Caro libro, ti scrivo…

Anche sul web il curioso “derby” affolla i motori di ricerca, suscita interesse, stuzzica la curiosità: l’argomento “c’è”…

Meglio il libro cartaceo, con copertina rigida e pagine fruscianti, o l’innovativo ed asettico eBook, figlio di eReader di razza pura? Troppo facile sarebbe rispondere: “Ai posteri l’ardua sentenza…”: non trovo dignitoso demandare sempre i quesiti più impegnativi a quanti ci seguiranno…

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Scherzi a parte, in effetti oggi non possiamo che constatare, a prescindere dalle statistiche che evidenzierebbero un calo sempre crescente, purtroppo, del nostro piacere per la lettura (sia essa cartacea, o digitale), un progressivo disinteresse proprio per l’ “oggetto” libro. Specie tra i giovani e i giovanissimi.

Da più parti si sostiene da tempo che il libro cartaceo stia “tirando gli ultimi”: non è questa la sede per un’analisi dettagliata della questione (vero, falso, perché, percome, per colpa di chi, ecc…).

Ma, appurato questo, non avrei mai pensato di dover assistere, mio malgrado e anzitempo, anche ad una sorta di “vilipendio” della povera “salma”.

Mi spiego.

Sto aspettando l’autobus alla solita fermata; guardandomi attorno mi accorgo che, dall’altra parte della strada, sul marciapiede, c’è un libro in terra. Mentre mi accingo ad attraversare, per raccoglierlo e, magari, metterlo in vista sulla panchina vicina, sopraggiungono tre ragazzini. Risatine, sigaretta, scherzi, stereo a palla. E, fin qui, niente da dire (magari tirarsi un po’ su i calzoni non guasterebbe…). Ciò che mi allibisce è che tutti e tre, senza battere ciglio, calpestino, praticamente prendendolo a calci, il libro…

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“Ma scusate…” -, sbotto io – “Ma non avete visto quel libro in terra…?”

Un annoiato “Embè”, seguito da poderose “spallucce”, con accompagnamento di nuove risatine, è stata la risposta.

Che, detto tra noi, mi ha lasciato di stucco.

Credo che la vera emergenza non sia tener “vivo” il libro cartaceo (che, in ogni caso, sono certo che se la saprà cavare…), quanto piuttosto, intervenire al più presto per “rianimare” certi cervelli…

“AAA, specialisti in rianimazione cercasi. Astenersi perditempo…”

testo di Roberto Pellegrini

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Le emozioni, energia della vita

Si legge su Wikipedia: “Le emozioni sono stati mentali e fisiologici associati a modificazioni psicofisiologiche, a stimoli interni o esterni, naturali o appresi…Le emozioni rivestono anche una funzione relazionale (comunicazione agli altri delle proprie reazioni psicofisiologiche) e una funzione autoregolativa (comprensione delle proprie modificazioni psicofisiologiche)…”

Quindi esse sono importantissime nello sviluppo delle esperienze umane, in quanto rappresentano il nostro modo di esprimerci e, a volte, possono diventare più importanti delle parole.

Le emozioni sono in stretta correlazione con il corpo,  due dimensioni diverse che però vanno di pari passo: quando una parla, l’altra reagisce, tanto che è scientificamente dimostrato che, quando proviamo un dolore fisico, nel nostro cervello si attivano aree simili, di quando proviamo un dolore emotivo.

Se paragoniamo la nostra vita ad uno spartito musicale, le emozioni sono come le note musicali che, a volte allegre e vivaci, altre volte tristi e lente, sviluppano l’energia necessaria a vivere la quotidianità, quindi le emozioni dominano gran parte della nostra vita.

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L’Arte, a me tanto cara, è il linguaggio universale che, attraverso le emozioni, accomuna tutta l’umanità.

Vorrei a questo punto proporvi una riflessione: gli haiku, di cui vi ho già in precedenza parlato, sono proprio dei brevi poemi ispirati alle emozioni del momento di fronte allo stupore connesso alla natura. E’ un po’ come osservare qualcosa con gli occhi di un bimbo, catturando l’emozione del presente in modo intenso e luminoso.

