Poesia, specchio della vita…

La Poesia è nelle esperienze che viviamo, e nella vita che ci immaginiamo…

Probabilmente è così che tenterei di sintetizzare in una definizione, la mia idea di Poesia…

In realtà, cosa sia esattamente la Poesia, nessuno può dirlo. Ma è innegabile il fascino che questa nobile e misteriosa forma d’Arte abbia, da sempre, esercitato sull’animo umano…

Rivelatrice di sogni segreti, di sentimenti sul punto di spiccare il volo, di silenzi densi di significati, di timidezze in cerca di un coraggio perduto…, la Poesia si fa, romanticamente, se credete, portavoce del nostro mondo interiore, della nostra intimità più vulnerabile; della nostra anima nuda…

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Attraverso di essa si riesce spesso a definire quel “qualcosa” che sentiamo vibrare in fondo al cuore, catturando quell’attimo esatto in cui la nostra sensibilità resta “abbacinata” da un’esplosione di sensazioni, luminose e confuse, come un fuoco d’artificio improvviso…

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Ecco cos’è un Poeta…: un “cronista” delle emozioni, un “cacciatore” di schiocchi di luce, catturati e salvati dal buio dell’indifferenza…

I Poeti (che non sono mai persone “facili”…), sanno “ascoltare” i propri silenzi ed i silenzi della vita; sanno raccontarli; riescono a comprenderli e a tradurli sul foglio di carta, per farne “dono” a tutti…; e sanno trasformare in “silenzio”, il “frastuono” inutile e fuorviante della superficialità…

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Niente gratifica di più un Poeta, quanto la certezza che qualcuno si sia “riconosciuto” nei versi di una Poesia…, perché, in fondo, la Poesia (come l’Arte in genere…), non è altro che uno “specchio”, di fronte al quale la nostra vita, spesso si riconosce…

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Non si fa mai Poesia per “lavoro”: un Poeta, innanzitutto, asseconda sempre un’”esigenza” creativa, un “istinto” indomito, come fa il Pittore, il Musicista, il Romanziere…

Il grande Jorge Luis Borges era solito affermare: “Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere…”.

Sì: la Poesia è una “scoperta” meravigliosa…

by Roberto Pellegrini

Se amate la poesia vi segnaliamo il nostro libro: “Il sentiero dei sogni: raccolta di poesie commentate” che trovate qui

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Dino Buzzati: un artista a tutto tondo

Una delle figure di spicco del panorama culturale italiano (letterario, ma non solo), del ‘900 è, senza ombra di dubbio, Dino Buzzati.

Figlio di Giulio Cesare Buzzati, giurista e docente universitario, e di Alba Mantovani, sorella di Dino Mantovani, noto e stimato scrittore di fine Ottocento, Dino nasce a San Pellegrino, nei pressi di Belluno, il 16 ottobre 1906, chiaramente inserito in un ambiente borghese e benestante.

Trascorre la sua prima giovinezza dividendosi tra Milano, città in cui risiede, per via del lavoro del padre, Docente presso l’Università Bocconi, e la Villa di San Pellegrino, che frequenta soprattutto nel periodo estivo.

Questi due “universi”, così differenti tra loro (la città milanese e la montagna bellunese), saranno un motivo ricorrente nella sua particolarissima narrativa. E’ proprio, infatti, nella villa di San Pellegrino che Dino affina e sviluppa il proprio universo interiore e la sua dirompente immaginazione, che trae spunto dal rapporto con la natura, oltre che dalle intense letture compiute nella immensa biblioteca di famiglia. Quello con la montagna, poi, costituirà, per Dino Buzzati, un legame profondissimo, che durerà per tutta la vita.

Fin da giovanissimo Dino si distingue per la sua profonda sensibilità, che trova sbocco, oltre che nella scrittura, anche nella musica e nella pittura.

Si laurea nel 1928 in Giurisprudenza, per volere della famiglia, ma immediatamente dopo (…e per fortuna, aggiungiamo…), decide di seguire la propria vocazione letteraria, iniziando la carriera nel Corriere della Sera (collaborazione che non abbandonerà mai), e soprattutto, avviandosi al “mestiere” di romanziere.

“Bàrnabo delle Montagne”, suo primo romanzo, viene pubblicato già nel 1933, seguito da “Il segreto del bosco vecchio”, del 1935; per entrambi i “lavori” si arriverà alla versione cinematografica, per la regia, rispettivamente, di Mario Brenta ed Ermanno Olmi.

