Uomini in “gonnella”… E perché no?

Filippo di Edimburgo, il Principe Carlo e Sean Connery…: tre uomini molto diversi tra loro, per carisma, storia, vicende personali, impegni. Accomunati, però (oltre che dall’essere figli della terra d’Albione), da un particolare: tutti e tre indossano (e sanno indossare), il kilt.

d71c7a1210a24fc151e5d92dbfde2040

Per molti di noi, non proprio addentro nella cultura e nelle tradizioni della “selvaggia” Scozia (paese che, personalmente, adoro), l’uomo in “gonnella”, può, di primo acchito, apparire, se non ridicolo, almeno “strano”. Ma non è affatto così, anzi: il fascino di un uomo (ove “presente”, intendiamoci), non risulterà minimamente “mutilato”, o compromesso da questo peculiare capo di abbigliamento (e che mi riservo di “provare”, una volta o l’altra!).

6ca2222d3ae9faa2b7a870f2ea127bd1

Di questo, ad esempio, ne è convinto Howie Nichollsby, che nel 1996 ha messo in piedi la “21st Century Kilts”, azienda che produce, con successo, proprio kilt innovativi, in tessuti e stampe alla moda, pensati per essere indossati nella vita normale di ogni giorno e da chiunque, scozzese o meno.

Basta solo, come afferma lo stesso Howie, avere un po’ di coraggio!

Il kilt è un indumento maschile che consiste in un pezzo di stoffa arrotolato in vita (simile ad una gonna da donna) ed allacciato. Anticamente il kilt era realizzato con un pezzo di stoffa lungo abbastanza da poter essere poi appoggiato sulla spalla (dopo essere stato arrotolato intorno alla vita), in maniera da ricordare vagamente la toga dei romani.

f88e17a35134f1448f08ee35258aa31a

Il kilt, come lo conosciamo noi, fu inventato da Thomas Rawlinson, un imprenditore della Germania del ‘700, che, trasferitosi nelle Highlands, ed avendone assorbito la cultura, operò una grande azione commerciale e si “inventò” una tradizione. Tra il 1727 ed il 1734, osservando gli operai che abbattevano gli alberi per fornire la legna alla sua fornace di Inverness, ebbe l’intuizione di semplificare l’abbigliamento, per renderlo meno ingombrante. Gli abitanti meno abbienti infatti portavano allora un lungo plaid, mantello di stoffa grezza e di basso costo, che copriva l’intero corpo (indumento utile anche a fungere da coperta), e che veniva stretto in cintura formando così una specie di gonna, il che rendeva più agevole la marcia nella brughiera. Il kilt, quindi, va considerato un abbigliamento “moderno” che il movimento romantico volle vedere come segno di “antichità”, usato, in seguito, anche per distinguere una famiglia da un’altra, dal momento che il colore del kilt è distintivo della famiglia di chi lo possiede. Infatti ogni famiglia scozzese possiede un kilt tessuto con disegno e colore diversi da quelli di tutte le altre.

c861f371e47162839b83962dafec0cf0

Oggigiorno il kilt è considerato l’indumento tradizionale delle Highlands scozzesi, dove viene realizzato in tartan ed è solitamente indossato insieme ad uno sporran, cioè una borsetta di cuoio utilizzata come portamonete. Questo indumento, utilizzato tuttora come abito da cerimonia, nel folklore comune, era ed è portato rigorosamente senza indumenti intimi…

kilt2

Occhio ai colpi di vento, allora!

by Roberto Pellegrini

Annunci

I gioielli – ornamenti tanto amati

Nel nostro pensiero “gioielli” significa “qualcosa di prezioso”, ma non è sempre stato così. Nella preistoria, quando il metallo non era ancora lavorato, i gioielli erano fatti di materiali non preziosi, come conchiglie, ciottoli e denti di animali.

p1240999

Quindi possiamo dire che i gioielli sono vecchi come il genere umano, dalla cultura primitiva alla civiltà moderna, da est a ovest, con l’utilizzo di materiali e stili diversi l’uomo ha, da sempre, amato adornarsi.

L’uso dei gioielli, nella preistoria, così come oggi, è da considerarsi anche come un mezzo di comunicazione, oltre che di ornamento. Attraverso i gioielli si comunica: gerarchia, prestigio e potere, ossia si comunica lo status sociale, ma non solo… ai gioielli si attribuiscono anche funzioni di amuleti e talismani, segnano spesso occasioni speciali – maggiore età, stato civile, maternità.. – e riflettono e comunicano il carattere e lo stile di chi li indossa.

