I colori hanno un linguaggio: quello delle emozioni

“Il colore è un mezzo per esercitare un influsso diretto sull’anima.
Il colore è il tasto.
L’occhio è il martelletto.
L’anima è un pianoforte con molte corde.”
Così affermava Wassily Kandinsky ed io mi trovo perfettamente d’accordo con lui.
Ogni colore trasmette emozioni, ogni tonalità ed ogni combinazione influiscono sulla psiche umana, tanto da diventare oggetto di studi e da essere ossessione e tormento di un altro grande maestro: Claude Monet.
Il fenomeno ottico di ogni colore stimola il cervello in modi diversi, questa teoria ci perviene da molto lontano, gli egizi infatti, ad esempio, associavano il rosso all’ira degli dei ostili. Oggi, dopo approfonditi studi sui colori, si applicano dei modelli nell’ambito del marketing, o meglio nel neuromarketing.
Per esempio…
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… il colore bianco è simbolo di purezza, onestà, infonde pace e tranquillità.

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… il colore rosso è il colore dinamico per eccellenza, caldo, seducente, quasi aggressivo (pensate aumenta persino il ritmo cardiaco).

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… il colore verde è associato alla natura, alla rinascita, alla pace, alla tranquillità.

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… il colore giallo rappresenta l’ottimismo, ma stanca facilmente, tanto che, se troppo intenso, stimola il pianto dei bimbi piccoli.

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… il colore rosa equivale a tenerezza, cortesia e romanticismo.

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… il colore lilla ha un non so che di magico e spirituale.

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… il colore arancione è caldo ed entusiasmante.

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… il colore nero è mistero, potere ed eleganza.

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E per finire un’attenzione particolare per il colore blu, il colore che riduce lo stress ed induce alla calma. Se chiudete gli occhi e pensate al mare o ad un cielo limpido vi accorgere che, questo colore, in tutte le sue gradazioni, vi regala un senso di benessere e di relax.  Tutto ciò trasforma il blu nel colore antistress per eccellenza, che regala una meravigliosa sensazione di immensa e confortante tranquillità.

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Se vi trovate, come spesso accade, durante una giornata di intenso lavoro, in un momento di particolare tensione, provate ad affacciarvi alla finestra ed ad immergere lo sguardo nell’immensità del cielo.

 

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Pan Gu separa cielo e terra

Mi capita spesso, specialmente quando il cielo è limpido e la volta celeste offre uno spettacolo mozzafiato (…ed assolutamente gratuito), di “rimbalzare” col pensiero su quel poco che ricordo circa la nascita dell’Universo e, quindi, anche del nostro meraviglioso mondo… E mi viene sempre in mente la celeberrima teoria del “Big Bang”: chi non è mai sentito parlare?

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Beh, rinfreschiamoci la memoria…: il Big Bang (in inglese “Grande Scoppio”) è un modello cosmologico basato sull’idea che l’universo iniziò a espandersi a velocità elevatissima in un tempo finito nel passato a partire da una condizione di curvatura, temperatura e densità estreme e che questo processo continui tuttora.

Per dirla con le parole di P.J.E. Peebles: “L’essenza della teoria del Big Bang sta nel fatto che l’Universo si sta espandendo e raffreddando. Lei noterà che non ho detto nulla riguardo a una “esplosione”. La teoria del Big Bang descrive come il nostro universo evolve, non come esso iniziò”.

La Mitologia Cinese sostiene una propria tesi (alquanto suggestiva), sull’argomento, che mira, in particolare, a spiegare come, in un tempo lontanissimo, furono separati il cielo e la terra, sul nostro pianeta…

State a sentire.

Secondo la leggenda, all’inizio cielo e terra non erano separati. L’universo era come un grande uovo caotico e buio all’interno, senza che si potesse distinguere fra sopra e sotto e nord, sud, est ed ovest. Ed ecco che nell’ uovo nacque un grande eroe, ossia Pan Gu, che separò cielo e terra.

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Pan Gu si formò nell’uovo per 18 mila anni e alla fine si svegliò. Aperti gli occhi, vide solo oscurità e sentì un gran caldo, al punto da non poter respirare. Volle alzarsi, ma non ci riuscì, perché il guscio dell’ uovo gli pressava il corpo. Neanche, stendendo braccia e gambe, riuscì a liberarsi. Furioso, impugnò un’ascia che aveva con sè dalla nascita e la alzò, ed ecco che un gran fragore il grande uovo si spaccò improvvisamente: le materie leggere al suo interno salirono formando il cielo e quelle pesanti discesero a formare la terra.

