…l’ombra del “nucleare”!

Il recente incontro tra Kim Jong-Un e Trump, finalizzato ad avviare un immediato ed irreversibile processo di denuclearizzazione, è certamente un evento che induce a ben sperare, riguardo al futuro di tutti noi. Senza dubbio, infatti, la minaccia peggiore che incomba sul genere umano resta quella nucleare, che non lascerebbe scampo, in caso di un conflitto: spietata, totale, devastante…

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A questo riguardo, trovo di estrema attualità le parole di Albert Einstein (…ancora lui!), il cui testamento spirituale, reso noto nel 1955, dal filosofo e amico Bertrand Russel, poco dopo la morte dell’eminente scienziato, affronta il tema del “nucleare”, con una disarmante ed appassionata lucidità.

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In considerazione del fatto che in ogni futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi mettono in pericolo la continuazione stessa dell’esistenza dell’umanità, noi rivolgiamo un pressante appello ai Governi di tutto il mondo affinché si rendano conto e riconoscano pubblicamente che i loro obiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e li invitiamo, di conseguenza, a cercare mezzi pacifici per la soluzione di tutte le questioni controverse tra loro.

Nella tragica situazione cui l’umanità si trova di fronte noi riteniamo che gli scienziati debbano riunirsi in conferenza per accertare i pericoli determinati dallo sviluppo delle armi di distruzione in massa e per discutere una risoluzione nello spirito del progetto annesso. Parliamo in questa occasione non come membri di questa o quella Nazione, Continente o Fede, ma come esseri umani, membri della razza umana, la continuazione dell’esistenza della quale è in pericolo.

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Il mondo è pieno di conflitti e, al di sopra di tutti i conflitti minori, c’è la lotta titanica tra il comunismo e l’anticomunismo. Quasi ognuno che abbia una coscienza politica ha preso fermamente posizione in una o più di tali questioni, ma noi vi chiediamo, se potete, di mettere in disparte tali sentimenti e di considerarvi solo come membri di una specie biologica che ha avuto una storia importante e della quale nessuno di noi può desiderare la scomparsa.

Cercheremo di non dire nemmeno una parola che possa fare appello a un gruppo piuttosto che a un altro. Tutti sono ugualmente in pericolo e se questo pericolo è compreso vi è la speranza che possa essere collettivamente scongiurato. Dobbiamo imparare a pensare in una nuova maniera: dobbiamo imparare a chiederci non quali passi possono essere compiuti per dare la vittoria militare al gruppo che preferiamo, perché non vi sono più tali passi; la domanda che dobbiamo rivolgerci è: “quali passi possono essere compiuti per impedire una competizione militare il cui esito sarebbe disastroso per tutte le parti?”.

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L’opinione pubblica e anche molte persone in posizione autorevole non si sono rese conto di quali sarebbero le conseguenze di una guerra con armi nucleari. L’opinione pubblica pensa ancora in termini di distruzione di città. Si sa che le nuove bombe sono più potenti delle vecchie e che mentre una bomba atomica ha potuto distruggere Hiroshima, una bomba all’idrogeno potrebbe distruggere le città più grandi come Londra, New York e Mosca. E’ fuori di dubbio che in una guerra con bombe all’idrogeno le grandi città sarebbero distrutte; ma questo è solo uno dei minori disastri cui si andrebbe in contro.

Anche se tutta la popolazione di Londra, New York e Mosca venisse sterminata il mondo potrebbe nel giro di alcuni secoli riprendersi dal colpo; ma noi ora sappiamo, specialmente dopo l’esperimento di Bikini, che le bombe nucleari possono gradatamente diffondere la distruzione su un’area molto più ampia di quanto non si supponesse. E’ stato dichiarato da fonte molto autorevole che ora è possibile costruire una bomba 2500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima.

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Una bomba all’idrogeno che esploda vicino al suolo o sott’acqua invia particelle radioattive negli strati superiori dell’aria. Queste particelle si abbassano gradatamente e raggiungono la superficie della Terra sotto forma di una polvere o pioggia mortale.

Nessuno sa quale ampiezza di diffusione possano raggiungere queste letali particelle radioattive, ma le maggiori autorità sono unanimi nel ritenere che una guerra con bombe all’idrogeno potrebbe molto probabilmente porre fine alla razza umana.

Si teme che, qualora venissero impiegate molte bombe all’idrogeno, vi sarebbe una morte universale immediata solo per una minoranza mentre per la maggioranza sarebbe riservata una lenta tortura di malattie e disintegrazione.

