Hai da accendere? Prima “scopriamo” il fuoco…

Quella del “fuoco”, non fu certo un’”invenzione”, ma una “scoperta”. Probabilmente fortuita, ma indubbiamente provvidenziale, per tutto il genere umano e per la sua evoluzione. In effetti, ci è difficile riuscire ad immaginare come i nostri “Padri” potessero vivere le loro giornate, stagione dopo stagione, in un ambiente ostile e quanto mai rude, senza poter contare sugli innumerevoli vantaggi derivanti da quella cosa che, per noi ormai scontata, non lo era affatto: il fuoco, appunto…

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E senza andare troppo indietro negli anni, cosa sarebbe stata la vita dei nostri nonni senza il fuoco? Farsi un bagno caldo; scaldarsi; cucinare; persino accendersi una sigaretta: tutto questo sarebbe stato impossibile, o quasi…

Esistono molti racconti e leggende, che, ovviamente giocando di fantasia, tentano di inquadrare quell’evento prodigioso, che fu la scoperta del fuoco…

Quella che vi presento oggi, è una storia Cinese.

Cito.

Agli albori dell’umanità, l’uomo non conosceva il fuoco... Giunta la notte, cadeva ovunque una coltre nera, e fra i continui ululati degli animali gli uomini si riunivano in cerchio per la paura e il freddo. Senza il fuoco, potevano alimentarsi solo con cibi crudi, ammalandosi spesso, quindi vivevano vite brevi.

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Una divinità celeste chiamata Fuxi, addolorata per le difficoltà della vita degli umani, pensò di far conoscere loro l’uso del fuoco. Fatto ricorso alla magia, fece piovere nel bosco con lampi e tuoni. Con un forte frastuono, un fulmine colpì un albero i cui rami presero fuoco creando subito un grande incendio. Gli uomini, spaventati dai lampi e dal fuoco, se la diedero a gambe nelle quattro direzioni. Poco dopo il temporale cessò, tutto fu avvolto nelle tenebre della notte, la terra dopo la pioggia si fece più umida e fredda e la gente in fuga tornò a riunirsi, guardando con stupore i rami in fiamme. Allora un ragazzo realizzò che non si sentivano più gli ululati delle bestie nei dintorni, pensando: forse gli animali sono impauriti da questa cosa brillante? Avvicinatosi coraggiosamente al fuoco, sentì in corpo un forte calore, quindi chiamò eccitato gli altri: venite subito, questo fuoco non fa paura, ma ci porta luce e calore! Nel frattempo questi avevano trovato in lontananza i corpi degli animali bruciacchiati, da cui emanava un buon profumo. Seduti intorno al fuoco, si divisero la carne, trovando di non aver mai gustato qualcosa di più delizioso. Ritenendo che il fuoco fosse molto prezioso, aggiunsero dei rami per preservarlo. Ogni giorno alcuni facevano a turno la guardia alla fiamma per impedire che si spegnesse. Tuttavia un giorno la guardia di turno si addormentò e la fiamma senza più combustibile si spense. Gli uomini tornarono allora nel freddo e nell’oscurità, fra mille sofferenze.

La divinità celeste Fuxi, visto ciò, entrò nel sogno del ragazzo che aveva scoperto l’utilità del fuoco, dicendogli: nel lontano occidente c’è il paese di Suiming, che possiede l’esca della fiamma, se lo raggiungi potrai prenderla e riportarla qui… Il ragazzo, svegliatosi, si ricordò delle parole della divinità e decise di andare al paese di Suiming a cercare l’esca.

Dopo aver varcato montagne, superato fiumi e attraversato foreste, fra mille difficoltà il ragazzo raggiunse il paese di Suiming. Tuttavia qui non c’era la luce del sole, senza differenza fra giorno e notte ed una grande oscurità dappertutto, senza alcuna fiamma. Il ragazzo, molto deluso, si sedette ai piedi dell’ albero Suimu: all’improvviso scoccò una scintilla davanti ai suoi occhi, poi un’altra ancora, illuminando tutt’intorno. Il ragazzo si rialzò subito per cercare la fonte della luce, trovando che sull’albero Suimu alcuni grandi uccelli stavano beccando degli insetti coi loro corti e duri becchi. Un colpo di becco sul ramo e compariva improvvisamente una scintilla. Visto ciò, il ragazzo ebbe un’ispirazione: spezzò alcuni rametti del Suimu, sfregandoli fra loro su un ramo, originando una scintilla, ma non il fuoco. Senza abbattersi, cercò altri rami sfregandoli con pazienza sull’albero. Alla fine ne nacque del fumo e poi una fiamma. Per la gioia il ragazzo si mise a piangere.