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Pan Gu fu molto felice di aver separato cielo e terra, ma per timore che si riunissero di nuovo, si mise a tenere alto il cielo col capo, premendo la terra coi piedi, dando prova dei suoi poteri magici. Crebbe allora di 3 metri al giorno, e così pure il cielo, mentre la terra si ispessiva di altrettanto. Così trascorsero 18 mila anni. Pan Gu nel frattempo era diventato un gigante fra cielo e terra, alto 45 mila km. Così dopo decine di millenni, finalmente cielo e terra si stabilizzarono, senza più riunirsi e Pan Gu potè finalmente riposarsi. Tuttavia, sfinito a morte, non ebbe più l’energia di sostenersi, ed il suo corpo gigantesco crollò a terra.

Al momento della morte, nel suo corpo avvennero enormi cambiamenti: il suo occhio sinistro diventò il sole rosso e l’occhio destro la luna d’ argento, il suo ultimo respiro originò nuvole e vento, l’ultima parola il tuono, i capelli e la barba le stelle brillanti, la testa, le mani e i piedi le quattro direzioni e gli alti monti, il sangue i fiumi e i laghi ed i vasi sanguigni le strade, mentre i muscoli si trasformarono in terra fertile, i peli in fiori e alberi, le ossa e i denti in oro, argento, bronzo, ferro, giada e pietre preziose ed il sudore in pioggia e rugiada.

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Così nasceva il mondo…

a cura di Roberto Pellegrini

La sismologia in Cina: tra mito e scienza

Nel vasto panorama culturale Cinese, Mitologia, Letteratura, Scienza, Filosofia e Leggenda spesso si confondono, perdendosi l’uno nelle “pieghe” dell’altro, dando vita ad accattivanti “pagine” di sapere, da leggere tutto d’un fiato…

Ho trovato m​olto interessante, ad esempio, la storia che vi propongo oggi (…ma ve ne proporrò altre, credo…). L’atmosfera è, ovviamente, quella dell’antica Cina.

In questo racconto si cerca di fornire una spiegazione alla nascita della moderna Sismologia, (dal greco seismos = terremoto e logos = parola), che, com’è noto, è la branca della geofisica che studia i fenomeni sismici, in particolare i terremoti.

Buona lettura…

Al tempo della dinastia degli Han orientali (25-220), la capitale Luoyang e le aree circostanti erano spesso colpite da terremoti. Secondo le registrazioni storiche, nell’arco dei cinquant’anni dall’ 89 al 140, nell’area si verificarono 33 sismi, in particolare i due fortissimi dell’anno 119 colpirono più di dieci distretti, facendo crollare case e uccidendo uomini e bestie, inducendo una paura folle fra la gente.

Credendo di aver offeso il Cielo, l’imperatore impose nuove tasse alla popolazione per finanziare i sacrifici per propiziarlo. Uno scienziato del tempo chiamato Zhang Heng aveva condotto profonde ricerche nei settori dell’astronomia, del calendario e della matematica. Non credendo alla propaganda superstiziosa sui terremoti, riteneva invece che si trattasse di fenomeni naturali su cui si possedevano scarse conoscenze. A causa di tale situazione, egli intensificò le ricerche in merito.

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Egli osservò e registrò coscienziosamente ogni terremoto, analizzandone con metodi scientifici le origini. Dopo anni di esperimenti, nel 132 creò il primo strumento cinese e mondiale per la misurazione dei terremoti, chiamato “Didongyi”.

Lo strumento in bronzo aveva la forma di una giara tonda da vino del diametro di circa un metro, al centro del quale è posta una colonna di bronzo attorniata da otto colonnine. All’interno si trovano otto draghi di bronzo con le teste collegate alle otto colonnine interne: le teste, leggermente rivolte verso l’alto, puntano nelle otto direzioni di est, sud, ovest, nord, nord-est, sud-est, nord-ovest e sud-ovest. Ogni drago ha in bocca una sferetta di bronzo e al di sotto una rana accovacciata col collo alzato e la bocca aperta, pronta a raccogliere in qualsiasi momento la sferetta. L’aspetto delle rane e delle teste di drago è molto interessante, come stessero giocando fra loro, per cui per descrivere l’aspetto del sismografo si ricorse all’espressione “la rana gioca col drago”.

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Secondo la progettazione di Zhang Heng, in caso di terremoto in una direzione, la colonnina di bronzo del sismografo si inclinava verso quella parte, facendo muovere la testa del drago che apriva la bocca facendo cadere sonoramente la sferetta in quella della rana, comunicando così in quale direzione era avvenuto un terremoto, in modo che il governo provvedesse bene ai soccorsi e al lavoro conseguente.