 

La creatività nella gioielleria è illimitata ed è cambiata con lo scorrere del tempo, adattandosi a scollature, lunghezze e materiali diversi.

I gioielli ritrovati nell’Asia occidentale, risalenti al periodo compreso tra il 5000 ed il 2500 a.C., illustrano una società con un gusto per gioielli raffinati e decorativi, nonché un’evidente rete commerciale che forniva materiali rari.

I Sumeri, come gli antichi Egizi, avevano preferenza per lapislazzuli e corniole, miste ad agate, ametiste, granati ed ovviamente oro, tanto oro. Faraoni, principesse, contadini e artigiani indossavano gioielli nella vita, ma anche nella morte, come testimoniano le tombe rinvenute.

bracciale_amani_schaheto

Nel Mediterraneo orientale del 2500 circa a.C. c’era la cultura minoica a Creta, che fu conquistata dai Micenei nel 1450 a.C. circa. I gioielli di quel periodo e dell’area sono caratterizzati da un’abbondanza di oro; i loro stili furono fortemente influenzati dai gioielli dei Babilonesi e degli Egizi. Così come, questi ultimi influenzarono i Fenici che erano commercianti colonizzatori del Mediterraneo orientale ed occidentale, dalla Siria alla Spagna. Gli Etruschi erano noti per la loro perfezione tecnica nell’oreficeria e soprattutto per la loro eccezionale tecnica di granulazione con granuli d’oro quasi polverizzati.

Gli orafi greci di epoca classica ed ellenistica erano rinomati per le loro capacità tecniche e per la loro abilità artigianale nella lavorazione dell’oro, una reputazione durata nel tempo. La Grecia non era ricca di risorse d’oro fino a quando il suo impero non fu esteso fino alla Persia nel IV secolo a.C.  I gioielli erano regali presentati alla nascita, compleanni e matrimoni, o anche come offerte votive alle statue di culto.

gioielli-antica-grecia-seo-1200x627px-andreola-gioielli-padova-980x512

Con la perdita dell’indipendenza greca e la vittoria dei Romani sulla Macedonia, Roma divenne un forte potere militare e politico. La ricchezza del nuovo impero attrasse molti artigiani greci verso Roma, ecco perché i Romani seguirono gli stili greci fino a circa il I secolo a.C, quando l’estetica dei loro gioielli cominciò a cambiare. I gioielli divennero senza pretese, le tecniche d’oro meno elaborate, i disegni semplificati, e fu posta più enfasi sulla scelta delle pietre e sull’uso del colore.

Il commercio fioriva nel vasto impero con province lontane ed i gioielli vennero prodotti a Roma, ad Alessandria e ad Antiochia. L’ornamento si diffuse socialmente ed ebbe una più ampia utilizzo, anche agli schiavi era permesso indossare gioielli fatti di ferro. Con l’economia fiorente del II secolo, i gioielli romani divennero più elaborati, pesanti e sfarzosi, un segno di ricchezza e status.

gioielli-della-roma-antica-980x512

In seguito, l’influenza artistica reciproca tra il mondo bizantino e il mondo in espansione dell’Islam fu evidente dalla metà del VII secolo in poi. L’influenza bizantina e islamica può essere vista anche nei gioielli delle tribù germaniche che occuparono gran parte dell’Europa dopo la caduta dell’impero romano d’occidente.

f9969d6194640652569008dede05e61d

Dal XII al XIII secolo uno stile internazionale in gioielleria si era evoluto. Forme e decorazioni in pietra mostrarono sorprendenti somiglianze in Inghilterra, Francia, Danimarca, Germania e Italia. Questo fenomeno presumibilmente può essere spiegato dalle rotte commerciali e dall’importazione di pietre preziose dal vicino e dall’estremo Oriente.

In Europa la transizione verso il periodo rinascimentale fu diversa a seconda del paese, a cominciare dall’Italia, che con le sue scoperte di monumenti e sculture antiche, fu importantissima per la rinascita delle culture dell’antica Grecia e di Roma, mentre nell’Europa settentrionale gli stili gotici continuarono molto più a lungo.

Nel XV secolo, Firenze e le corti della Borgogna dettarono tendenze nell’abbigliamento e nella gioielleria; così come, nei secoli XVI e XVII, la Spagna divenuta una grande potenza europea con colonie in tutto il mondo, impose lo stile spagnolo ad abiti e gioielli.

