La leggenda della campana tibetana

Il Tibet, questo luogo isolato e mistico, ribattezzato il tetto del mondo, dove fra scenari da fiaba e montagne talmente alte che sembrano sfiorare il cielo, si è sviluppata una delle culture più affascinanti e, oserei dire, per noi occidentali, alquanto misteriosa.

Isolato o protetto, come meglio preferite dal resto del mondo, l’altopiano del Tibet è circondato su tre lati dalle montagne più alte della Terra ed esercita da sempre una forte attrazione oltre che per il paesaggio, per la sua coinvolgente spiritualità.

Proprio in questo luogo ha origine la leggenda della campana tibetana, che vi riporto qui di seguito…

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Joshu era un monaco alla continua ricerca dell’illuminazione. Aveva sentito parlare assai bene di un vecchio maestro Zen, Abate di un monastero sperduto tra le montagne e non avendo più null’altro da fare, decise di fargli visita.

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Giunto al tempio chiese di poter essere ricevuto dall’Abate. Ottenuto il permesso, entrò nella stanza, si inchinò e si sedette.

Il vecchio maestro lo osservò a lungo, poi domandò: “Perché sei venuto fin quassù?”

“Maestro, vorrei raggiungere l’illuminazione!”

“Bene”  disse il maestro “Scopo assai nobile, ma sai dirmi cos’è questa?”  e indicò la campana tibetana che gli stava di fronte.

“Oh maestro, questa è una ciotola sonora, le cui origini si perdono nella notte dei tempi. Inizialmente era un oggetto d’uso domestico, forse un contenitore per i cibi, poi si scoprì che se toccata emetteva un suono. Abili artigiani iniziarono così a forgiarle mescolando con perizia sette metalli in proporzioni tali da favorire l’ottenimento di armonici che…”

Il maestro lo interruppe: “Bene, bene, vedo che sai!  Ora, però, metti le mani dietro la schiena.”

Joshu, perplesso ma rispettoso, fece ciò che il maestro gli chiedeva.

“Adesso fai risuonare questa campana.”

Il povero monaco non sapeva che dire, ma soprattutto non sapeva che fare.

Visto l’imbarazzo dell’allievo, il maestro disse: “Va’ a lavorare nella cucina del monastero, lava il riso, taglia le verdure, prepara i pasti e occupati dell’orto. Poi, quando avrai risolto il koan, ritorna qui.”

Con la campana sempre in mente, Joshu iniziò il suo lavoro di aiuto-Tenzo (il Tenzo è il cuoco del monastero e viene subito dopo l’Abate, per importanza). Avendo lavorato in passato come aiuto-cuoco, si muoveva assai bene in cucina: era veloce, preciso, tagliava una carota a rondelle in un attimo, con colpi secchi e rapidi di coltello.  Il Tenzo lo guardava, in silenzio.

Aveva anche fatto, in gioventù, il contadino e vedendo quell’orto così dimesso, si procurò concimi e fertilizzanti per renderlo più produttivo.  I monaci quando passavano, lo guardavano, in silenzio.

Decise anche di spianare quel piccolo giardino di sassolini all’entrata del tempio, visto che con tutti quei solchi aveva un aspetto trascurato.  Il maestro, dalla finestra della sua stanza lo guardava, in silenzio.

Intanto pensava a come risolvere il koan: ci pensava in cucina, nell’orto, nel giardino e anche in Zazen (lo Zazen è la meditazione seduta), ma ogni soluzione che trovava, si dimostrava inadatta: quelle mani dietro la schiena facevano miseramente naufragare ogni tentativo.

I giorni passavano e si affievoliva sempre più la possibilità di risolvere con successo l’enigma. Nel frattempo i suoi movimenti erano divenuti più calmi, i suoi gesti più attenti, i suoi occhi più rispettosi e la ciotola non era più al centro dei suoi pensieri, ma si stava progressivamente spostando a lato, liberando lo spazio davanti ai suoi occhi.

In cucina ora usava un piccolo coltello e tagliava le carote e le altre verdure a cubettini, tutti uguali tra di loro e la guen mai (una minestra, cibo abituale nei monasteri) ne risultava squisita, poiché “… quando la guen mai è vera, tutte le cose sono vere, quando tutte le azioni della vita sono vere anche la guen mai diventa vera…” .  Il Tenzo lo guardava, sorridendo.