Nell’anno 133 a Luoyang si verificò un terremoto esattamente monitorato dal sismografo di Zhang Heng. Nei quattro anni successivi nella zona di Luoyang tre altri sismi vennero misurati correttamente. Tuttavia un giorno di febbraio dell’anno 138 Zhang Heng si rese conto che la sferetta di bronzo nella bocca del drago rivolto a ovest era caduta nella bocca della rana sottostante senza tuttavia che fosse stato percepito alcun terremoto, per cui alcuni studiosi dubbiosi sullo strumento ne proclamarono l’inesattezza, affermando che poteva solo misurare i terremoti nei pressi di Luoyang. Tuttavia passati 3-4 giorni, arrivò un messaggero dalla provincia del Gansu, ad ovest di Luoyang, riferendo che si era verificato un terremoto.

Solo allora ci si convinse che l’apparecchiatura di Zhang Heng non era solo un gioco fra la rana ed il drago, ma un vero strumento scientifico. Da allora la Cina iniziò la misurazione a lunga distanza e la registrazione dei terremoti attraverso lo strumento. 

a cura di Roberto Pellegrini

…Brrrrrr!: sono i giorni della Merla!

Ci siamo dentro in pieno: stiamo vivendo i “Giorni della Merla”, cioè gli ultimi tre di Gennaio (ma, secondo altri, gli ultimi due di Gennaio e il primo di Febbraio…); in ogni caso, i giorni più freddi dell’anno, secondo la tradizione popolare (ma anche secondo il termometro appeso fuori dalla mia finestra, a onor del vero…!). Più farà freddo in questo periodo, e più sarà mite la Primavera: così si dice, almeno…

Sono andato a riguardarmi le due versioni più celebri dell’antica leggenda legata proprio a questi giorni di pieno Inverno che, com’è noto, hanno per protagonista una Merla, appunto…

Eccole a voi…

PRIMA VERSIONE DELLA LEGGENDA…

Tanto, tanto tempo fa a Milano ci fu un inverno molto rigido.
La neve scendeva dal cielo e copriva tutta la città, le strade, i giardini.

Sotto la grondaia di un palazzo in Porta Nuova c’era il nido di una famigliola di merli, che a quel tempo avevano le piume bianche come la neve. C’era la mamma merla, il papà merlo e tre piccoli uccellini, nati dopo l’estate.

La famigliola soffriva il freddo e stentava a trovare qualche briciola di pane per sfamarsi, perché le poche briciole che cadevano in terra dalle tavole degli uomini venivano subito ricoperte dalla neve che scendeva dal cielo.

Dopo qualche giorno il papà merlo prese una decisione e disse alla moglie: “Qui non si trova nulla da mangiare, se continua così moriremo tutti di fame e di freddo. Ho un’idea, ti aiuterò a spostare il nido sul tetto del palazzo, a fianco a quel camino, così mentre aspettate il mio ritorno non avrete freddo. Io parto e vado a cercare il cibo dove la neve non è ancora arrivata”.

E così fu fatto: il nido fu messo vicino al camino e il papà partì. La mamma e i piccoli uccellini stavano tutto il giorno nel nido, scaldandosi tra loro e anche grazie al fumo che usciva tutto il giorno dal camino.

Dopo tre giorni il papà tornò a casa e quasi non riuscì più a riconoscere la sua famiglia! Il fumo nero che usciva dal camino aveva colorato di nero tutte le piume degli uccellini!

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Per fortuna da quel giorno l’inverno divenne meno rigido e i merli riuscirono a trovare cibo sufficiente per arrivare alla primavera.

Da quel giorno però tutti i merli nascono con le piume nere e, per ricordare la famigliola di merli bianchi divenuti neri, gli ultimi tre giorni del mese di gennaio sono detti “I tre giorni della merla”.

…ED ECCO LA SECONDA…

Una merla dal bellissimo piumaggio bianco, era sempre strapazzata da gennaio, mese freddo e scuro, che non aspettava altro che lei uscisse dal nido in cerca di cibo, per scatenare freddo e gelo.

Stufa delle continue persecuzioni, un anno la merla fece provviste che bastassero per un mese intero e poi si rinchiuse nel suo nido. Rimase lì, al riparo, per tutto il mese di gennaio, che all’epoca durava ventotto giorni.

Giunti all’ultimo giorno del mese, la merla, credendo di aver ingannato il perfido gennaio, sgusciò fuori dal nido e si mise a cantare per prenderlo in giro.