Molti ammonimenti sono stati formulati da personalità eminenti della scienza e da autorità della strategia militare.

Nessuno di essi dirà che i peggiori risultati sono certi: ciò che essi dicono è che questi risultati sono possibili e che nessuno può essere sicuro che essi non si verificheranno. Non abbiamo ancora constatato che le vedute degli esperti in materia dipendano in qualsiasi modo dalle loro opinioni politiche e dai loro pregiudizi. Esse dipendono solo, per quanto hanno rivelato le nostre ricerche, dall’estensione delle conoscenze particolari del singolo. Abbiamo riscontrato che coloro che più sanno sono i più pessimisti.

Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile e inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l’umanità dovrà rinunciare alla guerra?

E’ arduo affrontare questa alternativa poiché è così difficile abolire la guerra. L’abolizione della guerra richiederà spiacevoli limitazioni della sovranità nazionale, ma ciò che forse più che ogni altro elemento ostacola la comprensione della situazione è il fatto che il termine “umanità” appare vago e astratto, gli uomini stentano a rendersi conto che il pericolo è per loro, per i loro figli e loro nipoti e non solo per una generica e vaga umanità.

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E’ difficile far sì che gli uomini si rendano conto che sono loro individualmente ed i loro cari in pericolo imminente di una tragica fine.

E così sperano che forse si possa consentire che le guerre continuino purché siano vietate le armi moderne. Questa speranza è illusoria.

Per quanto possano essere raggiunti accordi in tempo di pace per non usare le bombe all’idrogeno, questi accordi non saranno più considerati vincolanti in tempo di guerra ed entrambe le parti si dedicheranno a fabbricare bombe all’idrogeno non appena scoppiata una guerra, perché se una delle parti fabbricasse le bombe e l’altra no, la parte che le ha fabbricate risulterebbe inevitabilmente vittoriosa.

Sebbene un accordo per la rinuncia alle armi nucleari nel quadro di una riduzione generale degli armamenti non costituirebbe una soluzione definitiva, essa servirebbe ad alcuni importanti scopi.

In primo luogo ogni accordo fra Est e Ovest è vantaggioso in quanto tende a diminuire la tensione internazionale. In secondo luogo l’abolizione delle armi termonucleari se ognuna delle parti fosse convinta della buona fede dell’altra, diminuirebbe il timore di un attacco improvviso del tipo di Pearl Harbour che attualmente tiene entrambe le parti in uno stato di apprensione nervosa.

Saluteremo perciò con soddisfazione un tale accordo, anche se solo come un primo passo. La maggior parte di noi non è di sentimenti neutrali, ma come esseri umani dobbiamo ricordare che perché le questioni fra Est ed Ovest siano decise in modo da dare qualche soddisfazione a qualcuno, comunista o anticomunista, asiatico, europeo o americano, bianco o nero, tali questioni non devono essere decise con la guerra.

Desideriamo che ciò sia ben compreso sia in oriente che in occidente. Se vogliamo, possiamo avere davanti a noi un continuo progresso in benessere, conoscenze e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte perché non siamo capaci di dimenticare le nostre controversie?

Noi rivolgiamo un appello come esseri umani ad esseri umani:

Ricordate+la+vostra+umanità+e+dimenticate+il+resto

Albert Einstein

a cura di Roberto Pellegrini

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Benvenuta estate!!!

Oggi, solstizio d’estate, è il primo giorno di questa stagione e quello dell’anno con più ore di luce. Siamo quindi, come si suol dire al “giro di boa”, da oggi in poi le ore di luce andranno via via diminuendo sino al solstizio d’inverno (ovviamente parliamo dell’emisfero boreale).

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Il solstizio d’estate è accompagnato da miti, leggende e rituali, vediamo un pochino meglio.

A Stonehenge si svolgono riti solstiziali carichi di mistero che ancora oggi richiamano molte persone. Si racconta che, proprio in una notte di inizio estate, “il diavolo comprò le pietre da una donna in Irlanda, le avvolse e le portò sulla piana di Salisbury. Una delle pietre cadde nel fiume Avon; le altre vennero portate sulla piana. Dopo una disputa con un frate, il diavolo lanciò una delle pietre contro il lui, colpendolo su un tallone. La pietra si incastrò nel terreno ed è ancora lì.” Si tratta della Hell Stone, anche conosciuta come Fryar’s Heel.

