…mettiamocela tutta: il resto si vedrà!

Se vogliamo vivere una vita davvero “intensa”, “profonda”, il più che sia possibile immune da logoranti rimorsi, o sensi di colpa, che si nascondono spesso dietro quei vaghi “…se avessi fatto qualcosa in più…”, dobbiamo spenderci al meglio di noi stessi e delle nostre possibilità.

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Sempre, ben inteso, con un occhio fermo sui nostri (si spera, sparuti), limiti, con i quali, ovviamente, è necessario imparare a convivere, in ogni caso.

Al bando, quindi, i “chissà”, i “forse”, i “però”, i “proviamoci”…: in ogni circostanza adoperiamoci affinché, in coscienza, non debba mai tornare a pungolarci il dubbio di esserci “risparmiati”…

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Solo in questo modo, nell’affrontare qualunque situazione della vita, sapremo accettare, con tutta serenità, qualsiasi risultato. Anche se non pienamente soddisfacente, o in linea con le nostre iniziali aspettative…

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In altre parole, non fossilizziamoci sul cercare di “indagare” quanto, gli altri, si siano impegnati nei nostri confronti, ma siamo noi i primi a dare sempre il meglio.

Tutto questo ( e molto di più…), è quanto ci insegna la deliziosa “perla” Zen di oggi.

Illuminazione in un mercato

Banzan, prima di diventare un grande maestro Zen, trascorse molti anni alla ricerca dell’illuminazione, ma gli sfuggiva. Poi un giorno, mentre passeggiava al mercato, udì per caso una conversazione tra un macellaio e un suo cliente:

– Mi dia il pezzo di carne migliore che ha -, disse il cliente. E il macellaio rispose:

– Ogni pezzo di carne che ho è il migliore. Non vi è pezzo di carne che non sia il migliore!

Udendo questo, Banzan raggiunse l’illuminazione.

a cura di Roberto Pellegrini

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Ogni cosa a suo… Zen!

Talvolta, incaponirsi per venire a capo di una situazione finisce per garantirci il risultato opposto: ingarbugliare ulteriormente la faccenda…

Allo stesso modo, ostinarsi nel voler afferrare la “comprensione” della “verità” equivale all’atteggiamento di chi, volendo cogliere anzitempo un frutto (non ancora “pronto”), ben nascosto in alto, tra i rami di un albero, iniziasse a sistemare una pietra sull’altra, nell’illusione di avvicinarsi all’obiettivo, ma rendendo, in realtà, ad ogni aggiunta di un nuovo “gradino”, più incerto e malfermo l’appoggio, finendo per precipitare rovinosamente a terra…

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Ciò che “deve accadere”, insegna lo Zen, accadrà inevitabilmente, secondo “regole” sulle quali è stupido indagare e sulle quali nessuno può intervenire…

Un’attesa “vigile”, mantenendo lo spirito e la mente sereni, ma non “passivi”, nell’affrontare la semplice quotidianità della vita: probabilmente è questo il segreto per raggiungere l’ “illuminazione”…

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“Segreto” che affiora, in qualche modo, nelle due brevi parabole Zen di oggi…

Lo Zen e la vita di tutti i giorni

Un monaco domandò al maestro Nan-ch’uan:

“Che cos’è lo Zen?”

“È la vita di tutti i giorni.”

“E come ci si avvicina a esso?”

“Più cerchi di avvicinarti, più te ne allontani.”

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Lo Zen e la consapevolezza quotidiana

“Che cos’è lo Zen?” fu chiesto a un maestro.

E lui rispose: “Si mangia quando si ha fame, si beve quando si ha sete, ci si copre quando fa freddo e ci si sventola quando fa caldo”.

a cura di Roberto Pellegrini

Curiosità: “forza” dell’intelligenza?

“La curiosità uccise il gatto, ecc. ecc…”: così recita un noto proverbio inglese; ma la curiosità di cui mi occuperò oggi è molto meno letale.

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Anzi: è assolutamente preziosa…

Potremmo, forse, tentare di inquadrarla, prendendo in prestito un mio aforisma: “la curiosità è il passo lesto dell’intelligenza”.

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Ritengo, infatti, che le nostre capacità/potenzialità intellettive (penso, ad esempio, a quanti siano impegnati nel campo scientifico, o della ricerca, ma anche agli Artisti ed ai Creativi…), per quanto spiccate non condurrebbero a nulla, se non fossero “supportate” e “spinte” verso una direzione, piuttosto che un’altra, da quel “motore”, da quella “forza” che è, appunto, una sana curiosità.

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Conoscenza e curiosità, del resto, sono sempre andate a braccetto…; tutti sanno, solo per limitarmi a due nomi, universalmente conosciuti, quanto fossero “curiosi” Leonardo da Vinci ed Albert Einstein, che era solito, non senza modestia, dire di sé:

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La loro, ovviamente, era una curiosità “vorace”, “graffiante”, estrema (tipica delle persone geniali), che si concretizzava in un vero e proprio “bisogno” di sapere, di conoscere, di capire e, in buona sostanza, si traduceva in voglia di “creare”.