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Dopo il suo ritorno al luogo d’origine con l’esca inestinguibile, ossia il metodo di sfregare il legno per appiccare il fuoco, l’umanità in seguito non visse più nel freddo e nella paura. Per il suo coraggio e intelligenza, il ragazzo venne nominato capo, con l’appellativo di Suiren, ossia “colui che ha portato il fuoco”.

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a cura di Roberto Pellegrini

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Vichinghi: andar per mare, ma non solo…

Come ho già avuto modo di dire in altre occasioni, sono affascinato dal mare, e provo una sincera ammirazione per quanti s’intendano e si cimentino nella navigazione, specialmente a vela. L’“andar per mare”, (non mi riferisco alla ramata sul canotto, a venti metri dalla riva…), non è una cosa da poco; non lo si può fare a cuor leggero. Non è uno scherzo, dicevo, farlo oggigiorno, con la super tecnologia di cui disponiamo e, a maggior ragione non lo era nel passato, quando si poteva contare solo sull’esperienza, sull’osservazione astronomica e su qualche, più o meno sofisticato, strumento artigianale.

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Per queste ragioni, stimo profondamente un antico popolo di naviganti, noto a tutti col nome di Vichinghi.

Per Vichinghi si intendono quei Guerrieri Norreni, originari della Germania settentrionale, Scandinavia e Danimarca, che a bordo dei drakkar fecero scorrerie sulle coste delle isole britanniche, della Francia e di altre zone d’Europa, fra la fine dell’VIII e l’XI secolo. A questo periodo della storia europea (generalmente racchiuso fra gli anni 793 e 1066) ci si riferisce normalmente con l’appellativo di epoca vichinga. Con questo termine ci si può anche riferire a tutte le popolazioni che abitavano la Scandinavia di quegli anni e ai loro insediamenti in altre parti d’Europa. I vichinghi facevano parte delle popolazioni norrene, solo che il termine “vichingo” indicava un appartenente a quelle popolazioni costiere, insediate nei fiordi (vik significa infatti “baia”) e dedite alla pirateria. Famosi per la loro abilità di navigatori e per le lunghe barche, i vichinghi in pochi secoli colonizzarono le coste e i fiumi di gran parte d’Europa, le isole Shetland, Orcadi, Fær Øer, l’Islanda, la Groenlandia e Terranova; si spinsero a sud fino alle coste del Nordafrica e a est fino alla Russia e a Costantinopoli, sia per commerciare sia per compiere saccheggi. I vichinghi sono conosciuti anche per essere stati i primi scopritori del Nordamerica, raggiunto tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo.

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I viaggi dei vichinghi divennero sempre meno frequenti dopo l’introduzione del cristianesimo in Scandinavia, tra la fine del X e gli inizi dell’XI secolo. L’epoca vichinga viene convenzionalmente considerata conclusa dalla cruenta battaglia di Stamford Bridge, avvenuta nel 1066.

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Di questo popolo del mare, molto affascinante è anche la mitologia…: quella che segue, ad esempio, è una pagina relativa al Mito delle Origini…

Cito…

All’inizio dei Tempi esistevano due mondi: il Mondo del Sud, caldo e pieno di luce, e il Mondo del Nord, freddo e nebbioso. E fra di essi sprofondava l’abisso senza fondo. Il Mondo del Nord era attraversato da un fiume gelato da cui sorgevano freddissime nebbie: nel Mondo del Sud si aprivano invece laghi di fuoco da cui scaturivano faville ardenti. Le nebbie del Nord e le faville del Sud s’incontrarono dando origine a uno smisurato gigante: Imir. Da lui nacquero altri mostri, maligne creature del gelo e della notte, che popolarono le montagne del Nord.

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Ma con Imir appare anche una prodigiosa giovenca dal latte inesauribile la quale, leccando alcune rocce ricoperte di ghiaccio, trasse alla luce un primo essere di forma umana, Buri, ossia il Generante, il quale ebbe un figlio Burr, ossia il Generato. Da Burr nacquero tre divinità buone e luminose, la più importante fu Odino, o Votan, padre di tutte le divinità del bene, gli Asi. Vi furono così due partiti contrari: da una parte i discendenti di Imir, i Giganti della Montagna, o Jotuni; dall’altra i figli di Odino, gli Asi.