Nell’orto aveva abbandonato i fertilizzanti e ora utilizzava una tecnica di coltivazione circolare, dove ciascun ortaggio cedeva al proprio vicino gli elementi nutritivi che aveva in abbondanza, ricevendone altri di cui era povero e tutti si proteggevano a vicenda da infestanti e parassiti.  I monaci quando passavano, lo guardavano, sorridendo.

Si era anche costruito uno stano attrezzo a denti ricurvi per rastrellare il giardino di sassolini e tracciare piccoli solchi dalle geometrie armoniche intorno alle grosse pietre che aveva preso sulla montagna.  Il maestro, dalla finestra della sua stanza lo guardava, sorridendo.

Ajoshu ormai non pensava più alla ciotola, alle mani dietro la schiena, alla tana della tigre (così viene chiamata la stanza del maestro quando la si varca con una possibile soluzione del koan assegnato), ma lavava il riso, tagliava le verdure, raccoglieva i frutti, rastrellava il giardino.

Una mattina, dopo lo Zazen, come tutti i giorni il maestro si apprestava a dare inizio alla recitazione dell’Hannya Singhyo, il Sutra del Cuore. Tre rintocchi di campana precedevano la cerimonia.

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Al primo rintocco un brivido, una scossa, percorse dal basso verso l’alto il monaco seduto in meditazione.

Tutto scomparve e le montagne che circondavano il monastero non furono più montagne, il torrente di cui si udiva il suono non fu più torrente, i monaci seduti accanto a lui non furono più monaci.

Al secondo rintocco fu il Vuoto.

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Al terzo rintocco le montagne tornarono ad essere montagne, il torrente tornò ad essere torrente, i monaci tornarono ad essere monaci e Joshu vide per la prima volta il maestro, vide per la prima volta la campana e vide per la prima volta… il batacchio!

Terminata la recitazione dell’Hannya Singhyo, il monaco uscì dal tempio, si diresse verso l’orto dove tagliò un pezzo del bambù che sosteneva una piantina di pomodori; poi andò nel giardino, prese una piccola pietra e la legò con uno spago alla cima del bambù.

Si avviò quindi verso la tana della tigre, entrò con le mani dietro la schiena e si sedette.

In silenzio portò le mani a congiungersi davanti al cuore, con l’umile batacchio racchiuso in esse, poi depose il Suono senza Suono accanto alla ciotola, si inchinò e sorridendo, uscì.

D’altronde,
perché mai far risuonare una campana
quando non esiste alcuna campana
e non esiste nemmeno chi potrebbe farla risuonare?

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Un buon Caffè per ogni occasione…!

Decisamente più sganciato da antiche ritualità, non per questo il Caffè annovera meno “estimatori” del Tè (per antonomasia, come abbiamo visto, bevanda dal fascino marcatamente più “aristocratico” e meditativo).

Per sorbire, preferibilmente (ma non necessariamente…), in compagnia “’na tazzulella ‘e cafè!”, non è necessario attenersi ad un “galateo” particolare: è sufficiente una moka (se possibile, datata…), un fornello e, manco a dirlo, il Caffè. Ma di quello “buono”…

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C’è chi lo beve espresso, chi lungo, o corto, chi macchiato, o corretto, chi all’americana… Insomma: via libera al gusto e alla fantasia.

Ricordo che un amico di Napoli (città che, com’è noto, la sa piuttosto lunga, parlando di Caffè…), mi raccomandava, ridendo sotto i baffi, che per essere veramente “buono” il Caffè andrebbe bevuto rispettando la regola delle “3 C”: “Caxxo Come Coce!” (“Perbacco Quanto Scotta!”: mi si passi la traduzione, non propriamente letterale…!), per dire che, secondo una certa “corrente” di pensiero, il Caffè dovrebbe essere gustato “bollente”…

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Vi propongo tre tra le leggende più note sulla scoperta del Caffè…