 

A tale proposito vi consiglio un e-book per avvicinarvi a questo genere di lirica: “All’ombra di un ciliegio: raccolta di Haiku e WakaAll’ombra di un ciliegio: raccolta di Haiku e Waka” by Roberto Pellegrini

 

 

Agropoli e le sue leggende

“E che cos’è quell’alta rupe che ci appare lastricata fino in cima da campicelli come da un elegante geometria? E perché l’erba, quasi azzurra su quella rupe, trascolorisce irrequieta, come da un sottopelle di tatuaggio a una scorticatura smaltata? Ne vedrò più tardi l’altra anca, nuda e scabra: è la punta di Agropoli, e, come un canguro, sulla sua pancia, nascondendola al mare, porta la sua città: un’unica strada che le case fanno stretta, che bruscamente diventa quasi verticale, e ci offre una prospettiva di gente sparsa in moto.”

Così Giuseppe Ungaretti ritrasse Agropoli nella sua opera “Il deserto e dopo” . Egli visitò il borgo all’inizio degli anni trenta, ne fu rapito e non mancò di definire il Cilento una “terra ospitale, terra d’asilo!”.

Agropoli è un antico borgo marittimo che si affaccia su di un mare cristallino in provincia di Salerno, ricco di storia e tradizioni, nonché di leggende ricche di fascino, come quelle che riporto qui di seguito.

La leggenda dei Gabbiani

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Ad Agropoli si dice che chi uccida o scacci i gabbiani, attirerà su di sé l’ira del Signore. Ciò perché un’antica storia narra che essi siano le anime di un gruppo di pescatori morti in mare e che, volando, indichino l’arrivo di una bonaccia o di una tempesta.

Nel XVIII secolo ci fu un periodo di grande carestia, durante il quale mancava ogni forma di sostentamento, solo il pescato permetteva agli abitanti la sopravvivenza.

Ad un certo punto, il mare in tempesta impedì ai pescatori, per molti giorni, di dedicarsi alla pesca. Un gruppo di giovani, nonostante ciò, in considerazione delle condizioni disastrose in cui versavano le loro famiglie per mancanza di cibo, decise di avventurarsi ugualmente in mare.

Purtroppo non fecero più ritorno perché le loro barche furono inghiottite dal mare, lasciandoli senza speranza di salvezza.

San Pietro e San Paolo provando pietà, decisero di trasformarli in gabbiani, affinché in futuro, segnalassero le tempeste.

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La leggenda della Regina Verde, una grande storia d’amore sopravvissuta alla distanza e al destino avverso.

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Si dice che quando i Saraceni sbarcarono ad Agropoli, tra di loro c’era un’unica donna, Ermegalda, figlia del condottiero.

Essi divennero i padroni di tutto il territorio e il comandante si fece incoronare re insieme alla sua bella figlia, che aveva però il volto di colore verde e fu soprannominata Regina Verde.

Il suo bell’aspetto la rendeva oggetto delle attenzioni di molti giovani, ma lei, durante una passeggiata alla baia di Trentova, si innamorò perdutamente di un pescatore e con lui prese a trascorrere intere giornate e cosa curiosa il suo viso, giorno dopo giorno, diventò sempre più roseo.

Purtroppo, un giorno, il pescatore rimase vittima di una tempesta, la Regina lo attese inutilmente per tre giorni e tre notti, ma quando comprese che il suo amato non sarebbe più tornato si gettò dalla rupe per raggiungerlo in mare.

Il Dio del mare ebbe pietà di lei e la trasformò in ninfa. Ella prese a vivere in una grotta e nelle notti di tempesta, qualcuno dice che si avvertano ancora le sue urla disperate.

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Infine, un racconto che mescola la storia alla leggenda, lo scoglio di San Francesco

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Il santo passò da queste terre nel 1222, durante i suoi pellegrinaggi e le tracce tangibili della sua presenza sono raccolte in una pietra che emerge dal mare con la sua nuda croce e in un convento (oggi adibito ad abitazioni) che anni dopo la sua morte, fu eretto di fronte.

La leggenda narra che durante la sua predicazione San Francesco si rivolgeva ai pesci e agli uccelli su quell’isola, davanti ad un popolo incredulo di pescatori.

Pare che una prova della magia di quel luogo emerga in occasione delle mareggiate più impetuose: l’acqua non supera mai lo scoglio, accettando di carezzarlo soltanto, in un moto di eterna preghiera.

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Dedico questo post a Roberto Pellegrini che davanti a questo mare cristallino, ispirato dalla magia del luogo, ha scritto e mi ha dedicato molte delle sue poesie.

