Picasso in autunno a Milano

Il rapporto di Picasso con la città di Milano è profondo e speciale, tanto che il Maestro scelse proprio questa città per presentare al mondo, nel 1953, la “Guernica”, che venne esposta a Palazzo Reale, nella sala delle Cariatidi, fu la prima di una serie di mostre a lui dedicate nei decenni a seguire.

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Così il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha annunciato alla stampa la prossima mostra che in autunno sarà dedicata a Pablo Picasso:

«Quando nel 1953 Picasso scelse Milano e la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale, in parte distrutta dalla guerra, per mostrare al mondo Guernica, simbolo della sua straordinaria capacità espressiva, tra il suo genio e la nostra città nacque un legame unico e reso evidente, ad ogni ritorno delle sue opere, da una appassionata partecipazione di pubblico. E’ stato così nel 2001 con 450.000 visitatori e nel 2012 con più di mezzo milione. E’ indubbio quindi che Picasso piaccia a Milano e che grazie allo studio e al lavoro dei curatori e degli organizzatori la proposta culturale sia sempre stata all’altezza delle aspettative. Per questo confidiamo che anche questa nuova esposizione, che sarà a Palazzo Reale dal prossimo ottobre, saprà sorprendere ancora, forte della qualità e del valore di un progetto che ha scelto il tema della mitologia come filo conduttore, per svelare aspetti ancora inediti della produzione di questo eccezionale artista».

La mostra ha come titolo Picasso Metamorfosi, si terrà a Palazzo Reale, sarà fruibile dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019 ed divisa in sei sezioni:
1. Mitologia del Bacio – Ingres, Rodin, Picasso;
2. Arianna tra Minotauro e Fauno;
3. Alla Fonte dell’Antico – Il Louvre;
4. Le “Demoiselles” del Dyplon: tra greci, etruschi e iberici;
5. L’antichità delle metamorfosi;
6. Antropologia dell’antico.

Picasso sviluppò un rapporto assai fecondo con il mito e l’antichità e proprio questo aspetto è oggetto do questa esposizione.

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Troveranno posto 200 opere – fra quelle di Picasso e quelle di arte antica alle quali il genio si ispirò – provenienti dal Musée National Picasso di Parigi e da altri importanti musei europei come, tra gli altri, il Musée du Louvre di Parigi, i Musei Vaticani di Roma, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Musée Picasso di Antibes, il Musée des Beaux-Arts di Lione, il Centre Pompidou di Parigi, il Musée de l’Orangerie di Parigi, il Museu Picasso di Barcellona.

La mostra, promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e MondoMostreSkira, porta la cura di Pascale Picard, direttrice dei Musei civici di Avignone.

“Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su una mappa e unite con una linea, il risultato sarebbe la figura del Minotauro” scriveva Pablo Picasso nel 1935.

 

 

 

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Il ventaglio: una rappresentazione allegorica della vita

“Si apre, ha un inizio, una curva ascendente, un culmine, una curva discendente, una fine. Si chiude. Al suo interno può esserci di tutto. Ed in effetti sempre, in esso, è rappresentata la vita in qualche sua manifestazione…” – così Anna Checcoli (collezionista di ventagli, nonché studiosa e restauratrice) definisce questo oggetto, che possiede quel tocco di magia nel suo dischiudersi, nello scoprire i propri decori e la propria essenza.

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La sua origine si perde nella notte dei tempi, nella Preistoria, quando afflitti dalla calura e circondati dagli insetti, gli uomini agitavano grandi foglie. La sua evoluzione seguì l’evoluzione della storia, ne abbiamo tracce nell’Antico Egitto, in Grecia, nella civiltà etrusca e romana, nel Medioevo e, via via, sino ai giorni nostri.

Originariamente rigido (ventola), in seguito pieghevole, da Oriente ad Occidente apprezzatissimo sia dalle donne che dagli uomini. Sì, perché forse non tutti sanno, che indietro nel tempo, il ventaglio fu utilizzato dagli uomini quale simbolo di potere, arma da utilizzare in guerra, rappresentazione di uno status sociale.

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Un monaco Shaolin disse: “Il ventaglio è un’arma: chiuso assomiglia ad un coltello, aperto diventa uno scudo!”, tanto che nel Giappone feudale esisteva il Tessen – il pieghevole ventaglio da combattimento con le stecche di ferro, portato regolarmente dai Samurai.

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Proprio durante gli scambi commerciali con l’Oriente, il ventaglio pieghevole giunse in Occidente e nel XVI secolo Caterina De’ Medici lo fece conoscere ai francesi, che da subito lo apprezzarono, facendolo divenire un oggetto aristocratico indispensabile nell’etichetta di corte.

