L’Opera d’Arte “racconta”…

Un’Opera d’Arte (a qualunque “specie” essa appartenga: letteratura, musica, pittura, scultura, ecc. ecc.), non rappresenta che la “fine”, l’ultimo segmento di un percorso, assolutamente intimo, vissuto dall’uomo, prima ancora che dall’Artista.

Percorso che, nel suo incipit, nelle sue evoluzioni e “distanze” coperte, resta profondamente “privato”. L’Opera d’Arte, quindi, concretizza l’“obiettivo” stesso di questo percorso, il vero punto di arrivo emozionale; l’unico, in realtà, che un Artista scelga, poi, di condividere con il (suo) pubblico, poco importa “quanto” cospicuo…

Una volta “venuta alla luce”, infatti, l’Opera d’Arte inizia una vita propria, indipendente, imprevedibile. Con ogni probabilità,“eterna”, in grado, cioè, di sfidare i “limiti” invalicabili e “voraci” del Tempo, confidando semplicemente sulla “rappresentazione” di sé; giorno dopo giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo…

Una “vita” intensa, vissuta sotto gli sguardi delle masse, nel corso della quale, però, il “cordone ombelicale”, che la lega all’Artista, non si interromperà mai…

Si usa uno specchio di vetro, per guardare il viso e si usano le Opere d’Arte, per guardare la propria anima.” – George Bernard Shaw

Tra le “braccia” del pubblico, l’Opera d’Arte potrà venir rifiutata, o persino “incompresa” (come, spesso, si dice…); ma, più facilmente, essa verrà accolta, vezzeggiata, “interrogata”, ed infine amata… nel consueto (e naturale), “gioco” più caro al pubblico: ricostruire, conoscere e ripercorrere quell’intimo percorso compiuto, come dicevamo, dall’uomo/Artista, nel corso del suo “travaglio” creativo.

In ogni Opera d’Arte, c’è l’impronta più segreta di un uomo non comune…

by Roberto Pellegrini

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Silence! He’s playing

Stiamo parlando di David Garrett, e… forse abbiamo già detto tutto.

Sarà che io sono di parte perché adoro i violini, ma questo eclettico musicista io lo trovo eccezionale.

Di padre tedesco e madre americana (dalla quale assume il cognome solo per l’impronunciabilità di quello del papà) David è stato un enfant prodige esordendo a solo nove anni e pubblicando a soli quindici il suo primo album.

Nel 2008 è entrato nel Guinness dei primati per aver eseguito Il volo del calabrone in un minuto e sei secondi. (Record in seguito migliorato)

Nel 2013 il regista Bernand Rose decide di sceglierlo per interpretare Paganini nel film “Il Violinista Del Diavolo”. Un prodigio del violino non poteva che interpretare la parte in maniera eccelsa e vicina al vero.

Nella sua carriera ha finora annoverato 23 dischi d’oro e 16 di platino, ma soprattutto, ha svincolato il violino da rigidi e vecchi schemi.

Un tempo c’era il concerto di violino con il musicista in frac, un pubblico assai composto e ben vestito, oggi c’è David Garrett che riempie le piazze con la sua poliedricità e flessibilità.

E per finire il classico più classico.

Marco Lodola – l’artista che…

… considera i critici d’arte un po’ psicanalisti, perché ogni volta che una sua opera andava al giudizio di un critico veniva contestualizzata ed il critico stesso spiegava a lui artista perché aveva fatto la tal cosa. Simpatico, no? Anche perché non sempre un artista nell’atto di creare si pone tante domande. A volte proprio i critici danno spiegazioni illuminanti per gli artisti stessi.

Comunque, Marco Lodola è nato a Dorno in provincia di Pavia nel 1955. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze e di Milano, concludendo i suoi studi con una tesi sui Fauves, infatti Matisse sarà un vero punto di riferimento per il suo lavoro, insieme a Depero – primo italiano a lavorare in America, quindi a contaminarsi con altri linguaggi, tipo il teatro facendo scenografie, poi vestiti, pubblicità – ed il Beato Angelico, che lo ha condizionato inconsciamente in quanto durante i suoi studi a Firenze, Lodola andava a studiare di fronte al convento dove il Beato Angelico aveva dipinto tutte le cellette. 

Marco Lodola è tra i fondatori del movimento del Nuovo Futurismo degli anni ’80, teorizzato dal critico Renato Barilli. Dall’esperienza futurista, Lodola trae l’uso appassionato del colore, l’energia dirompente della luce e soprattutto, forse prima di tutto, l’idea dell’arte come parte integrante della vita. 

In un’intervista ha dichiarato: “Picasso diceva: “Tu cerchi sempre di copiare qualcun altro, soprattutto quando sei agli inizi. Nel tentare inconsciamente di copiare, di rifare qualcosa che ti è piaciuto, siccome alla fine non ci riuscirai mai davvero, proprio lo scarto che c’è fra quello che fai e quello che stai copiando è il tuo stile.” Alla fine anche per me è saltata fuori la vera identità.