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Odino e i suoi fratelli decisero subito di dar battaglia a Imir, lo uccisero, lo gettarono nell’abisso, e nel lago formato dal suo sangue affogarono i giganti eccetto uno, che fu il progenitore degli Jotuni. Poi, col corpo di Imir, formarono la Terra, col suo sangue il Mare, con le sue ossa i Monti, coi suoi capelli gli Alberi, col suo cranio il Cielo, con il suo cervello le Nuvole, con le sue sopracciglia una grande fortezza nel centro della Terra, il Midgard. Infine, con le faville del mondo del Sud, fecero fiorire il Sole e le Stelle nella gran volta celeste.

Un giorno Odino, con gli altri due Asi, Luce e Fiamma, trovarono due frassini sulla riva del mare, v’infusero fiato intelletto e calore e crearono la prima coppia umana, Ask ed Embla. Ad essi diedero come dimora il Midgard, il guardiano Centrale, creato con le sopracciglia di Imir, costruendovi accanto la propria dimora, l’Asgard, o Giardino degli Asi. Gli Jotuni, invece, i discendenti di Imir, si rifugiarono nell’estremo Nord, nell’Utgard, che significa il Giardino Estremo.

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Poiché le carni del morto Imir brulicavano di vermi, gli dei pensarono di utilizzarli dando vita con essi a un’altra razza di esseri viventi, i Nani, che tanta importanza ebbero nella mitologia nordica e continuarono ad averne nelle leggende e nelle fiabe. A quattro Nani fu dato l’incarico di reggere la volta celeste che s’inarca sopra il mondo degli uomini e degli dei. Più tardi, però, gli dei trasportarono la loro sede ne cielo insieme al Valhall, o il Valhalla, la Sala degli Eletti, dimora dei guerrieri caduti in guerra, lasciando agli altri morti i regni sotterranei.

Il Valhalla è una immensa sala dal soffitto composto di lance, le pareti di scudi e i sedili di corazze; ed è tutto circondato da giardini e praterie. Al mattino i guerrieri escono nelle praterie e passano la giornata combattendo gagliardamente fra loro: il combattimento, infatti, è la loro gioia maggiore ed essi vi si dedicano per il solo piacere della lotta. A sera, coloro che sono rimasti uccisi risuscitano e, insieme agli altri, tornano cavalcando al Valhalla dove banchettano tutta la notte cibandosi delle carni inesauribili di un grande cinghiale e bevendo birra che viene loro servita dalle bionde Valchirie. Queste sono fanciulle guerriere le quali, oltre che servire gli eroi a tavola, in groppa ai loro bianche cavalli vanno a prendere le anime dei caduti dopo ogni battaglia, le portano al Valhalla e danno loro ristoro. Al seguito di Odino, di cui sono scudieri, cavalcano per monti e per mari avvolte in un bagliore di lampi che fanno scintille le loro corazze d’argento.

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Nel mezzo dell’universo sorge l’Albero della Vita, l’altissimo frassino dalle foglie sempre verdi e dalle tre lunghe radici. La prima di esse parte dal regno dei morti, la seconda dalla sede degli Jotuni, la terza della dimora degli dei, le tre fonti della vita e della saggezza le alimentano. Le tre Norne (che corrispondono alle Parche della mitologia greca e latina), innaffiano l’Albero della Vita e tessono il destino degli uomini con alcuni fili d’oro e un filo che non può essere distrutto, proviene dal regno sotterraneo. Sulla cima dell’Albero sta un’aquila che tutto conosce; fra le sue radici un drago che continuamente le rode; lungo il suo il suo tronco corre uno scoiattolo che fa da messaggero fra l’aquila e il drago. Così nacquero e si formarono il mondo e il mondo celeste, secondo gli antichi Germani.”

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a cura di Roberto Pellegrini

Eroi, tra Storia e Leggenda…

Chi sono gli eroi? Cos’hanno di “diverso” da noi, persone cosiddette “normali”? Qual è la loro comune virtù: il coraggio, l’altruismo, l’amore per il prossimo, oppure solo l’incoscienza?