La leggenda di Kaldi

Kaldi, piccolo pastore di capre dello Yemen, un giorno notò che all’interno del suo gregge iniziò a manifestarsi una certa inquietudine, gli animali erano irrequieti, lottavano tra di loro ed erano molto più ostinati del solito. La sera, poi, una volta rinchiusi, gli animali non dormivano e restavano agitati per tutta la notte. Non riuscendo a capire cosa stesse accadendo, i pastori si recarono in un monastero per conferire col vecchio saggio e cercare di risolvere il problema. Subito, il saggio, chiese loro se avessero cambiato il percorso di pascolo delle capre. In effetti in seguito i pastori notarono che le capre, sul nuovo tragitto, erano attratte dai piccoli semi di un arbusto allora misterioso. I pastori decisero di portare quei semi al monastero dove vennero sottoposti a numerosi esperimenti, furono infine abbrustoliti, sbriciolati e mischiati ad acqua calda in modo da ottenere una bevanda che rivelò effetti indesiderati quali agitazione e insonnia, era però portentosa come rimedio per allontanare il sonno durante le veglie di preghiera.

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La leggenda dello sceicco Omar

Lo sceicco Ali Ben Omar vide morire il suo maestro mentre viaggiavano verso la città di Schadeli nella quale stava dilagando una terribile peste.
Un angelo apparve al monaco incitandolo a proseguire il viaggio verso la città, grazie alla preghiera guarì numerosi malati fra cui la figlia del re della quale si innamorò.
Il re prese in malo modo la notizia e cacciò il monaco, il quale fu costretto a rifugiarsi nella solitudine della montagna.
Per appagare la fame e la sete invocò il suo maestro, che gli inviò un meraviglioso e variopinto uccello dal canto divino, Ali si avvicinò all’uccello e fu allora che gli apparve un cespuglio coperto di fiori bianchi e frutti rossi, la pianta del caffè.
Raccolte alcune bacche, le mise in infusione, ottenendo una bevanda dalle proprietà salutari che offriva ai pellegrini di passaggio.
Si sparse la voce che fosse una bevanda magica e il monaco fu riammesso alla vita sociale in città.

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Maometto e L’Arcangelo Gabriele

Forse la leggenda meno nota riguarda Maometto…
Un giorno il profeta Maometto si senti malissimo, tanto che l’Arcangelo Gabriele intervenne consegnandogli una pozione preparata direttamente da Allah, scura come la “Qawa”, la Sacra Pietra Nera custodita alla Mecca. Appena bevuta la pozione Maometto si riprese immediatamente e partì per grandi imprese.

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a cura di Roberto Pellegrini

Nankurunasia – mantra della speranza

Spesso ho parlato in questo blog della speranza, oggi riaffronto l’argomento da tutt’altra prospettiva, aprendo il post con una leggenda che racconta come il dono della speranza giunse sulla terra e chiudendo l’articolo con il mantra della speranza che ci giunge dagli antichi abitanti di Okinawa, isola giapponese.

Tanto tempo fa, Giove che governava il cielo e la terra, stancatosi degli uomini divenuti cattivi e superbi, decise di punirli.

Chiamò al suo cospetto Vulcano ed gli ordinò di fabbricare un donna splendida; Vulcano si mise all’opera e modellò la donna in argilla, le sagomò un viso dolce e le donò come anima una scintilla dell’Olimpo.

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La donna prese vita e tutte le Dee accorsero con doni: Venere, Dea dell’amore, sparse sulla testa della donna le grazie femminili; Minerva, Dea della saggezza, le fece dono di una cintura di perle e di un abito di porpora e di gemme; le tre Grazie – Aglaia/splendore, Eufrosine/gioia, Talia/prosperità – le donarono magnifici gioielli.

Giove, da ultimo, prima di inviarla fra gli uomini, le diede nome Pandora (donna di tutti i doni) e le consegnò un vaso contenente tutti i tipi di mali raccomandandole di non aprirlo.

Pandora scese sulla terra e tormentata dalla curiosità di guardare nel vaso, un giorno, sollevò il coperchio e… vide uscire un fumo denso e nero che si diffuse ovunque spargendo vizi, malattie e dolori.

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Pandora spaventata cercò di richiudere il vaso e si accorse che all’interno era rimasta un’unica cosa: un bellissimo uccellino azzurro, ossia la Speranza. Così comprese che Giove aveva voluto punire gli uomini, ma che aveva donato per ultimo la speranza che non deve mai abbandonare nessuno.