Se pensiamo che i pittori hanno sempre cercato di catturare la luce in qualche modo, addirittura scomponendola, mi viene da sorridere, pensando che Marco Lodola li ha “fregati” tutti, mettendo la luce dentro l’opera. A parte gli scherzi, innumerevoli sono le sue esposizioni/installazioni in giro per il mondo; altrettanto numerosi i suoi progetti per importanti industrie come Coca Cola, Swatch, Coca Cola, Vini Ferrari, Harley Davidson, Ducati, Valentino, Coveri, Fabbri… Moltissime le sue collaborazioni con scrittori e musicisti.

Come scrive Roberto D’Agostino in “Lodola”, edito da Mondadori: “La dimensione di spettacolarità insita nel sistema contemporaneo porta Lodola a produrre immagini che riflettono con cinica e ludica puntualità il destino dell’uomo: l’esibizione come esibizionismo, come ineluttabile cancellazione della profondità ideologica, religiosa, sessuale e morale. Lo spegnimento della profondità segna il punto di massima eccitazione della superficie. Così la plastica diventa specchio del carattere artificiale della vita, vissuto come unica natura possibile, come sfondo naturale dell’uomo moderno”

Paul Klee – Molto più di un pittore

Quante cose deve essere un artista: poeta, naturalista, filosofo” – P. Klee

Paul Klee nacque nel dicembre del 1879 da madre svizzera e padre tedesco, entrambi musicisti. Lo stesso Paul inizialmente pensò che la sua carriera fosse legata alla musica, essendo, a quel tempo, considerato un violinista di talento.

Non solo, Paul Klee studiò lettere classiche e scrisse poesie ed opere teatrali. Conservò con cura i suoi diari dal 1897 al 1918 dove annoò dettagliati resoconti delle sue esperienze e delle sue osservazioni sull’arte e sulla letteratura.

L’approccio alla pittura cominciò da ragazzo ed iniziò con il ritrarre paesaggi; dopo essersi laureato partì per Monaco – allora capitale artistica della Germania – e si iscrisse alla scuola privata d’arte di Heinrich Knirr. Solo nel 1899 fu ammesso all’Accademia di Monaco.

Come spesso accade agli artisti, il suo debutto pubblico fu in gran parte ignorato e lui sbarcò il lunario scrivendo recensioni di mostre d’arte e concerti, facendo ripetizioni di disegno e realizzando illustrazioni per riviste e libri.

Klee si unì alle avanguardie pittoriche nel 1911, entrando a far parte di  un’organizzazione di artisti fondata a Monaco di Baviera dal pittore russo Wassily Kandinsky e dal pittore tedesco Franz Marc.

L’adozione dello stile geometrico astratto dei cubisti da parte di Paul Klee è visibile in numerosi disegni che fece nel 1912-13, che vanno dalle immagini comiche di lussuria e caos, alle rappresentazioni simboliche del destino. Dal cubismo Klee trasse anche il frequente uso di lettere e altri segni nelle sue opere.

Dopo la fine della prima guerra mondiale Paul Klee cominciò a coltivare la speranza di una nuova società ed il suo lavoro divenne esuberante. Tra le immagini più impressionanti di Klee del dopoguerra ci sono i suoi dipinti a trasferimento di olio, creati con una tecnica distintiva ideata nel 1919.

Verso la metà degli anni ’20, la reputazione di Klee si era diffusa ben oltre la Germania e nel 1925 organizzò la sua prima mostra personale a Parigi, la capitale dell’arte europea.

Gli ultimi dipinti e disegni di Klee sono fortemente influenzati dalle dure distorsioni dell’opera di Pablo Picasso degli anni ’20 e ’30. Ciò che il maestro spagnolo diede a Klee in questi ultimi anni fu un mezzo per esprimere l’urgenza che Klee sentì quando la sua salute diminuì.

Tra queste opere vi sono disegni di angeli, che sono ancora per metà attaccati da ricordi e desideri ai loro corpo, e Morte e fuoco, l’evocazione del mondo sotterraneo di Klee, in cui una triste faccia di morte è posta in un ambiente infernale di rosso fuoco. Queste ultime immagini sono tra le più memorabili di tutte le opere di Klee e sono alcune delle raffigurazioni più significative della morte nella storia dell’arte.

Egli morì nel giugno del 1940.

A Milano, presso il Mudec, è fruibile sino al 3 marzo 2019 la mostra a lui dedicata “Paul Klee. Alle origini dell’arte”, curata da Michele Dantini e Raffaella Resch.