 

Nella seconda metà del XVII secolo, mentre la Spagna era in declino, la Francia divenne il centro economico e culturale più importante. Tutte le industrie di lusso fiorirono nella Francia di Luigi XIV. Le sete francesi di Lione e le mode del vestiario venivano esportate e, con esse, gli stili di gioielleria. Fu anche un periodo in cui le donne giocavano un ruolo sempre più significativo nella società. Per il loro abbigliamento, i broccati pesanti furono sostituiti da sete leggere in varie tonalità pastello. Lo splendore e i colori vivaci dei tessuti richiesero una diminuzione del colore dei gioielli. I ritratti del periodo illustrano una passione per le perle, infilate come collane o indossate come gocce sospese dagli orecchini, o da spille indossate sul petto, sulle maniche o nei capelli.

2olpkig

Nel 1789 la Rivoluzione Francese ebbe effetti drammatici, non solo sulla politica e sulla vita della Francia, ma anche sull’Europa nel suo insieme. Fuori dalla Francia il mercato fu inondato dai gioielli e pietre preziose di coloro che riuscirono a fuggire ed i prezzi diminuirono drasticamente.

Il lusso torno in Francia con Napoleone quando proclamò il suo impero nel 1804. Sua moglie era una donna che faceva tendenza ed indossava la moda greca, che si riflettè anche nella gioielleria.

parure-malachite1

Quando gli effetti della rivoluzione industriale e l’ascesa della classe media divennero particolarmente evidenti in Gran Bretagna, la borghesia cominciò ad imitare i gioielli dell’aristocrazia, ma al posto di diamanti, rubini, zaffiri e smeraldi vennero applicate pietre preziose come ametista, crisoprasio, tormalina, turchese e molti altri sostituti colorati. Come i vestiti anche i gioielli della sera furono differenziati da quelli per il giorno: le parure – collana, bracciali, spilla ed orecchini – erano per lo più destinate alla sera, mentre le demi-parure – spilla ed orecchini o collana ed orecchini – erano indossati durante il giorno.

immaginestart

Giungiamo al XX secolo, quando durante la belle Époque, c’era voglia di rinnovamento e di oggetti di lusso, i gioielli espressero emozioni e le donne alate simboleggiarono l’emancipazione; la natura venne interpretata metaforicamente: temi come la nascita, la morte e la rinascita vennero espressi attraverso piante in vari stadi della loro vita. René Lalique pose le basi per la gioielleria degli artisti del XX secolo e introdusse nuove combinazioni di materiali, come l’oro prezioso con il vetro non prezioso. I diamanti vennero applicati con parsimonia, nel plique-à-jour lo smalto lasciava trasparire la luce, gli opali davano iridescenza e i materiali sembravano quasi smaterializzarsi. Per contro, l’argento con smalto e alcune pietre preziose definirono lo Jugendstil in Germania e la Secessione viennese in Austria, entrambi i movimenti ridussero la natura a forme geometriche stilizzate.

All’indomani delle guerre del XX secolo, i gioielli sperimentarono un abbandono dei valori tradizionali a causa dei cambiamenti radicali nella società. Come la moda, i disegni di gioielli seguirono i movimenti della cultura giovanile. Le donne divennero più indipendenti e iniziarono a comprare i loro gioielli, piuttosto che averli donati dai loro mariti come era stato tradizionalmente.

Negli anni ’50 e ’60 la voglia di lusso fu rappresentata da Hollywood con il suo mondo immaginario, le sue stole di visone ed i suoi diamanti in abbondanza. Durante questo periodo i gioiellieri in Europa trasformarono i gioielli in una forma d’arte libera.

pr70014-720x705

Dopo gli anni ’60, i gioielli iniziarono una svolta quasi rivoluzionaria con i gioiellieri freelance nei loro studi che correvano audacemente sul percorso delle belle arti: negli anni ’80 ruppero i confini esistenti di dimensioni e materiali e usarono materiali nuovi, non solo oro, ma anche gomma e addirittura carta.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Più di ogni altro momento della sua storia, oggi i gioielli riflettono il carattere, le sensazioni e le emozioni di chi li indossa, i colori preferiti, il gusto, la comprensione delle arti e, ultimo ma non meno importante, l’individualità di ognuno.

