Il caveau di Dior e Dior Heritage

Una grande mostra al Musée des Arts décoratifs di Parigi, che resterà aperta sino al 7 Gennaio 2018 racconta i 70 anni della Maison, dalle origini sino i giorni nostri, attraverso le creazioni di Christian Dior e dei suoi successori, in una scenografia spettacolare.

A pochi passi dalla sede centrale della Maison Dior, che si trova in Avenue Montaigne al 30, si apre lo scrigno delle meraviglie e delle memorie.

Ma facciamo un passo indietro: l’archivio completo della Maison Dio è un luogo “segreto”, dove, sotto l’attenta supervisione di Madame Soizic Pfaff, sono conservati 9840 pezzi tra abiti e accessori creati dal 1958 ai giorni nostri. Tutto è bianco, nitido e luccicante tranne il classico grigio-Dior delle scatole etichettate. La direttrice racconta che le scatole sono costruite su misura e senza colla per scongiurare il pericolo di esalazioni che con il tempo potrebbero rovinare i tessuti. Le cappelliere sembrano piccoli dischi volanti con quei 60 centimetri di diametro che permettono di stendere e sollevare con entrambe le mani protette dai guanti di cotone bianco anche i modelli a larghe tese.

In questo mondo magico e segreto lavorano dodici conservatori che raccolgono, restaurano, fotografano e ripongono ogni cosa per poi digitalizzare tutte le informazioni stampando anche delle schede di facile consultazione.

Nel caveau si congela e l’umidità è controllata, niente finestre che facciano penetrare della luce naturale, tutto è trattato con sostanze anti pulviscolo per proteggere queste opere d’arte dalla polvere e soprattutto tutti indossano guanti bianchi di cotone per maneggiare queste meraviglie.

Ed ora parliamo della mostra che, attraverso documenti, abiti, accessori, ritratti e fotografie, racconta la memoria di questa grande casa di moda, come in un vero e proprio mosaico, in un’area di circa tremila metri quadrati.

La mostra è stata voluta niente meno che da Bernard Arnault, patron, un tipo che come si suol dire fa “spicciar tutti”. Il risultato è la più grande e completa mostra mai dedicata nel mondo alla storia di una griffe.

Gli abiti sono esposti su manichini costruiti secondo le forme delle donne in voga nell’epoca di riferimento e raccontano tutta la sontuosità di Dior, con il supporto di molto altro materiale.

Vi troviamo l’abito creato per Rita Hayworth in occasione della presentazione di “Gilda” a Parigi, a quello realizzato per Grace di Monaco o per la Duchessa di Windsor.

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Oggi il Direttore Creativo della Maison è Maria Grazia Chiuri, la prima donna per Dior, giovane, preparatissima, tosta, geniale, dalla creatività intelligente ed un intuito estetico eccezionale. La quale ha affermato: “Sia pure turbata dall’immensa responsabilità implicita nell’assunzione della guida artistica di una griffe come Dior per la mia prima collezione mi sono affidata all’istinto che mi impone di valutare e pesare bene il territorio intellettuale nel quale dovrò muovermi: cosa desiderano le donne di oggi nel mondo? Cosa vogliono o cosa non vogliono? Una griffe come Dior come va interpretata?”

 

 

Accanto a nomi come Christian Dior, Marc Boham, Gianfranco Ferré, John Galliano e Raf Simons, tra le scatole d’archivio, ora compare anche il nome di questa donna…

 

 

 

Forse l’Italia stava nella genetica di questa Maison: “Dior – Couturier du reve” – “Dèpart pour l’Italie” – “Si parte per l’Italia” è scritto con la calligrafia di Christian Dior, nella sua agendina tascabile esposta aperta sulla data del 17 ottobre 1957, dove risulta l’ultimo scritto dello stilista che pochi giorni dopo, il 24 ottobre, appunto in Italia, a Montecatini – dove amava trascorrere le sue vacanze – morì cinquantaduenne per un infarto.

 

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L’artigianalità italiana è sempre al primo posto – Sapevate che…

… le Dècolletès Dioressence Christian Dior sono realizzate in un paesino in provincia di Venezia?

Ebbene sì e per ogni paio di scarpe sono necessarie un centinaio di fasi di produzione. Questi artigiani specializzati, con le loro mani esperte ed utilizzando materiali di altissima qualità, realizzano dei veri pezzi unici.

