Armani/Silos

Tendenza primaria dell’intelligenza/pensiero è l’”esplorazione”, finalizzata alla “comprensione”, di tutto ciò che accade al di fuori di noi, ma anche (e forse soprattutto), di quanto si agiti all’”interno”.

Un’opera d’Arte è soprattutto un’avventura della mente.
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Così ha scritto Roberto Pellegrini nel post pubblicato ieri e questo sono convinta sia ben chiaro a Giorgio Armani, che nel percorso che lo ha portato ai successi che tutti conosciamo ha saputo farne tesoro.

Più volte proprio su questo blog abbiamo avuto modo di riflettere sul fatto che in Italia non esiste un vero e proprio Museo della Moda, fortunatamente questo gap per quanto riguarda il lavoro di Giorgio Armani è stato colmato con la realizzazione da parte di lui stesso di Armani/Silos.

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È con immenso piacere che, avvalendomi del materiale fornitomi dalla Fondazione stessa, vi accompagnerò in un tour virtuale all’interno di questa meraviglia.

Da oltre quarant’anni Giorgio Armani sfida lo scorrere del tempo con i suoi colori attenuati, la fluidità dei tessuti, la decostruzione della giacca. In un sottile spazio di confine tra maschile e femminile, tra rigore ed indulgenza, è svelato il segreto della seduzione moderna.

All’Armani/Silos, Giorgio Armani offre una visione del suo mondo, il sogno di un’estetica misurata e senza tempo, che non ha cambiato soltanto il modo di vestire, ma anche il modo di pensare.

Costruito per la conservazione dei cereali, oggi questo grande spazio di 4.500 metri quadrati che si sviluppa su quattro piani, accoglie una selezione ragionata delle creazioni dello stilista, suddivisa per temi che ne raccontano l’estetica e la storia.

“Ho scelto di chiamarlo Silos perché lì venivano conservate le granaglie, materiale per vivere. E, così come il cibo, anche il vestire serve per vivere” – Giorgio Armani

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Androgino

“Trovo lo stile androgino carico di un fascino misterioso e seducente”

Il più possibile semplice, pura e nitida: è questa la moda secondo Giorgio Armani. Nella sua approfondita esplorazione della giacca, capo fondamentale per il giorno, lo stilista interviene sui concetti originali dell’androginia conservando il gusto della femminilità e di un’eleganza che mostra sempre misura e discrezione.

Conosciuto per i suoi colori neutri ed i tessuti rivisitati della tradizione maschile, Armani ama la fusione di elementi rigorosi della sartoria maschile con la morbidezza di quella femminile dando vita ad un abbigliamento modellato con fluidità.

Negli anni il tailleur di Giorgio Armani si è evoluto rimanendo però fedele alle sue origini.

“Il gioco della fusione di maschile e femminile è da sempre uno dei caratteri del mio stile. Penso che una donna in abiti di taglio maschile sia quanto mai intrigante”

 

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Etnie

La forte influenza esercitata dalle culture non occidentali si ritrova negli abiti di Giorgio Armani che utilizza elementi ispirati a etnie lontane e li interpreta con il suo stile inconfondibile. India, Africa, Cina, Giappone, Persia, Arabia, Siria e Polinesia sono alcuni dei luoghi che hanno ispirato lo stilista.

“Nella mia ricerca di una moda pura, ho sempre avvertito una naturale affinità con etnie lontane, con modi di vivere l’abito che hanno la perfezione senza tempo dell’archetipo e l’eleganza assoluta di ciò che ha superato la storia senza corrompersi, diventandone parte, per sempre. C’è un’allure speciale negli abiti tradizionali dei popoli, nel gusto sempre singolare della decorazione e della linea, nella ricchezza dei colori e nella portabilità. C’è anche poesia, almeno ai miei occhi di viaggiatore della fantasia, che si lascia trasportare dalle onde del pensiero e dello stile. Evitando la citazione tale e quale di forme, stili e decori, preferisco la reinterpretazione insieme decisa e sfumata. È questa la mia personale idea di esotismo: immaginare e reinterpretare l’altrove, cogliendone la purezza, la capacità di emozionare.”

