Il ventaglio: una rappresentazione allegorica della vita

“Si apre, ha un inizio, una curva ascendente, un culmine, una curva discendente, una fine. Si chiude. Al suo interno può esserci di tutto. Ed in effetti sempre, in esso, è rappresentata la vita in qualche sua manifestazione…” – così Anna Checcoli (collezionista di ventagli, nonché studiosa e restauratrice) definisce questo oggetto, che possiede quel tocco di magia nel suo dischiudersi, nello scoprire i propri decori e la propria essenza.

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La sua origine si perde nella notte dei tempi, nella Preistoria, quando afflitti dalla calura e circondati dagli insetti, gli uomini agitavano grandi foglie. La sua evoluzione seguì l’evoluzione della storia, ne abbiamo tracce nell’Antico Egitto, in Grecia, nella civiltà etrusca e romana, nel Medioevo e, via via, sino ai giorni nostri.

Originariamente rigido (ventola), in seguito pieghevole, da Oriente ad Occidente apprezzatissimo sia dalle donne che dagli uomini. Sì, perché forse non tutti sanno, che indietro nel tempo, il ventaglio fu utilizzato dagli uomini quale simbolo di potere, arma da utilizzare in guerra, rappresentazione di uno status sociale.

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Un monaco Shaolin disse: “Il ventaglio è un’arma: chiuso assomiglia ad un coltello, aperto diventa uno scudo!”, tanto che nel Giappone feudale esisteva il Tessen – il pieghevole ventaglio da combattimento con le stecche di ferro, portato regolarmente dai Samurai.

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Proprio durante gli scambi commerciali con l’Oriente, il ventaglio pieghevole giunse in Occidente e nel XVI secolo Caterina De’ Medici lo fece conoscere ai francesi, che da subito lo apprezzarono, facendolo divenire un oggetto aristocratico indispensabile nell’etichetta di corte.

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La fama di questo oggetto si allargò a macchia d’olio: in Spagna divenne parte fondamentale nella danza del flamenco; in Italia si diffusero quelli raffiguranti vedute paesaggistiche che venivano spesso acquistati in ricordo di una visita nel Bel Paese, delle vere e proprie cartoline illustrate.

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Tanto diffuso era questo oggetto da essere finanche utilizzato come mezzo pubblicitario.

 

 

Vale inoltre la pena ricordare che tra il 1700 ed il 1800 fu inventato un vero e proprio linguaggio del ventaglio, che permetteva di comunicare a distanza: sostenerlo con la mano destra di fronte al viso, significava: seguimi; muoverlo con la mano sinistra: ci osservano; appoggiarlo sulla guancia destra: si e sulla sinistra: no.

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Fermo è il fatto che il ventaglio è sicuramente un accessorio simbolo di fascino, mistero e perché no, di eccentricità, un vezzo che anche gli stilisti come Valentino, Dior, Luis Vuitton, Balestra, Lagerfeld, ecc., in occasione della stagione estiva, propongono.

Per non parlare del fatto che molte dinastie reali non hanno certo rinunciato ad usarlo: regolarmente Letizia di Spagna se ne serve in occasioni ufficiali, così come la principessa Carolina di Monaco ed anche i Principi Alberto e Charlène di Monaco ne fecero distribuire agli invitati alle loro nozze religiose.

Un’ultima curiosità legata al ventaglio è quella che i giornalisti parlamentari italiani, ogni anno prima dello stop per le ferie, consegnano un ventaglio artistico al Presidente della Repubblica, della Camera dei Deputati e del Senato. Forse nella speranza che si schiariscano le idee sventolandosi?

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Il giaietto: non so perché, ma ne subisco il fascino

Il giaietto, definito anche gemma carbone, è una varietà di lignite ed è utilizzato da tempo nella realizzazione di gioielli.

