Vigevano, una città dal cuore antico

Non lontanissima da Milano, Vigevano è sicuramente una meta per una gita fuori porta da non farsi sfuggire, oserei dire emozionante.

Fu Ludovico Sforza, detto il Moro a volere la Piazza Ducale, alla realizzazione della quale lavorarono architetti della corte milanese, tra i quali Donato Bramante. Sicura è la permanenza di Leonardo da Vinci a Vigevano, che come sappiamo lavorò per il Moro per più di vent’anni. Il Castello, la Piazza Ducale, la Sforzesca, la rete dei navigli, i mulini sono la testimonianza tangibile della mano del Genio Leonardo.

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La Piazza Ducale fu costruita tra il 1492 ed il 1494 e rappresenta uno dei migliori esempi di architettura rinascimentale lombarda del XV secolo, voluta per dare lustro alla città, sede privilegiata del Ducato. Essa resta il cuore pulsante della città, circondata da portici ed arcate sorrette da colonne con capitelli che presentano fogge differenti tra loro.

La costruzione del Duomo, dedicato a Sant’Ambrogio, fu avviata dal Duca Francesco II Sforza nel 1532, ma la facciata barocca fu aggiunta in seguito per rimediare all’asimmetria dell’edificio con la Piazza Ducale antistante.

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La Torre del Bramante è il simbolo della città di Vigevano ed il suo particolare modello fu ripreso nel XIX secolo per la ricostruzione della Torre di Filerete nel Castello Sforzesco di Milano.

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All’interno del Palazzo Ducale è da poco stata aperta la “Leonardiana”, un luogo unico in cui attraverso un allestimento multimediale molto coinvolgente è possibile scoprire l’opera di Leonardo ed il suo rapporto con questa città: riproduzioni di disegni, dei taccuini da lui utilizzati quotidianamente e dei codici. Infine la Pinacoteca dove sono esposti tutti i dipinti attualmente conosciuti ed attribuiti al Genio, riprodotti in scala reale con tecniche speciali ad altra risoluzione. Impossibile non visitarla.

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Inoltre…

come ben saprete Vigevano ha una tradizione manifatturiera legata alla moda, proprio qui fu inventato il “tacco a spillo” ed ancora oggi vi si trovano aziende che producono scarpe di alta qualità. Ecco perché, proprio a Vigevano si trova il Museo Internazionale della Calzatura, ma di questo vi parlerò prossimamente…

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Moda, ma cos’è?

Su Wikipedia si legge: …”Il termine moda deriva dal latino modus, che significa maniera, norma, regola, tempo, melodia, modalità, ritmo, tono, moderazione, guisa, discrezione… Nei secoli passati l’abbigliamento alla moda era appannaggio delle sole classi abbienti, soprattutto per via del costo dei tessuti e dei coloranti usati, che venivano estratti dal mondo minerale, animale e vegetale. Prima dell’Ottocento l’abito era considerato talmente prezioso che veniva elencato tra i beni testamentari. I ceti poco abbienti erano soliti indossare solo abiti tagliati rozzamente e, soprattutto, colorati con tinture poco costose come il grigio. A questi si aggiungeva scarpe in panno o legno. Non potendo permettersi il lusso di acquistare abiti nuovi confezionati su misura, tali classi ripiegavano spesso sull’abbigliamento usato…

Non è facile dare una perfetta definizione della moda, se la si considera anche dal punto di vista culturale e sociale, essa, infatti, ha un’infinità di sfaccettature che la rendono interessante, ma difficilmente catalogabile.

Un vero e proprio sistema complesso in costante movimento, che proprio per questo, rappresenta la società al meglio, facendosi veicolo di espressione delle usanze e dei costumi di un particolare periodo. Ciò permette di ricostruire la storia non solo a livello di costume, ma anche di economia.

Come si legge su Wikipedia la moda segnava la differenza tra ceti sociali: ricchi e poveri – dico “segnava” perché ora non è più proprio così – oggi possiamo dire che la moda è anche un vero e proprio modo di comunicare la propria personalità; stile e gusto fanno parte del mondo della moda, pur non essendone dei sinonimi.

Fatto resta che la moda è epicentro di interessi da più punti di vista, ecco perché, sparsi nel mondo, esistono numerosi musei della Moda, citiamone alcuni:

  • Metropolitan Museum of Art

    La collezione del Costume Institute con oltre 35.000 costumi e accessori, rappresenta, cinque continenti e sette secoli secoli di abiti alla moda, costumi regionali e accessori per uomini, donne e bambini.