 

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Stars

Un legame stretto unisce Giorgio Armani al mondo del cinema e dello spettacolo. Dallo schermo al red carpet, divi e dive indossano gli abiti dello stilista, diventano suoi amici ed entrano a far parte del suo mondo.

“La notte degli Oscar, con il red carpet che la precede, è da sempre per me un momento di grande emozione perché amo il cinema e perché con Hollywood ho un rapporto privilegiato. Quando ho cominciato a vestire le star di Hollywood era un momento di forte e generalizzato cambiamento. Gli attori desideravano indossare capi che li esaltassero, ma che non fossero travestimenti, ed era esattamente il tipo di rivoluzione che io stavo portando avanti con la mia moda. Il dialogo è nato in modo spontaneo e naturale. E ancora oggi le star del cinema trovano i miei abiti un mezzo per esprimersi al meglio e mettere in risalto la loro personalità”

 

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Archivio Digitale

Nella cultura della moda contemporanea gli archivi raccontano il processo creativo: sono stanze delle meraviglie, luoghi di ricerca, di rappresentazione e rilettura del passato, momenti conoscitivi per inventare il futuro.

Con il progetto del’Archivio Digitale Giorgio Armani mette a disposizione del pubblico il proprio archivio, offrendo un’inesauribile serbatoio di idee, la possibilità di ricostruire tutte le fasi della progettazione e del metodo di lavoro dello stilista, illustrandone il processo creativo.

L’archivio raccoglie circa mille outfit suddivisi per stagioni e collezioni, duemila capi ed accessori, numerosi bozzetti, video di sfilata e di backstage, foto di campagne pubblicitarie iconiche.

Armani/Silos è un work in progress, un laboratorio in cui nulla è permanente, che verrà continuamente arricchito da nuovi materiali.

Grazie Re Giorgio!

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Moda e Storia sulle nostre… spalle

Ci sono capi d’abbigliamento che subiscono il flusso ed il riflusso delle mode; altri che, al contrario, sembrano vivere in una dimensione a sé stante, assolutamente “sganciati” dai gusti e dal gradimento delle masse, vincolati soltanto al “coraggio” di quanti sappiano esprimere la propria spiccata ed indipendente personalità, anche indossando un capo “particolare”.

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Io, ad esempio, trovo estremamente affascinante e “volitivo” il Tabarro. Vasta è la disponibilità di modelli (anche femminili), capaci di solleticare la nostra fantasia, come ho imparato tra le pagine del sito del “Tabarrificio Veneto”, “creato” e sapientemente gestito, fin dal lontano 1974, da Sandro Zara, imprenditore veneto abile e coraggioso (e di consolidata esperienza), che ha certamente vinto la sua scommessa, producendo Tabarri di raffinata qualità ed accattivante eleganza, oltre che di sicuro… “impatto”.

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“Mi affascina la storia del costume, la ricerca del bello nella tradizione, soprattutto nella mia tradizione lagunare”, afferma Zara; e c’è da credergli dal momento che è evidente quanto sia davvero riuscito a coniugare “storia” e “modernità”, attraverso un capo d’abbigliamento tra i più particolari del mondo.

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La parola “Tabarro” indica un mantello a ruota da uomo che ha lontanissime origini. Realizzato in panno, grosso e pesante, di colore scuro (di solito nero), ha un solo punto di allacciatura sotto il mento e viene tenuto chiuso buttando un’estremità sopra la spalla opposta in modo da avvolgerlo intorno al corpo. Vi erano due modelli: quello classico lungo fino al polpaccio, e quello, usato per andare a cavallo e poi in bicicletta, più corto.