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Conosciamolo un pochino meglio…

La sua  storia viene da lontano, circa 300 milioni di anni fa, quando il clima caldo e umido favorì lo svilupparsi sulla Terra di alberi giganteschi che in seguito subirono varie catastrofi naturali, tanto che i loro tronchi furono trascinati lontano dai luoghi di origine, funghi e batteri fecero il resto e la loro degradazione diede origine ai carboni fossili.

I resti vegetali furono compressi, si alterarono chimicamente e, nel corso delle ere geologiche, calore e pressione formarono rocce sedimentarie, suddivise oggi in quattro tipologie differenti (Lignite, Litantrace, Antracite e Torba). Come sopra detto, il giaietto è una varietà della prima tipologia, in particolare, pare essere un legno carbonizzato della conifera Araucariacea, opaco, leggero, tenero e di colore nero intenso.

La varietà che sembra essere la migliore e la più pregiata è quella che si trova nella piccola località balneare di Whitby, nello Yorkshire, a nord-est dell’Inghilterra, dove si trova anche un museo che custodisce una vasta collezione di giaietto lavorato, tra cui manufatti di epoca romana.

Sì, perché il Giaietto è una gemma antichissima, se ne ha traccia in una collana a sfere datata circa 13.000 anni fa. I Romani importavano questa pietra dall’odierna Turchia ed anche il nome di giaietto ha strette correlazioni con i Romani, infatti deriva dal francese antico “jayet” o “jaiet“, che a sua volta deriva dalla parola anglo-normanna geet, che trova origine nel termine gagates, da Gagas, un fiume e una città della Licia, antica provincia romana sul Mar Egeo.

Se pur molto diffuso, il picco della sua popolarità avvenne nella seconda metà del XIX secolo, quando niente meno che la regina Vittoria lo scelse per i suoi gioielli da lutto dopo la morte del suo amato consorte, a dimostrazione del suo profondo dolore.

La manifattura dei gioielli stessi richiamava il ricordo della persona amata: perle sfaccettate simbolo delle lacrime, medaglioni che prevedevano uno scomparto dove poter custodire ciocche di capelli o fotografie. orecchini pendenti con decorazioni a fiore ecc.

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Fatto sta che il Giaietto divenne una moda e giunse anche in Italia dove, presso il Museo Poldi Pezzoli di Milano, si può osservare una parure.

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Come tutte le mode, anche quella di utilizzare il Giaietto, finì e l’interesse verso di esso subì uno stop sino a quando la designer di gioielli Jacqueline Cullen decise di togliere al Giaietto l’etichetta di lutto e di realizzare collezioni di gioielli contemporanei che hanno come base l’utilizzo di questo materiale, in particolare il Giaietto di Whitby.

 

Io lo trovo affascinante!

Madame Grès, da scultrice mancata a couturier

Madam Grès, nata Germaine Emilie Krebs, da bimba aveva due sogni: diventare scultrice o ballerina, divenne una couturier dal genio inconfondibile. Lei non costruiva le sue collezioni su schemi piatti, ma lavorava su tre dimensioni, drappeggiando metri e metri di stoffa direttamente sul corpo della modella. Insomma non creava un abito, lo scolpiva.

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Non a caso era solita dichiarare: “Voglio essere una scultrice. Per me è la stessa cosa lavorare con il tessuto o con la pietra” e da appassionata di statuaria ellenistica quale era, realizzava abiti scultura.

Ella nacque nel 1903, dotata di un carattere piuttosto autoritario, sin da ragazzina dimostrò di voler farsi da sola. Dapprima decise di sostituire il suo cognome Krebs con Barton, poi cambiò il suo nome Germaine Emilie in Alix e cominciò la sua carriera; quando sposò il pittore Serge Czerefkow, decise di utilizzare per la sua casa di moda un anagramma di alcune lettere del nome del marito: Grés, da qui Madame Grès.