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  • MFIT (New York, Stati Uniti)Il Museo di FIT è conosciuto per le sue mostre speciali innovative e premiate.. Fondato alla fine degli anni Sessanta, è visitato da 100.000 persone ogni anno. Con una collezione permanente di 50.000 abiti e accessori dal XVIII secolo fino ad oggi, il Museo di FIT pone l’accento su abiti esteticamente e storicamente significativi, con un occhio verso la moda contemporanea d’avanguardia.

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  • FIDM (Los Angeles, Stati Uniti)Il museo si trova al piano terra del campus di Los Angeles dell’Istituto di moda di design e merchandising e ospita una collezione di oltre 12.000 costumi, accessori e tessuti del XVIII secolo fino ad oggi, compresi i costumi cinematografici e teatrali. Il Museo FIDM ospita inoltre la prima Collezione di Costume di Hollywood in prestito presso la città di Los Angeles, Dipartimento di Parchi e Ricreazione. Presenta l’esposizione annuale del costume di movimento cinematografico nelle gallerie.

 

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  • Kent State University Museum (Kent, OH)Il Museo del Kent State University accoglie gli studenti e il grande pubblico per visualizzare, studiare e ricercare dalla sua collezione di moda storica, contemporanea e mondiale. La collezione va oltre l’abbigliamento e i tessuti per includere anche vetro americano, mobili, dipinti e altre arti decorative. Il Museo ospita anche una biblioteca di libri e periodici storici dedicati alla moda e alle arti decorative.

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  • V&A MuseumE uno dei musei d’arte e design leader a livello mondiale, ospita una collezione permanente di oltre 2,3 milioni di oggetti che coprono più di 5.000 anni di creatività umana. Il museo custodisce molte delle collezioni nazionali del Regno Unito e alcune delle più grandi risorse per lo studio di architettura, dei mobili, della moda, dei tessuti, della fotografia, della scultura, della pittura, della gioielleria, del vetro e della ceramica.

    Elementi chiave della collezione comprendono abiti del XVII secolo, “mantua” del XVIII secolo, abiti da sera degli anni ’30, abiti da sera degli anni ’60 , inoltre un numero crescente di pezzi da designer del ventunesimo secolo.

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  • Fashion Museum, Bath InglandCi sono quasi 100.000 oggetti nella collezione, che vanno dai guanti decorati dal tempo di Shakespeare a moda dai designer più importanti di oggi nella collezione Dress of the Year. Questi oggetti preziosi, mostrando diversi aspetti della storia della moda, sono stati (per la maggior parte) forniti al museo da molti generosi donatori e organizzazioni durante i più di 50 anni di attività del museo.

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  • Musée de la Mode et du Textile (all’interno del Louvre, Parigi, Francia)Oggi, il museo occupa 9.000 metri quadrati e presenta circa 6.000 oggetti nella collezione permanente. Nella collezione, sono presenti opere che rappresentano la storia del costume dal Reggimento francese ad oggi (16.000 costumi e 35.000 accessori moda) e tessuti del VII secolo in poi (30.000 esemplari), così come arredamento d’interni, mobili , oggetti d’arte, carta da parati, arazzi, ceramica, bicchieri e giocattoli dal Medioevo al presente.

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  • Musée Galliera (Parigi, Francia)La collezione è dedicata all’abbigliamento e al costume, coprendo momenti chiave della storia della moda e mettendo in mostra i designer iconici francesi. La collezione del museo comprende abiti e accessori dallo streetwear all’alta moda. Il dipartimento del XVIII secolo ospita una delle più grandi collezioni di abbigliamento del mondo dell’età dell’illuminismo. Le sue collezioni sono tutte temporanee.

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  • Museo del Traje (Madrid Spagna)Con circa 160.000 tra oggetti e documenti, il museo del Traje ha una collezione di abbigliamento, gioielleria e accessori storici, contemporanei e tradizionali (con particolare attenzione ai costumi e designer spagnoli).

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  • Kyoto Costume Institute (Kyoto Giappone)La collezione KCI attualmente va dal XVII secolo ad oggi, con più di 12.000 capi di abbigliamento e 16.000 documenti. L’istituto ha ricevuto donazioni da alcuni dei migliori stilisti e case di moda di oggi come Chanel, Christian Dior e Louis Vuitton.

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E l’Italia? Patria di ineguagliabili stilisti?

Ci stiamo ancora lavorando. Sob!!!

…Artisti, Poeti? “Genitori”, se vi pare!

Cos’è una Poesia?

La Poesia è un “cerchio” che si chiude; è il percorso compiuto, che parte dalle emozioni vissute da un Poeta e si conclude con quelle suscitate nel Lettore (Pubblico).

