Un mistero chiamato… amore!

Nessuno conosce realmente, con esattezza, che cosa sia l’amore; e nessuno, in effetti, può spingersi fino a fornirne una definizione esaustiva, precisa, inequivocabile.

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Quello dell’amore, resta, infatti, uno dei grandi “misteri” dell’avventura umana, accanto ad altri quesiti fondamentali dell’esistenza, quali il mistero della nascita, o quello della morte.

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“La cosa più bella della vita è il suo lato misterioso. E’ questo il sentimento più profondo che si trova sempre nella cultura dell’Arte e della Scienza pura. Chi non prova più né stupore né sorpresa, è come morto: una candela spenta.”

Albert Einstein definisce così il lato misterioso della vita, a significare, probabilmente, che, in quanto creatura “curiosa” di natura e pensante (tranne frequenti e conclamate “eccezioni”…), l’uomo ha bisogno di “misteri”, per vivere; ed ha bisogno di non risolverli, paradossalmente, proprio perché cullarsi nelle “quiete” delle soluzioni svelate equivarrebbe a spegnere ogni slancio emotivo/intellettivo.

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Perché la qualità della vita dipende, forse soprattutto, dal suo “spessore”, che, certamente, non incrementa il proprio valore, fermandosi alla accessibile “superficie” delle cose…

L’amore, dicevamo…: tema principe, tra croce e delizia, e fonte di ispirazione per intere generazioni di Poeti, Scrittori, Musicisti, Pittori; l’Arte tutta trasuda “amore” da ogni suo “angolo”, facendosi testimone ed alimentando quel “sogno” di una “vita felice”, perché finalmente “compiuta” nella realizzazione di un sentimento, nell’antica (e forse semplicistica), equivalenza “amore=felicità”…

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Sentimento di cui percepiamo l’intima ed appagante certezza nelle rare volte in cui, iniziando una relazione, abbiamo la vivificante sensazione non di una conoscenza agli “inizi”, bensì di un vago, pacato, ma convinto “riconoscersi”…, negli sguardi, nelle parole, nel contatto accidentale delle mani…

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Nelle scelte sicure dell’anima.

by Roberto Pellegrini

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L’intelligenza contro la spada…

Che non esista una “guerra giusta” è risaputo: la guerra, qualunque essa sia, da qualunque prospettiva la si consideri, non può che costituire il più eloquente esempio di quanto aberrante possa essere la condotta degli uomini; che possa esistere, una guerra “indolore”, di primo acchito può apparire anche più incredibile, ma non del tutto impossibile…

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A colpi di ingegno, anziché a colpi di spada; affinando l’astuzia, piuttosto che la “mira”; affidandosi al “peso” dell’intelligenza, piuttosto che a quello dei mezzi corazzati, sul campo di battaglia si possono ottenere eclatanti successi, firmando indiscutibili “imprese eroiche”, senza spargimento di sangue… In una sorta di partita a scacchi, in cui, ad affrontarsi, siano le “intelligenze”, non i “soldati”….

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E, a pensarci bene, lo stesso stratagemma può senz’altro sortire effetti positivi, quanto inattesi, anche nei piccoli contrasti che, più o meno quotidianamente, siamo chiamati ad affrontare, nel rapporto con gli altri…

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Questo, almeno, è quanto, pare, sia riuscito ad ottenere il celeberrimo Zhuge Liang, stando alla seguente storia…

In Cina, Zhuge Liang è un nome noto a tutti. Dire a qualcuno che somiglia a Zhuge Liang, equivale ad esprimere un alto apprezzamento nei confronti della sua intelligenza. Ecco perché…

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Nel 3° secolo esistevano sul territorio cinese tre regni principali, ossia Wei, Shu e Wu. Questo periodo è definito “dei tre regni”. Questi guerreggiavano spesso fra loro, tuttavia nessuno dei tre era in grado di annientare gli altri due. Zhuge Liang era il consigliere militare del regno di Shu, famosissimo per la sua perizia nel dirigere le battaglie.

Un giorno il regno di Wei apprese la notizia che la città di Xicheng, un importante avamposto strategico del regno di Shu, era debolmente difesa, con solo 10 mila soldati, quindi inviò il generale Sima Yi a capo di oltre 100 mila soldati ad attaccarla. Appreso che le truppe di Wei stavano dirigendosi verso la città, sia il re che i soldati di Shu erano molto nervosi. Resistere con 10 mila soldati a 100 mila nemici equivaleva a rispondere con uova a delle pietre, ossia essere sconfitti. Tuttavia non c’era più tempo per trasferire truppe da altre località. La città di Xicheng era sul filo del rasoio, quindi tutti riposero le speranze nell’acuto consigliere miltare Zhuge Liang, a cui il problema parve anche difficile. Tuttavia l’urgenza della situazione lo costrinse a cercare un rimedio.