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Nell’Europa dell’Est, più precisamente in Bielorussia ed in Ucraina, durante il solstizio d’estate, è usanza organizzare feste e balli, durante i quali le donne accendono delle candele galleggianti e le depongono nelle acque dei fiumi insieme a ghirlande di fiori che i loro spasimanti cercano di recuperare per simboleggiare la conquista del cuore delle loro fidanzate.

In alcune zone dell’Italia vige la tradizione di porre all’aperto di notte un bicchiere contenente un uovo per attrarre la positività, oppure di stendersi sulla rugiada per avere buona salute.

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In Messico, in alcune zone, resistono tradizioni tramandate dai Maya, una di queste prevede l’accensione di un fuoco e la preghiera al dio Sole, affinché doni prosperità per i mesi a venire.

Ma il paese, dove forse tutt’oggi, il solstizio d’estate è una data molto importante è la Svezia, dove si continua, dalla notte dei tempi, a festeggiare il Midsommar; da queste parti d’inverno la luce scarseggia davvero ed è ovvio quindi celebrare i giorni più lunghi dell’anno prima del lento e inesorabile ritorno del buio.

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Uno dei simboli del Midsommar é il Midsommarstang, ovvero un palo eretto ed ornato di fiori attorno a cui si balla, un simbolo di amore e fertilità per la stagione estiva. Mentre gli uomini si impegnano a costruire il midsommarstang più alto e solido possibile, le donne imbandiscono la tavola con i piatti tipici della tradizione e costruiscono corone di fiori per adornare i capelli.

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Una leggenda suggerisce alle ragazze di raccogliere, il giorno prima, sette o nove fiori di campo scavalcando le staccionate di campi diversi per ogni fiore, di metterli sotto al cuscino prima di andare a dormire per avere la fortuna di sognare il loro futuro sposo. Chissà se funziona anche nel sud Europa?

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Si canta, si balla, si mangia e ovviamente si beve snaps – la tipica grappa aromatica svedese – al grido “Skål!”

Tutto questo senza dimenticare il rituale che vuole al crepuscolo tutti seduti rivolti a nord per osservare la scomparsa del sole, che nel giro di una manciata di ore ricomparirà puntualmente, regalando un panorama mozzafiato. E si ricomincia…

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…Un orologio… in orbita!

“One small step for a man, one giant leap for mankind!”
(“Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità!”)

Quando, nella notte del 20 Luglio 1969, Neil Amstrong pronunciò questa celeberrima frase, sbarcando sulla Luna, a bordo dell’Apollo 11, qualcuno immaginò che, a partire da quello storico momento, lo spazio avesse iniziato a perdere il suo fascino, la sua “inviolabilità”…

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Io ho tenui ricordi della concitata diretta televisiva del bravo Tito Stagno (rigorosamente in bianco e nero…), che seguivo distrattamente, seduto sotto il tavolo di cucina, ma percepivo (come poteva farlo un bambino di circa quattro anni, s’intende), che stesse accadendo qualcosa di magico.

Lo spazio: questo “luogo-non luogo”, in cui tutto sembra svanire, come inglobato nel nulla assoluto, “vive” svincolato da ogni legge fisica terrestre e persino il concetto di “Tempo”, e la sua misurazione, sembrano doversi, quasi, reinventare. Ma non è così… Anzi: proprio il “Tempo”, lassù, resta, probabilmente, l’unico, “rassicurante” aggancio concreto con le “consuetudini” terrestri, certamente necessario per il buon esito di eventuali esperimenti.

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E, questo, le alte sfere della NASA lo sapevano bene, quando progettarono la Missione dell’Apollo 11, tanto che uno degli obiettivi, tra i tanti da raggiungere, prima del lancio fu quello di dotare gli equipaggi di un eccellente “segnatempo-cronografo”, che fosse all’altezza del compito e si rivelasse assolutamente affidabile.

La scelta cadde su un orologio, ormai leggendario: l’Omega Speedmaster.

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La storia dello Omega Speedmaster inizia nel 1943 quando Omega lancia il movimento “27 CHRO C12” dove CHRO sta per Cronografo, 27 il diametro in millimetri, e C12 per il contatore delle 12 ore. Il movimento è disegnato da Albert Piguet. Dal 1946 è disponibile con un sistema antiurto ed un bilanciere amagnetico. Il movimento viene battezzato “321”, ed è montato in diversi tipi di cassa. La cassa dello Speedmaster viene disegnata negli anni cinquanta da Claude Baillod, con inizio della commercializzazione nel 1957.