Chi scrive Poesie (e non ha nessuna importanza il “livello”, se di livello vogliamo, inutilmente, discutere), lo sa bene: ci sono emozioni, stati d’animo particolari che “sobbollono” in fondo all’anima e che, ad un tratto, cercano uno “sfogo”, una “via di fuga” che li porti in superficie; che li porti alla luce…

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E la via naturale capace di consentire tutto questo è proprio – nel caso del Poeta -, la Poesia, appunto.

Una Poesia (mi sia concesso l’accostamento un po’ forte…), è simile ad una sorta di “gestazione”: una volta “fecondata” dal “seme” di un’emozione, l’anima del Poeta lascia “crescere” in sé “qualcosa”; e quando il “travaglio” si compie, il “vagito” silenzioso è quello di una nuova Poesia.

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Non a caso i Poeti (come tutti gli Artisti ed i Creativi, in genere), vivono i propri “ lavori” come “creature”, come “figli”, in qualche modo, proprio in quanto “emanazioni” dirette della propria più remota intimità…

Vorrà, saprà il Lettore accogliere benevolmente, tra le sue braccia, questo “esserino” che muove i suoi primi passi?

Ecco: questo è l’interrogativo che, sia pur per un solo attimo, si affaccia nella mente di un Poeta (e di ogni Artista…), quando l’Opera è compiuta…

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La Poesia, come l’Arte tutta, è l’ incontro, anzi, di più: è l’abbraccio emozionale tra chi “crea” (Poeta/Artista), e chi “accoglie” (Lettore/Pubblico)…

Torneremo sull’argomento…?

by Roberto Pellegrini

I gioielli – ornamenti tanto amati

Nel nostro pensiero “gioielli” significa “qualcosa di prezioso”, ma non è sempre stato così. Nella preistoria, quando il metallo non era ancora lavorato, i gioielli erano fatti di materiali non preziosi, come conchiglie, ciottoli e denti di animali.

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Quindi possiamo dire che i gioielli sono vecchi come il genere umano, dalla cultura primitiva alla civiltà moderna, da est a ovest, con l’utilizzo di materiali e stili diversi l’uomo ha, da sempre, amato adornarsi.

L’uso dei gioielli, nella preistoria, così come oggi, è da considerarsi anche come un mezzo di comunicazione, oltre che di ornamento. Attraverso i gioielli si comunica: gerarchia, prestigio e potere, ossia si comunica lo status sociale, ma non solo… ai gioielli si attribuiscono anche funzioni di amuleti e talismani, segnano spesso occasioni speciali – maggiore età, stato civile, maternità.. – e riflettono e comunicano il carattere e lo stile di chi li indossa.

 

La creatività nella gioielleria è illimitata ed è cambiata con lo scorrere del tempo, adattandosi a scollature, lunghezze e materiali diversi.

I gioielli ritrovati nell’Asia occidentale, risalenti al periodo compreso tra il 5000 ed il 2500 a.C., illustrano una società con un gusto per gioielli raffinati e decorativi, nonché un’evidente rete commerciale che forniva materiali rari.

I Sumeri, come gli antichi Egizi, avevano preferenza per lapislazzuli e corniole, miste ad agate, ametiste, granati ed ovviamente oro, tanto oro. Faraoni, principesse, contadini e artigiani indossavano gioielli nella vita, ma anche nella morte, come testimoniano le tombe rinvenute.

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Nel Mediterraneo orientale del 2500 circa a.C. c’era la cultura minoica a Creta, che fu conquistata dai Micenei nel 1450 a.C. circa. I gioielli di quel periodo e dell’area sono caratterizzati da un’abbondanza di oro; i loro stili furono fortemente influenzati dai gioielli dei Babilonesi e degli Egizi. Così come, questi ultimi influenzarono i Fenici che erano commercianti colonizzatori del Mediterraneo orientale ed occidentale, dalla Siria alla Spagna. Gli Etruschi erano noti per la loro perfezione tecnica nell’oreficeria e soprattutto per la loro eccezionale tecnica di granulazione con granuli d’oro quasi polverizzati.

Gli orafi greci di epoca classica ed ellenistica erano rinomati per le loro capacità tecniche e per la loro abilità artigianale nella lavorazione dell’oro, una reputazione durata nel tempo. La Grecia non era ricca di risorse d’oro fino a quando il suo impero non fu esteso fino alla Persia nel IV secolo a.C.  I gioielli erano regali presentati alla nascita, compleanni e matrimoni, o anche come offerte votive alle statue di culto.