Il destino, però, a volte, gioca brutti scherzi, seppur contemporanea di Coco Chanel, che tutt’oggi risulta una figura assai familiare, Madame Grès, una tra i più importanti couturier del dopoguerra, è rimasta avvolta nel mistero.

Fu insignita di premi importanti, fu presidente de “La Chambre syndicale de la Couture Parisienne”, fu la prima ad essere premiata  “Dé d’Or de la Haute Couture”, fu considerata la donna più elegante del mondo e nel 1980 diventò “Chevalier de la Legion d’Onore” per il suo contributo alla gloria della Francia nel mondo, ma … morì poverissima e sola in un ospizio, dimenticata da tutti, tanto che spesso diceva: “Non so più chi sono”.

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Sembra incredibile, ma spesso la vita ci riserva sorprese, come a Madame Grès, che dopo aver vestito le donne più belle e più ricche del mondo, fu abbandonata a sé stessa.

I suoi meravigliosi abiti realizzati in jersey di seta plissettato, apparentemente semplici, ma nella realtà complessissimi, restano l’unica testimonianza di questa donna straordinaria. E che testimonianza!

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Le Mary Jane, segni particolari: punta tonda e cinturino

Queste scarpe dall’aria innocente e bon ton raccontano una storia che viene da lontano, storia che ha preso il via da un fumetto disegnato da Richard Outcault e che aveva come protagonisti Buster Brown e la sorella Mary Jane, che appunto indossavano scarpette a punta tonda con un laccetto.

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Da quel momento queste scarpe ne hanno fatta di strada e nonostante le svariate rivisitazioni non hanno perso la loro aria romantica e rimangono tra le calzature più amate dalle donne.

Nate con un tacco bassissimo ed indossate con aria innocente da una bimba, accompagnate da calzini bianchi, con il passare del tempo sono diventate, negli anni venti, le scarpe basse più apprezzate dalle donne per ballare ed in seguito è stato aggiunto loro un tacco via via sempre più alto e finanche il plateau.

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Nonostante la loro aria un po’ vintage riescono a coniugare passato e presente e continuano a piacere, mostrando un fascino senza tempo, tanto che noti designer – fra i quali Manolo Blahnik che ha creato la versione Campari – le ripropongono sempre con qualche dettaglio diverso, ma mantenendo i loro segni particolari: punta tonda e cinturino.

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Ovviamente, nonostante siano oggetto di desiderio da parte di quasi tutte le donne, anche le Mary Jane non a tutte stanno benissimo. Se non siete alte, sappiate che la punta tonda tende ad accorciare la gamba o, se avete un piede molto magro, il cinturino potrebbe non aderire perfettamente facendovi sembrare un po’ poco stabili.

Comunque sia, queste iconiche scarpe bene si abbinano a svariati stili, dai più sofisticati ai più anticonformistici, a voi la scelte delle Mary Jane più adatte al vostro look preferito.

Indossando l’aigrette…

… giusto per non farsi notare.

La parola aigrette, di derivazione francese, definisce una particolare specie di airone bianco, ma noi in questo post non parleremo di fauna, ma di un gioiello che viene da lontano e che, seppur con alti e bassi, ha attraversato i secoli sino ai giorni nostri.

Infatti con la parola aigrette, nella moda, si definisce un particolare gioiello da portare in testa che, per via del suo stille, non passa certo inosservato.

Inizialmente, in India – luogo della sua origine nel lontano XII secolo – l’aigrette veniva usato a decoro di turbanti, accompagnato da un pennacchio di piume.

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Poi, giunto in occidente, il suo uso cambiò e venne utilizzato per decorare cappelli ed acconciature, anche il suo stile subì dei cambiamenti e le piume, piano piano, scomparvero lasciando spazio ad un’artificiosa costruzione con pietre e metalli preziosi, tanto da diventare espressione di status sociale.

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Nel XVII secolo fu uno dei gioielli prediletti dalle donne aristocratiche ed anche Maria Antonietta sfoggiò spesso particolarissimi e preziosissimi aigrette.

