e ricuciti, un cappotto che sembra di pelliccia, ma che, oibò, è realizzato tagliando chiffon, e poi un tailleur che sembra di pelliccia maculata e invece no, sono paillettes che mimano il contropelo della pelliccia oppure un abito con gonna in tulle sulla quale sono cuciti 3000 fiori di visone, e per finire due cappotti completamente uguali: uno in velluto e l’altro in ermellino, ma l’effetto è assolutamente identico.

Insomma un inganno per i nostri poveri occhi!

 

Schiaparelli

Elsa Schiaparelli, fondatrice della maison, possedeva fantasia e determinazione da vendere e nella vita quotidiana materializzava la sua affermazione: “La fantasia è un fiore che muore nella passività. Per crescere, ha bisogno di determinazione”.

Ai giorni nostri, la maison è diretta da Bertrand Guyon al quale sicuramente la fantasia non manca e per la collezione Haute Couture le dà libero sfogo creando abiti sui quali si materializza la metamorfosi che molti animali possiedono in natura.

Ecco che troviamo pantaloni e gonne che si sovrappongono, pizzi che “sposano” tulli, in perfetto stile surrealista, caratteristica insita nel marchio stesso.

Givenchy

Battezzata Caraman questa collezione Haute Couture è dedicata dall’odierna direttrice artistica Clare Waight Keller, al couturier Givency, fondatore della maison.

La Keller dichiara che la collezione è una celebrazione “delle ispirazioni creative, del lavoro e dell’innato senso di eleganza” di Hubert de Givenchy, recentemente scomparso. 

Il grande couturier Givency fu uno dei primi che riuscì legare al sua fama al sistema cinematografico, annoverando tra le sue clienti Audrey Hepburn, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Jeanne Moreau, Ingrid Bergman, Lauren Bacall, Jean Seaberg, non solo, ma anche figure come Grace di Monaco, Jacqueline Onassis e Wallis Simpson.

In questa collezione si ritrovano tutti i classici di Givency: l’abito in tessuto argentato con la cappa a mezza tunica bianca sovrapposta, le cappe interamente intessute con le piume, le camicie smoking, le asimmetrie degli abiti lunghi drappeggiati sovrapposti da mezzi abiti lisci e dai mezzi abiti in velluto, stole di piume, abiti intessuti di strass, paillettes e pietre dure.

Speriamo però che Clare Waight Keller ci mostri quanto prima qualche sua idea e non solo il rifacimenti di quanto creò Hubert de Givenchy.

Valentino

Premettendo che sono indiscusse le capacità e la genialità di Pierpaolo Piccioli, così come innegabili sono la qualità dei tessuti e l’altissima artigianalità di realizzazione dei capi, mi sovviene però una riflessione: in questa collezione Haute Couture non vi è un filo conduttore.

Piccioli stesso dichiara: “Ho iniziato a lavorare alla collezione senza pensare a un tema o a un’ispirazione. Non ho costruito un mood board e ho cominciato semplicemente a lavorare. Quando ho capito che stavo mettendo insieme epoche diverse, silhouettes diverse, riferimenti alla mitologia greca, a Pasolini e a Medea, al Rinascimento, al Settecento ho avuto il sospetto che l’insieme non avesse senso. Poi, improvvisamente l’ho trovato. Ho capito di aver messo insieme il senso del mio tempo interiore”.

Nessun filo conduttore, tanto che ogni sarta o sarto ha inventato un nome per l’abito che ha realizzato, si passa, così, da Sogno ad alta voce – una cappa che da una parte ha l’illustrazione di Leda e il cigno e dall’altra quella di Narciso e copre una “tuta Palazzo” in colore ottanio –  a Domenica, a Liza Minnelli – cappa di chiffon completamente paillettata in verde profondo, a Orchidea – giacca di lamé dorato che copre una blusa trasparente rosa con volants alla maniche e i bermuda in verde argilla, ad Amore fuggente,  ecc.

Io, nonostante le standing ovation dei presenti, se mi trovassi al posto di Monsieur Piccioli, la prossima volta sceglierei un tema.

 

 

Cosa “diciamo” in un bacio…?

“Un bacio, insomma, che cos’è mai un bacio? Un apostrofo rosa fra le parole “ti amo!””…

Ecco: è, forse, questa bellissima frase di Edmond Rostand, resa immortale dal personaggio di Cyrano, la definizione più nota che la Letteratura ricordi, per “incorniciare” il bacio, appunto.