Sono visibili cento opere suddivise in cinque sezioni che hanno lo scopo di mostrare come il concetto di primitivismo in Klee assuma connotazioni diverse rispetto a come molti altri hanno considerato l’arte del passato, tra cui per esempio le avanguardie storiche.

Delle varie sezioni, Caricature, Illustratore cosmico, Alfabeti e geroglifiche d’invenzione, il museo etnografico e la stanza dei bambini, Policromie e astrazione, merita un cenno sicuramente la parte dedicata ai bambini in cui si può fare un’esperienza diretta con quel teatro delle marionette che Klee creò per esaudire la richiesta del figlio Felix.

Evgeny Lushpin – Master of Light

Quando ci si trova di fronte ad un’opera di Evgeny Lushpin, a primo impatto, non si capisce se si tratta di un quadro o di una foto: é la sua maestria nel dipingere, quasi come una magia, che riesce a trasportare il fruitore direttamente nei posti e nel tempo dell’ambientazione della scena riprodotta con un realismo impeccabile.

Molti sono stati i pittori così detti di luce – Michelangelo, Leonardo da Vinci, Vermeer, Hopper, gli stessi maestri olandesi – che hanno, attraverso il loro modo di dipingere, cambiato il modo in cui il mondo guarda l’arte.

Oggi, Evgeny Lushpin, attraverso la sua arte, trasforma i luoghi che conosciamo, trasformandoli attraverso l’uso sapiente della luce in luoghi nuovi.

Lushpin è nato nel 1966 alle porte di Mosca ed ha seguito un percorso formativo nelle scuole più raffinate russe; la sua straordinaria capacità sta nel trasportare i fruitori nei canali nascosti, nel calore di una maestosa residenza, in angoli famosi di città con colpi di pennello. I dipinti sono così realistici, che chi li osserva si trova ad immaginare cose che nemmeno vede, pensando di farle.

Luci armoniose giocano sugli specchi d’acqua e nei cieli all’imbrunire o nelle strade di notte, dettagli precisi riprodotti con dovizia di particolari, atmosfere da fiaba che trasformano le sue opere in vera e propria magia.

Un vero incanto!

Luca Agnani l’artista digitale

Videomapping, questo perfetto sconosciuto.

Sono passati poco più di dieci anni dalla nascita di questo genere d’arte digitale e sempre più spesso lo si utilizza per intrattenimenti luminosi durante eventi cittadini.

Luca Agnani, nato a Macerata nel 1976, con alle spalle una formazione accademica acquisita presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, è sicuramente un maestro di quest’arte ed ha saputo rivisitare opere di Grandi Maestri con uno stile personalissimo, tanto da qualificarsi terzo al Circle of Light tenutosi a Mosca nel 2013.

Il suo Studio si è ormai conquistato una celebrità Internazionale, suo è infatti il video Van Gogh Shadow, un’animazione di 13 opere del Pittore Olandese ospitata al Van Gogh Museum di Amsterdam.

Sempre suoi sono il videomapping realizzato nel 2014 a Piazza Unità d’Italia – Trieste per le festività natalizie.

E a Genova – Palazzo Ducale, in occasione della mostra “Dagli Impressionisti a Picasso”.

Tantissimi altri sono i lavori dello studio di  Luca Agnani, non mi resta che regalarvi la sua ultima creazione: un video animato in 3D di sei opere del pittore francese Claude Monet, maestro dell’Impressionismo. I quadri sono: Il canal Grande (1908), La casa del pescatore sugli scogli a Varengeville (1882), Il ponte giapponese (1896) nel giardino di Monet, Scena di neve ad Argenteuil (1875), Campo di Tulipani (1886) nei Paesi Bassi, I papaveri (1873).

Armani/Silos

Tendenza primaria dell’intelligenza/pensiero è l’”esplorazione”, finalizzata alla “comprensione”, di tutto ciò che accade al di fuori di noi, ma anche (e forse soprattutto), di quanto si agiti all’”interno”.

Un’opera d’Arte è soprattutto un’avventura della mente.
Jonesco

Così ha scritto Roberto Pellegrini nel post pubblicato ieri e questo sono convinta sia ben chiaro a Giorgio Armani, che nel percorso che lo ha portato ai successi che tutti conosciamo ha saputo farne tesoro.

Più volte proprio su questo blog abbiamo avuto modo di riflettere sul fatto che in Italia non esiste un vero e proprio Museo della Moda, fortunatamente questo gap per quanto riguarda il lavoro di Giorgio Armani è stato colmato con la realizzazione da parte di lui stesso di Armani/Silos.

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È con immenso piacere che, avvalendomi del materiale fornitomi dalla Fondazione stessa, vi accompagnerò in un tour virtuale all’interno di questa meraviglia.