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Gli eroi sono certamente persone speciali, capaci di rischiare (fino a sacrificala), la propria vita per preservare quella degli altri; si tratta di individui che, coscientemente, sanno compiere una scelta precisa: “quella” scelta, dalla quale, spesso, non si fa più ritorno…

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Eppure, quasi sempre degli eroi non si conoscono nemmeno i volti; ciò che passa alla Storia, solitamente, è il loro nome e, soprattutto, l’ultima “pagina” della loro vita, una pagina che resterà impressa nel libro del Tempo.

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Ma non è soltanto la Storia, a celebrare gli eroi: spesso miti e leggende se ne “inventano” di propri, anche solo per enunciare un principio, o per “allontanare” una timore, una paura… Si tratta, com’è facile intuire, di personaggi “figli” della più fertile fantasia popolare dei Paesi di tutto il mondo.

Quella che cito, ad esempio, è una, a tratti anche commovente, leggenda Cinese…

Kuafu insegue il sole

“ Nell’antichità nel selvaggio nord della Cina c’era un monte altissimo, nel fitto delle cui foreste viveva un gruppo di giganti. Il loro capo portava appesi alle orecchie due serpenti dorati, tenendone pure due fra le mani. Il suo nome era Kuafu, per cui il gruppo di giganti era chiamato “clan di Kuafu”. Era gente simpatica e laboriosa che viveva in armonia con tutti, libera e spensierata.

Un anno fece un gran caldo ed il sole disseccò alberi e fiumi. I Kuafu, non riuscendo a sopportare il calore, morivano uno dopo l’altro. Il loro capo era molto triste. Guardando il sole, disse alla sua gente: Il sole è detestabile, voglio inseguirlo, catturarlo e sottoporlo agli ordini degli uomini! Udito ciò, la gente cercò di convincere Kuafu a non farlo. Alcuni dissero: Non andare, il sole è troppo lontano da noi e morirai di stanchezza! Ed altri: il sole è troppo caldo e ti arrostirà! Tuttavia Kuafu aveva deciso. Guardando la gente sofferente disse: devo assolutamente andare per la felicità di tutti!

Congedatosi dai suoi, si diresse a grandi passi, come il vento, nella direzione in cui si leva il sole. Il sole si spostava velocemente nel cielo e l’uomo lo inseguiva a tutta forza. Attraversati molti monti e fiumi, la terra risuonava sotto i suoi piedi, oscillando. Stanco morto, si tolse la sabbia dagli stivali, che formò un gran monte di terra. Preparando il pasto sistemò tre pietre per sostenere la pentola, che divennero tre monti alti migliaia di metri.

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Kuafu correva sempre dietro il sole, che pian piano pareva più vicino, così la sua fiducia si faceva sempre più forte. Finalmente al tramonto lo raggiunse mentre tramontava dietro un monte. Una palla di fuoco si trovava davanti ai suoi occhi, i cui raggi dorati si posavano sul suo corpo. Per la gioia distese le braccia, volendo abbracciare il sole. Tuttavia il sole era infuocato e Kuafu si sentiva assetato e stanco. Allora corse al fiume Giallo e ne bevve tutta l’acqua in un fiato, poi andò al fiume Wei e fece lo stesso, senza tuttavia placare la sua sete. Corse allora verso nord dove c’era una grande palude con acqua sufficiente a dissetarlo, ma prima che potesse raggiungerla, a metà strada morì di sete.

Prossimo a morire, pensando alla sua gente, Kuafu era molto triste, allora gettò in alto il suo bastone. Nel luogo dove questo cadde spuntò un lussureggiante boschetto di alberi di pesco, sempre verdi tutto l’anno e che offrivano ombra e frutta fresca ai passanti, eliminandone la stanchezza così che potevano riprendere il viaggio con piena energia.

La storia sull’inseguimento del sole di Kuafu riflette la volontà degli antenati cinesi di vincere la siccità. Nonostante Kuafu sia morto, il suo spirito vive in eterno. In molti libri cinesi dell’antichità si trovano leggende relative all’inseguimento del sole di Kuafu. Alcune località hanno anche chiamato i loro monti più alti col suo nome per commemorarlo… ”

a cura di Roberto Pellegrini

…ricarichiamo le batterie!

Può capitare che i ritmi forsennati delle nostre giornate (che – ci avete fatto caso? – sembrano “durare” sempre… meno), finiscano per travolgerci, facendoci perdere di vista quell’orizzonte sicuro che è il nostro benessere, verso il quale, in realtà, dovremmo sempre “puntare”.