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Già nell’antichità se ne trova una forma molto simile a quella attuale; una sua derivazione è la toga dei patrizi e senatori romani. In seguito, si ritrova nel Medioevo usato da cavalieri durante le investiture e dai medici e notabili nella vita quotidiana. Nel Rinascimento cade quasi in disuso presso l’aristocrazia e la borghesia, ma rimane molto comune presso gli artigiani, i pastori (in lana sottoposta a follatura) e il mondo rurale in genere.

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Nell’Ottocento ritorna in uso presso i dandy dell’epoca. Sopravvive fino agli anni cinquanta del XX secolo, usato in ambiente rurale e montanaro, viene descritto anche nelle opere di Giovannino Guareschi e nei film dell’epoca.

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E allora, per affrontare con un pizzico di originalità l’ormai imminente stagione fredda e piovosa… buon tabarro a tutti!

by Roberto Pellegrini

Il MIC – Museo Internazionale della Calzatura

Qualche giorno fa vi avevo promesso nel post dedicato a Vigevano che vi avrei parlato del Museo Internazionale della Calzatura, intitolato a Pietro Bertolini e che ha sede proprio in questa città.

Il MIC è la prima istituzione pubblica in Italia dedicata alla storia ed all’evoluzione della scarpa. La sua mission è quella di esprimere, attraverso la narrazione del prodotto, la storia, l’economia di Vigevano e l’evoluzione internazionale della scarpa.

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La tradizione calzaturiera vigevanese risale ad uno Statuto del 1392. Nel 1866 nacque a Vigevano il primo calzaturificio a livello industriale, la prima fabbrica di macchine per calzature nel 1901 e le prime scarpe da tennis realizzate in gomma negli anni ’20.

La fama internazionale di capitale della calzatura risale tuttavia agli anni ’50/’60 quando le paia prodotte annualmente erano oltre 21 milioni. E’ contestuale a quell’epoca la nascita del Museo, poi riorganizzato nell’ottobre del 2016 con un criterio moderno e dinamico, che consente diverse chiavi di lettura.

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Un percorso cronologico, con pezzi di raro valore storico, come la pianella datata 1495, periodo della corte ducale di Beatrice d’Este. Romantiche scarpette in raso del tardo settecento veneziano e preziose realizzazioni degli anni ’20. La sezione storica continua con un tributo alle calzature degli anni ’50/’60, rappresentate dai primi esemplari con tacco a spillo di produzione vigevanese.

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Nella sezione Stile e Design sono rappresentati i più celebri disegnatori della moda e della calzatura italiana ed internazionale: Manolo Blahnik, Louboutin, Jimmy Choo, Dior, Armani, Roger Vivier, Cesare Paciotti, Alexander McQueen, Andrea Pfister, Armando Pollini.

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Nella sezione etnica, detta Camera delle Meraviglie, troviamo modelli provenienti da tutti i continenti ed in pochi metri si può avere una panoramica sulle tradizioni di tutto il mondo.

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Un’intera galleria è dedicata alle calzature con i tacchi spillo, esposizione in ordine cronologico: si parte dai modelli realizzati negli anno ’50 per arrivare alle creazioni dei più grandi marchi italiani ed internazionali di oggi.

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Infine, ma non per importanza, la Stanza della Duchessa, una piccola sala che si anima di immagini e racconti che ruotano intorno alla storica pianella che la leggenda attribuisce a Beatrice D’Este simbolo del Museo stesso.

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Non vi resta che indossare un comodo paio di scarpe ed andare in visita al Museo, che tra l’altro è gratuito.

Headband o bandeau come la chiamano i francesi

Chi avrebbe detto che un semplice accessorio per cingere la testa avesse una così lunga e meravigliosa storia sulle spalle?

Ebbene sì, nelle forme più disparate, impreziosite da perle e gemme o semplici che fossero, le fasce per i capelli comparvero tantissimo tempo fa.

Nell’antica Grecia una ghirlanda di alloro veniva posta sulla testa dei vincitori delle competizioni sportive e dei concorsi di scrittura, guadagnandosi così un posto nella storia sulle teste di tutti coloro che si laureano o vincono premi come il Nobel.