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La fama di questo oggetto si allargò a macchia d’olio: in Spagna divenne parte fondamentale nella danza del flamenco; in Italia si diffusero quelli raffiguranti vedute paesaggistiche che venivano spesso acquistati in ricordo di una visita nel Bel Paese, delle vere e proprie cartoline illustrate.

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Tanto diffuso era questo oggetto da essere finanche utilizzato come mezzo pubblicitario.

 

 

Vale inoltre la pena ricordare che tra il 1700 ed il 1800 fu inventato un vero e proprio linguaggio del ventaglio, che permetteva di comunicare a distanza: sostenerlo con la mano destra di fronte al viso, significava: seguimi; muoverlo con la mano sinistra: ci osservano; appoggiarlo sulla guancia destra: si e sulla sinistra: no.

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Fermo è il fatto che il ventaglio è sicuramente un accessorio simbolo di fascino, mistero e perché no, di eccentricità, un vezzo che anche gli stilisti come Valentino, Dior, Luis Vuitton, Balestra, Lagerfeld, ecc., in occasione della stagione estiva, propongono.

Per non parlare del fatto che molte dinastie reali non hanno certo rinunciato ad usarlo: regolarmente Letizia di Spagna se ne serve in occasioni ufficiali, così come la principessa Carolina di Monaco ed anche i Principi Alberto e Charlène di Monaco ne fecero distribuire agli invitati alle loro nozze religiose.

Un’ultima curiosità legata al ventaglio è quella che i giornalisti parlamentari italiani, ogni anno prima dello stop per le ferie, consegnano un ventaglio artistico al Presidente della Repubblica, della Camera dei Deputati e del Senato. Forse nella speranza che si schiariscano le idee sventolandosi?

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L’arte africana per Pablo Picasso

Pablo Picasso, uno dei maestri del XX secolo, nacque a Malaga nel 1881 e morì nel 1973 a Parigi, città nella quale egli visse gran parte della sua vita, essendovi giunto giovanissimo.

Come per tutti i grandi artisti la sua arte subì un’evoluzione e tutto il suo grande lavoro -parliamo di più di 50.000 opere fra disegni, sculture e pitture – è stato suddiviso in periodi:

  • il “periodo blu” (1901-1904),
  • il “periodo rosa” (1905-1907),
  • il “periodo africano” (1907-1909),
  • il “cubismo analitico” (1909-1912),
  • il “cubismo sintetico” (1912-1919).

Approfondiremo oggi il “periodo africano” ricordando anche che Picasso fu un collezionista di opere e sculture provenienti dall’Africa.

Il “periodo africano” iniziò con la realizzazione del quadro “Les demoiselles d’Avignon”, un olio su tela, realizzato nel 1907, di misura cm 243,9 * 233,7, conservato nel MoMA di New York.

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L’intera tela è occupata da cinque figure femminili, tre delle quali (a sinistra) appaiono con caratteristiche tipicamente iberiche, mentre le due donne di destra sono chiaramente ispirate da oggetti di artigianato africano.

In quest’opera non vi è prospettiva o profondità, il Maestro abolì lo spazio, quasi a simboleggiare una presa di coscienza riguardo ad una terza dimensione non visiva, bensì mentale.

L’immediatezza, la semplicità e la sintesi delle forme, caratteristiche tipiche dell’arte nera, sembrano ispirare a Picasso il superamento delle tradizionali leggi prospettiche.
Lo stesso linguaggio della scultura africana costruito su segni codificati (rettangolo per la bocca, cilindro per gli occhi, foro delle narici per il naso, ecc.) non rispettava i canoni accademici ai quali Picasso non intendeva più inchinarsi, ed ecco che egli intuì tutta la carica emotiva che le opere africane offrivano e le trasformò in nuove concezioni dell’arte: “L’opera deve creare forme, non imitarle. E questo, lo scultore africano l’ha sempre saputo”.

Si può forse affermare che il “periodo africano” è stato il periodo di demarcazione fra la sua precedente produzione artistica e quella successiva.

Un’altra opera significativa del “periodo africano” è “Tre donne”, un dipinto meraviglioso che porta sulla tela la scultura, cioè che prende l’arte scultorea africana, la scompone, per ricomporla sulla tela.

Picasso fu uno dei pochi pittori che interpretò opere d’arte famose, facendole sue e proponendole in un modo diverso, trascinandole nel suo tempo storico, adattandole al proprio contesto storico e cambiandone l’identità. Non “rovinò” o emulò quelle opere ma le rivisitò.