Al di là della leggenda, la Speranza è un dono che dobbiamo custodire gelosamente, rammentando sempre le belle cose della vita, non dimenticando mai di sorridere e guardando al domani fiduciosi, così come anche ci insegnano gli antichi abitanti dell’isola di Okinawa.

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A questo popolo, infatti, appartiene la parola nankurunasia (in origine Nankuru nai sa), che richiama il bello della vita. Gli antichi di Okinawa pronunciavano con frequenza questa frase, convinti che solo ripetendola si trovasse la pace interiore e la fiducia nel futuro. Insomma trasformandola in un vero e proprio mantra di speranza.

Ripetere a sé stessi che tutto andrà per il verso giusto, avere fiducia nel futuro, coltivare la speranza, è sicuramente una grande spinta a non arrendersi mai ed a pensare in modo ottimistico.

Se c’è la luce della Speranza, anche ciò che appare insormontabile, più essere affrontato; solo la speranza che tutto andrà nel verso giusto può non farci mai perdere la voglia di lottare per quello in cui crediamo, e allora….

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Nankurunaisa,
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nankurunaisa,
nankurunaisa,
nankurunaisa,
nankurunaisa,
nankurunaisa, nankurunaisa, nankurunaisa, nankurunaisa, nankurunaisa… nankurunaisa
 

L’ape: il “Samurai” più piccolo del mondo!

Ieri pomeriggio (un bel sole convincente ed una temperatura decisamente gradevole), pedalavo lungo gli argini del Po, per la consueta “sgambata” rilassante della domenica. Incrocio una coppia che marcia in senso opposto e la ragazza, indicando la manica della mia camicia, mi avverte:

– Stia attento: guardi che c’è un’ape…! –

– Oh…, grazie, grazie! -, rispondo, frenando.

L’istinto è quello di scrollarmi di dosso il piccolo autostoppista “clandestino”, con una manata ben assestata (con molta probabilità anche letale, per l’animaletto…); ma poi ci ripenso… Ci ripenso, perché, in realtà, ho sempre avuto un gran rispetto, fin da bambino, per questo piccolo insetto. Lo temevo, d’accordo, per via delle sue temibili punture, ma ero stato anche educato (dai miei genitori, in primis, e dalla scuola, poi…), ad apprezzarne la laboriosità, la meticolosa organizzazione sociale, l’infaticabile dedizione al loro “scopo” squisito: la produzione del miele.

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Ricordo che mio papà ci portava spesso in campagna, a vedere le arnie; a fare scorta di miele “fresco”. E ricordo che rimanevo sempre stupito, perché, in tutta onestà, nel rapporto con l’apicoltore di turno, le api mi sembravano tutt’altro che aggressive.

Anche se, in caso di estremo pericolo, questo minuscolo ed indefesso lavoratore, sa trasformarsi in un indomito “guerriero”, sfoderando la sua arma proverbiale: il pungiglione… Eventualità che, come sappiamo, costa sempre la vita al nostro “mini eroe”…

Secondo un’antica leggenda dei Cherokee (Popolo nativo dell’America del Nord), in origine le api non avevano il pungiglione…

Ecco la storia…

Nei tempi antichi, quando gli uomini erano più puri, riuscivano a conversare con gli animali e il Creatore faceva loro visita, gli chiesero qualcosa di dolce da mangiare. Il Creatore plasmò l’ape, che non aveva ancora il pungiglione.

L’Ape arrivò sulla terra e trovò un albero dove poter costruire il proprio alveare, per fare il miele, moltiplicarsi e nutrire i piccoli. Presto gli uomini giunsero dall’Ape e le chiesero un po’ del suo dolce sciroppo. Le Api diedero a ognuno un recipiente pieno di miele. Gli uomini lo apprezzarono molto e lo mangiarono avidamente, poi tornarono per averne ancora.