Una fra queste “Risacca“, inserita nel nostro libro: “Riflessi d’Amore: Anime allo Specchio” che qui di seguito posto corredata dal mio commento.

Nudo è l’abbraccio
del mare
sul tuo corpo nudo
e sull’anima appena
vestita
dei rochi bisbigli adagiati
sull’andirivieni dell’onda,
nell’ora assolata.
E’ lì,
che ora vive il mio cuore:
nel palpito antico e sfuggente
della risacca. Cullato
tra gioie ed inganni,
tra ieri e domani
ora sfioro
il tuo passo, ora indietro
in un breve frangente
mi perdo,
in attesa
di un tempo sicuro…
E s’arrende
il mio misero pianto all’invito
lontano
del canto veloce di un bianco
gabbiano.

“Desidero che il mare mi tocchi, mi faccia respirare il mondo e i suoi perché, mi regali un istante eterno, che porterò con me come ricordo indelebile. Il mare è il mistero in cui mi immerge per ritrovare la mia vita. Il mare” così scriveva Stephen Littleword.

… e il mare è il mistero in cui si immerge anche l’autore di questa poesia, per ritrovare il contatto con l’amore lontano. Amore che è vita.

Il mare: la sua immensità, il suo lento movimento, il suo dolce continuo infrangersi in una giornata assolata.

L’uomo: la sua solitudine, i suoi sogni, i suoi ricordi, la sua anima, in una giornata vissuta lontano dal suo amore.

Il mare è il suo specchio dove si perde nell’”attesa di un tempo sicuro” e, quasi d’incanto, sovviene la serenità, volgendo lo sguardo verso la linea blu dell’orizzonte, contemplando, speranze, sogni e desideri, disincantato solo dal “canto veloce di un bianco gabbiano”.

Mare, piacevole compagno di riflessioni!

 

 

Waka: particolarissima e “nobile” forma di componimento poetico

Waka, ossia WA/Giappone e KA/poesia, da qui: Poesia Giapponese. Un genere di lirica molto antico e tanto caro agli Imperatori.

Waka: 31 sillabe (5-7-5-7-7) soltanto, che ha “come seme il cuore umano” e si basa su “migliaia di foglie di parole” e che “… senza ricorrere alla forza, muove il cielo e la terra, commuove… armonizza anche il rapporto tra l’uomo e la donna, pacifica pure l’anima …

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Tutti gli Waka sono di Roberto Pellegrini tratti dal suo libro: “Come il vento sulle labbra – Raccolta di 69 Waka

Lezione by Roberto Pellegrini

Oggi condivido con voi una poesia a me molto cara, scritta da Roberto Pellegrini ed inserita nel libro Nell’Abbraccio della Luna – Quando l’Amore rende inutili i Sogni che mi ha visto coautrice di Roberto attraverso i miei commenti alle sue poesie.

LEZIONE

Nella mia solitudine
ho imparato a cercarti,
con l’anima attenta
ad ogni tuo segnale…;
nei miei sogni
ho imparato ad aspettarti,
con gli occhi chiusi,
ma con il cuore pronto…;
nei miei errori
ho imparato a rispettarti,
con la coscienza umile
e serena…;
sulle tue labbra
ho imparato ad amarti,
riconoscendo il tuo nome
e i nostri giorni.

“Vivere la solitudine non significa chiudere ogni porta, ma trovarsi solo in una parentesi di vita, per molte vicissitudini, a volte anche a causa di errori, ma saper invertire la rotta e porsi in modo attento a ciò che la vita ancora ci offre è un ottimo modo per andare incontro al futuro.

Può anche succedere che le situazioni negative della vita rendano l’uomo incline a commettere, involontariamente, errori. Proprio la maturità nel riconoscere i propri sbagli, con umiltà, è un segno di profondo amore verso il partner, non è certo un’impronta di debolezza.

Chi sta di fronte non può che apprezzare il dono del rispetto racchiuso nell’ammissione e non potrà che sentirsi ancora più amato.

Due anime, che con umiltà si spogliano dei propri egoismi e dei propri sbagli per abbracciarsi nella certezza di essersi riconosciute sono sorrette dalla grande forza dell’amore e il tempo dell’eternità, che non ha minuti, non conta giorni, né mesi, né anni, sarà il loro tempo.”