 

Bibliografia
Andrews, Carol. Gioielli egizi antichi . New York: Harry N. Abrams, 1991.
Bury, Shirley. Gioielli 1789-1910: L’era internazionale . 2 voll. Woodbridge, Suffolk, Inghilterra: Antique Collectors ‘Club, 1991.
Daniëls, Ger. Gioielli popolari del mondo . New York: Rizzoli, 1989.
Dormer, Peter e Ralph Turner. The New Jewelry: Trends and Traditions . Edizione rivisitata. New York: Thames e Hudson, 1994.
Lightbown, Ronald W. Medieval Europe Jewellery: con un catalogo della collezione nel Victoria and Albert Museum . Londra: Victoria and Albert Museum, 1992.
Mack, John, ed. Gioielli etnici . New York: Abrams, 1988.
Phillips, Clare. Gioielli: dall’antichità al presente . New York: Thames e Hudson, 1996.
Magnificenza principesca: Corte dei gioielli del Rinascimento, 1500-1630 . Londra: Victoria and Albert Museum, 1980. Un catalogo della mostra.
Tait, Hugh, ed. Sette mila anni di gioielli . Londra: British Museum Publications, 1986.
Williams, Dyfri e Jack Ogden. Oro greco: gioielli del mondo classico . New York: Abrams, 1994.

L’Arte del Ricamo: occhi, mente e mani

Si è recentemente chiusa la settimana dedicata all’Haute Couture che ha presentato a Parigi le proposte Autunno/Inverno 2018-19. Sulle passerelle centinaia di abiti meravigliosi interamente realizzati e ricamati a mano, creazioni eterne in grado di stupire, sorprendere e far sognare, ma facciamo un passo indietro per scoprire qualcosa in più sul ricamo…

Finanche nella Bibbia si parla di vele ricamate, Omero fa riferimento alle ricamatrici di Sidone, nonché ai lavori di Elena e Andromaca, ma ad essere precisi l’arte del ricamo ebbe origine in Oriente o meglio in Cina per poi giungere in Occidente durante il Medioevo.

118527

Più tardi, furono i Saraceni a contribuire alla creazione di un centro del ricamo italiano, istituendo a Palermo una vera e propria officina del ricamo e da qui, gli italiani, che possiedono un gusto ed un’artigianalità apprezzabilissimi, hanno saputo spesso distinguersi per maestria.

Nella moda il ricamo viene usato per impreziosire abiti importanti e unici ed uno dei nomi italiani di spicco è Pino Grasso, l’artigiano milanese che collabora con i più grandi stilisti italiani e non. I suoi lavori pregiati e meravigliosi lo hanno reso, infatti, uno dei ricamatori più importante del mondo.

pino-grasso-encyclo_0x245

Nel corso del vernissage della mostra sui trent’anni di attività di Valentino, allestita a Roma ai Musei Capitolini, mentre lo stilista presentava le sue creazioni all’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, costui, colpito dai ricami, chiese: “Ma chi li realizza?” Valentino rispose: “Sono quasi tutti italiani, del milanese Grasso”.

Fu così che i giornalisti di moda scoprirono che i ricami di una creazione di moda non sono solo opera degli stilisti, tanto che diciassette anni dopo, sempre durante una mostra su Valentino a Parigi, il nome di Pino Grasso venne scritto sulle targhette degli abiti da lui ricamati. Tale menzione non riguardava solo ed esclusivamente lui, ma comprendeva anche altri artigiani attivi nel settore della moda, italiani e francesi.

Ma un ricamo per la moda come nasce? Si tratta di una vera catena operativa dove occhi, menti e mani, danno vita ad una vera e propria, allegoricamente parlando, composizione che le ricamatrici suoneranno.

pino_grasso-05

Si comincia con la campionatura, poi il disegno tecnico – durante il quale le disegnatrici dovranno tenere conto della tipologia del tessuto inviato dallo stilista, delle gradazioni dei materiali, dei colori scelti e proporzionarli al disegno, secondo la taglia da realizzare; segue la bucatura – eseguita con una macchina “bucatrice”. I disegni così bucati serviranno alla disegnatrice per riportarli sulla superficie del supporto, sul quale si eseguirà il ricamo, attraverso la sequenza dello spolvero che consiste nel riportare il disegno sulle parti del tessuto già tagliato, “squadrato”, inviato dallo stilista. Il tessuto su cui viene appoggiato il disegno bucato è ben tirato e solidamente bloccato con dei pesi. Con un apposito tampone in feltro si spolvera la polverina, che può essere bianca per i tessuti scuri e nera per quelli chiari. Dopodichè le disegnatrici preparano una legenda per le ricamatrici, cioè una scheda in cui ogni materiale utilizzato per la realizzazione è codificato e riconoscibile dalle “petites mains” che daranno vita alla “sinfonia”.