 

Apparentemente molto semplici, risultato estremamente eleganti e chic, donano un atteggiamento sensuale, mettendo in risalto il collo del piede ed allungando la gamba e sono tra le scarpe più amate dalle donne in tutto il mondo.

Christian Dior scrisse nelle sue memorie: “Quando indossano i tacchi alti, le donne ritrovano un passo danzante, un’andatura ondeggiante…Un concentrato di femminilità. Le scarpe décolleté stanno bene con tutto”.

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Siccome in quell’epoca il tacco a spillo era realizzato in legno e risultava essere alquanto fragile, la Maison decise di sostituirlo con un’asta in metallo realizzando il tacco-shock, che segnò la storia della calzatura per la sua forma nuova e molto futuristica.

Oggi le Dioressence sono realizzate in diversi materiali ed in molteplici colori, fra i quali, ovviamente, non mancano le due tinte predilette da Christian Dior: il nero, che considerava il più elegante ed il rosa pallido, da lui valutato il colore della femminilità e della felicità.

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Con la loro delicata impertinenza, queste scarpe si abbinano facilmente con tutto, di giorno e di sera; sono un accessorio senza tempo, che sottolinea la femminilità di ogni donna, caratterizzate da tacco in pelle, suola in cuoio ed estremità appuntita.

 

Ladies & Gentlemen: The Prince of Prints – Emilio Pucci

Emilio Pucci marchese di Barsento nacque a Napoli nel 1914. A vent’anni entrò a far parte della squadra nazionale olimpica italiana di sci e partecipò alle olimpiadi invernali del 1936. Lo sci non era, però, la sua unica passione, egli, infatti, era attirato anche dalla pittura e proprio durante una borsa di studio presso il Reed College (Oregon), dove continuava gli allenamenti sciistici, Pucci disegnò l’uniforme della squadra.

Finì gli studi, si arruolò in aeronautica e parallelamente lavorò come istruttore di sci. Era scritto forse nel suo destino! Lo sci, inesorabilmente, era legato alla sua fortuna e alla sua vita, infatti, dopo aver creato una tuta da sci per un’amica quasi per gioco, la tuta finì sotto l’obiettivo fotografico di Toni Frissell e comparve sul numero di dicembre di Harper’s Bazzaar.

Quando si dice: essere al posto giusto, nel momento giusto…

Quella tuta dai colori flou diventò un must have di quella stagione invernale; era 1947 e da lì prese il via l’avventura nella moda del Marchese di Barsento. Aprì nel 1950 la sua prima boutique a Capri e fece delle sue stampe dai colori brillanti un qualcosa di assolutamente nuovo nel panorama della moda non solo italiana.

In pochissimo tempo Emilio Pucci raccolse consensi e diventò un protagonista attraverso le sue stampe/fantasie così particolari, tanto da essere battezzato: “The Prince of Prints”. In poco tempo conquistò anche l’America, vincendo il Neiman-Marcus Award e forte dei suoi successi, continuò a camminare un po’ contro corrente ai grandi nomi classici della moda del tempo, creando sempre collezioni dalle linee comode e utilizzando le sue stampe dalle cromie accattivanti. “Il grande cavaliere antico”, così lo definiva Giovanni Sartori, amava le sete, le organze e le mussoline, drappeggiate e morbide che lasciavano piena libertà di movimento.

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Stabilì la sua maison a Firenze a Palazzo Pucci, in via de’ Pucci; la sua Firenze continuò ad ispirarlo e lui affascinò il mondo della moda, attraverso la ricercatezza dei suoi capi coloratissimi. Il suo gusto innato per il colore e la sua passione per la pittura, gli permisero di dare alle sue collezioni un sapore artistico.

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Emilio Pucci morì a Firenze nel novembre del 1992, dopo aver dato un enorme contributo alla diffusione della moda italiana nel mondo ed essersi guadagnato un’aura di magia che lo ha reso immortale, tanto che, la Maison è tutt’oggi un simbolo di raffinata eleganza.

Su di me, che adoro l’Arte ed i colori, il suo stile esercita un fascino particolare, tanto che… non ho saputo resistere: seta, boccette e pennelli e… lasciatemi sognare!

 

1927 – Salvatore Ferragamo salpa e rientra in patria

“1927. Il ritorno in Italia” così è intitolata la Mostra che da qualche giorno è stata aperta presso il Museo Salvatore Ferragamo (Palazzo Spini Feroni) a Firenze, nella quale si racconta la società e l’arte degli anni ’20.