Da oltre quarant’anni Giorgio Armani sfida lo scorrere del tempo con i suoi colori attenuati, la fluidità dei tessuti, la decostruzione della giacca. In un sottile spazio di confine tra maschile e femminile, tra rigore ed indulgenza, è svelato il segreto della seduzione moderna.

All’Armani/Silos, Giorgio Armani offre una visione del suo mondo, il sogno di un’estetica misurata e senza tempo, che non ha cambiato soltanto il modo di vestire, ma anche il modo di pensare.

Costruito per la conservazione dei cereali, oggi questo grande spazio di 4.500 metri quadrati che si sviluppa su quattro piani, accoglie una selezione ragionata delle creazioni dello stilista, suddivisa per temi che ne raccontano l’estetica e la storia.

“Ho scelto di chiamarlo Silos perché lì venivano conservate le granaglie, materiale per vivere. E, così come il cibo, anche il vestire serve per vivere” – Giorgio Armani

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Androgino

“Trovo lo stile androgino carico di un fascino misterioso e seducente”

Il più possibile semplice, pura e nitida: è questa la moda secondo Giorgio Armani. Nella sua approfondita esplorazione della giacca, capo fondamentale per il giorno, lo stilista interviene sui concetti originali dell’androginia conservando il gusto della femminilità e di un’eleganza che mostra sempre misura e discrezione.

Conosciuto per i suoi colori neutri ed i tessuti rivisitati della tradizione maschile, Armani ama la fusione di elementi rigorosi della sartoria maschile con la morbidezza di quella femminile dando vita ad un abbigliamento modellato con fluidità.

Negli anni il tailleur di Giorgio Armani si è evoluto rimanendo però fedele alle sue origini.

“Il gioco della fusione di maschile e femminile è da sempre uno dei caratteri del mio stile. Penso che una donna in abiti di taglio maschile sia quanto mai intrigante”

 

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Etnie

La forte influenza esercitata dalle culture non occidentali si ritrova negli abiti di Giorgio Armani che utilizza elementi ispirati a etnie lontane e li interpreta con il suo stile inconfondibile. India, Africa, Cina, Giappone, Persia, Arabia, Siria e Polinesia sono alcuni dei luoghi che hanno ispirato lo stilista.

“Nella mia ricerca di una moda pura, ho sempre avvertito una naturale affinità con etnie lontane, con modi di vivere l’abito che hanno la perfezione senza tempo dell’archetipo e l’eleganza assoluta di ciò che ha superato la storia senza corrompersi, diventandone parte, per sempre. C’è un’allure speciale negli abiti tradizionali dei popoli, nel gusto sempre singolare della decorazione e della linea, nella ricchezza dei colori e nella portabilità. C’è anche poesia, almeno ai miei occhi di viaggiatore della fantasia, che si lascia trasportare dalle onde del pensiero e dello stile. Evitando la citazione tale e quale di forme, stili e decori, preferisco la reinterpretazione insieme decisa e sfumata. È questa la mia personale idea di esotismo: immaginare e reinterpretare l’altrove, cogliendone la purezza, la capacità di emozionare.”

 

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Stars

Un legame stretto unisce Giorgio Armani al mondo del cinema e dello spettacolo. Dallo schermo al red carpet, divi e dive indossano gli abiti dello stilista, diventano suoi amici ed entrano a far parte del suo mondo.

“La notte degli Oscar, con il red carpet che la precede, è da sempre per me un momento di grande emozione perché amo il cinema e perché con Hollywood ho un rapporto privilegiato. Quando ho cominciato a vestire le star di Hollywood era un momento di forte e generalizzato cambiamento. Gli attori desideravano indossare capi che li esaltassero, ma che non fossero travestimenti, ed era esattamente il tipo di rivoluzione che io stavo portando avanti con la mia moda. Il dialogo è nato in modo spontaneo e naturale. E ancora oggi le star del cinema trovano i miei abiti un mezzo per esprimersi al meglio e mettere in risalto la loro personalità”

 

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Archivio Digitale

Nella cultura della moda contemporanea gli archivi raccontano il processo creativo: sono stanze delle meraviglie, luoghi di ricerca, di rappresentazione e rilettura del passato, momenti conoscitivi per inventare il futuro.

Con il progetto del’Archivio Digitale Giorgio Armani mette a disposizione del pubblico il proprio archivio, offrendo un’inesauribile serbatoio di idee, la possibilità di ricostruire tutte le fasi della progettazione e del metodo di lavoro dello stilista, illustrandone il processo creativo.

L’archivio raccoglie circa mille outfit suddivisi per stagioni e collezioni, duemila capi ed accessori, numerosi bozzetti, video di sfilata e di backstage, foto di campagne pubblicitarie iconiche.

Armani/Silos è un work in progress, un laboratorio in cui nulla è permanente, che verrà continuamente arricchito da nuovi materiali.

Grazie Re Giorgio!