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Con la perdita dell’indipendenza greca e la vittoria dei Romani sulla Macedonia, Roma divenne un forte potere militare e politico. La ricchezza del nuovo impero attrasse molti artigiani greci verso Roma, ecco perché i Romani seguirono gli stili greci fino a circa il I secolo a.C, quando l’estetica dei loro gioielli cominciò a cambiare. I gioielli divennero senza pretese, le tecniche d’oro meno elaborate, i disegni semplificati, e fu posta più enfasi sulla scelta delle pietre e sull’uso del colore.

Il commercio fioriva nel vasto impero con province lontane ed i gioielli vennero prodotti a Roma, ad Alessandria e ad Antiochia. L’ornamento si diffuse socialmente ed ebbe una più ampia utilizzo, anche agli schiavi era permesso indossare gioielli fatti di ferro. Con l’economia fiorente del II secolo, i gioielli romani divennero più elaborati, pesanti e sfarzosi, un segno di ricchezza e status.

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In seguito, l’influenza artistica reciproca tra il mondo bizantino e il mondo in espansione dell’Islam fu evidente dalla metà del VII secolo in poi. L’influenza bizantina e islamica può essere vista anche nei gioielli delle tribù germaniche che occuparono gran parte dell’Europa dopo la caduta dell’impero romano d’occidente.

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Dal XII al XIII secolo uno stile internazionale in gioielleria si era evoluto. Forme e decorazioni in pietra mostrarono sorprendenti somiglianze in Inghilterra, Francia, Danimarca, Germania e Italia. Questo fenomeno presumibilmente può essere spiegato dalle rotte commerciali e dall’importazione di pietre preziose dal vicino e dall’estremo Oriente.

In Europa la transizione verso il periodo rinascimentale fu diversa a seconda del paese, a cominciare dall’Italia, che con le sue scoperte di monumenti e sculture antiche, fu importantissima per la rinascita delle culture dell’antica Grecia e di Roma, mentre nell’Europa settentrionale gli stili gotici continuarono molto più a lungo.

Nel XV secolo, Firenze e le corti della Borgogna dettarono tendenze nell’abbigliamento e nella gioielleria; così come, nei secoli XVI e XVII, la Spagna divenuta una grande potenza europea con colonie in tutto il mondo, impose lo stile spagnolo ad abiti e gioielli.

 

Nella seconda metà del XVII secolo, mentre la Spagna era in declino, la Francia divenne il centro economico e culturale più importante. Tutte le industrie di lusso fiorirono nella Francia di Luigi XIV. Le sete francesi di Lione e le mode del vestiario venivano esportate e, con esse, gli stili di gioielleria. Fu anche un periodo in cui le donne giocavano un ruolo sempre più significativo nella società. Per il loro abbigliamento, i broccati pesanti furono sostituiti da sete leggere in varie tonalità pastello. Lo splendore e i colori vivaci dei tessuti richiesero una diminuzione del colore dei gioielli. I ritratti del periodo illustrano una passione per le perle, infilate come collane o indossate come gocce sospese dagli orecchini, o da spille indossate sul petto, sulle maniche o nei capelli.

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Nel 1789 la Rivoluzione Francese ebbe effetti drammatici, non solo sulla politica e sulla vita della Francia, ma anche sull’Europa nel suo insieme. Fuori dalla Francia il mercato fu inondato dai gioielli e pietre preziose di coloro che riuscirono a fuggire ed i prezzi diminuirono drasticamente.

Il lusso torno in Francia con Napoleone quando proclamò il suo impero nel 1804. Sua moglie era una donna che faceva tendenza ed indossava la moda greca, che si riflettè anche nella gioielleria.

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Quando gli effetti della rivoluzione industriale e l’ascesa della classe media divennero particolarmente evidenti in Gran Bretagna, la borghesia cominciò ad imitare i gioielli dell’aristocrazia, ma al posto di diamanti, rubini, zaffiri e smeraldi vennero applicate pietre preziose come ametista, crisoprasio, tormalina, turchese e molti altri sostituti colorati. Come i vestiti anche i gioielli della sera furono differenziati da quelli per il giorno: le parure – collana, bracciali, spilla ed orecchini – erano per lo più destinate alla sera, mentre le demi-parure – spilla ed orecchini o collana ed orecchini – erano indossati durante il giorno.

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Giungiamo al XX secolo, quando durante la belle Époque, c’era voglia di rinnovamento e di oggetti di lusso, i gioielli espressero emozioni e le donne alate simboleggiarono l’emancipazione; la natura venne interpretata metaforicamente: temi come la nascita, la morte e la rinascita vennero espressi attraverso piante in vari stadi della loro vita. René Lalique pose le basi per la gioielleria degli artisti del XX secolo e introdusse nuove combinazioni di materiali, come l’oro prezioso con il vetro non prezioso. I diamanti vennero applicati con parsimonia, nel plique-à-jour lo smalto lasciava trasparire la luce, gli opali davano iridescenza e i materiali sembravano quasi smaterializzarsi. Per contro, l’argento con smalto e alcune pietre preziose definirono lo Jugendstil in Germania e la Secessione viennese in Austria, entrambi i movimenti ridussero la natura a forme geometriche stilizzate.