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L’Ape rispose: “Per un po’ non avrò più miele da darvi. Dovete aspettare”. Gli uomini non furono felici, perché desideravano ardentemente il dolce sciroppo. Chiamarono il Creatore e gli dissero: “L’Ape non ci dà abbastanza sciroppo dorato. Ne vogliamo di più!”. Il Creatore allora inviò sulla terra il Popolo dei Fiori, che iniziò a produrre un’enorme varietà di fiori da impollinare perché le Api potessero produrre più miele. Per attrarle, sbocciarono meravigliosi fiori di tutti i colori: azzurri, rossi, arancioni, viola e gialli. Vennero create più Api per impollinarli tutti. L’alveare si ingrandì molto. Gli uomini, vedendo che era diventato così grande, arrivarono per avere ancora sciroppo dolce. Le Api diedero loro molto miele, ma ne tennero per sé abbastanza per nutrire i loro piccoli. Gli uomini divorarono lo sciroppo e ne vollero ancora. Le Api risposero: “Non ne abbiamo più, dovete aspettare”.

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Gli uomini erano arrabbiati, e chiesero al Popolo dei Fiori di produrre più fiori, per poter avere più miele. Il Popolo dei Fiori rispose: “Abbiamo fatto più fiori che potevamo, e sono stati impollinati tutti. Dovete aspettare fino a primavera”. “No”, dissero gli uomini, “Ne vogliamo di più adesso!”. Ritornarono all’alveare e lo distrussero, uccidendo quasi tutte le Api e prendendo il miele che restava.

Le Api superstiti erano in collera. Chiesero consiglio al Creatore. Anche lui era irritato per il comportamento degli uomini, così chiese al Popolo dei Fiori di far crescere dei rovi spinosi, perché le api li mangiassero. Le Api mangiarono le spine, che si trasformarono in pungiglioni. Il Popolo dei Fiori creò un recinto di rovi attorno all’alveare. Il giorno dopo gli uomini tornarono chiedendo più miele; ma i rovi attorno all’albero graffiarono e ferirono i loro corpi. Alcuni riuscirono ad arrivare all’alveare e, coperti di lividi, urlarono alle Api: “Dateci del miele, adesso, o faremo come abbiamo fatto ieri, distruggendo il vostro alveare e uccidendo i vostri piccoli!”. Le Api si arrabbiarono, un forte ronzio uscì dall’albero, e sciamarono fuori. Punsero gli uomini finché non furono pieni di piaghe, facendoli scappare.

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Da quel giorno, gli uomini trattarono le api, i fiori e le piante con grande rispetto, promettendo sempre di rimpiazzare ciò che prendono, di non essere mai avidi e di non raccogliere mai più di ciò di cui hanno bisogno.

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a cura di Roberto Pellegrini

Il glicine – questa meraviglia primaverile

Il glicine
di Pier Paolo Pasolini

… e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.
~
Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un’intera parete appena alzata, il muro
principesco di un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce.
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto – arido
nella mia nuova rabbia,
a puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.
~
Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità.

Il glicine è originario delle regioni asiatiche, giunse in Inghilterra nel 1816 per mano del capitano Robert Welbank; nel 1830 approdò negli Stati Uniti, dove il Prof. Kaspar Wistar l’aveva già “battezzata” Wisteria – suo nome scientifico.

Una pianta di glicine che cresce in California fa parte delle sette meraviglie vegetali al mondo ed ogni anno, nel periodo di fioritura, raggiunge il milione e mezzo di fiori, richiamando un gran numero di visitatori.

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Questo rampicante ha fiori profumatissimi a grappolo di un colore che va dal violetto al viola acceso; la sua crescita è caratterizzata da un costante movimento a spirale in senso orario o antiorario, caratteristica, questa, che viene associata alla coscienza umana.

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Ai suoi grappoli di fiori, pendenti verso il basso, nel buddismo Jodo Shinshu fondato dal monaco Shinran nel 1224, viene attribuito il significato simbolico di umiltà, sincero rispetto e riflessione religiosa ed è pertanto inserito nei suoi templi. Il fiore del glicine diventa il simbolo della luminosità e della caducità dell’esistenza: tutto muta continuamente, in ogni momento, con il trascorrere del tempo, compresa appunto la vita stessa, quindi si dovrebbe apprezzare appieno l’eternità in ogni istante. Questo insegna che un essere umano non deve cadere nell’arroganza per emergere, ma piuttosto provare e dimostrare gratitudine.