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Incontriamo headband nel medioevo, nel rinascimento, nel periodo edoardiano ed arriviamo ai ruggenti anni ’20 quando le donne ballavano il charleston indossando fasce ornate da perle e piume.

 

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Proprio in quel periodo Paul Poiret introduceva la moda orientale e ovviamente anche i turbanti guarniti di perline e paillettes che divennero un punto fermo nell’abbigliamento femminile.

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Finanche un’atleta del calibro di Suzanne Lenghen (campionessa di tennis) era solita indossare, durante i suoi incontri, una fascia nei capelli diffondendone l’uso.

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Qualche decennio dopo, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti, mentre gli uomini si trovavano al fronte, le donne si occupavano di produrre munizioni nelle fabbriche. Esse, chiamate Women Ordnance Workers, si distinguevano perché indossavano sulle loro teste delle sciarpe rosse a protezione dei capelli, sciarpe soprannominate WOW.

Ricorderete tutti il poster a sostegno bellico di J. Howard Miller raffigurante una donna forte che mostra i muscoli, indossa il WOW ed afferma “We Can Do It!”.

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Finita la guerra, fu Hollywood a tener alto l’uso della fascia per capelli, ricordiamo le foto di Brigitte Bardot, Audrey Hepburn e Grace Kelly che indossano con sofisticata disinvoltura le loro bandeau.

 

Insomma, possiamo proprio dire che questo accessorio ne ha viste di tutti i colori e tutt’ora spesso accompagna i look delle donne.

 

Moiré – il tessuto che …

… appare watered (marezzato) dando così l’impressione di uno specchio d’acqua increspato.

Anticamente era prodotto solo in seta, ma oggi è possibile trovarlo anche sintetico o di cottone.

Le sue origini sono inglesi, ma presto questo tessuto attraversò la Manica per diffondersi in Francia e nel resto dell’Europa.

Il suo aspetto cangiante, veramente particolare, è dato dal tipo di lavorazione (calandratura) durante la fase di finissaggio. Vediamo meglio: il tessuto umido viene piegato a metà e fatto passare fra due rulli che con l’aiuto dell’alta temperatura e della pressione producono l’appiattimento dell’ordito e la conseguente differenza di riflessione della luce nei diversi punti del tessuto stesso.

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Questo tessuto dall’aspetto così caratteristico è stato ed è utilizzato nell’arredamento

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e nella moda, specialmente per abiti da sera, da cocktail, da ballo o da cerimonia; mi vengono in mente gli abiti per le donne di corte disegnati da Charles Frederick Worth (stilista del periodo vittoriano)

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ed i bellissimi abiti in moiré che Christian Dior creò negli anni ’50.

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LBD o più comunemente conosciuto Little Black Dress

Correva la fine dell’anno 1926, per precisione l’ottobre di quell’anno e la copertina di Vogue proponeva un abito disegnato da Coco Chanel: il primo Little Black Dress. Da quel momento il dado era tratto e l’LBD sarebbe diventato con gli anni un caposaldo nel firmamento della moda. 

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All’interno della rivista un articolo paragonava l’abito all’auto Model Ts della Ford, auto che aveva raggiunto grandissima popolarità e sulla quale lo stesso Mr. Ford aveva scherzato dicendo: “Ogni cliente può avere una macchina verniciata di qualsiasi colore, purché sia ​​nera.”

Innegabile che sia l’autovettura che l’abito di Coco aiutarono la modernizzazione del colore nero, colore da sempre associato agli strati bassi della società e al lutto. Ricordiamo il periodo vittoriano dove la Regina Vittoria per 40 anni indossò abiti sontuosi rigorosamente neri, dopo la morte del suo amato marito Alberto.