All’indomani delle guerre del XX secolo, i gioielli sperimentarono un abbandono dei valori tradizionali a causa dei cambiamenti radicali nella società. Come la moda, i disegni di gioielli seguirono i movimenti della cultura giovanile. Le donne divennero più indipendenti e iniziarono a comprare i loro gioielli, piuttosto che averli donati dai loro mariti come era stato tradizionalmente.

Negli anni ’50 e ’60 la voglia di lusso fu rappresentata da Hollywood con il suo mondo immaginario, le sue stole di visone ed i suoi diamanti in abbondanza. Durante questo periodo i gioiellieri in Europa trasformarono i gioielli in una forma d’arte libera.

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Dopo gli anni ’60, i gioielli iniziarono una svolta quasi rivoluzionaria con i gioiellieri freelance nei loro studi che correvano audacemente sul percorso delle belle arti: negli anni ’80 ruppero i confini esistenti di dimensioni e materiali e usarono materiali nuovi, non solo oro, ma anche gomma e addirittura carta.

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Più di ogni altro momento della sua storia, oggi i gioielli riflettono il carattere, le sensazioni e le emozioni di chi li indossa, i colori preferiti, il gusto, la comprensione delle arti e, ultimo ma non meno importante, l’individualità di ognuno.

 

Bibliografia
Andrews, Carol. Gioielli egizi antichi . New York: Harry N. Abrams, 1991.
Bury, Shirley. Gioielli 1789-1910: L’era internazionale . 2 voll. Woodbridge, Suffolk, Inghilterra: Antique Collectors ‘Club, 1991.
Daniëls, Ger. Gioielli popolari del mondo . New York: Rizzoli, 1989.
Dormer, Peter e Ralph Turner. The New Jewelry: Trends and Traditions . Edizione rivisitata. New York: Thames e Hudson, 1994.
Lightbown, Ronald W. Medieval Europe Jewellery: con un catalogo della collezione nel Victoria and Albert Museum . Londra: Victoria and Albert Museum, 1992.
Mack, John, ed. Gioielli etnici . New York: Abrams, 1988.
Phillips, Clare. Gioielli: dall’antichità al presente . New York: Thames e Hudson, 1996.
Magnificenza principesca: Corte dei gioielli del Rinascimento, 1500-1630 . Londra: Victoria and Albert Museum, 1980. Un catalogo della mostra.
Tait, Hugh, ed. Sette mila anni di gioielli . Londra: British Museum Publications, 1986.
Williams, Dyfri e Jack Ogden. Oro greco: gioielli del mondo classico . New York: Abrams, 1994.

L’Arte del Ricamo: occhi, mente e mani

Si è recentemente chiusa la settimana dedicata all’Haute Couture che ha presentato a Parigi le proposte Autunno/Inverno 2018-19. Sulle passerelle centinaia di abiti meravigliosi interamente realizzati e ricamati a mano, creazioni eterne in grado di stupire, sorprendere e far sognare, ma facciamo un passo indietro per scoprire qualcosa in più sul ricamo…

Finanche nella Bibbia si parla di vele ricamate, Omero fa riferimento alle ricamatrici di Sidone, nonché ai lavori di Elena e Andromaca, ma ad essere precisi l’arte del ricamo ebbe origine in Oriente o meglio in Cina per poi giungere in Occidente durante il Medioevo.

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Più tardi, furono i Saraceni a contribuire alla creazione di un centro del ricamo italiano, istituendo a Palermo una vera e propria officina del ricamo e da qui, gli italiani, che possiedono un gusto ed un’artigianalità apprezzabilissimi, hanno saputo spesso distinguersi per maestria.

Nella moda il ricamo viene usato per impreziosire abiti importanti e unici ed uno dei nomi italiani di spicco è Pino Grasso, l’artigiano milanese che collabora con i più grandi stilisti italiani e non. I suoi lavori pregiati e meravigliosi lo hanno reso, infatti, uno dei ricamatori più importante del mondo.

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Nel corso del vernissage della mostra sui trent’anni di attività di Valentino, allestita a Roma ai Musei Capitolini, mentre lo stilista presentava le sue creazioni all’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, costui, colpito dai ricami, chiese: “Ma chi li realizza?” Valentino rispose: “Sono quasi tutti italiani, del milanese Grasso”.