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Ma lo sappiamo tutti: quando siamo in ballo (con il lavoro, ad esempio), mollare la presa, per tirare un po’ il fiato, può risultare arduo, se non addirittura impossibile.

Ecco, allora (e non è lo spot dell’ultimo “integratore” miracoloso…), che la stanchezza si accumula, e pian piano finiamo per perdere in efficienza ed entusiasmo…

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Teniamo, quindi, sempre aperta una via di fuga che, all’occorrenza, ci consenta di “staccare la spina”, per fare il pieno di una ritrovata, sana “voglia di fare”!

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Credo sia proprio questo il messaggio della parabola Zen di quest’oggi.

L’arco teso

Una volta un imperatore cinese si recò da un grande Maestro Zen. Il Maestro Zen si stava rotolando per terra e rideva, anche i suoi discepoli ridevano: doveva aver raccontato una barzelletta. L’imperatore si trovò in imbarazzo. Non riusciva a credere ai suoi occhi, a capire perché si comportassero in modo così poco educato.

Non poté non dire qualcosa, rimproverò il Maestro: “Questo comportamento è increscioso! Non ce lo si aspetta da un uomo come voi, ci vuole un po’ di decoro: vi state rotolando per terra ridendo come un matto?”.

Il Maestro guardò l’imperatore, che portava un arco. All’epoca gli imperatori erano guerrieri, e avevano con sé archi e frecce. Il Maestro chiese: “Ditemi una cosa, Maestà. Tenete sempre teso il vostro arco, o qualche volta lo allentate?”.

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L’imperatore rispose: “Se lo tenessi sempre teso perderebbe elasticità e non servirebbe a nulla. Bisogna lasciarlo allentato, in modo che sia flessibile quando occorre”.

E il Maestro allora concluse: “È quello che sto facendo”.

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by Roberto Pellegrini

Una felicità piccola così…

I due amici sono in coda alla cassa del discount (interminabile, apocalittica: e non si capisce perché non si faccia intervenire un altro dipendente: “Ding-dong…, in apertura la cassa… ecc ecc!”); io, appena dietro, non posso evitare di “impicciarmi” (in realtà, me la propinano a forza…), della loro conversazione.

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– Sì… -, dice uno – Con lei ero felice, d’accordo… Ma mi mancava qualcosa… Così un giorno gliel’ho detto e ci siamo lasciati. Però ci sentiamo ancora su WhatsApp e su Facebook! L’altra sera abbiamo mangiato la pizza insieme… -.

– Capisco… – (beato lui!, mi dico), annuisce l’altro, senza staccare gli occhi dall’avvenente cassiera ossigenata – Ma, scusa eh, cos’è che ti mancava? -.

Balla domanda, penso tra me: chissà, adesso, la risposta…

– Mah, guarda… -, replica il primo, creando una certa suspense – A dirti il vero non lo so. Mi mancava qualcosa, punto e basta! -.

E se può bastare a lui, figuriamoci a noi…

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Praticamente un’ammissione di “felicità condizionata”, tenuta in salamoia, in apnea. Insomma: nella speranza che…

Forse, non si dovrebbe mai giocare al Tenente Colombo, conducendo puntigliose indagini sul perché e il percome di una felicità che, al momento, ci pare a portata di mano.

Felicità ed ipocrisia non sono mai andate troppo d’accordo: inutile sostenere la presenza della prima, per poi perdersi nelle nebbie della seconda, dichiarando che: “sì, però mi mancava un non so che…” ( se non lo sai, può darsi anche che, in fondo, non ti manchi niente, non ti pare?).

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Essere felici (o, almeno, provarci), resta un diritto irrinunciabile di tutti (sancito, ad esempio, dalla Costituzione Americana, art. 1); diritto che va “esercitato” sempre e comunque, credendoci fino in fondo; se possibile evitando di porsi obiettivi eccessivamente a lungo termine…

Nel “Carpe Diem” quotidiano, probabilmente, si nasconde la “formula” della felicità “prêt-à-porter”: riuscire a cogliere tutto il meglio che viviamo ora, adesso, lasciando che il domani ci venga incontro, sulle ali possenti della Speranza…

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Nel frattempo, è arrivata la cassiera di “rinforzo”…: le belle notizie giungono sempre all’improvviso!

Gratitudine: riflesso dell’amore…?