Coco Chanel non era nuova alle trovate controcorrente e spesso aveva dimostrato di non avere un approccio tradizionale, tanto che preferiva usare maglina anzichè classici tessuti e, soprattutto, amava tagli che facevano “‘l’occhiolino” al guardaroba maschile; insomma Chanel aveva quel talento in grado di trasformare l’inaccettabile in accettabile, tutto mirato per rendere la donna decisamente meno castigata e più libera.

Ovviamente Chanel segnò l’inizio…, a seguire il Little Black Dress incontrò il consenso di Hollywood e di conseguenze di molti altri stilisti che cominciarono a proporre abiti di colore nero.

Hubert de Givenchy creò il famosissimo abito da cocktail indossato da Audrey Hepburn nel film “Colaizone da Tiffany”. L’abito originale vero e proprio, però, non fu quello utilizzato nel film – era decisamente più corto – ma ebbe comunque una sua storia, decisamente più utile, fu infatti venduto all’asta per più di $ 900.000 per raccogliere fondi per i poveri di Calcutta, in India. 

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Monsieur Dior caratterizzò l’abito nero con dettagli tipici del suo stile: gonne ampie, spalle nude, collo sciallato.

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Yves Saint Laurent creò versioni in taffetà arruffate, increspate, spesso senza spalline, a volte un po’ eccessivi.

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Insomma l’LBD ha avuto molte incarnazioni iconiche diventando un classico che non passa mai di moda, raffinato e pratico, che ogni donna annovera nel suo guardaroba indossandolo ed interpretandolo secondo il proprio stile.

 

Moda, ma cos’è?

Su Wikipedia si legge: …”Il termine moda deriva dal latino modus, che significa maniera, norma, regola, tempo, melodia, modalità, ritmo, tono, moderazione, guisa, discrezione… Nei secoli passati l’abbigliamento alla moda era appannaggio delle sole classi abbienti, soprattutto per via del costo dei tessuti e dei coloranti usati, che venivano estratti dal mondo minerale, animale e vegetale. Prima dell’Ottocento l’abito era considerato talmente prezioso che veniva elencato tra i beni testamentari. I ceti poco abbienti erano soliti indossare solo abiti tagliati rozzamente e, soprattutto, colorati con tinture poco costose come il grigio. A questi si aggiungeva scarpe in panno o legno. Non potendo permettersi il lusso di acquistare abiti nuovi confezionati su misura, tali classi ripiegavano spesso sull’abbigliamento usato…

Non è facile dare una perfetta definizione della moda, se la si considera anche dal punto di vista culturale e sociale, essa, infatti, ha un’infinità di sfaccettature che la rendono interessante, ma difficilmente catalogabile.

Un vero e proprio sistema complesso in costante movimento, che proprio per questo, rappresenta la società al meglio, facendosi veicolo di espressione delle usanze e dei costumi di un particolare periodo. Ciò permette di ricostruire la storia non solo a livello di costume, ma anche di economia.

Come si legge su Wikipedia la moda segnava la differenza tra ceti sociali: ricchi e poveri – dico “segnava” perché ora non è più proprio così – oggi possiamo dire che la moda è anche un vero e proprio modo di comunicare la propria personalità; stile e gusto fanno parte del mondo della moda, pur non essendone dei sinonimi.

Fatto resta che la moda è epicentro di interessi da più punti di vista, ecco perché, sparsi nel mondo, esistono numerosi musei della Moda, citiamone alcuni:

  • Metropolitan Museum of Art

    La collezione del Costume Institute con oltre 35.000 costumi e accessori, rappresenta, cinque continenti e sette secoli secoli di abiti alla moda, costumi regionali e accessori per uomini, donne e bambini.

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  • MFIT (New York, Stati Uniti)Il Museo di FIT è conosciuto per le sue mostre speciali innovative e premiate.. Fondato alla fine degli anni Sessanta, è visitato da 100.000 persone ogni anno. Con una collezione permanente di 50.000 abiti e accessori dal XVIII secolo fino ad oggi, il Museo di FIT pone l’accento su abiti esteticamente e storicamente significativi, con un occhio verso la moda contemporanea d’avanguardia.