Zhuge Liang si lambiccò il cervello, e alla fine trovò una metodo sicuro. Ordinò ai cittadini e ai soldati della città di ritirarsi in un posto sicuro, poi fece aprire la porta della città, in attesa dell’arrivo dei nemici. Poco dopo il generale di Wei Sima Yi raggiunse il posto, vedendo con stupore che la porta della città, che supponeva ben difesa, era invece aperta, mentre sulle mura non si vedeva nemmeno l’ombra di una sentinella. Solo un anziano stava scopando per terra davanti alla porta della città. Mentre se ne stava imbarazzato, sulle mura della porta comparve una persona, il suo vecchio avversario Zhuge Liang. Questi si riordinò tranquillamente l’abito, sedendosi davanti ad una cetra. Subito una musica melodiosa si diffuse in basso dalla torre. Il generale e i soldati di Wei rimasero sbalorditi dalla scena: mentre la città era accerchiata, il consigliere militare di Shu Zhuge Liang suonava la cetra! La cosa pareva un mistero…

Di fronte alla porta della città aperta e a Zhuge Liang che suonava la cetra, l’astuto e sospettoso generale Sima Yi non sapeva cosa fare. Aveva ben chiaro che Zhuge Liang era un pozzo di stratagemmi, ma mai avrebbe immaginato che osasse aprire la porta della città per accogliere cento mila soldati! Quindi pensò che un gran numero di soldati e cavalli fosse in agguato al suo interno. Nel frattempo il suono della cetra sulla torre si fece sempre più veloce, come se si stesse avvicinando una tempesta. Sima Yi più sentiva più gli sembrava strano, sospettando che fosse un segnale lanciato da Zhuge Liang per chiamare le truppe al contrattacco. Quindi ordinò subito alle sue di ritirarsi. Cento mila soldati di Wei si ritirarono rapidamente, così la città di Xicheng del regno di Shu fu difesa senza nemmeno la morte di un soldato.”

a cura di Roberto Pellegrini

Sogni ed ambizioni

“La differenza tra il passato, il presente e il futuro e’ solo un sogno che persiste” – diceva Albert Einstein

Avere sane ambizioni e sogni è energia vitale che ci spinge a dare il meglio di noi stessi, a porci obiettivi realistici e a motivarci per raggiungerli con autostima ed entusiasmo.

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Affermare che “solo gli sciocchi vivono di sogni” è, secondo me, un grande errore, credo che senza sogni non si possa vivere.

Attenzione! Questo non significa che ci si debba perdere in illusioni irrazionali, creandosi aspettative che non hanno possibilità di realizzarsi e che ci regaleranno solo l’impressione di fallire; significa porsi degli obiettivi, delle piccole mete che, raggiunte, giorno dopo giorno, ci faranno guadagnare autostima e ci porranno nella condizione di assaporare sempre di più la realizzazione dei nostri sogni.

Tutti noi abbiamo sogni, è un dovere ambire a realizzarli.

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Il nostro corpo, la nostra anima hanno bisogno di questa positività per tenersi in piedi.

Spesso può capitare che eventi della vita ci gettino nello sconforto e che ci abbandoni la voglia di lottare, di porsi in gioco, di ambire, di sognare.

È proprio in momenti come questi che dobbiamo provare a mettere ordine dentro noi stessi, lasciando affiorare i nostri sogni e le nostre ambizioni e lasciandoci avvolgere dalle sensazioni che tutto ciò scatena in noi.

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Avere un sogno o un’ambizione sana è una sensazione che deve essere alimentata, questa “luce” non deve mai abbandonarci, non deve mai essere spenta.

Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità e fare il possibile per trovare la strada verso la realizzazione dei nostri sogni e il raggiungimento delle nostre ambizioni.

Il nostro sogno deve essere come “il bisogno di respirare”, proprio perché tutti noi faremmo di tutto fino all’ultimo per respirare.

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Coltivare sogni mette in condizione di cercare dentro noi stessi la forza e le risorse per realizzarli e trasformarli in realtà.