Proprio il contesto storico e sociale nel quale il soprannominato “calzolaio dei sogni” ha lavorato, è importante per capire come quest’uomo, attraverso la progettazione e la realizzazione, trasformava ogni sua creazione in un’opera d’arte.

La mostra, che sarà fruibile sino al 2 maggio 2018, racconta il viaggio che Ferragamo, dopo aver conquistato tutte le star di Hollywood, fece per rientrare in Italia; era il 1927 e Salvatore salpò a bordo del transatlantico di lusso di nome “Roma”, verso l’Italia.

A novant’anni da allora, si celebra nel Museo a lui dedicato, proprio il suo rientrò in patria, dopo la sua permanenza in California, nella quale era giunto a soli diciassette anni, per imparare di più sull’arte della calzatura, infatti, proprio in America, erano state inventate le prime macchine per cucire la tomaia alla suola.

Partì dal porto di Napoli con un biglietto di terza classe e tornò in Italia ospite in prima classe del meraviglioso translatlantico Roma, uomo di grande successo, spinto dal desiderio di condividere le proprie conoscenze professionali a beneficio del suo Paese.

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Il curatore della mostra: Carlo Sisi ha costruito il percorso espositivo seguendo il fil rouge del viaggio in transatlantico che Ferragamo compì per tornare in Italia.

La prima sezione della mostra è dedicata al ritorno di Ferragamo in Italia a bordo del Roma.

 

Lo spazio successivo è dedicato all’arrivo a Firenze e invita ad immaginare quale fosse lo scenario che si aprì agli occhi di Salvatore Ferragamo.

 

La terza sezione della mostra illustra i temi del folclore e del regionalismo, indicati quale strada di rinnovamento dell’arte decorativa contemporanea in Italia e fonte d’ispirazione, nel loro ricco repertorio, per la creatività di Ferragamo.

 

La sala quattro è dedicata alla figura femminile che si emancipa in tutte le sue possibili inclinazioni.

 

La quinta sala propone una selezione di opere realizzate a Firenze negli anni venti.

Nella sala sei: la casa italiana, progettualità e tutto ciò che ne consegue, un banco di prova per quello che sarà negli anni cinquanta il design Made in Italy.

 

Nella sala sette incontriamo il tema del corpo declinato in tutte le sue varianti, dalla scomposizione futurista e cubista alla sua ricomposizione.

Infine nella sala otto si incontra l’espressione del corpo inteso come strumento estetico del dinamismo, tema assolutamente centrale nella cultura novecentesca alla fine degli anni Venti.

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La scenografia e l’allestimento sono a cura di Maurizio Balò ed il Catalogo a cura di Stefania Ricci e Carlo Sisi, edito da Skira

“Il Capriccio e la Ragione – Eleganze del Settecento europeo”

Presso il Museo del Tessuto di Prato, aprirà il prossimo 14 maggio e sarà fruibile sino al 29 aprile 2018, la mostra “Il Capriccio e la Ragione – Eleganze del Settecento europeo”.

Questo evento è frutto della collaborazione tra il Museo della moda e del costume delle Gallerie degli Uffizi, il Museo Stibbert di Firenze e il Museo Studio del Tessuto della Fondazione Antonio Ratti di Como, nonché altre prestigiose istituzioni sia pubbliche che private, che hanno permesso la costruzione di un percorso espositivo unico ed inedito su un secolo così ricco e complesso come il Settecento.

Oltre 100 reperti tra tessuti, capi d’abbigliamento femminili e maschili, porcellane, accessori moda – quali scarpe, bottoni, guanti, copricapi – dipinti e incisioni, raccontano e motivano puntualmente i continui e significativi passaggi di stile che si susseguono in questo periodo storico, dall’esotismo ai “capricci” compositivi della prima metà del secolo fino alle forme classiche austere dell’ornato neoclassico.

L’accostamento dei tessuti alle più diverse tipologie di manufatti e tecniche artistiche permetterà al visitatore di avere una visione completa di tutti gli stili che attraversano il secolo – bizarre, chinoiserie, dentelles, revel solo per citare alcuni esempi della produzione tessile settecentesca – venendo così a creare un costante dialogo sia con i capi d’abbigliamento e gli accessori moda, sia con gli altri elementi d’arredo.