In fondo le ricamatrici sono come dei musicisti che interpretano una composizione già studiata e preparata nei minimi dettagli, ognuna di loro con la propria mano e con la propria sensibilità come dei veri pianisti o violinisti, e che musica…!!!

 

I sandali: presenti in quasi tutte le culture del mondo

Il sandalo è la forma più semplice di calzatura e passa dall’essere utilitaristico, quindi acquistato a poco prezzo e per un uso quotidiano, ad essere una vera e propria opera d’arte, come i sandali disegnati da Manolo Blahnik.

Se ne trovano realizzati in moltissimi materiali: legno, pelle, tessuto, paglia, metallo e persino pietra, ma la cosa più interessante è che i sandali sono stati presenti in quasi tutte le culture del mondo sin dai tempi antichi.

Archeologicamente parlando i sandali “più vecchi” sono stati scoperti nel sud-ovest americano e risalgono a 8000 anni fa: intrecciati, con una suola flessibile e una semplice cinghia a forma di V.

I sandali sono più comunemente utilizzati tra le popolazioni dei luoghi dai climi caldi, ma…

… In Giappone, troviamo i geta, sandali con la suola di legno, che si indossano con calze di tessuto chiamate tabi.

wholesale-bleach-ichigo-cosplay-geta-shoes

In India, troviamo i chappal realizzati con il cuoio di bufalo d’acqua ed i padukas realizzati in legno.

Simili sandali si possono trovare anche in Pakistan, Afghanistan, Turchia e Siria – qui spesso vengono intarsiati con fili d’argento e madreperla e chiamati kub-kab dal suono onomatopeico che simula quello emesso dai sandali stessi durante la camminata.

Più indietro nel tempo, i sandali venivano usati dai Faraoni ed erano simbolo di sovranità. I greci ne svilupparono diversi tipi ed i Romani proprio ai Greci si rifecero per la realizzazione dei sandalium – nome dal quale derivò in seguito il nome sandalo.

Una curiosità a riguado: Caio Cesare fu soprannominato Caligola per via della tipologia di sandalium da lui utilizzata quando vestiva da soldato, appunto: la caliga, un sandalo militare realizzato con una pelle a strati spessi.

caligae_2

In Francia, dopo la Rivoluzione del 1789, l’antica Grecia e Roma furono fonte d’ispirazione per la realizzazione di indumenti classici drappeggiati ed in quell’occasione il sandalo ritornò ai piedi delle donne alla moda.

Non fu certo facile far accettare il fatto che le dita dei piedi rimanessero scoperte, il percorso fu molto lungo e passò parecchio tempo prima che, alla fine degli anni ’20 le donne indossassero sandali con tacco basso abbinati a pantaloni molto larghi, soprattutto per recarsi alla spiaggia o a bordo piscina.

Solo negli anni ’30 i sandali fecero il loro ingresso in sala da ballo, sotto a lunghi abiti da sera ed iniziarono a far parte regolarmente del guardaroba delle signore che, piano piano, cominciarono a sfoggiarli in stili diversi durante tutte le ore del giorno.

vestiti-anni-30-renc3a9-caovilla-sandali-sposa-dc3a9colletc3a9-a-punta-scoperta-nero_1

La seconda guerra mondiale aiutò, senza volerlo, il diffondersi di questo tipo di calzatura per via del fatto che, in periodo di razionamento, i cinturini dei sandali richiedevano meno cuoio rispetto alle scarpe chiuse.

Negli anni ’50 i cinturini dei sandali si fecero piccolissimi tanto da dare l’illusione di non avere calzature ai piedi e di camminare in punta di piedi.

Per giungere poi alla fine degli anni ’60, quando gli hippy introdussero l’uso di un sandalo basilare soprannominato “Jesus”. Questo tipo di calzatura, decisamente naturalismo e molto confortevole, ha spianato la strada all’introduzione di sandali “salutistici” nel guardaroba alla moda, come Birkenstock negli anni ’70.

 

Oggi il sandalo è un ospite presente sulle passerelle di tutto il mondo e viene proposto in materiali e stili vastissimi; non c’è donna che non ne annoveri qualche paio da indossare durante i mesi caldi.