La nostra mente lavora incessantemente alla ricerca di idee e strategie per raggiungere i nostri obiettivi.

Si genera un’energia tale che spinge, che diventa imperativo, affinché il sogno e le ambizioni si realizzino e non restino solo dei rimpianti da vivere con amarezza.

Qualunque sia il nostro sogno dobbiamo agire, agire in maniera costante, con determinazione, affinché il giorno della meta sia sempre più vicino.

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Vivere con passione la realizzazione di un sogno è doveroso; in fondo i nostri sogni sono nostri e solo nostri, dobbiamo assolutamente inseguirli, fino alla fine!

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Le domande di una vita…

Prendo spunto dall’interessantissimo post, pubblicato recentemente, per riflettere un po’…

“Da dove veniamo?”…

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Religione, spiritualità, fede e scienza da sempre si fronteggiano, a colpi di “certezze” riguardo a questa domanda.

Partendo ed arrivando, in definitiva, allo stesso, “insondabile” presentimento: c’è un’”origine” che ci accomuna tutti, lontana, segreta, sfuggente, che però ha lasciato tracce evidenti di sé proprio nel “seme” di quell’atavico interrogativo, che ci è rimasto nell’anima…

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In effetti, conoscere la nostra “provenienza”, contribuisce, con accertate probabilità, a capire anche la nostra “destinazione” e, soprattutto, in virtù di tutto questo, l’aver ben chiari gli “estremi” di questo “viaggio, aiuta a capire anche:

“Chi siamo noi?”…

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Ed ecco, quindi, affiorare nel mare mai cheto della nostra coscienza, il secondo quesito, non meno dirompente e disarmante del precedente: “chi siamo?”, appunto.

Rispondere a questa domanda, equivarrebbe, in sostanza, anche a rispondere ad un altro interrogativo: “per cosa (o, se preferite, perché), siamo?”…

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Comprendere la natura di “sé”, la propria origine, automaticamente conduce a rivelarci il nostro “scopo”, la nostra “funzione” nell’Universo e, dunque, la nostra “identità”.

Conoscendo la nostra origine, e la nostra identità, passiamo a chiederci:

“Dove andiamo…?”

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Porsi questo quesito, significa implicitamente chiedersi anche “dove siamo?”.

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E farsi queste domande, può sottintendere due “sfumature”: o ci si è “perduti”, e ci si chiede, dunque, “dove si andrà a finire?”, oppure si sceglie esattamente una meta, ben consci di voler intraprendere un percorso ben preciso….

Ecco: il tratto di “strada” che unisce idealmente il “dove siamo?”, con il “dove andiamo?” (e dunque il “dove arriveremo?”), potrà essere più o meno lungo, più o meno tortuoso, più o meno difficile…

Ma sarà stato la nostra vita…

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by Roberto Pellegrini

L’aquilone della vita

“Quando un aquilone ci sfugge dalle mani,
è perché siamo stati maldestri nel “trattenerlo…”
by Roberto Pellegrini

Se l’aquilone è il nostro destino, allora i fili di esso stanno nelle nostre mani ed è indispensabile imparare a muoverli per far volare e librare il nostro aquilone.

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Come spesso accade ci si può sbagliare, mancare l’occasione e lasciarci sfuggire l’opportunità, ma da quell’esperienza si può imparare, correggere gli sbagli e ricominciare a correre di nuovo cercando di far decollare il nostro aquilone.

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Non sempre è facile, i fili si aggrovigliano e gli ostacoli si susseguono, ma non per questo si deve desistere, anzi, tutta la nostra caparbietà deve scendere in campo.

Se pensiamo alla nostra vita ci accorgiamo che è un susseguirsi di scelte che, ovviamente implicano delle responsabilità, ma questo non deve bloccare il nostro desiderio di far volare l’aquilone; in fondo, la vita è come una palestra, quindi per imparare sicuramente si deve sbagliare.

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Tutto sommato credo che sia indispensabile lasciarsi anche un po’ guidare dalle proprie sensazioni, accantonando la razionalità, a volte, l’istinto, che è parte del nostro essere, può essere un buon alleato e soprattutto, dovremmo cercare di accantonare la paura di sbagliare e di far precipitare di nuovo il nostro aquilone.

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Imprescindibile è anche cercare di annientare le influenze esterne e scegliere sempre una strategia da soli, magari andando contro il parere di tutti, se l’aquilone non volerà saremo comunque sereni di aver scelto ascoltando il nostro cuore e nessun altro.