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Gennaio, furioso, se ne risentì e chiese tre giorni in prestito a febbraio. Avutoli in dono, scatenò bufere di neve, vento, gelo, pioggia.

La merla si nascose allora in un camino e vi restò ben nascosta aspettando che la bufera passasse.

Trascorsi i tre giorni e finita la bufera, la merla uscì dal camino, ma a causa della fuliggine, il suo bel piumaggio candido si era tutto annerito.

Così essa rimase per sempre con le piume nere e da quel giorno tutti i merli nascono di colore scuro…

a cura di Roberto Pellegrini

Harbin – la città di ghiaccio

Anche quest’anno, come avviene ormai da 34 anni, in Cina, precisamente ad Harbin nella provincia del Heilongjiang ai confini con la Siberia, si è aperto il Festival Internazionale del ghiaccio.

Una vera magia, resa possibile dall’incredibile co-working di diecimila persone (architetti, manovali, elettricisti ed artisti) che utilizzando neve e ghiaccio hanno riprodotto in un mese una vera e propria città che incanta, fra colonne, sculture e palazzi illuminati con luci a neon.

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Tutti sanno quando il Festival viene inaugurato, ma nessuno sa quanto, questo magico gelido regno di ghiaccio, durerà, ciò dipenderà dalle temperature, certo è che anche quest’anno, quando madre natura avrà fatto il suo corso, milioni di persone saranno per l’ennesima volta stupide da questo paesaggio mozzafiato.

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Sopra un’area di 600 mila metri quadri sono sorte sculture che sfiorano i cinquanta metri di altezza e che hanno preso ispirazione da tutto il mondo, come le cupole di San Pietroburgo, il castello giapponese di Kanazawa ed il Tempio del Cielo di Pechino, oltre ad innumerevoli piste di ghiaccio e scivoli per il divertimento dei visitatori.

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Non resta che coprirsi bene e… almeno una volta nella vita, recarsi a godere questo spettacolo.

…Ssshhhh: arriva la Befana…!

Quella della Befana è una tradizione cara in varie parti del mondo, le cui origini si perdono nella notte dei tempi; da nord, a sud, da est, a ovest questa arzilla vecchietta resta, per tutti, una figura estremamente positiva, buona e generosa, specie con i bambini, che attendono ansiosi il suo arrivo…

In questo simpatico personaggio alcuni identificano il mito di una Divinità genitrice primordiale, signora della vita e della morte; mentre secondo altri, la Befana rappresenterebbe l’immagine della Divinità protettrice del focolare domestico.

Secondo la leggenda, i Re Magi, mentre erano diretti verso Betlemme, con i loro preziosi doni per Gesù, videro scomparire improvvisamente la stella cometa che, com’è noto, stavano seguendo…

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Senza perdersi d’animo, i Magi chiesero aiuto ad una vecchietta che indicò loro la direzione, rifiutandosi, però, di seguirli fino a Betlemme, per rendere omaggio a Gesù appena nato.

Subito dopo, però, la vecchietta, pentitasi per esser tornata a casa, invece che seguire i Magi, si mise sulle loro tracce, con un carico di dolci e leccornie, che iniziò a distribuire ai bambini più buoni, calandosi, nottetempo, dai camini, nella vana speranza di incontrare anche Gesù…

Da quel giorno, la leggenda vuole che ogni anno, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, la vecchietta, che noi chiamiamo Befana, voli di casa in casa, cavalcando una vecchia scopa, portando dolci ai bambini, per farsi perdonare la sua mancata visita a Gesù, con i Magi.

La Befana indossa un ampio gonnellone, un grembiule con le tasche, uno scialle, un fazzolettone in testa (e non il cappellone a punta, perché non è una strega…), un paio di vecchie ciabatte rotte, il tutto “condito” da vistosissime toppe multicolori…, e a dispetto del suo aspetto, tutt’altro che rassicurante (da bambino, ricordo che avevo il terrore di vederla e stringevo forte gli occhi, nel letto, mentre la aspettavo…), resta una “nonnina” tenerissima, con un cuore grande così!!!

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E allora…:

…La Befana vien di notte
con le scarpe tutte rotte
con le toppe alla sottana:
Viva, viva la Befana!

testo by Roberto Pellegrini

Capodanno si avvicina…

…ci siamo quasi! Ormai pochissimo ci separa dal chiudere il 2017 e, pieni di speranza, dall’approcciare il 2018.