Gli straordinari quanto rari capi d’abbigliamento maschili e femminili provenienti dal Museo della moda e del costume delle Gallerie degli Uffizi raccontano la significativa trasformazione delle fogge di questo secolo: dai generosi volumi della robe à la français alla loro riduzione nella robe à la polonaise fino alla citazione classicista della robe en chemise. Un passaggio di forme che nell’abbigliamento segue fedelmente lo sviluppo culturale e sociale del tempo: dai fasti della corte francese alle comodità dello stile di campagna della nobiltà inglese degli ultimi decenni del secolo.

I tessuti operati in seta e preziosi filati metallici del Museo del Tessuto di Prato e del Museo Studio del Tessuto della Fondazione Antonio Ratti di Como – custode di una straordinaria collezione di tessuti antichi con rarissimi esemplari in seta proprio del Settecento europeo – dialogano con i preziosi gilet e le pregiate porcellane di manifattura cinese, Ginori e Sèvres di quello scrigno di tesori che è il Museo Stibbert di Firenze, custode di un patrimonio di oltre 50.000 oggetti tra costumi, armi e armature, arazzi, oggetti di arredo e di arte applicata.

Dalla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze proviene un nucleo di volumi di argomento diverso, databili dalla seconda metà del XVII alla fine del XVIII secolo, fondamentali per comprendere la nascita e lo sviluppo dei diversi filoni stilistici che attraversano il secolo: dai repertori di motivi decorativi presenti nei volumi sulle ambascerie delle Compagnie delle Indie in Cina e Giappone, alla rappresentazione delle creazioni di oggetti di arte applicata di stile rocaille, fino alle incisioni con soggetti archeologici che avranno un enorme ricaduta nella nascita e sviluppo del gusto neoclassico, affermatosi nel seconda metà del secolo.

In questo contesto si collocano – tra i complementi di abbigliamento appartenenti al Museo Stibbert – una curiosa serie di bottoni cameo in vetro e in porcellana con soggetti classici ripresi dai maggiori capolavori dell’arte greco romana, prodotti dalla manifattura inglese di Wedgwood nell’ultimo quarto del Settecento.

Dal Museo Salvatore Ferragamo un nucleo di calzature del XVIII secolo che rappresentano il nucleo storico della collezione avviata dallo stesso Salvatore come archivio di studio per le sue straordinarie creazioni.

Quadri provenienti dal Museo di Palazzo Pretorio di Prato e dalle gallerie antiquarie fiorentine Eredi Antonio Esposito – Galleria Antiquaria, Collezione Giovanni Pratesi, Tornabuoni Arte – rappresentano una panoramica significativa di autori europei e soprattutto di soggetti che dialogano con i motivi decorativi rappresentati nei tessili: dalla pittura di genere ai cosiddetti capricci, dalle nature morte di fiori e frutta ai paesaggi animati da scenette popolari o da antiche rovine della classicità.

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Breve approfondimento

Il Settecento vive una stagione artistica ricchissima e varia, espressione di stimoli e cambiamenti che nascono da consapevolezze culturali e conoscenze acquisite nel secolo precedente e, allo stesso tempo, da nuove ed esaltanti scoperte che accelerano i tempi di sviluppo della società civile europea in tutti gli ambiti del sapere.

La mostra presenta, pertanto, una selezione mirata di tessuti, capi d’abbigliamento femminili e maschili, porcellane, oggetti d’arredo, dipinti e incisioni che raccontano e motivano puntualmente i continui passaggi di stili che attraversano questo secolo.

Nella prima parte dell’esposizione i temi riguardano l’esotismo, un contenuto importante che trae origine nel XVII secolo per effetto delle nuove conoscenze geografiche dovute ai traffici commerciali, alle ambascerie e all’azione delle missioni degli ordini religiosi nelle parti più estreme dell’Oriente, che portano all’attenzione di un vasto pubblico beni di lusso e di consumo che generano interesse e curiosità per le loro particolari e raffinate caratteristiche.

Lacche, porcellane, tessuti, dipinti su carta esprimono infatti linguaggi artistici che giocano su parametri compositivi ed estetici differenti da quelli maturati dalla tradizione europea e, pertanto, ricercati per la loro stravaganza e originalità.

I soggetti, la composizione delle scene e l’inattesa palette cromatica determinano una profonda trasformazione del gusto verso l’esotismo che ricade sulle produzioni delle maggiori manifatture europee, coinvolgendo principalmente la produzione di beni di lusso.

Questo nuovo flusso di idee alimenta in primis l’attività delle manifatture francesi che, a fine Seicento, vivono una stagione prolifica grazie alle riforme apportate dal governo di Luigi XIV.