Fonti
Bondi, Federico e Giovanni Mariacher. Se la scarpa si adatta. Venezia, Italia: Cavallino Venezia, 1983Durian-Ress, Saskia. Schuhe: vom späten Mittelalter bis zur Gegenwart Hirmer. Monaco: Verlag, 1991.Salvatore Ferragamo. L’arte della scarpa, 1927-1960. Firenze, Italia: Centro Di, 1992.Rexford, Nancy E. Scarpe da donna in America, 1795-1930. Kent, Ohio: Kent State University Press, 2000.Swann, giugno. Scarpe. Londra: BT Batsford, Ltd., 1982.-. Calzolaio. Shire Album 155. Jersey City, NJ: Park-west Publications, 1986.Walford, Jonathan. The Gentle Step. Toronto: Bata Shoe Museum, 1994.

 

Vacanze, mare e … costumi da bagno

Inutile sottolineare che oggi i costumi da bagno vengono proposti in una gamma vastissima di materiali e modelli, alcuni dei quali anche di pessimo gusto.

La loro evoluzione è stata strettamente associata alle tendenze della moda tradizionale e ai progressi nella tecnologia tessile, ma soprattutto è stata il riflesso di un cambiamento sociale.

Nel mondo antico, fare il bagno era un’attività comune, ricordiamo che i romani costruivano bagni pubblici anche nelle parti più remote del loro impero; seguì uno stop durante il Medioevo fino al diciassettesimo secolo, quando la balneazione divenne popolare come trattamento medicinale. In quel periodo, i bagnanti che si recavano in centri termali indossavano costumi in lino (giacconi: gli uomini e grembiuli a maniche lunghe: le donne).

Quando nel diciottesimo secolo, si cominciò a capire i benefici dei bagni in acqua salata, i bagnanti che si recavano nelle città di mare usufruivano di stabilimenti balneari che prevedevano la separazione di uomini e donne.

Ci si tuffava nelle prime ore del mattino, velocemente, a volte con l’uso di “macchine da bagno” (piccoli edifici montati su ruote che un cavallo e un autista tiravano in mare, fuori da occhi indiscreti).

207842-300x400-bathingmachine2.jpg

Insomma il bagno era un dovere, non un piacere, sino all’inizio del diciannovesimo secolo, quando la balneazione cominciò ad essere considerata un’attività ricreativa e benefica e le vacanze crebbero di popolarità. Ogni località aveva i suoi standard per un abbigliamento appropriato ed i costumi indossati variavano ampiamente da un posto all’altro.

1_costumi-da-bagno

A partire dalla metà del secolo, si cominciò ad introdurre la balneazione a sesso misto, i costumi si accorciarono, si indossavano abbinati a cuffie gommate ed a calze lunghe che coprivano le gambe.

Solo alla fine del diciannovesimo secolo comparvero le prime bellezze balneari ed intorno al 1914, le commedie del produttore cinematografico muto Mack Sennett iniziarono a esibire uno stuolo di giovani donne in abiti da bagno esagerati e rivelatori, che chiamò le sue Bellezze al Bagno.

207843-300x473-Mack_Sennett_Bathing_Beauties_2.png

La bellezze balneari di Hollywood raggiunsero l’apice negli anni ’30, quando le fotografie di stelle in posa in costumi da bagno alla moda iniziarono ad apparire in gran numero. Queste immagini ebbero un impatto sulla moda, in quanto le donne cercarono di emulare l’aspetto delle loro star preferite.

Più tardi nel secolo, i costumi da bagno diventarono più pratici, con gonna e pantaloncini gradualmente accorciati, scolli abbassati e senza maniche.

I-costumi-negli-anni-20-e-30

Dopo la prima guerra mondiale le donne raggiunsero nuovi livelli di indipendenza e le mode cominciarono a consentire loro una maggiore libertà di movimento. L’interesse per gli sport attivi di tutti i tipi aumentò e gli abbigliamenti sportivi raggiunsero una nuova importanza nella moda.

Anche il nuoto guadagnò popolarità grazie all’aumento del numero di piscine comunali e alla pubblicità data a personaggi famosi come Gertrude Ederle, che nel 1926 divenne la prima donna a nuotare nel Canale della Manica.

8142767_1070254602

Negli anni successivi alla prima guerra mondiale, i produttori americani di costumi da bagno giocarono un ruolo importante nel definire le tendenze della moda e nella creazione di un mercato di massa per il costume da bagno alla moda. I primi costumi da bagno Jantzen, erano lavorati a maglia, ma l’innovazione più importante, tuttavia, fu il Lastex, un filato elastico introdotto nel 1931 e che ha presto rivoluzionato l’industria.