Con i programmi Gemini e Apollo, gli astronauti avrebbero avuto bisogno anche di strumenti di cronometraggio da polso per aiutali con le attività di EVA (Extra Veicular Activity), come passeggiate spaziali, esposizioni fotografiche sincronizzazione delle celle a combustibile. Tale strumento avrebbe dovuto essere in grado di operare nel vuoto dello spazio, dove vi sono violente variazioni di temperatura e pressione.

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Il momento più memorabile della storia dello Speedmaster fu, come abbiamo visto, proprio il 20 luglio 1969 (alle 02:56 GMT, per la precisione), quando, Buzz Aldrin sbarcò sulla Luna, portandolo con sé al polso (Amstrong lo aveva lasciato sulla navicella, per compensare un guasto al cronografo di bordo). La missione Apollo 11 rappresenta una svolta storica, e lo Speedmaster diventa, a pieno titolo, il primo orologio ad essere andato sulla Luna. Questa impresa memorabile gli vale un soprannome altrettanto memorabile: “Moonwatch”, l’orologio della Luna.

Questo splendido orologio venne selezionato dagli esperti della NASA, dopo durissime selezioni, che ridussero a tre i cronografi “finalisti”.
Il 1° marzo 1965 i risultati dei test erano completi. Come detto, erano rimaste in lizza tre cronografi di differenti (e non meno blasonate), marche. Di questi, uno aveva incontrato difficoltà in due diverse occasioni durante i test per la resistenza all’umidità, fermandosi definitivamente durante quello di resistenza al calore: la lancetta dei secondi si era deformata, impigliandosi nelle altre.

Durante la prova di resistenza al calore, il vetro del secondo cronografo prima si piegò, poi si fuse staccandosi dalla cassa.

Soltanto l’OMEGA Speedmaster superò tutti i test con una performance eccezionale. All’epoca, gli esperti della NASA scrissero: “Le prove funzionali e ambientali condotte sui tre cronografi selezionati sono state ultimate e, visti i risultati conseguiti, i tre membri dell’equipaggio GT-3 (Gemini Titan III) sono stati dotati di cronografi OMEGA opportunamente omologati”.

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By Roberto Pellegrini

Gian Lorenzo Bernini in mostra a Galleria Borghese – Roma

Gian Lorenzo Bernini (Napoli 1598 – Roma 1680), un genio totale, un Maestro universale: architetto, scultore, pittore, urbanista, commediografo, sicuramente il massimo protagonista dell’arte figurativa barocca.

A lui che è stato uno degli scenografi più importante delle sue bellezze, Roma dedica una grande mostra a Galleria Borghese, che sarà fruibile sino al 4 Febbraio 2018.

Come non ricordare le monumentali fontane dei Quattro Fiumi e del Moro a Piazza Navona o la Fontana del Tritone e la Fontana della Barcaccia ed ancora appena fuori Roma, a Tivoli: la Fontana dell’Organo a Villa d’Este. Per non parlare poi delle opere architettoniche di Palazzo Montecitorio, Palazzo Barberini e Piazza San Pietro, con i suoi effetti ottici che tutti conosciamo.

Nelle sale della Galleria Borghese, che da sempre custodisce nove dei suoi più celebri ed inamovibili capolavori, è in corso una mostra che ci presenta Bernini e tutto il suo spettro creativo nella sua interezza: dagli esordi con il padre Pietro ai gruppi marmorei borghesiani, dai bozzetti per i suoi più arditi progetti ai ritratti, scolpiti e dipinti, circa 80 opere per far ammirare l’armonia tra sentimento e movimento, tipica del suo linguaggio.

Questo evento è stato reso possibile grazie agli sforzi economici degli sponsor Fendi ed Intesa San Paolo che hanno speso 150.000 euro di premi assicurativi, 500.000 euro per i trasporti e 62.000 per il restauro di Santa Bibiana.

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Monet Experience and the Impressionists

Da domani 18 Novembre sino al 1 Maggio 2018, presso la chiesa sconsacrata di Santo Stefano al Ponte a Firenze, sarà possibile fruire della mostra “Monet Experience and the Impressionists”

L’Impressionismo è stato uno dei più celebri movimenti artistici della storia, all’interno del quale troviamo pittori che sono diventati “immortali” attraverso le loro opere che sono oggi presenti nei più prestigiosi musei.