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“Le Tre donne” è un olio di 200 * 178 cm attualmente conservato a San Pietroburgo nel Museo dell’Ermitage. Si tratta di una composizione dai volumi molto marcati, le donne hanno dei fisici muscolosi e ben definiti, appaiono come se fossero scolpiti nella tela.

In questo periodo Pablo Picasso giunge alla simultaneità delle immagini – presenza contemporanea di più punti di vista – caratteristica tipica del nuovo nascente linguaggio cubista.

 

Gaudì – l’artista che cambiò l’aspetto di Barcellona

Antoni Gaudí i Cornet nacque nel 1852 a Reus, in provincia di Tarragona. La sua era una famiglia di artigiani che si occupavano della lavorazione del rame e di altri metalli, così che Antoni bambino si trovò ad osservare il papà ed il nonno che abilmente creavano oggetti nel laboratorio di famiglia.

Nel 1868 si trasferì con il fratello a Barcellona dove cominciò a studiare architettura dimostrando da subito doti non convenzionali. In quel periodo Barcellona era una città in trasformazione, pronta ad adottare i cambiamenti ed a vivere un vera e propria metamorfosi in una città moderna, quindi Gaudì si trovò a formare il suo stile in un clima frizzante, stile considerato rivoluzionario quanto geniale, tanto che l’artista riusciva a trasformare un edificio in qualcosa di fiabesco.

Pensate, ben sette dei suo capolavori sono nella lista dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO:

  • Parco Güell – 1900-1914,

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  • Palazzo Güell – 1886-1888,

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  • Sagrada Família -1883 incompiuta,

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  • Casa Batlló – 1904-1907,

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  • Casa Milà – 1906-1912,

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  • Casa Vicens – 1883-1888,

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  • Cripta della Colonia Güell – 1898-1915.

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Le sue idee, del tutto innovative, hanno reso l’architettura in grado di innestarsi con l’ecologia e la spiritualità. Non dimentichiamo che l’artista era fortemente religioso,  tanto che il suo lavoro appare come un atto di devozione pura; lavorando alla Sagrada Familia – la sua opera maestra rimasta incompiuta – egli ebbe a rispondere a chi lo sollecitava: “Il mio committente, Dio, non ha fretta”.

Egli cominciò a lavorare alla Sagrada Família dal 1891 e vi si dedicò sino alla sua morte,  certo che non avrebbe mai visto l’opera conclusa; secondo molti critici, quest’opera fu concepita per non essere mai terminata, appare come qualcosa a cui ogni generazione dovrà aggiungere qualcosa, trasformandola in una “preghiera collettiva”, in un vero e proprio omaggio a Dio da parte del popolo catalano.

Gaudí trasse ispirazione dalla natura che tanto amava ed era solito dire: “Volete sapere dove ho trovato la mia ispirazione? In un albero; l’albero sostiene i grossi rami, questi i rami più piccoli e i rametti sostengono le foglie. E ogni singola parte cresce armoniosa, magnifica, da quando l’artista divino l’ha creata”.

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Le sue opere erano studiate nel minimo dettaglio ed al lavoro di architetto egli sommava quello del pittore, dello scultore, del ceramista, fino ad occuparsi dei dettagli realizzati in mosaico e ferro battuto, insomma un Artista a 360°, che sapeva coordinare ogni forma espressiva con poesia.

Morì il 10 giugno 1926, due giorni dopo essere stato investito da uno dei primi tram in funzione a Barcellona. I passanti che lo soccorsero nemmeno lo riconobbero per via del suo aspetto trasandato e fu trasportato all’Hospital de la Santa Creu – un ospizio per poveri dove appunto morì.

L’arte deve essere seducente.
Se le opere riusciranno a sprigionare seduzione,
non soltanto gli intenditori saranno interessati ad esse,
ma anche i profani.

Antoni Gaudí

Sicuramente Gaudí è riuscito nel suo intento, infatti le sue opere restano uniche ed irripetibili, sicuramente seducenti, un vero e proprio patrimonio inestimabile.

 

Viaggio by Roberto Pellegrini

Nella nostra vita
c’è un solo colore
che dona senso all’arte
e alla vita stessa.
Il colore dell’amore.