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Un’intelligenza vivace, che non fosse “coadiuvata” da una altrettanto briosa curiosità, sarebbe come un imponente “veliero” (penso al superbo “Vespucci”, vanto della nostra Marina Militare), abbandonato in balia dei marosi, a vele spiegate, ma in assenza totale di vento, in una mortale bonaccia: non andrebbe da nessuna parte…

Come si diceva, anche i più grandi Artisti (ed i Creativi …”di razza”), sono guidati da una innata curiosità.

Pablo Picasso, ad esempio, era solito definirsi un “cercatore” e non uno “scopritore”, di nuove forme espressive, che potessero tradurre in Opere sublimi le folgoranti intuizioni di cui era capace il suo inarrivabile Genio.

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by Roberto Pellegrini

Gratitudine: riflesso dell’amore…?

Infonde felicità in chi lo suscita ed in chi lo sente nascere nel cuore; si dice che possa essere “eterno”; deve essere spontaneo, per poter essere anche sincero e credibile; non si può “simulare” a lungo… Di cosa stiamo parlando?

Dell’amore, si potrebbe pensare.

E invece no: stiamo parlando della gratitudine.

In effetti, non stupiscano più di tanto le diverse “analogie” (potremmo divertirci a trovarne altre, ne sono certo), tra il sentimento più forte del mondo, l’amore, e quello della gratitudine, appunto.

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Entrambi rispondono ad uno slancio incontrollabile dell’anima, nei confronti di qualcuno: nell’uno (l’amore), per “alchimie” insondabili del cuore; nell’altra (la gratitudine), in virtù di un concreto beneficio ricevuto.

“La gratitudine è non solo la più grande delle virtù, ma la madre di tutte le altre.”
(Cicerone)

“Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici, sono gli affascinanti giardinieri che rendono la nostra anima un fiore.”
(Marcel Proust)

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Chiunque abbia provato “gratitudine”, nei confronti di qualcuno, conosce bene la liberatoria sensazione di “leggerezza” con cui essa si manifesta…

Quando, finalmente, veniamo a capo di un problema, grazie all’intervento, magari inatteso, di qualcuno, le nebbie delle preoccupazioni si diradano; tutto torna ad essere inquadrato dalla luce “vivificante” dell’ottimismo, della rediviva voglia di “crederci”; le tensioni si sciolgono in un sospiro di sollievo… Ed il nostro sguardo riconoscente si ferma sull’“artefice” di tutto questo…

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Saremmo pronti a tutto, per ricambiare, in qualche modo, il “bene” ricevuto. Ma, di questo, chi ci “aiuta”, per assecondare soltanto un puro impeto del proprio animo, non se ne cura affatto, consapevole, in cuor suo, di trovarsi già in una posizione di “vantaggio”…; privilegio che, come tutti sappiamo, le circostanze della vita distribuiscono, sempre, imprevedibilmente…

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Trovo che vi sia qualcosa di tutto questo, nelle brevissima storiella Zen di quest’oggi…

Gratitudine

Un ricco mercante fece dono ad un maestro di un’ingente quantità di monete d’oro per la costruzione di un nuovo monastero. Il maestro accettò senza dimostrare né entusiasmo né gratitudine. Seccato, il mercante gli disse: “Potresti almeno ringraziarmi!”.

“E perché dovrei?”, gli rispose il maestro, “è chi dona che dovrebbe essere grato.”

a cura di Roberto Pellegrini

Calma: virtù della verità…

Credo che ricorrere alla calunnia per “togliersi dagli impicci”, concretizzi una delle forme più aberranti della perfidia umana; opportunismo e viltà toccano così, nella calunnia, il loro “fondo” più… basso, vergognoso, sporco.

Tuttavia, l’imprevedibilità della vita rischia, talvolta, di metterci nei guai…

Circostanze sfavorevoli, invidia, pregiudizio, malelingue e quant’altro, di meglio, sappia produrre la natura umana, possono, nostro malgrado, trascinarci nell’abisso insondabile dell’ipocrisia, nel fango dello scandalo.

Ma, potendo contare sulla purezza della nostra coscienza, restiamo saldamente in attesa, serenamente al nostro posto, nella piena fiducia che, prima o poi, la Verità ci riscatterà per ogni umiliazione subita, per ogni “boccone” amaro che abbiamo dovuto ingoiare, nel frattempo…

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Più facile a dirsi, che a farsi…? Siamo d’accordo…; ma è esattamente questo, uno degli insegnamenti presenti nella storiella Zen di oggi…

Ah sì?

Il maestro Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita. Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta. La cosa mandò i genitori su tutte le furie.

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La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.