Agli impressionisti sono state e saranno dedicate moltissime mostre, ma l’evento che prenderà il via domani a Firenze è un vero e proprio spettacolo immersivo, all’interno del quale, attraverso l’alta definizione delle immagini e l’effetto suggestivo garantito dalle ricostruzioni 3D, si potrà godere di uno spettacolo che descrive il passaggio dalla pittura definita dall’alternanza di luci e ombre, a quella in cui il nucleo centrale è il riflesso della luce, le ombre colorate, la pittura all’aria aperta.

Un vero e proprio emozionante viaggio sensoriale alla scoperta dell’arte “en plein air“.

Come nessun altro, prima o dopo di lui, Monet riuscì a cogliere e ad imprimere eternamente l’attimo di corrispondenza in cui avviene il miracolo della perfetta armonizzazione tra raffigurazione e realtà, tra luce e colore, tra movimento e staticità, tra natura e artista.

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Non solo Monet, ma anche altri interpreti dell’Impressionismo in un percorso virtuale d’immagini e sonorità avvolgenti. Quadri, scene di vita e paesaggi fuori dal tempo si susseguono lasciandosi apprezzare nei minimi dettagli.

 

Il caveau di Dior e Dior Heritage

Una grande mostra al Musée des Arts décoratifs di Parigi, che resterà aperta sino al 7 Gennaio 2018 racconta i 70 anni della Maison, dalle origini sino i giorni nostri, attraverso le creazioni di Christian Dior e dei suoi successori, in una scenografia spettacolare.

A pochi passi dalla sede centrale della Maison Dior, che si trova in Avenue Montaigne al 30, si apre lo scrigno delle meraviglie e delle memorie.

Ma facciamo un passo indietro: l’archivio completo della Maison Dio è un luogo “segreto”, dove, sotto l’attenta supervisione di Madame Soizic Pfaff, sono conservati 9840 pezzi tra abiti e accessori creati dal 1958 ai giorni nostri. Tutto è bianco, nitido e luccicante tranne il classico grigio-Dior delle scatole etichettate. La direttrice racconta che le scatole sono costruite su misura e senza colla per scongiurare il pericolo di esalazioni che con il tempo potrebbero rovinare i tessuti. Le cappelliere sembrano piccoli dischi volanti con quei 60 centimetri di diametro che permettono di stendere e sollevare con entrambe le mani protette dai guanti di cotone bianco anche i modelli a larghe tese.

In questo mondo magico e segreto lavorano dodici conservatori che raccolgono, restaurano, fotografano e ripongono ogni cosa per poi digitalizzare tutte le informazioni stampando anche delle schede di facile consultazione.

Nel caveau si congela e l’umidità è controllata, niente finestre che facciano penetrare della luce naturale, tutto è trattato con sostanze anti pulviscolo per proteggere queste opere d’arte dalla polvere e soprattutto tutti indossano guanti bianchi di cotone per maneggiare queste meraviglie.

Ed ora parliamo della mostra che, attraverso documenti, abiti, accessori, ritratti e fotografie, racconta la memoria di questa grande casa di moda, come in un vero e proprio mosaico, in un’area di circa tremila metri quadrati.

La mostra è stata voluta niente meno che da Bernard Arnault, patron, un tipo che come si suol dire fa “spicciar tutti”. Il risultato è la più grande e completa mostra mai dedicata nel mondo alla storia di una griffe.

Gli abiti sono esposti su manichini costruiti secondo le forme delle donne in voga nell’epoca di riferimento e raccontano tutta la sontuosità di Dior, con il supporto di molto altro materiale.

Vi troviamo l’abito creato per Rita Hayworth in occasione della presentazione di “Gilda” a Parigi, a quello realizzato per Grace di Monaco o per la Duchessa di Windsor.

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Oggi il Direttore Creativo della Maison è Maria Grazia Chiuri, la prima donna per Dior, giovane, preparatissima, tosta, geniale, dalla creatività intelligente ed un intuito estetico eccezionale. La quale ha affermato: “Sia pure turbata dall’immensa responsabilità implicita nell’assunzione della guida artistica di una griffe come Dior per la mia prima collezione mi sono affidata all’istinto che mi impone di valutare e pesare bene il territorio intellettuale nel quale dovrò muovermi: cosa desiderano le donne di oggi nel mondo? Cosa vogliono o cosa non vogliono? Una griffe come Dior come va interpretata?”