La Francia è la prima nazione in Europa che innesca una filiera organizzata di saperi che si declinano in tutti i settori delle arti. Artisti come Charles Le Brun, Antoine Watteau, Jean Berain, François Boucher dedicano parte dell’attività creativa alla progettazione di ornati e impianti decorativi per tessuti, decorazioni pittoriche, argenterie che mediano l’ordine compositivo tradizionale con temi e forme della cultura orientale.

Dallo stile Bizarre, al Revel, al Dentelles, la prima parte del Settecento tessile parla un francese ridondante, rococò che accosta temi mutuati dalla natura (fiori, frutta, conchiglie, cartigli, paesaggi) al repertorio esotico, fino a citare l’appassionata façon del merletto che infiamma la moda del periodo. Un’estetica che si avvantaggia di un’altissima competenza tecnica che consente non solo di tradurre il dato pittorico in tessitura, ma che lavora ad arricchire i fondali monocromi su cui s’impongono gli ornati con “controfondi” che disegnato effetti minuti e preziosi.

A metà secolo le proposte sfarzose promosse dalla corte francese iniziano a convivere e poi a cedere il posto ad una rinnovata attenzione all’ornato studiato sulle proporzioni degli antichi esempi. Un elemento sostanziale che genera un cambiamento di direzione nel gusto è l’avvio di campagne archeologiche, rese note al grande pubblico tramite un’editoria dedicata che documenta i resti architettonici e gli arredi mobili rinvenuti negli scavi.

Il tema delle “rovine”, inizialmente rappresentato in chiave documentaria, si dispiega in un genere carico di suggestioni emotive interpretate da scene di genere con soggetti popolari che descrivono un nuovo rapporto tra natura, umanità e arte.

L’idea classicista, pertanto, accoglie e valorizza contenuti che declinano in valori etici, sociali e politici. Tutto questo trova espressione nella predilezione di ornati che fluidificano le composizioni e, nel tessuto, le regimentano in strutture definite a “meandro”.

Nello sviluppo ascensionale di questi elementi s’inseriscono temi che permangono dalla tradizione precedente come scenette esotiche, capricci con rovine e personaggi, piccole vedute con tempietti classici, mazzetti di fiori che si dispongono nelle anse.

La struttura del meandro prende forma di rami, nastri, pizzi, pellicce enfatizzando così la presenza reale, soprattutto negli abiti, di tali complementi.

La rarefazione degli ornati, nell’ultimo quarto del secolo, si accentua di pari passo al diffondersi del pensiero razionalista: il gusto trova nuove forme espressive nell’alternarsi di righe di diversa larghezza e colore a ghirlande sottili e delicate. Anche gli effetti d’armatura si dislocano in direzione delle bande verticali, creando piacevoli e delicati intermezzi.

Alla fine del secolo, pertanto, la riga regimenta le strutture decorative dei tessuti fino a vanificarsi a favore del monocromo. Ecco, quindi, che una nuova palette cromatica interviene a favore dell’estetica neoclassica: bianco, rosa pallido, verde acqua, celeste, giallo chiaro restituiti in toni velati. I colori appaiono sbiaditi dal tempo, imbiancati dalla polvere dei secoli.

Nel percorso della mostra sono presentati capi d’abbigliamento maschili e femminili che, contestualizzati con altri manufatti, raccontano la significativa trasformazione delle fogge di questo secolo: dai generosi volumi della robe à la français alla loro riduzione nella robe à la polonaise fino alla citazione classicista della robe en chemise. Un passaggio di forme che nell’abbigliamento segue fedelmente lo sviluppo culturale e sociale del tempo: dai fasti della corte francese alle comodità dello stile di campagna della nobiltà inglese degli ultimi decenni del secolo.

Si ringrazia il Museo del Tessuto di Prato per aver fornito il materiale utile alla stesura di questo post.

“Dalida, une garde-robe de la ville à la scène”

Si apre oggi e sarà fruibile sino al 13 Agosto, presso Il Palais Galliera – Museo della Moda di Parigi, la mostra “Dalida, une garde-robe de la ville à la scène”.

Dalida, all’anagrafe Yolanda Gigliotti, nacque al Cairo nel 1933 e fu un’artista poliedrica (cantante, ballerina, attrice..) con una vita costellata sì di successi, ma anche da vicende drammatiche.