Marc Chagall

Sempre Marc Chagall, il pittore che incantato dall’amore lo ha trasformato in colore, ha scritto:

“Passa davanti a me e mi guarda. Bella. La profondità dei suoi occhi miti mi scaraventa in un universo in cui forme e superfici spalancano lo sguardo alla lucentezza dei colori e li accoglie, rimanendone accecato. La visione di lei produce in me un’istantanea esplosione di emozioni. I miei sensi entrano in comunione e valicano le logiche tecniche e fisiche della vista. È l’amore… Nelle nostre vite c’è solo un colore che dona senso all’arte e alla vita stessa. Il colore dell’amore.”

Ma l’amore è: un viaggio, una meta o, ancora, un viaggio per raggiungere una meta?

L’Amore inteso come energia penso sia una cammino incominciato in solitaria, per poi diventare un cammino di coppia ed infine trasformarsi in unione indissolubile.

Potremmo paragonare l’Amore ad una linea retta composta da tanti punti – le mete – che prosegue all’infinito in viaggio per l’Eternità.

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Viaggio

E’ nella certezza del respiro,
nel palpito segreto del cuore,
che custodisco il bagaglio prezioso
da portare con me,
per il domani che sarai,
per il futuro che sarà il mio viaggio,
nel viaggio che già sei,
nei miei giorni, nei miei pensieri…
Facile è perdersi nel gioco
delle partenze e dei ritorni,
quando partire è fuggire,
quando tornare è arrendersi,
quando fermarsi è dubitare…,
quando ricordare è svanire.
Questo viaggio non avrà una meta,
non onorerà una rotta
tra le stelle, non riconoscerà città
o porti sicuri: sarà ogni giorno,
sarà ogni notte cercarsi,
per ritrovarsi l’uno nell’altra,
nello stesso sguardo,
sullo stesso orizzonte,
dove il mare sussurra
e l’Anima ascolta…

by Roberto Pellegrini

L’amore … questo splendido viaggio che comincia in solitudine, sospinti dalla consapevolezza di aver imboccato la strada giusta, con nel cuore un bagaglio chiamato sentimento.

La certezza che la meta sta in quella metà verso la quale si sta viaggiando a vele spiegate.

Un viaggio oltre se stessi, durante il quale non si ha paura di perdere la strada del ritorno, perché ci si sente sicuri di essere diretti in un porto sicuro dove ci si fermerà per sempre, dove si aprirà il bagaglio e dove ci si perderà solo negli sguardi carichi di sentimento, nell’estasi della meta raggiunta.

Da qui il viaggio dell’Amore continuerà, non più soli, attraversando le pianure della Fiducia, le spiagge dell’Intimità, la tundra del Rispetto, guidati dalla bussola dell’emotività verso la Terra dell’amore duraturo … per l’Eternità.

Tratto dal libro “Il Sentiero dei Sogni” by Roberto Pellegrini e Madame Trebien

D’où venons-nous? Que sommes-nous? Où allons-nous?

Così Paul Gauguin titola il suo quadro, considerato un vero e proprio testamento dell’Artista, non solo artistico, ma anche spirituale; qui troviamo tutto il suo percorso di vita, dall’impressionismo parigino alle isole Oceaniche.

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La grande tela – 139,1 x 347,7 cm – è un olio su tela, oggi custodito a Boston, presso il Musuem of Fine Arts. Di grande qualità decorativa, non si limita all’apparenza delle cose, ma cerca di scavare nel profondo della dimensione umana, per cercare il confronto con i grandi interrogativi esistenziali.

L’inquietudine di Gauguin appare come un percorso senza fine, rivolto a traguardi che sembrano non essere di questo mondo; il suo “fuggire” dall’Occidente verso paradisi lontani, è la metafora reale della ricerca perenne e senza fine della serenità.

Scrisse alla moglie: “Possa venire il giorno (e forse verrà presto) in cui fuggirò nei boschi di qualche isola dell’Oceania, a vivere d’estasi, di calma e d’arte, circondato da una nuova famiglia, lontano dalla lotta europea per il denaro. Lì a Tahiti potrò ascoltare, nel silenzio delle belle notte tropicali, la dolce musica sussurrante degli slanci del mio cuore in amorosa armonia con gli esseri misteriosi che mi saranno attorno. Finalmente libero, senza preoccupazioni di denaro, potrò amare, cantare e morire“.

Riguardo al capolavoro in oggetto, Gauguin ebbe modo di dichiarare: “Ho cercato di tradurre il mio sogno in uno scenario suggestivo, senza fare ricorso a mezzi letterari e con una tecnica quanto mai semplice.”

Egli utilizza in quest’opera figure già presenti in altri quadri e li compone in una scena che ricorda i boschi sacri classici o rinascimentali, quasi ad assumere un significato universale.