Fu così che i giornalisti di moda scoprirono che i ricami di una creazione di moda non sono solo opera degli stilisti, tanto che diciassette anni dopo, sempre durante una mostra su Valentino a Parigi, il nome di Pino Grasso venne scritto sulle targhette degli abiti da lui ricamati. Tale menzione non riguardava solo ed esclusivamente lui, ma comprendeva anche altri artigiani attivi nel settore della moda, italiani e francesi.

Ma un ricamo per la moda come nasce? Si tratta di una vera catena operativa dove occhi, menti e mani, danno vita ad una vera e propria, allegoricamente parlando, composizione che le ricamatrici suoneranno.

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Si comincia con la campionatura, poi il disegno tecnico – durante il quale le disegnatrici dovranno tenere conto della tipologia del tessuto inviato dallo stilista, delle gradazioni dei materiali, dei colori scelti e proporzionarli al disegno, secondo la taglia da realizzare; segue la bucatura – eseguita con una macchina “bucatrice”. I disegni così bucati serviranno alla disegnatrice per riportarli sulla superficie del supporto, sul quale si eseguirà il ricamo, attraverso la sequenza dello spolvero che consiste nel riportare il disegno sulle parti del tessuto già tagliato, “squadrato”, inviato dallo stilista. Il tessuto su cui viene appoggiato il disegno bucato è ben tirato e solidamente bloccato con dei pesi. Con un apposito tampone in feltro si spolvera la polverina, che può essere bianca per i tessuti scuri e nera per quelli chiari. Dopodichè le disegnatrici preparano una legenda per le ricamatrici, cioè una scheda in cui ogni materiale utilizzato per la realizzazione è codificato e riconoscibile dalle “petites mains” che daranno vita alla “sinfonia”.

In fondo le ricamatrici sono come dei musicisti che interpretano una composizione già studiata e preparata nei minimi dettagli, ognuna di loro con la propria mano e con la propria sensibilità come dei veri pianisti o violinisti, e che musica…!!!

 

Arte: la verità in una menzogna…?

Che cos’è l’Arte? Se lo sapessi, mi guarderei bene dal rivelarlo. Io non cerco, trovo.

Pablo Picasso, 1926

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Cosa si esprime nell’Arte? La “finzione”, o la “realtà”; la “menzogna”, o la “verità”?

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Arduo, e quantomai pretenzioso, suppongo, rispondere con certezza alla domanda, per la semplice ragione che una risposta esaustiva a questo interrogativo non c’è.

Che l’Arte tutta, nelle sue innumerevoli “forme”, attinga, tragga origine, dal “vero”, dal “reale” è fuori discussione, ma nel suo percorso di “rappresentazione”, tutto ciò che “è” finisce, inevitabilmente (e, direi, necessariamente), per divenire ciò che “si sente”.

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Il “reale”, cioè, nell’esperienza artistica si “evolve” in ciò che di esso è “percepito”; in ciò che di esso sia emotivamente presente nelle intenzioni, coscienti o no, dell’Artista.

Ed in questo consiste la rappresentazione artistica: filtrare l’”oggettivo” attraverso le lenti del “soggettivo”, dell’”opinabile”.

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Il percorso creativo dell’Arte fissa ciò che la realtà “è”, affermando ciò che la realtà “non è”, non è mai stata, né mai sarà.

Ed ecco il miracolo dell’Arte: il parallelismo riscontrabile, tra un mondo fittizio, inesistente, emozionale, con quello reale, da cui il tutto trae origine.

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L’Arte (“menzogna”), e la realtà (“verità”), non si identificano, quindi, ma tendono a “riconoscersi”, l’una nel riflesso dell’altra.

In definitiva, non esisterebbe la “menzogna” dell’Arte senza la “verità” che la realtà “genera”, semplicemente “esistendo”.

by Roberto Pellegrini

Haute Couture Paris: Arte, Artigianalità ed Eleganza

L’edizione Haute Couture Paris per la stagione Autunno-Inverno 2018/19, conclusasi ieri, è stata speciale, in quanto ha segnato il 150esimo anniversario della Fédération de la Haute Couture et de la Mode, l’organo di governo del fashion francese fondato nel 1868.

Poche sono le case che possono vantare l’appellativo di “maisons haute couture” – fra queste quindici sono francesi permanenti tra cui Christian Dior, Chanel, Giambattista Valli, Maison Martin Margiela, Givenchy e sei le straniere tra cui Valentino, Fendi e Giorgio Armani.

Ma la Camera della Moda francese ha ammesso a sfilare ben trentasei nomi incorporando brand ospiti. La categoria “membres invités”, che esiste  dal 1998, serve per permettere a nuovi marchi del lusso, francesi e stranieri, di poter far sfilare le loro creazioni assieme alle grandi maison e di utilizzare la dicitura “couture”.