Agli inizi degli anni ’40, le donne potevano scegliere tra un’ampia varietà di stili e tessuti e venivano incoraggiate ad avere un guardaroba adatto a diverse attività e occasioni.

207846-300x423-Jean_Duket_Miss_Tampa

Il primo bikini fu introdotto nel 1946 e negli anni ’50, con la crescente prosperità e l’aumento della quantità di tempo libero, i costumi da bagno divennero più che mai un veicolo di esposizione e fantasia.

Agli inizi degli anni ’60, il cambiamento sociale riguardo all’atteggiamento verso l’esposizione del corpo, unito alla crescente influenza del mercato giovanile, portò una nuova svolta nei costumi da bagno.

marilyn-agli-inizi

Negli anni ’70 e ’80, un corpo in forma, scolpito e tonico divenne il nuovo ideale. Invece di modellare il corpo, i costumi da bagno e il beachwear alla moda furono progettati per incorniciarlo, rivelarlo ed esaltarlo.

E così giungiamo ai giorni nostri, dove tutto o quasi è permesso e non resta altro che contare solo sul buon gusto delle persone.

Fonti
Cunningham, Patricia. “Costumi da bagno negli anni Trenta: la società BVD in un decennio di innovazione”. Dress 12 (1986): 11-27.
Johns, Maxine James e Jane Farrell-Beck. “Tagliate le maniche: nuotatori delle donne statunitensi del diciannovesimo secolo e il loro abbigliamento.” Dress 28 (2001): 53-63.
Kidwell, Claudia. Costume da bagno e da bagno da donna negli Stati Uniti. Washington, DC: Smithsonian Institution Press, 1968.
Lansdell, Avril. Seaside Fashions 1860-1939. Princes Risborough, Regno Unito: Shire Publications, 1990.
Lenček, Lena e Gideon Bosker. Making Waves: Swimsuits and the Undressing of America. San Francisco: Chronicle Books, 1989.
Martin, Richard e Harold Koda. Splash !: A History of Swimwear. New York: Rizzoli International, 1990.
Probert, Christina. Costumi da bagno in Vogue. New York: Abbeville Press, 1981.

Il ventaglio: una rappresentazione allegorica della vita

“Si apre, ha un inizio, una curva ascendente, un culmine, una curva discendente, una fine. Si chiude. Al suo interno può esserci di tutto. Ed in effetti sempre, in esso, è rappresentata la vita in qualche sua manifestazione…” – così Anna Checcoli (collezionista di ventagli, nonché studiosa e restauratrice) definisce questo oggetto, che possiede quel tocco di magia nel suo dischiudersi, nello scoprire i propri decori e la propria essenza.

3y6yo9cp

La sua origine si perde nella notte dei tempi, nella Preistoria, quando afflitti dalla calura e circondati dagli insetti, gli uomini agitavano grandi foglie. La sua evoluzione seguì l’evoluzione della storia, ne abbiamo tracce nell’Antico Egitto, in Grecia, nella civiltà etrusca e romana, nel Medioevo e, via via, sino ai giorni nostri.

Originariamente rigido (ventola), in seguito pieghevole, da Oriente ad Occidente apprezzatissimo sia dalle donne che dagli uomini. Sì, perché forse non tutti sanno, che indietro nel tempo, il ventaglio fu utilizzato dagli uomini quale simbolo di potere, arma da utilizzare in guerra, rappresentazione di uno status sociale.

uchiwa_raijin

Un monaco Shaolin disse: “Il ventaglio è un’arma: chiuso assomiglia ad un coltello, aperto diventa uno scudo!”, tanto che nel Giappone feudale esisteva il Tessen – il pieghevole ventaglio da combattimento con le stecche di ferro, portato regolarmente dai Samurai.

tessen20dragon201440-02

Proprio durante gli scambi commerciali con l’Oriente, il ventaglio pieghevole giunse in Occidente e nel XVI secolo Caterina De’ Medici lo fece conoscere ai francesi, che da subito lo apprezzarono, facendolo divenire un oggetto aristocratico indispensabile nell’etichetta di corte.

221px-catherine-de-medici

La fama di questo oggetto si allargò a macchia d’olio: in Spagna divenne parte fondamentale nella danza del flamenco; in Italia si diffusero quelli raffiguranti vedute paesaggistiche che venivano spesso acquistati in ricordo di una visita nel Bel Paese, delle vere e proprie cartoline illustrate.

poster-zingara-donna-che-balla-ballerino-di-flamenco

victor-jean-nicolle-progetto-per-ventaglio-dipinto-con-vedute-di-roma

Tanto diffuso era questo oggetto da essere finanche utilizzato come mezzo pubblicitario.