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  • FIDM (Los Angeles, Stati Uniti)Il museo si trova al piano terra del campus di Los Angeles dell’Istituto di moda di design e merchandising e ospita una collezione di oltre 12.000 costumi, accessori e tessuti del XVIII secolo fino ad oggi, compresi i costumi cinematografici e teatrali. Il Museo FIDM ospita inoltre la prima Collezione di Costume di Hollywood in prestito presso la città di Los Angeles, Dipartimento di Parchi e Ricreazione. Presenta l’esposizione annuale del costume di movimento cinematografico nelle gallerie.

 

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  • Kent State University Museum (Kent, OH)Il Museo del Kent State University accoglie gli studenti e il grande pubblico per visualizzare, studiare e ricercare dalla sua collezione di moda storica, contemporanea e mondiale. La collezione va oltre l’abbigliamento e i tessuti per includere anche vetro americano, mobili, dipinti e altre arti decorative. Il Museo ospita anche una biblioteca di libri e periodici storici dedicati alla moda e alle arti decorative.

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  • V&A MuseumE uno dei musei d’arte e design leader a livello mondiale, ospita una collezione permanente di oltre 2,3 milioni di oggetti che coprono più di 5.000 anni di creatività umana. Il museo custodisce molte delle collezioni nazionali del Regno Unito e alcune delle più grandi risorse per lo studio di architettura, dei mobili, della moda, dei tessuti, della fotografia, della scultura, della pittura, della gioielleria, del vetro e della ceramica.

    Elementi chiave della collezione comprendono abiti del XVII secolo, “mantua” del XVIII secolo, abiti da sera degli anni ’30, abiti da sera degli anni ’60 , inoltre un numero crescente di pezzi da designer del ventunesimo secolo.

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  • Fashion Museum, Bath InglandCi sono quasi 100.000 oggetti nella collezione, che vanno dai guanti decorati dal tempo di Shakespeare a moda dai designer più importanti di oggi nella collezione Dress of the Year. Questi oggetti preziosi, mostrando diversi aspetti della storia della moda, sono stati (per la maggior parte) forniti al museo da molti generosi donatori e organizzazioni durante i più di 50 anni di attività del museo.

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  • Musée de la Mode et du Textile (all’interno del Louvre, Parigi, Francia)Oggi, il museo occupa 9.000 metri quadrati e presenta circa 6.000 oggetti nella collezione permanente. Nella collezione, sono presenti opere che rappresentano la storia del costume dal Reggimento francese ad oggi (16.000 costumi e 35.000 accessori moda) e tessuti del VII secolo in poi (30.000 esemplari), così come arredamento d’interni, mobili , oggetti d’arte, carta da parati, arazzi, ceramica, bicchieri e giocattoli dal Medioevo al presente.

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  • Musée Galliera (Parigi, Francia)La collezione è dedicata all’abbigliamento e al costume, coprendo momenti chiave della storia della moda e mettendo in mostra i designer iconici francesi. La collezione del museo comprende abiti e accessori dallo streetwear all’alta moda. Il dipartimento del XVIII secolo ospita una delle più grandi collezioni di abbigliamento del mondo dell’età dell’illuminismo. Le sue collezioni sono tutte temporanee.

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  • Museo del Traje (Madrid Spagna)Con circa 160.000 tra oggetti e documenti, il museo del Traje ha una collezione di abbigliamento, gioielleria e accessori storici, contemporanei e tradizionali (con particolare attenzione ai costumi e designer spagnoli).

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  • Kyoto Costume Institute (Kyoto Giappone)La collezione KCI attualmente va dal XVII secolo ad oggi, con più di 12.000 capi di abbigliamento e 16.000 documenti. L’istituto ha ricevuto donazioni da alcuni dei migliori stilisti e case di moda di oggi come Chanel, Christian Dior e Louis Vuitton.

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E l’Italia? Patria di ineguagliabili stilisti?

Ci stiamo ancora lavorando. Sob!!!