E’ questo il periodo in cui, anche in virtù della felice collaborazione con il periodico “La Lettura”, Buzzati inizia a scrivere racconti brevi, che contribuiranno ad alimentare la sua fama di narratore (ricordiamo: Sette piani, 1937; I sette messaggeri, 1939; Eppure battono alla porta, 1940), per la loro “fusione” di elementi realistici ed elementi fantastici e per un evidente alone di inquietante mistero.

Nel 1939 Buzzati parte per l’Etiopia come inviato del “Corriere”; da questa esperienza – che lo segnerà profondamente – nasce il romanzo che lo consacrerà come un autore di fama internazionale: “Il deserto dei Tartari”, il cui titolo originale era “La fortezza”, pubblicato dall’editore Rizzoli nel 1940.

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Proseguendo la sua collaborazione con il “Corriere”, Buzzati non prende parte agli eventi bellici; nel 1945 pubblica (prima sul “Corriere dei Piccoli” poi in edizione completa in volume), “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”, una favola per bambini arricchita di tavole e disegni per mano dello stesso autore. Mentre “Il deserto dei tartari” conosce molte riedizioni e numerose traduzioni all’estero, Buzzati “insiste” con la narrazione breve, tra fantastico e surreale: i racconti sono ora raccolti in “Paura alla Scala”, del 1949. Nello stesso anno, Buzzati è l’inviato del “Corriere” al Giro d’Italia, e l’anno successivo è vicedirettore della “Domenica del Corriere”, al cui “taglio” di successo contribuirà in maniera determinante. Nel corso degli anni Cinquanta, Buzzati scrive anche alcuni testi per il Teatro.

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Nel 1958 si aggiudica l’importante Premio Strega con la raccolta “Sessanta racconti”, che raccoglie il meglio della sua produzione. Nel 1960, con “Il grande ritratto”, Buzzati si accosta all’ “universo” femminile (e al tema dell’amore), per la prima volta, interessandosi a quello che diventerà uno dei temi principali della sua poetica successiva, che culminerà nel 1963 con la pubblicazione di “Un amore”, nuovo romanzo di natura chiaramente autobiografica. Se nel 1960 sono stati pubblicati per Mondadori i testi de “Il colombre e altri cinquanta racconti”, nel 1965 Buzzati si cimenta con la Poesia, con “Il capitano Pic e altre poesie”.

Nel frattempo, si dedicherà anche all’attività di pittore, altra sua grande passione, partecipando, con successo, a diverse mostre ed esposizioni.

Nel 1971, provato dall’età e da una grave malattia, mette insieme parte della sua produzione (racconti ed elzeviri) nella raccolta “Notti difficili”, per poi spegnersi il 28 gennaio del 1972.

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cura di Roberto Pellegrini

Caro libro, ti scrivo…

Anche sul web il curioso “derby” affolla i motori di ricerca, suscita interesse, stuzzica la curiosità: l’argomento “c’è”…

Meglio il libro cartaceo, con copertina rigida e pagine fruscianti, o l’innovativo ed asettico eBook, figlio di eReader di razza pura? Troppo facile sarebbe rispondere: “Ai posteri l’ardua sentenza…”: non trovo dignitoso demandare sempre i quesiti più impegnativi a quanti ci seguiranno…

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Scherzi a parte, in effetti oggi non possiamo che constatare, a prescindere dalle statistiche che evidenzierebbero un calo sempre crescente, purtroppo, del nostro piacere per la lettura (sia essa cartacea, o digitale), un progressivo disinteresse proprio per l’ “oggetto” libro. Specie tra i giovani e i giovanissimi.

Da più parti si sostiene da tempo che il libro cartaceo stia “tirando gli ultimi”: non è questa la sede per un’analisi dettagliata della questione (vero, falso, perché, percome, per colpa di chi, ecc…).

Ma, appurato questo, non avrei mai pensato di dover assistere, mio malgrado e anzitempo, anche ad una sorta di “vilipendio” della povera “salma”.

Mi spiego.

Sto aspettando l’autobus alla solita fermata; guardandomi attorno mi accorgo che, dall’altra parte della strada, sul marciapiede, c’è un libro in terra. Mentre mi accingo ad attraversare, per raccoglierlo e, magari, metterlo in vista sulla panchina vicina, sopraggiungono tre ragazzini. Risatine, sigaretta, scherzi, stereo a palla. E, fin qui, niente da dire (magari tirarsi un po’ su i calzoni non guasterebbe…). Ciò che mi allibisce è che tutti e tre, senza battere ciglio, calpestino, praticamente prendendolo a calci, il libro…

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“Ma scusate…” -, sbotto io – “Ma non avete visto quel libro in terra…?”