 

 

Vale inoltre la pena ricordare che tra il 1700 ed il 1800 fu inventato un vero e proprio linguaggio del ventaglio, che permetteva di comunicare a distanza: sostenerlo con la mano destra di fronte al viso, significava: seguimi; muoverlo con la mano sinistra: ci osservano; appoggiarlo sulla guancia destra: si e sulla sinistra: no.

language-of-fans-350x193

Fermo è il fatto che il ventaglio è sicuramente un accessorio simbolo di fascino, mistero e perché no, di eccentricità, un vezzo che anche gli stilisti come Valentino, Dior, Luis Vuitton, Balestra, Lagerfeld, ecc., in occasione della stagione estiva, propongono.

Per non parlare del fatto che molte dinastie reali non hanno certo rinunciato ad usarlo: regolarmente Letizia di Spagna se ne serve in occasioni ufficiali, così come la principessa Carolina di Monaco ed anche i Principi Alberto e Charlène di Monaco ne fecero distribuire agli invitati alle loro nozze religiose.

Un’ultima curiosità legata al ventaglio è quella che i giornalisti parlamentari italiani, ogni anno prima dello stop per le ferie, consegnano un ventaglio artistico al Presidente della Repubblica, della Camera dei Deputati e del Senato. Forse nella speranza che si schiariscano le idee sventolandosi?

ventag9

 

 

Il giaietto: non so perché, ma ne subisco il fascino

Il giaietto, definito anche gemma carbone, è una varietà di lignite ed è utilizzato da tempo nella realizzazione di gioielli.

10616119_1421164761517395_2611734269659481033_n

Conosciamolo un pochino meglio…

La sua  storia viene da lontano, circa 300 milioni di anni fa, quando il clima caldo e umido favorì lo svilupparsi sulla Terra di alberi giganteschi che in seguito subirono varie catastrofi naturali, tanto che i loro tronchi furono trascinati lontano dai luoghi di origine, funghi e batteri fecero il resto e la loro degradazione diede origine ai carboni fossili.

I resti vegetali furono compressi, si alterarono chimicamente e, nel corso delle ere geologiche, calore e pressione formarono rocce sedimentarie, suddivise oggi in quattro tipologie differenti (Lignite, Litantrace, Antracite e Torba). Come sopra detto, il giaietto è una varietà della prima tipologia, in particolare, pare essere un legno carbonizzato della conifera Araucariacea, opaco, leggero, tenero e di colore nero intenso.

La varietà che sembra essere la migliore e la più pregiata è quella che si trova nella piccola località balneare di Whitby, nello Yorkshire, a nord-est dell’Inghilterra, dove si trova anche un museo che custodisce una vasta collezione di giaietto lavorato, tra cui manufatti di epoca romana.

Sì, perché il Giaietto è una gemma antichissima, se ne ha traccia in una collana a sfere datata circa 13.000 anni fa. I Romani importavano questa pietra dall’odierna Turchia ed anche il nome di giaietto ha strette correlazioni con i Romani, infatti deriva dal francese antico “jayet” o “jaiet“, che a sua volta deriva dalla parola anglo-normanna geet, che trova origine nel termine gagates, da Gagas, un fiume e una città della Licia, antica provincia romana sul Mar Egeo.

Se pur molto diffuso, il picco della sua popolarità avvenne nella seconda metà del XIX secolo, quando niente meno che la regina Vittoria lo scelse per i suoi gioielli da lutto dopo la morte del suo amato consorte, a dimostrazione del suo profondo dolore.

La manifattura dei gioielli stessi richiamava il ricordo della persona amata: perle sfaccettate simbolo delle lacrime, medaglioni che prevedevano uno scomparto dove poter custodire ciocche di capelli o fotografie. orecchini pendenti con decorazioni a fiore ecc.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Fatto sta che il Giaietto divenne una moda e giunse anche in Italia dove, presso il Museo Poldi Pezzoli di Milano, si può osservare una parure.

pixlr21

Come tutte le mode, anche quella di utilizzare il Giaietto, finì e l’interesse verso di esso subì uno stop sino a quando la designer di gioielli Jacqueline Cullen decise di togliere al Giaietto l’etichetta di lutto e di realizzare collezioni di gioielli contemporanei che hanno come base l’utilizzo di questo materiale, in particolare il Giaietto di Whitby.

 

Io lo trovo affascinante!