Gli Imperatori giapponesi, durante i loro lunghi viaggi di rappresentanza in terre straniere, portavano con sé dei piccoli bonsai di glicine, affinché giungendo alla corte di altre dinastie alcuni uomini, della scorta dell’Imperatore, potessero portare in dono i piccoli alberelli in segno di amicizia e benevolenza da parte dell’Imperatore nei confronti degli abitanti delle terre su cui erano giunti.

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I tedeschi chiamano questa pianta “blauregen” – pioggia blu, i cinesi la chiamano “zi teng” – vite blu, gli italiani “glicine” – termine che deriva dal greco – glikis – che significa dolce, per via dell’intensa e dolce profumazione dei suoi fiori.

In Piemonte si racconta una leggenda, che vi riporto:

Una fanciulla che si disperava per il suo aspetto, non bello come quello delle altre giovani del suo paesino, un giorno iniziò a piangere, da sola in mezzo ad un prato, quando ad un certo punto le sue lacrime diedero vita ad una meravigliosa pianta dalla fioritura stupenda e dall’inebriante profumo, il glicine. Il dolce profumo che la circondava fece sentire la ragazza orgoliosa e fiera di sé stessa, per essere riuscita a creare quella pianta meravigliosa.

Nella letteratura giapponese, invece, esiste una storia antica, narrata attraverso il balletto classico del teatro kabuki, che così cita:

Nella città di Otsu, affacciata sul Lago Biwa, vicino a Kyoto, un passante si sofferma a osservare uno degli innumerevoli dipinti esposti chiamati ‘Otsu-e’ e venduti come souvenir. Su questo quadro è dipinta una Ragazza, che rappresenta l’essenza del Glicine: è abbigliata alla moda, con uno stravagante kimono (‘Nagasode’) con le maniche lunghe e con la fascia (‘Obi’) che riprende l’immagine del fiore, secondo la tradizione diffusa da secoli in Giappone.

La Ragazza raffigurata diventa infatuata a tal punto dell’uomo che la guarda attentamente da prendere vita ed uscire fuori dalla tela. Scrive lettere d’amore, ma non ottiene risposta e, danzando sotto un glicine frondoso, con un ramo in mano, esprime i sentimenti profondi che prova per l’amore non corrisposto, accompagnata dalla musica ‘Nagauta’ (‘canto a lungo’).

Triste e disperata, rientra affranta dentro al dipinto, sotto al glicine, alla fine del balletto.
Il pianto della Ragazza esprime il dolore che prova, così il glicine diventa il fiore dell’amore perduto, ma rappresenta anche la straordinaria resistenza come vitigno, in grado di vivere e di prosperare anche in condizioni difficili, così come il cuore ha la capacità di resistere nonostante sia spezzato da un sentimento a senso unico.

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…In attesa della Pasqua!

Anche alla Pasqua (come abbiamo visto per il Natale), sono legati numerosi aneddoti, favole e leggende, che spesso traggono spunto dall’episodio più cruento e noto di questa ricorrenza: la Passione di Gesù…

Vi propongo queste due: io le ho trovate molto carine…

La leggenda del salice piangente

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Gesù saliva verso il Calvario, portando sulle spalle piagate la croce pesante. Sangue e sudore scendevano a rigare il volto santo coronato di spine. Vicino a Lui camminava la Madre, insieme ad altre pie donne. Gli uccellini, al passaggio della triste processione, si rifugiavano, impauriti, tra i rami degli alberi. Ad un tratto Gesù stramazzò al suolo. Due soldati, armati di frusta, si avventarono su di Lui, allontanando la Madre, che tentava di rialzarlo “Su, muoviti! E tu, donna, fatti da parte.” Gesù tentò di rialzarsi, ma la croce troppo pesante glielo impedì. Era caduto ai piedi di un salice … Cercò inutilmente di aggrapparsi al tronco. Allora l’albero pietoso chinò fino a terra i suoi rami lunghi e sottili perché potesse, afferrandosi ad essi, rialzarsi con minor fatica. Quando Gesù riprese il faticoso cammino, l’albero rimase coi rami pendenti verso terra: perciò fu chiamato Salice Piangente.