Un annoiato “Embè”, seguito da poderose “spallucce”, con accompagnamento di nuove risatine, è stata la risposta.

Che, detto tra noi, mi ha lasciato di stucco.

Credo che la vera emergenza non sia tener “vivo” il libro cartaceo (che, in ogni caso, sono certo che se la saprà cavare…), quanto piuttosto, intervenire al più presto per “rianimare” certi cervelli…

“AAA, specialisti in rianimazione cercasi. Astenersi perditempo…”

testo di Roberto Pellegrini

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Le emozioni, energia della vita

Si legge su Wikipedia: “Le emozioni sono stati mentali e fisiologici associati a modificazioni psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi…Le emozioni rivestono anche una funzione relazionale (comunicazione agli altri delle proprie reazioni psicofisiologiche) e una funzione autoregolativa (comprensione delle proprie modificazioni psicofisiologiche)…”

Quindi esse sono importantissime nello sviluppo delle esperienze umane, in quanto rappresentano il nostro modo di esprimerci e, a volte, possono diventare più importanti delle parole.

Le emozioni sono in stretta correlazione con il corpo,  due dimensioni diverse che però vanno di pari passo: quando una parla, l’altra reagisce, tanto che è scientificamente dimostrato che, quando proviamo un dolore fisico, nel nostro cervello si attivano aree simili, di quando proviamo un dolore emotivo.

Se paragoniamo la nostra vita ad uno spartito musicale, le emozioni sono come le note musicali che, a volte allegre e vivaci, altre volte tristi e lente, sviluppano l’energia necessaria a vivere la quotidianità, quindi le emozioni dominano gran parte della nostra vita.

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L’Arte, a me tanto cara, è il linguaggio universale che, attraverso le emozioni, accomuna tutta l’umanità.

Vorrei a questo punto proporvi una riflessione: gli haiku, di cui vi ho già in precedenza parlato, sono proprio dei brevi poemi ispirati alle emozioni del momento di fronte allo stupore connesso alla natura. E’ un po’ come osservare qualcosa con gli occhi di un bimbo, catturando l’emozione del presente in modo intenso e luminoso.

 

A tale proposito vi consiglio un e-book per avvicinarvi a questo genere di lirica: “All’ombra di un ciliegio: raccolta di Haiku e WakaAll’ombra di un ciliegio: raccolta di Haiku e Waka” by Roberto Pellegrini

 

 

Agropoli e le sue leggende

“E che cos’è quell’alta rupe che ci appare lastricata fino in cima da campicelli come da un elegante geometria? E perché l’erba, quasi azzurra su quella rupe, trascolorisce irrequieta, come da un sottopelle di tatuaggio a una scorticatura smaltata? Ne vedrò più tardi l’altra anca, nuda e scabra: è la punta di Agropoli, e, come un canguro, sulla sua pancia, nascondendola al mare, porta la sua città: un’unica strada che le case fanno stretta, che bruscamente diventa quasi verticale, e ci offre una prospettiva di gente sparsa in moto.”

Così Giuseppe Ungaretti ritrasse Agropoli nella sua opera “Il deserto e dopo” . Egli visitò il borgo all’inizio degli anni trenta, ne fu rapito e non mancò di definire il Cilento una “terra ospitale, terra d’asilo!”.

Agropoli è un antico borgo marittimo che si affaccia su di un mare cristallino in provincia di Salerno, ricco di storia e tradizioni, nonché di leggende ricche di fascino, come quelle che riporto qui di seguito.

La leggenda dei Gabbiani

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Ad Agropoli si dice che chi uccida o scacci i gabbiani, attirerà su di sé l’ira del Signore. Ciò perché un’antica storia narra che essi siano le anime di un gruppo di pescatori morti in mare e che, volando, indichino l’arrivo di una bonaccia o di una tempesta.

Nel XVIII secolo ci fu un periodo di grande carestia, durante il quale mancava ogni forma di sostentamento, solo il pescato permetteva agli abitanti la sopravvivenza.