 

 

Accanto a nomi come Christian Dior, Marc Boham, Gianfranco Ferré, John Galliano e Raf Simons, tra le scatole d’archivio, ora compare anche il nome di questa donna…

 

 

 

Forse l’Italia stava nella genetica di questa Maison: “Dior – Couturier du reve” – “Dèpart pour l’Italie” – “Si parte per l’Italia” è scritto con la calligrafia di Christian Dior, nella sua agendina tascabile esposta aperta sulla data del 17 ottobre 1957, dove risulta l’ultimo scritto dello stilista che pochi giorni dopo, il 24 ottobre, appunto in Italia, a Montecatini – dove amava trascorrere le sue vacanze – morì cinquantaduenne per un infarto.

 

“Da Giotto a de Chirico – I Tesori nascosti”

La mostra in corso presso il Castello Ursino di Catania, fruibile fino al 20 Maggio 2018, che porta la cura di Vittorio Sgarbi ed il patrocinio del Comune della città etnea, ha l’obiettivo di raccontare lo svolgimento della storia dell’arte italiana.

Partendo da Giotto, che ha rinnovato la pittura – così come Dante, suo contemporaneo, è considerato il padre della lingua italiana – fino a giungere a Giorgio de Chirico che, affascinato dell’arte antica, fu il principale esponente della pittura metafisica, attraverso la quale tentò di svelare gli aspetti più misteriosi della realtà.

Mostra che attraverso preziosi tesori “nascosti” selezionati e provenienti dalle più importanti raccolte private italiane racconta lo svolgimento della storia dell’arte italiana per un arco temporale di oltre sette secoli, dalla fine del Duecento alla metà del Novecento, descrivendo l’evoluzione degli stili, delle correnti e degli snodi fondamentali della storia dell’arte italiana.

La “Madonna” di Giotto e due teste muliebri marmoree, prime sculture “italiane” riferite a un maestro federiciano della metà del Duecento, aprono la straordinaria galleria, dove sono raccolti capolavori come la “Madonna in trono con il Bambino” di Antonello de Saliba (1497), la “Madonna in gloria con i santi Antonio da Padova e Michele Arcangelo” di Severo Ierace (1528 circa), la “Vergine Maria” di Paolo Veronese (1565-1570), “Maddalena addolorata” di Caravaggio (1605-1606), “Ercole e Onfale” di Giovanni Francesco Guerrieri (1617-1618), “Santa Caterina da Siena adora il Crocifisso” di Giovanni Battista Caracciolo detto Battistello (1622), il “Profeta” di Jusepe Ribera (1613 circa), “Il ritorno del figliol prodigo” di Mattia Preti (1640-1645), “Allegoria della pittura” di Guido Cagnacci (1650- 1655) e “Allegoria dell’Inverno” di Giusto Le Court (1660-1670). Tanti i capolavori della pittura del Settecento e dell’Ottocento come la “Natività di Cristo” di Ignaz Stern detto Ignazio Stella (1728), “Oro di Pompei (o Oro di Napoli)” di Domenico Morelli (1863-1866 circa) e “Piccolo cantiere” di Francesco Lojacono (1880-1890 circa). Approdati al Novecento, si possono ammirare importati opere di celebri maestri, tra le quali, solo per citarne alcune, “Il vecchio padre” (1906) di Antonio Mancini, “Il vaso giapponese” (1923) di Camillo Innocenti, “Interno con vaso di fiori” (1949) di Filippo de Pisis, “I Bagni misteriosi” (1937-1960) di Giorgio de Chirico, “Il tavolo del maresciallo” (1957) di Pippo Rizzo e “Damigiana e bottacino (Natura morta nordica)” del 1959 di Renato Guttuso.

Il curatore Vittorio Sgarbi ha dichiarato: “La mostra si pone come naturale estensione della straordinaria esposizione ‘Il Tesoro d’Italia’ svoltasi all’Esposizione Universale di Milano del 2015, nella quale si è documentato, dal Piemonte alla Sicilia, la varietà genetica di grandi capolavori concepiti da intelligenze, stati d’animo, emozioni che rimandano ai luoghi, alle terre, alle acque, ai venti che li hanno generati. L’Italia, del resto, è il luogo della felicità compiuta: di questo è stato pienamente consapevole, da Stendhal a Bernard Berenson, qualunque straniero abbia eletto il nostro paese a sua patria, non potendo immaginare un luogo di maggiore beatitudine sulla terra. La grandezza dell’arte italiana è infatti nel tessuto inestricabile, radicato in un territorio unico al mondo per cui le opere maggiori e i contesti minori si illuminano a vicenda”.

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