Coraggio! E’ solo una questione di esercizio: facciamo le nostre scelte, restiamo coerenti e cerchiamo, strada facendo, di muovere i fili dell’aquilone sfruttando il vento giusto, guai lasciarsi prendere dalla frustrazione.

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Presunzione…: tanto clamore per nulla!

“Atto o atteggiamento ispirato ad ambizioni o pretese orgogliose e indisponenti.”

E’, questa, una delle tante definizioni di “presunzione”.

La tracotanza è un atteggiamento con il quale, bene o male, tutti noi abbiamo avuto a che fare…

Nella vita di tutti i giorni, nei rapporti interpersonali (molto spesso sul posto di lavoro…), non è raro imbattersi in individui (evidentemente depositari di immanenti verità assolute…), fermamente convinti di avere sempre pronta la spiegazione giusta al momento giusto, quando in realtà, finiscono semplicemente per dare sfoggio di ignoranza, inettitudine e superficialità.

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“La scienza infusa è un dono molto raro!”, diceva mio nonno… E credo proprio che avesse ragione, perché la saggezza “pret-à-porter” non è ancora stata messa in produzione da nessuno, costituendo sempre, in realtà, il risultato di una profonda maturazione interiore, quasi sempre “figlia” di “percorsi” tutt’altro che facili.

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Probabilmente, per evitare certe squallide “esibizioni”, sarebbe sufficiente concentrare le nostre attenzioni non tanto (o non solo…), sulle “pagliuzze” presenti nell’occhio del nostro prossimo, bensì prendere atto di quanto “ospitiamo” nelle nostre cornee… capaci e, talvolta, “corazzate”!

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Leggete con me questa breve parabola Zen…

In un piccolo tempio sperduto su una montagna, quattro monaci erano in meditazione. Avevano deciso di fare una sesshin (*) di assoluto silenzio. La prima sera la candela si spense e la stanza piombò in una profonda oscurità.

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Sussurrò un monaco: “Si è spenta la candela!”.

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Il secondo rispose: “Non devi parlare, è una sesshin di silenzio totale”.

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Il terzo aggiunse: “Perché parlate? Dobbiamo tacere, rimanere in perfetto silenzio!”.

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Il quarto, il responsabile della sesshin, concluse: “Siete tutti stolti, solo io non ho parlato!”.

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(*) una sesshin, che alla lettera significa “riunione di menti”, è un periodo di meditazione intensiva attraverso la pratica di zazen, svolto in un monastero Zen o anche in un altro luogo di pratica, ndr.

a cura di Roberto Pellegrini

Crederci, per riuscire….!

Intelligenza ed astuzia (probabilmente, per larga parte innate e, secondo alcuni, l’una complementare dell’altra…), sono certamente invidiabili doti, che possono fare la differenza, in circostanze delicate, in cui sia necessario assumere decisioni importanti, magari apparentemente avventate, controcorrente. Riuscire a mantenere lucidità e sangue freddo (unitamente ad un’incrollabile fiducia nei propri mezzi…), specie quando si è costretti ad agire “under pressure”, può rivelarsi un fattore determinante, per il conseguimento di un obiettivo. Caso e/o fortuna a parte (per chi ci crede…): resta sottinteso.

Curiosando qua e là, ho scovato una antica storiella cinese che, tra l’altro, illustrerebbe proprio questo concetto…

Eccovela:

Verso il 3° secolo d.C., la Cina si trovava in un periodo di equilibrio fra i tre Stati di Wei, Shu e Wu. Tra questi Wei occupava il nord, Shu il sud-ovest e Wu il sud del paese.

Una volta Wei inviò truppe ad attaccare per via fluviale Wu situato lungo il corso del Fiume Azzurro. Poco dopo le truppe di Wei raggiunsero un luogo poco lontano da Wu e si accamparono presso il fiume, cercando l’occasione per attaccare.

Il maresciallo di Wu, Zhou Yu, dopo aver studiato la situazione delle truppe di Wei, decise di difendersi con archi e frecce dai nemici. Tuttavia, come fabbricare in breve tempo le 100 mila frecce necessarie alla battaglia? Secondo le condizioni degli artigiani del tempo, per fabbricare queste frecce occorrevano 10 giorni, un tempo troppo lungo per la difesa di Wu.