Ad un certo punto, il mare in tempesta impedì ai pescatori, per molti giorni, di dedicarsi alla pesca. Un gruppo di giovani, nonostante ciò, in considerazione delle condizioni disastrose in cui versavano le loro famiglie per mancanza di cibo, decise di avventurarsi ugualmente in mare.

Purtroppo non fecero più ritorno perché le loro barche furono inghiottite dal mare, lasciandoli senza speranza di salvezza.

San Pietro e San Paolo provando pietà, decisero di trasformarli in gabbiani, affinché in futuro, segnalassero le tempeste.

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La leggenda della Regina Verde, una grande storia d’amore sopravvissuta alla distanza e al destino avverso.

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Si dice che quando i Saraceni sbarcarono ad Agropoli, tra di loro c’era un’unica donna, Ermegalda, figlia del condottiero.

Essi divennero i padroni di tutto il territorio e il comandante si fece incoronare re insieme alla sua bella figlia, che aveva però il volto di colore verde e fu soprannominata Regina Verde.

Il suo bell’aspetto la rendeva oggetto delle attenzioni di molti giovani, ma lei, durante una passeggiata alla baia di Trentova, si innamorò perdutamente di un pescatore e con lui prese a trascorrere intere giornate e cosa curiosa il suo viso, giorno dopo giorno, diventò sempre più roseo.

Purtroppo, un giorno, il pescatore rimase vittima di una tempesta, la Regina lo attese inutilmente per tre giorni e tre notti, ma quando comprese che il suo amato non sarebbe più tornato si gettò dalla rupe per raggiungerlo in mare.

Il Dio del mare ebbe pietà di lei e la trasformò in ninfa. Ella prese a vivere in una grotta e nelle notti di tempesta, qualcuno dice che si avvertano ancora le sue urla disperate.

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Infine, un racconto che mescola la storia alla leggenda, lo scoglio di San Francesco

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Il santo passò da queste terre nel 1222, durante i suoi pellegrinaggi e le tracce tangibili della sua presenza sono raccolte in una pietra che emerge dal mare con la sua nuda croce e in un convento (oggi adibito ad abitazioni) che anni dopo la sua morte, fu eretto di fronte.

La leggenda narra che durante la sua predicazione San Francesco si rivolgeva ai pesci e agli uccelli su quell’isola, davanti ad un popolo incredulo di pescatori.

Pare che una prova della magia di quel luogo emerga in occasione delle mareggiate più impetuose: l’acqua non supera mai lo scoglio, accettando di carezzarlo soltanto, in un moto di eterna preghiera.

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Dedico questo post a Roberto Pellegrini che davanti a questo mare cristallino, ispirato dalla magia del luogo, ha scritto e mi ha dedicato molte delle sue poesie.

Una fra queste “Risacca“, inserita nel nostro libro: “Riflessi d’Amore: Anime allo Specchio” che qui di seguito posto corredata dal mio commento.

Nudo è l’abbraccio
del mare
sul tuo corpo nudo
e sull’anima appena
vestita
dei rochi bisbigli adagiati
sull’andirivieni dell’onda,
nell’ora assolata.
E’ lì,
che ora vive il mio cuore:
nel palpito antico e sfuggente
della risacca. Cullato
tra gioie ed inganni,
tra ieri e domani
ora sfioro
il tuo passo, ora indietro
in un breve frangente
mi perdo,
in attesa
di un tempo sicuro…
E s’arrende
il mio misero pianto all’invito
lontano
del canto veloce di un bianco
gabbiano.

“Desidero che il mare mi tocchi, mi faccia respirare il mondo e i suoi perché, mi regali un istante eterno, che porterò con me come ricordo indelebile. Il mare è il mistero in cui mi immerge per ritrovare la mia vita. Il mare” così scriveva Stephen Littleword.

… e il mare è il mistero in cui si immerge anche l’autore di questa poesia, per ritrovare il contatto con l’amore lontano. Amore che è vita.

Il mare: la sua immensità, il suo lento movimento, il suo dolce continuo infrangersi in una giornata assolata.

L’uomo: la sua solitudine, i suoi sogni, i suoi ricordi, la sua anima, in una giornata vissuta lontano dal suo amore.

Il mare è il suo specchio dove si perde nell’”attesa di un tempo sicuro” e, quasi d’incanto, sovviene la serenità, volgendo lo sguardo verso la linea blu dell’orizzonte, contemplando, speranze, sogni e desideri, disincantato solo dal “canto veloce di un bianco gabbiano”.

Mare, piacevole compagno di riflessioni!