Collezioni che raccontano universi fatti di tessuti pregiati, ricami preziosissimi, altissima artigianalità. Abiti da sogno che mostrano l’eccellenza degli atelier più prestigiosi del mondo.

 

 

 

Alberta Ferretti Limited Edition

Sempre cariche di femminilità le collezioni di Alberta Ferretti, che anche questa volta propone un’eleganza sensuale. Molto affascinate e di conseguenza piace molto questo guardaroba sexy e alquanto ricercato.

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Pare quasi un ammonimento quello di Karl Lagerfeld: la storia si ripete e bisogna stare attenti.

Lo stilista porta in passerella una collezione che si rifà agli anni Quaranta, composta per lo più da tailleur con le gonne longuette, diritte a fuso, con l’aggiunta di lunghi spacchi bordati di passamaneria su tessuto bouclé; ricompaiono modelli composti da sette/ottavi  con le maniche aperte e foderate di raso lucido.

Del resto la moda è fatta di continui ricorsi e come ben affermava la stessa fondatrice del brand Coco Chanel:

 “L’eleganza non consiste nell’indossare un vestito nuovo.”
Dior

Oggi che anche il prêt-à-porter ha raggiunto una sofisticata espressione industriale e produce abiti belli e preziosi, la Haute Couture non può rimanere un’espressione dedicata alle élites ma deve essere spiegata per il suo valore di idee applicate alla manualità alle nuove generazioni che sono state portate a pensare, invece, che la moda sia tutta uguale”. Così Maria Grazia Chiuri parla della sua sfilata poco prima che vada in passerella e prosegue: “Siamo troppo chiusi nel nostro presente, il che ci fa perdere un sano legame con il passato e la prospettiva del futuro che non è composto da una serie di attimi. In questo senso un abito di alta moda può essere la proiezione di un sogno che si realizza. Ma non quello che esprime la capacità economica, ma un sogno che si riappropria della valore della realtà, della ricerca, della immaginazione di un futuro”

Giacche Bar con le maniche ad ali di pipistrello, abiti bustier che si allungano in una gonna a pieghe, abiti costruiti con una successione di ruches verticali, mantelle che partono strette sulle spalle e si aprono con larghe pieghe, abiti con i fiori applicati in 3 D, abiti in velluto sabré – tecnica che solo due donne in Francia sanno fare -, abiti costruiti con una sovrapposizione di chiffon, tulle, pizzo e pizzo ricamato tutti in color nudo, tutto questo nella collezione Haute Couture di Dior.

Giorgio Armani Privé

Giorgio Armani osserva l’Arte, l’accoglie, la comprende, la esalta, la crea e la trasforma in abiti, in modo sapiente, geniale, come solo gli italiani sanno fare.

La creatività di Giorgio Armani, attraverso questa sontuosa collezione, invia dall’Italia un messaggio di cultura, di bellezza, di sensibilità.

Dichiara: “Io devo inventare, sono tenuto a farlo. Questo è il mio mestiere. Non faccio questo lavoro per pettinare le bambole. Con questa collezione vorrei indicare alle donne millennials e a quelle che si mascherano da millennials come si veste una donna per essere più bella, più charmante. Anch’io in passato, e proprio per il mio Privé, ho disegnato delle cose bizzarre, ma ho notato che quando una donna non vuole apparire banale e omologata sceglie gli abiti che donano di più al suo aspetto e alla sua personalità. Ora, dopo la confusione creata dai tanti esercizi di stile che hanno trasformato il prêt-à-porter in un continuo streetwear, sento che c’è bisogno di fare chiarezza. Ecco perché ho fatto una collezione che è un po’ una storia della Moda. Che è una Storia importante accanto a tutte le altre Storie”

Tailleur con i pantaloni un po’ larghi in seta o georgette, bustier con gocce di cristallo, gonne lunghe a ampie ricamate con un nodo d’amore in perline, giacche nere con strati di frange turchesi in perline che nascondo il colore sottostante, cappotti portati sopra ai pantaloni, giacche con collier di jais neri incorporati, abiti eleganti come quelli delle donne dei quadri di Boldini, abiti metallici dorati, abiti interamente spalmati con perline di cristallo e poi alcuni dichiarati omaggi ai grandi della Haute Couture francese che lascio a voi scoprire…

A quasi 84 anni Re Giorgio ha ancora voglia di stupire… Chapeau!!!