Il dipinto si sviluppa in orizzontale, i colori dominanti (blu e verde) vengono esaltati da uso magistrale del giallo e dell’arancio ed il simbolismo di cui Gauguin è considerato un padre è onnipresente.

Ogni figura rappresentata è allegorica e carica di significato e lo stesso Gauguin, in una lettera a un suo amico, ci guida in una prima lettura della tela: “Ai due angoli in alto, dipinti in giallo cromo, reca il titolo a sinistra e la mia firma a destra, come un affresco guasto agli angoli applicato su di un fondo oro. A destra in basso, un bambino che dorme e tre donne accoccolate. Due figure vestite di porpora si confidano i loro pensieri. Un’altra che ho voluto assai grande e, in contrasto con la prospettiva, accoccolata, leva in alto il braccio e guarda quelle, stupita che non temano di pensare al loro destino. Nel mezzo un’altra coglie frutta. Due gatti accanto ad un bambino. Una capra bianca. L’idolo leva misteriosamente le braccia e sembra indicare l’altro mondo col suo ritmo. Una figura accoccolata, come ad ascoltarlo; una vecchia infine, vicina a morire e rassegnata a ciò che pensa, conclude la leggenda: ai suoi piedi uno strano uccello bianco che tra le zampe tiene ferma una lucertola. Sta a significare la vanità delle parole. Tutto ciò accade lungo un ruscello, sotto gli alberi. In fondo è il mare e le cime dell’isola vicina. Malgrado i diversi motivi di colore, il tono del paesaggio è tutto blu e verde veronese. Su questo fondo tutti i nudi staccano in vivo arancione”.

Paul Gauguin ha molto dipinto, ma a causa della sua vita nomade, molte suo opere sono andate perdute – ne conosciamo meno di un migliaio – ebbe una vita travagliata e tentò finanche il suicidio. Il destino ha voluto che uno degli artisti meno considerati in vita sia lo stesso il cui dipinto Nafea Faa Ipoipo – Quando ti sposerai – è stato venduto nel 2015 per 300 milioni di dollari.

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Uno sguardo in più, una parola in meno…

Può capitare di voltarsi all’improvviso, come se ci chiamassero, per accorgersi che, in realtà, qualcuno ci sta “semplicemente” guardando; e può succedere, invertendo i ruoli, di posare gli occhi su una persona e vederla girarsi di scatto verso di noi, come se le avessimo battuto l’indice su una spalla, per richiamare la sua attenzione…; circostanza, questa, che talvolta (e chissà poi perché?), suscita in noi un certo imbarazzo…

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Lo “sguardo” ha una “forza” tutta sua, particolare, magnetica, misteriosa… Ma indiscutibile.

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Gli occhi, del resto, “parlano” con un “linguaggio” silenzioso, certamente parente stretto della telepatia; un linguaggio profondo, in grado di scavalcare le barriere delle parole, così differenti da Paese in Paese, riuscendo a raggiungere sempre l’obiettivo: stabilire un contatto…; contatto che, ovviamente, può essere accolto, o garbatamente ignorato…

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Uno sguardo può esprimere gioia, o dolore; con i nostri occhi possiamo essere minacciosi, o “invitanti”; è possibile esprimere tenerezza, oppure la più tagliente indifferenza. Ed ancora: sono fin troppo espressivi gli occhi di chi versa in situazioni di disagio, o pericolo; e chi non conosce l’intensità di uno sguardo d’intesa, con il proprio partner, specialmente quando c’è il “tocco” di un serio coinvolgimento dei sentimenti?

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Lo sguardo è, innanzitutto, comunicazione; esso costituisce il “biglietto” da visita più intimo e diretto, con il quale ci presentiamo al nostro prossimo… Possiamo dimenticare qualunque altro dettaglio di una persona, ma non i suoi occhi.

Anche l’Arte, da sempre, ha immortalato “sguardi celebri”, ormai leggendari, tra i quali mi piace ricordare, a puro titolo di esempio, almeno i seguenti, che certamente tutti conoscono…

Di Leonardo DA VINCI (1452-1519),
La Gioconda (Monna Lisa) e La Dama con l’ermellino, custoditi entrambi presso il Louvre di Parigi;

 

di Michelangelo BUONARROTI (1475-1564)
La Sibilla, che possiamo ammirare nella
Cappella Sistina, a Roma;

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e poi, del CARAVAGGIO (1571-1610),
il Bacchino malato,
presso la Galleria Borghese, sempre a Roma.

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e per finire, di MONET (1840-1926),
la Giapponese,
presso il Museum of Fine Arts, a Boston.

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by Roberto Pellegrini