E, francamente, non possiamo non essere d’accordo…

Parliamo, com’è forse superfluo aggiungere, del bacio “amoroso”, “passionale”, non certamente di quello che ci si scambia in ufficio, per augurare una serena pensione al collega…

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Mi perdo, nel tentativo di focalizzare in quante e quali occasioni, l’Arte abbia reso omaggio a quella che, senza ombra di dubbio, possiamo considerare la più intima, tra tutte le “effusioni”, con le quali due amanti “cementano” il loro rapporto, la loro unione… (penso, ad esempio, al celeberrimo “Il Bacio” di Gustav Klimt, di cui abbiamo già più volte parlato, in questa sede, ma gli esempi sarebbero innumerevoli…).

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Il bacio è, spesso, la naturale “conseguenza” di un “invito” sapientemente (e “naturalmente”, vorrei dire…), espresso dagli occhi: uno sguardo intenso, tra due persone che si amano profondamente, “chiede” sempre “qualcosa” di più; esige un “quid”, indefinibile ed astratto, che soltanto un bacio riesce ad esprimere appieno.

L’amore, lo sappiamo, fa di due individui, di due corpi, un “corpo” solo: l’unione fisica, tra due persone che si amano, è data, quasi, addirittura per “scontata”; ma è soltanto grazie al bacio, che due “anime” riescono a “fondersi” in un’anima sola, facendo delle nostre labbra una bocca sola, di due respiri, un unico respiro, di due vite separate, la “nostra” vita insieme…

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In un bacio v’è tutta la Storia del Mondo…!
by Roberto Pellegrini

“Sulle ali di un gabbiano: a volo radente… – Aforismi sull’amore”

 

Picasso in autunno a Milano

Il rapporto di Picasso con la città di Milano è profondo e speciale, tanto che il Maestro scelse proprio questa città per presentare al mondo, nel 1953, la “Guernica”, che venne esposta a Palazzo Reale, nella sala delle Cariatidi, fu la prima di una serie di mostre a lui dedicate nei decenni a seguire.

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Così il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha annunciato alla stampa la prossima mostra che in autunno sarà dedicata a Pablo Picasso:

«Quando nel 1953 Picasso scelse Milano e la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, in parte distrutta dalla guerra, per mostrare al mondo Guernica, simbolo della sua straordinaria capacità espressiva, tra il suo genio e la nostra città nacque un legame unico e reso evidente, ad ogni ritorno delle sue opere, da una appassionata partecipazione di pubblico. E’ stato così nel 2001 con 450.000 visitatori e nel 2012 con più di mezzo milione. E’ indubbio quindi che Picasso piaccia a Milano e che grazie allo studio e al lavoro dei curatori e degli organizzatori la proposta culturale sia sempre stata all’altezza delle aspettative. Per questo confidiamo che anche questa nuova esposizione, che sarà a Palazzo Reale dal prossimo ottobre, saprà sorprendere ancora, forte della qualità e del valore di un progetto che ha scelto il tema della mitologia come filo conduttore, per svelare aspetti ancora inediti della produzione di questo eccezionale artista».

La mostra ha come titolo Picasso Metamorfosi, si terrà a Palazzo Reale, sarà fruibile dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019 ed divisa in sei sezioni:
1. Mitologia del Bacio – Ingres, Rodin, Picasso;
2. Arianna tra Minotauro e Fauno;
3. Alla Fonte dell’Antico – Il Louvre;
4. Le “Demoiselles” del Dyplon: tra greci, etruschi e iberici;
5. L’antichità delle metamorfosi;
6. Antropologia dell’antico.

Picasso sviluppò un rapporto assai fecondo con il mito e l’antichità e proprio questo aspetto è oggetto do questa esposizione.

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Troveranno posto 200 opere – fra quelle di Picasso e quelle di arte antica alle quali il genio si ispirò – provenienti dal Musée National Picasso di Parigi e da altri importanti musei europei come, tra gli altri, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani di Roma, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Musée Picasso di Antibes, il Musée des Beaux-Arts di Lione, il Centre Pompidou di Parigi, il Musée de l’Orangerie di Parigi, il Museu Picasso di Barcellona.

La mostra, promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e MondoMostreSkira, porta la cura di Pascale Picard, direttrice dei Musei civici di Avignone.

“Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su una mappa e unite con una linea, il risultato sarebbe la figura del Minotauro” scriveva Pablo Picasso nel 1935.