Proprio allora lo stratega dello Stato di Shu, Zhuge Liang, era in visita nello Stato di Wu. Zhuge Liang era estremamente intelligente, per cui Zhou Yu gli chiese come fabbricare il più velocemente possibile le frecce necessarie. Zhuge Liang disse a Zhou Yu che sarebbero bastati tre giorni. Tutti ritenevano che fosse esagerato, tuttavia Zhuge Liang firmò l’ordine secondo cui se non onorava il compito nel tempo previsto, poteva essere decapitato.

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Accettato il compito, Zhuge Liang non era affatto ansioso. Egli disse al ministro di Wu, Lu Su, che fabbricare un numero tale di frecce era naturalmente impossibile con metodi comuni. In seguito gli chiese di preparare 20 barchette, ognuna delle quali doveva accogliere 30 soldati; tutte le barche dovevano essere ricoperte di paglia. Quindi chiese ripetutamente a Lu Su di mantenere il segreto sul piano. Lu Su preparò le barche e le altre cose richieste da Zhuge Liang, tuttavia non ne conosceva molto il segreto.

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Zhuge Liang aveva detto che per avere 100 mila frecce occorrevano solo tre giorni; tuttavia il primo giorno non dette segno di alcuna iniziativa e così pure il secondo. Il terzo giorno stava per arrivare, senza alcuna freccia. Tutti temevano per Zhuge Liang: se non onorava la parola nel tempo previsto, sarebbe morto!

La notte del terzo giorno, Zhuge Liang invitò di nascosto Lu Su a bordo di una barchetta. Questi gli chiese: “Perché mi hai fatto venire qui?” Zhuge Liang rispose: Perché tu venga con me a prendere le frecce!” Lu Su chiese senza capire: Dove andiamo a prenderle?” Sorridendo Zhuge Liang rispose: “Lo capirai al momento opportuno!” Quindi ordinò di legare insieme le 20 barchette con della corda e di farle avanzare verso l’accampamento di Wei.

Quella notte sul fiume era scesa una nebbia tale che non si riusciva a vedere le dita della propria mano! Più la nebbia si infittiva, più Zhuge Liang incitava le barche ad avanzare velocemente. Quando furono presso l’accampamento di Wei, ordinò loro di disporsi orizzontalmente, mentre ufficiali e soldati dovevano battere i tamburi e gridare. Spaventato a morte, Lu Su disse a Zhuge Liang: “Abbiamo solo 20 barchette e 300 soldati, se le truppe di Wei ci attaccano, moriremo tutti!” Zhege Liang rispose ridendo: “Sono convinto che le truppe di Wei non attaccheranno nella nebbia, quindi possiamo bere tranquillamente in barca!” Intanto nell’accampamento di Wei, uditi i tamburi e le grida, il comandante Cao Cao aveva riunito subito i vari generali per consultarsi sulle contromisure. Alla fine decisero che visto che per la densa nebbia sul Fiume Azzurro non era chiara la concreta situazione dei nemici, i marinai dovevano lanciare bordate di frecce contro la parte nemica in modo da impedire uno sbarco. Così la parte di Wei inviò 10 mila arcieri sulla sponda del fiume a lanciare bordate di frecce nella direzione dei colpi di tamburo e delle grida.

In un attimo le frecce volarono come pioggia sulle barche di Zhuge Liang e subito la paglia si riempì di frecce. Allora Zhuge Liang ordinò alle barche di girarsi per esporre il lato non colpito alle truppe di Wei, e subito anche questa volta le barchette si riempirono di frecce. Vedendo che le frecce ottenute dalle 20 barche erano sufficienti, Zhuge Liang ordinò loro di tornare indietro rapidamente. Intanto la fitta nebbia stava scomparendo. Quando le truppe di Wei capirono l’accaduto, provarono un gran rimorso.

Quando le barche di Zhuge Liang arrivarono all’accampamento di Wu, il maresciallo Zhou Yu aveva già mandato 500 soldati a ritirare le frecce. Dopo un conteggio, le frecce infilate nella paglia risultarono proprio 100 mila! Zhou Yu non poté non ammirare l’intelligenza di Zhuge Liang.

Come aveva potuto sapere che quella notte sarebbe scesa una fitta nebbia sul fiume?

In realtà Zhuge Liang sapeva osservare i cambiamenti del tempo. Attraverso un’accurata previsione aveva concluso che quella notte ci sarebbe stata una fitta nebbia.

Così con la propria intelligenza, Zhuge Liang ottenne ingegnosamente 100 mila frecce dalle truppe nemiche.

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a cura di Roberto Pellegrini