I genitori furibondi andarono dal maestro, lo insultarono e gli imposero di mantenere la ragazza e il bambino. “Ah sì?” disse lui come tutta risposta. Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai si era perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino e della giovane con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo. Si mise inoltre a intrecciare un maggior numero di stuoie per poter mantenere i due nuovi venuti.

Dopo un anno la giovane − annoiata di vivere con Hakuin − non resistette più, si pentì e disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.


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La madre e il padre della ragazza, cosi come anche i vicini, andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino e la giovane. Hakuin non fece obiezioni.

Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: “Ah sì?”.

a cura di Roberto Pellegrini

Dalla parte…”giusta”!

“Dire una cosa è troppo facile: le cose bisogna viverle.”

Franz Kafka sintetizza così, in questo splendido aforisma, una disarmante verità.

Spesso, e per le ragioni più diverse, ci rifugiamo nel mondo ovattato, in quell’ “Isola che non c’è” (ma che sappiamo sempre come rintracciare, navigando a vista…), che sono le “buone intenzioni”, nel tentativo di convincere, noi stessi, in primis, e gli altri, in seconda battuta, che possa essere sufficiente una cristallina “dichiarazione d’intenti”, per portare avanti le cose.

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Talvolta ci dimentichiamo che le parole che diciamo aprono, anche in chi ci ascolta, spiragli, aspettative, illusioni; innescano progetti. E non sempre di “basso profilo”…

Ma quando sul banco c’è la vita, nostra e degli altri, bisogna puntare tutto sui “numeri” giusti…

Dovremmo avere sempre il coraggio di “fidarci” del nostro domani, senza sentirci perennemente “in panchina”…; dovremmo abbandonare quel velo di reticenza che scaturisce, probabilmente, da un atteggiamento non del tutto “aperto” nei confronti di una visione ottimistica della vita, spesso in seguito a brutte esperienze, o inattese battute d’arresto.

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Perché vivere è, innanzitutto, “crederci”; è gettarsi con fiducia negli impegni che ci siamo assunti, convinti che ce la metteremo tutta per riuscire; è avere voglia di dare una chance anche a progetti che, magari in un momento di sconforto, possono di colpo apparirci impossibili, irrealizzabili…

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E, questo, senza contare troppo sulla… Dea Bendata (notoriamente piuttosto inaffidabile), se è vero – come è vero -, che “Faber est suae quisque fortunae!” (ciascuno è artefice del proprio destino).

C’è una linea sottile che separa il successo dall’insuccesso, che segna il confine anche tra il coraggio di buttarsi nella mischia e la paura…; vivere non è restare in equilibrio su quella linea di confine, ma scegliere, con fermezza, di stare dalla parte “giusta”….!

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by Roberto Pellegrini

…la parola non basta!

Le parole non racchiudono in sé l’”essenza” delle cose, anzi: nella pratica Zen esse sono considerate, spesso, un elemento fuorviante, una sorta di sottile “distrazione” al raggiungimento della autentica e profonda “comprensione” della verità, proprio perché la parola può fermarsi soltanto alla “superficie”.

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“Comprendere” (dal latino cum con e prehendere prendere, appunto), indica, invece, qualcosa di più: significa fare nostro un concetto; vuol dire afferrarne l’intimità più segreta, coinvolgendo, in questo non facile processo conoscitivo (la cosiddetta “illuminazione”), ogni nostro senso, ogni nostra capacità.

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Numerosissime sono le storielle Zen che, sottilmente, affrontano questo argomento…

Ve ne propongo due…

La brocca

Il maestro Pai-chang voleva scegliere un monaco cui affidare l’incarico di aprire un nuovo monastero. Convocò i suoi discepoli, pose una brocca sul pavimento e disse loro: “Sceglierò chi saprà descrivere questa brocca senza nominarla”.

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“È un vaso di forma rotondeggiante, con un manico e un becco” rispose il più colto dei suoi allievi.

“È un recipiente di colore grigio e serve per contenere acqua o altri liquidi” disse un altro.

“Non è uno zoccolo” intervenne un terzo più spiritosamente.

Gli altri monaci non dissero nulla, perché erano convinti di non poter escogitare definizioni migliori.

“Non c’è nessun altro?” domandò il maestro.

Allora si alzò Kuei-shan, che nel monastero era un semplice inserviente. Egli prese la brocca in mano e la mostrò a tutti senza dire nulla. Pai-chang dichiarò:

“Kuei-shan sarà l’abate del nuovo monastero”.

Il dito e la luna

Una sera di plenilunio, il maestro Pai-chang chiamò i suoi allievi e disse loro: “Chi ha capito l’insegnamento Zen dev’essere in grado di spiegare che cos’è la luna senza nominarla”.

Uno dei discepoli pensò: “Questa volta non posso sbagliare”. Sollevò il braccio e con il dito indicò la luna.

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Pai-chang gli afferrò il dito e glielo torse. “E adesso dov’è la luna?” domandò.

Il monaco si risvegliò.

a cura di Roberto Pellegrini