Infonde felicità in chi lo suscita ed in chi lo sente nascere nel cuore; si dice che possa essere “eterno”; deve essere spontaneo, per poter essere anche sincero e credibile; non si può “simulare” a lungo… Di cosa stiamo parlando?

Dell’amore, si potrebbe pensare.

E invece no: stiamo parlando della gratitudine.

In effetti, non stupiscano più di tanto le diverse “analogie” (potremmo divertirci a trovarne altre, ne sono certo), tra il sentimento più forte del mondo, l’amore, e quello della gratitudine, appunto.

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Entrambi rispondono ad uno slancio incontrollabile dell’anima, nei confronti di qualcuno: nell’uno (l’amore), per “alchimie” insondabili del cuore; nell’altra (la gratitudine), in virtù di un concreto beneficio ricevuto.

“La gratitudine è non solo la più grande delle virtù, ma la madre di tutte le altre.”
(Cicerone)

“Dobbiamo essere grati alle persone che ci rendono felici, sono gli affascinanti giardinieri che rendono la nostra anima un fiore.”
(Marcel Proust)

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Chiunque abbia provato “gratitudine”, nei confronti di qualcuno, conosce bene la liberatoria sensazione di “leggerezza” con cui essa si manifesta…

Quando, finalmente, veniamo a capo di un problema, grazie all’intervento, magari inatteso, di qualcuno, le nebbie delle preoccupazioni si diradano; tutto torna ad essere inquadrato dalla luce “vivificante” dell’ottimismo, della rediviva voglia di “crederci”; le tensioni si sciolgono in un sospiro di sollievo… Ed il nostro sguardo riconoscente si ferma sull’“artefice” di tutto questo…

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Saremmo pronti a tutto, per ricambiare, in qualche modo, il “bene” ricevuto. Ma, di questo, chi ci “aiuta”, per assecondare soltanto un puro impeto del proprio animo, non se ne cura affatto, consapevole, in cuor suo, di trovarsi già in una posizione di “vantaggio”…; privilegio che, come tutti sappiamo, le circostanze della vita distribuiscono, sempre, imprevedibilmente…

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Trovo che vi sia qualcosa di tutto questo, nelle brevissima storiella Zen di quest’oggi…

Gratitudine

Un ricco mercante fece dono ad un maestro di un’ingente quantità di monete d’oro per la costruzione di un nuovo monastero. Il maestro accettò senza dimostrare né entusiasmo né gratitudine. Seccato, il mercante gli disse: “Potresti almeno ringraziarmi!”.

“E perché dovrei?”, gli rispose il maestro, “è chi dona che dovrebbe essere grato.”

a cura di Roberto Pellegrini

Calma: virtù della verità…

Credo che ricorrere alla calunnia per “togliersi dagli impicci”, concretizzi una delle forme più aberranti della perfidia umana; opportunismo e viltà toccano così, nella calunnia, il loro “fondo” più… basso, vergognoso, sporco.

Tuttavia, l’imprevedibilità della vita rischia, talvolta, di metterci nei guai…

Circostanze sfavorevoli, invidia, pregiudizio, malelingue e quant’altro, di meglio, sappia produrre la natura umana, possono, nostro malgrado, trascinarci nell’abisso insondabile dell’ipocrisia, nel fango dello scandalo.

Ma, potendo contare sulla purezza della nostra coscienza, restiamo saldamente in attesa, serenamente al nostro posto, nella piena fiducia che, prima o poi, la Verità ci riscatterà per ogni umiliazione subita, per ogni “boccone” amaro che abbiamo dovuto ingoiare, nel frattempo…

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Più facile a dirsi, che a farsi…? Siamo d’accordo…; ma è esattamente questo, uno degli insegnamenti presenti nella storiella Zen di oggi…

Ah sì?

Il maestro Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita. Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta. La cosa mandò i genitori su tutte le furie.

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La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.

I genitori furibondi andarono dal maestro, lo insultarono e gli imposero di mantenere la ragazza e il bambino. “Ah sì?” disse lui come tutta risposta. Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai si era perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino e della giovane con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo. Si mise inoltre a intrecciare un maggior numero di stuoie per poter mantenere i due nuovi venuti.

Dopo un anno la giovane − annoiata di vivere con Hakuin − non resistette più, si pentì e disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.


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La madre e il padre della ragazza, cosi come anche i vicini, andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino e la giovane. Hakuin non fece obiezioni.

Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: “Ah sì?”.

a cura di Roberto Pellegrini