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Sofisticata nei movimenti e sempre impeccabile, l’artista era ed è tutt’oggi un’icona glamour; la mostra raccoglie il suo fantastico guardaroba, dono del fratello al Museo della Moda di Parigi, dopo l’improvvisa scomparsa di Dalida nel 1987.

Il suo percorso artistico viene raccontato attraverso i vestiti-bustier ed i prendisole da starlet degli anni ’50, per poi passare agli abiti da diva degli anni ’60, al “periodo bianco” (che seguì il tragico suicidio di Luigi Tenco a Sanremo), fino a giungere alle mise sexy in un turbinio di pailletes.

In mostra abiti disegnati da stilisti del calibro di Carven, Balmain, Yves-Saint Laurent, Dessès e, da sottolineare, alcuni capi realizzati dalla Maison Italiana Daphnè.

Dalla mostra emerge la personalità controversa dell’artista franco-italiana, donna molto talentuosa, quanto fragile, icona di bellezza e di eleganza. La sua vita è stata piena di successi, che alla fine l’hanno travolta, cancellandone e quasi distruggendone la personalità.

La mostra è organizzata dal Palais Galliera – Musée de la Mode di Parigi, con il direttore Olivier Saillard ed Alexandre Samson responsabile delle collezioni contemporanee, i collaboratori Julien Vidal e Roger-Viollet, la curatrice dell’esposizione Sandrine Tinturier e la comunicazione della “Pierre Laporte Communication” di Alice Delacharlery e Romain Mangion.

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Christian Dior, couturier du rêve

Le musée des Arts décoratifs di Parigi celebrerà il marchio Christian Dior con una retrospettiva che si inaugurerà il prossimo 5 luglio e sarà fruibile per sei mesi.

Questa ricca mostra, non solo si focalizzerà sul grande couturier C. Dior, ma sarà un invito a scoprire anche alcuni stilisti che, dopo la morte del maestro, si sono susseguiti a capo della direzione artistica della Maison, fra questi: Yves Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferré, John Galliano, Raf Simons e Maria Grazia Chiuri.

Più di trecento abiti realizzati dal 1947 ad oggi, oltre a illustrazioni, schizzi, fotografie, lettere, manoscritti, materiale di marketing, con l’aggiunta di cappelli, gioielli, borse, scarpe, bottiglie di profumo ….

Ma tutti sappiamo che Christian Dior fu anche un uomo appassionato d’arte e di musei e le sue creazioni hanno interagito anche con dipinti, mobili e oggetti d’arte. Christian Dior forgiò legami tra la sartoria ed ogni forma d’arte.

I due curatori della Mostra sono Florence Müller e Olivier Gabet.

Christian Dior, nel 1947, cambiò profondamente l’immagine della donna. I suoi abiti esprimevano femminilità moderna, disegnavano curve sinuose attraverso: spalle morbide, vita segnata e fianchi ingranditi da gonne a corolla.

La mostra si apre con un promemoria sulla vita di Christian Dior, la sua infanzia a Granville, i suoi ” anni folli “, l’apprendimento del fashion design e la sua entrata nell’alta moda. Prima di divenire un grande Couturier, Christian Dior fu un Gallerista e proprio questa attività viene evocata attraverso dipinti, sculture e documenti.

Il tour prosegue con un percorso cronologico dal 1947 al 2017, che mostra il patrimonio dello spirito Dior attraverso i decenni. Una serie di sei gallerie dedicate ai suoi successori aiutano a comprendere sino in fondo la visione della moda della Maison.

Il percorso si conclude in una splendida cornice decorata come una sala da ballo, dove sono presentati gli abiti da sera più lussuosi, tra i quali alcuni per la prima volta a Parigi.

Per questo ambizioso progetto, la maggior parte delle opere presentate provengono dal fondo di eredità Dior, ma molti sono prestiti eccezionali provenienti dalle collezioni del Museo delle Arti Decorative e l’Unione francese del Costume Arts, il Musée Galliera, il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York, il Victoria and Albert Museum di Londra, il museo de Young di San Francisco, la Fondazione Pierre Bergé-Yves Saint Laurent, il museo di Londra, il museo Christian Dior Granville, così come prestigiose opere d’arte di tutti i tempi e di tutti i tempi, provenienti dalle collezioni del Louvre, il museo d’Orsay e il museo Orangerie, il Palazzo di Versailles, Centro Pompidou, il museo delle arti decorative e numerose collezioni private.

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