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Ognuno di noi ripensa all’anno ormai passato, alcuni con gioia, alcuni con malinconia, altri con disappunto, certo ognuno con un bilancio da chiudere e con la speranza di aprire il nuovo anno in modo migliore.

Comunque sia, tutti, durante la notte di San Silvestro, mettono in campo usanze e tradizioni di buon auspicio, tramandate e scaramanticamente mantenute, per incominciare “con il piede giusto” il nuovo anno. Vediamole…

… Lenticchie, uva, melograno

Mangiare lenticchie è un’usanza diffusissima che sembra portare fortuna e soldi, tanto da spingere ad usare le mani per portarle alla bocca, quasi a contare monete.
Altrettanto di buon auspicio è portare in tavola melograni, che simboleggiano la fedeltà coniugale e uva fresca o passa.


… Liberarsi di cose vecchie e rotte
In alcune città è usanza, allo scoccare della mezzanotte, liberarsi di cocci lanciandoli direttamente dalla finestra (attenzione ai passanti) col significato di liberarsi da ogni forma di male.
Andando incontro all’anno nuovo è tradizione anche gettare le cose vecchie, insomma anno nuovo, tutto nuovo (beato chi può).
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… Il vischio
Si dice che il vischio sia una pianta bene augurante che se ricevuta in dono a Capodanno porti fortuna per tutto l’anno, trattasi di una pianta che i popoli antichi consideravano sacra: i Druidi la usavano nei cerimoniali di purificazione, i Celti consideravano la bevanda da essa derivata una potente cura contro la sterilità.
Tutto questo induce a scambiarsi gli auguri sotto il vischio in segno di buona fortuna.
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…Intimo rosso
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Per gli antichi romani indossare il colore rosso simboleggiava allontanare la paura, oggi molti ci riprovano allontanando le paure indossando intimo rosso la notte di Capodanno.
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… I botti
Per allontanare le forze maligne spaventandole ed accogliere festosamente l’anno nuovo; attenzione a non esagerare, il pericolo è in agguato, meglio lasciar maneggiare queste cose da chi è il suo mestiere.
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Al Capodanno sono anche legati alcuni racconti, si dice che…
…a Pettorano sul Gizio, in Abruzzo, allo scoccare della mezzanotte l’acqua del fiume per una frazione di secondo si arresti e si trasformi in oro, per poi scorrere come prima. Se avete tempismo appostatevi nelle vicinanze.
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… se la prima persona che incontrate dopo la mezzanotte è un vecchio o un gobbo fortuna garantita.

E per finire la leggenda di Capodanno di Otto Cima

Nelle valli del Comasco usavano, una volta, la notte di Capodanno, appendere alla porta dei casolari un bastone, un sacco ed un tozzo di pane.
Eccone il perché.
Molti anni fa, al tempo dei tempi, e precisamente la notte di San Silvestro, padron Tobia stava contando il proprio gruzzolo in un angolo della sua capanna, quando fu battuto alla porta.
L’avaro coprì con un drappo i suoi ducati ed andò ad aprire. Una folata d’aria gelata di neve lo colpì in viso.
Era una notte d’Inverno.
Sotto la tormenta, fra il nevischio, egli vide un pover’uomo che si reggeva a stento e che non aveva neppure un cencio di mantello.
Padron Tobia fu molto contrariato da quella vista e domandò bruscamente allo sconosciuto:
“Che fate qui? Che volete? Chi siete?”
“Sono un povero viandante sperduto e sorpreso dalla bufera, e vi chiedo in carità di poter dormire nel vostro fienile.”
“Io non lascio dormire nessuno nel mio fienile. Andate, andate: non posso far nulla per voi!”
“Datemi almeno un tozzo di pane!”
“Non ho pane; andate!”
“Datemi un sacco, un cencio da mettermi al collo chè muoio di freddo!”
“Non ho sacchi e non ho cenci!”
“Almeno un bastone per appoggiarmi…”
“Non ho bastoni!”
E chiuso l’uscio in faccia all’infelice, ritornò al suo gruzzolo; ma sotto il drappo, invece di ducati trovò un pugno di foglie secche.
Padron Tobia impazzì e terminò i suoi giorni vagando per le vallate natie e raccontando a tutti la sua disgrazia; ma, d’allora in poi, la notte di capodanno tutti appesero alla porta del proprio casolare un bastone, un sacco, un tozzo di pane.

Forse tutti quanti noi dovremmo, oltre a seguire tradizioni e riti, volgere uno sguardo caritatevole verso coloro che vivono situazioni di disagio. Spesso gli occhi ed il sorriso di costoro sono l’augurio ed il dono più grande.

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