 

Giambattista Valli

Abiti da cocktail in chiffon di seta drappeggiato e increspato, vestiti di macramé “jardin de fleurs” ricamati e cappotti da cocktail realizzati con estrema bravura fatti con specchi di cristallo, abiti da ballo con tante increspature e volant tagliati corti davanti e a pagoda dietro e… una standing ovation per lo stilista al termine della sfilata.

Fendi Couture

Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi hanno presentato una collezione che si chiama:

 “Indovina che cosa stai vedendo?”

E’ così che in passerella sfilano una giacca costruita con 900 strisce di uno strano tessuto che poi si scopre essere visone rasato, intarsiato e colorato, poi una gonna con 1000 quadrati tagliati e ricuciti, un cappotto che sembra di pelliccia, ma che, oibò, è realizzato tagliando chiffon, e poi un tailleur che sembra di pelliccia maculata e invece no, sono paillettes che mimano il contropelo della pelliccia oppure un abito con gonna in tulle sulla quale sono cuciti 3000 fiori di visone, e per finire due cappotti completamente uguali: uno in velluto e l’altro in ermellino, ma l’effetto è assolutamente identico.

Insomma un inganno per i nostri poveri occhi!

 

Schiaparelli

Elsa Schiaparelli, fondatrice della maison, possedeva fantasia e determinazione da vendere e nella vita quotidiana materializzava la sua affermazione: “La fantasia è un fiore che muore nella passività. Per crescere, ha bisogno di determinazione”.

Ai giorni nostri, la maison è diretta da Bertrand Guyon al quale sicuramente la fantasia non manca e per la collezione Haute Couture le dà libero sfogo creando abiti sui quali si materializza la metamorfosi che molti animali possiedono in natura.

Ecco che troviamo pantaloni e gonne che si sovrappongono, pizzi che “sposano” tulli, in perfetto stile surrealista, caratteristica insita nel marchio stesso.

Givenchy

Battezzata Caraman questa collezione Haute Couture è dedicata dall’odierna direttrice artistica Clare Waight Keller, al couturier Givency, fondatore della maison.

La Keller dichiara che la collezione è una celebrazione “delle ispirazioni creative, del lavoro e dell’innato senso di eleganza” di Hubert de Givenchy, recentemente scomparso. 

Il grande couturier Givency fu uno dei primi che riuscì legare al sua fama al sistema cinematografico, annoverando tra le sue clienti Audrey Hepburn, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Jeanne Moreau, Ingrid Bergman, Lauren Bacall, Jean Seaberg, non solo, ma anche figure come Grace di Monaco, Jacqueline Onassis e Wallis Simpson.

In questa collezione si ritrovano tutti i classici di Givency: l’abito in tessuto argentato con la cappa a mezza tunica bianca sovrapposta, le cappe interamente intessute con le piume, le camicie smoking, le asimmetrie degli abiti lunghi drappeggiati sovrapposti da mezzi abiti lisci e dai mezzi abiti in velluto, stole di piume, abiti intessuti di strass, paillettes e pietre dure.

Speriamo però che Clare Waight Keller ci mostri quanto prima qualche sua idea e non solo il rifacimenti di quanto creò Hubert de Givenchy.

Valentino

Premettendo che sono indiscusse le capacità e la genialità di Pierpaolo Piccioli, così come innegabili sono la qualità dei tessuti e l’altissima artigianalità di realizzazione dei capi, mi sovviene però una riflessione: in questa collezione Haute Couture non vi è un filo conduttore.

Piccioli stesso dichiara: “Ho iniziato a lavorare alla collezione senza pensare a un tema o a un’ispirazione. Non ho costruito un mood board e ho cominciato semplicemente a lavorare. Quando ho capito che stavo mettendo insieme epoche diverse, silhouettes diverse, riferimenti alla mitologia greca, a Pasolini e a Medea, al Rinascimento, al Settecento ho avuto il sospetto che l’insieme non avesse senso. Poi, improvvisamente l’ho trovato. Ho capito di aver messo insieme il senso del mio tempo interiore”.

Nessun filo conduttore, tanto che ogni sarta o sarto ha inventato un nome per l’abito che ha realizzato, si passa, così, da Sogno ad alta voce – una cappa che da una parte ha l’illustrazione di Leda e il cigno e dall’altra quella di Narciso e copre una “tuta Palazzo” in colore ottanio –  a Domenica, a Liza Minnelli – cappa di chiffon completamente paillettata in verde profondo, a Orchidea – giacca di lamé dorato che copre una blusa trasparente rosa con volants alla maniche e i bermuda in verde argilla, ad Amore fuggente,  ecc.

Io, nonostante le standing ovation dei presenti, se mi trovassi al posto di Monsieur Piccioli, la prossima volta sceglierei un tema.