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La leggenda della passiflora

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Nei giorni lontani, quando il mondo era nato da poco, la primavera fece balzare dalle tenebre verso la luce tutte le piante della Terra, e tutte fiorirono come per incanto. Solo una pianta non udì il richiamo della primavera, e quando finalmente riuscì a rompere la dura zolla la primavera era già lontana… “ Fa’ che anch’io fiorisca, o Signore!” Pregò la piantina. “Tu pure fiorirai”, rispose il Signore. “Quando?” chiese con ansia la piccola pianta senza nome. “Un giorno… “e l’occhio di Dio si velò di tristezza. Era ormai passato molto tempo, la primavera anche quell’anno era venuta e al suo tocco le piante del Golgota avevano aperto i loro fiori. Tutte le piante, fuorché la piantina senza nome. Il vento portò l’eco di urla sguaiate, di gemiti, di pianti: un uomo avanzava fra la folla urlante, curvo sotto la croce, aveva il volto sfigurato dal dolore e dal sangue… “Vorrei piangere anch’io come piangono gli uomini” pensò la piantina con un fremito… Gesù in quel momento le passava accanto, e una lacrima mista a sangue cadde sulla piantina pietosa. Subito sbocciò un fiore bizzarro, che portava nella corolla gli strumenti della passione: una corona, un martello, dei chiodi… era la passiflora, il fiore della passione.

a cura di Roberto Pellegrini

La redazione augura a tutti quanti voi

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Che sia un’occasione per ritrovare pace e serenità.

Che sia solo una questione di organizzazione?

“Il viaggiatore che scala la montagna in direzione di una stella,
se si fa assorbire troppo dai problemi della scalata,
rischia di dimenticare quale stella lo guida.”

Antoine de Saint-Exupéry

La nostra quotidianità si snoda attraverso molte difficoltà, i problemi grandi o piccoli che siano, occupano il nostro pensare e le responsabilità spesso sembrano sopraffarci. Ogni giorno sembra aggiungersi qualcosa alla già lunga lista di incombenze e criticità che ognuno di noi deve affrontare.

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Riflettendo mi è tornato in mente l’esperimento delle pietre nel barattolo, esperimento che ci propose un’insegnante a scuola, dopo le nostre lamentele riguardo agli innumerevoli esercizi da svolgere nel post scuola.

Vi racconto come andò… la Prof. prese un barattolo, lo mise sulla cattedra e poi prese dal cassetto un certo numero di pietre grosse, che ad una ad una introdusse nel barattolo stesso, poi rivolta a noi chiese se il contenitore ci sembrava pieno, la risposta fu negativa, infatti tra una pietra e l’altra c’era parecchio spazio.

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L’insegnante, allora, estrasse, una serie di piccoli sassi, che fece scivolare nel barattolo e che andarono ad occupare gli spazi rimasti vuoti, ripeté a noi la stessa domanda di prima ed anche questa volta la risposta fu negativa. Il barattolo aveva ancora spazi vuoti.

A quel punto la Prof, prese un sacchetto di sabbia e lo vuotò piano piano nel contenitore finché la sabbia non arrivò al bordo, ripeté la solita domanda e questa volta, in coro la nostra risposta fu affermativa.

Difronte al nostro parere, lei rimase alquanto sorpresa, ai nostri occhi il barattolo era raso ed era impossibile introdurre altro, secondo la Prof., invece, c’era ancora spazio, prese una bottiglia di acqua e cominciò a versarla, la sabbia cominciò ad assorbire l’acqua ed una certa quantità della medesima trovò spazio nel barattolo.

A quel punto l’insegnante chiese cosa avessimo imparato dall’esperimento, si aprì una discussione e la morale fu che si trattava solo di una buona organizzazione, ma non solo… imparammo che è bene prima di tutti affrontare i problemi grandi e pian piano quelli sempre più piccoli; infatti, vi siete chiesti cosa sarebbe successo se l’esperimento l’avessimo fatto al contrario, cioè introducendo prima l’acqua? Dal barattolo l’acqua sarebbe fuoriuscita subito.

Ciò insegna che dobbiamo imparare a risolvere prima le grandi preoccupazioni, se no saremo sopraffatti dalle piccole.

 

In fondo nel lungo percorso della vita non potremo fare a meno di incontrare difficoltà e problemi, si tratta solo di cercare di imparare ad organizzarsi per affrontarli, perché la vita, nonostante tutto, è bella.

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