In seguito, persino la madre di Napoleone, Maria Letizia Ramolino, il giorno dell’incoronazione ad imperatore del figlio indossò un particolarissimo aigrette.

Ovviamente i grandi gioiellieri si misero al lavoro e Tiffany ne realizzò uno nel 1876 per l’Esposizione del Centenario a Filadelfia, era a forma di penna di pavone con al centro un bellissimo diamante.

Cartier, a seguire, accompagnò spesso i suoi abiti da sera con questo tipo di gioiello.

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e la principessa Charlene di Monaco ne indossò uno mozzafiato durante il ricevimento serale nel giorno delle sue nozze con il Principe Alberto.

Sicuramente si tratta di gioielli di valore inestimabile, ma certo è che tutto hanno tranne che la sobrietà.

Se mi chiedessero di indossarne uno proverei la stessa sensazione di entrare in un ristorante vestita da astronauta.

Apprezzo, ma declino.

Madame Caroline Reboux e la cloche

Siamo soliti far combaciare la nascita dell’iconico cappello detto cloche con gli anni ’20, periodo in cui, questo copricapo, era di gran moda, ma ciò non è esatto, infatti la cloche vide la luce nei primi anni del 1900 e con molta probabilità fu inventato da Madame Caroline Reboux, anche se alcuni storici affermano che un’altra modista, Lucy Hamar, lanciò qualcosa di simile contemporaneamente.

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Madame Reboux, parigina di nascita, fu una modista assai di talento, molta apprezzata anche dall’aristocrazia che aveva il suo quartier generale in Avenue Matignon. Il suo nome viene associato oltre che alla nascita della cloche, anche all’introduzione del velo nei cappelli e alla realizzazione dei primi copricapi per il teatro.

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Ella lavorò al fianco di numerosi stilisti, in particolare, con Madaleine Vionnet con la quale divenne molto amica e, nella sua carriera, annoverò fra le sue clienti personaggi molto famosi.

Quando morì, nel 1927, il laboratorio che portava il suo nome continuò ad esistere tanto che Wallis Simpson, dieci anni dopo, quando sposò il Duca di Windsor, indossò proprio un copricapo creato dal laboratorio Reboux.

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Tornando a raccontare della cloche, così battezzata per la sua forma a campana, oserei dire che si tratta di un copricapo piuttosto sensuale, in quanto evidenzia lo sguardo incorniciando il viso.

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Come detto incontrò il suo massimo splendore negli anni ’20, periodo in cui le donne lo portavano non solo in versione da giorno, ma anche da sera con decorazioni di paillettes, spille, piume e perle e risplendevano a tempo di charleston!

Negli anni a seguire la sua diffusione declinò un pochino, ma ancora oggi è uno dei cappelli più apprezzati dalle donne.

 

 

Il bottone – questo piccolo oggetto misterioso…

… che apre e chiude gli abiti.

“Ogni bottone aperto è un segreto svelato,
un grado di intimità raggiunta.
Ogni bottone chiuso è una dura barriera;
un ostacolo insormontabile.”

I bottoni mi affascinano, ne sono attratta e mi piace collezionarli, ma… cosa ci racconta la storia riguardo ad essi?

Seppur esistano tracce sin nella preistoria di piccoli dischi simili ai bottoni, possiamo affermare che essi, così come li intendiamo noi, cioè con l’utilità di chiudere abiti, “nacquero” nel Medioevo ed in occidente giunsero dall’oriente grazie ai crociati.

A quel tempo il bottone più utilizzato era il maspillo, di forma sferica e con un piccolo occhiello nella parte posteriore che serviva a fissarlo sulle vesti.

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I francesi, che in fatto di mode vedono alquanto lontano, capirono da subito le potenzialità di questo oggetto e fu così che nel 1250 fondarono la prima corporazione del bottone.

Dopo la scoperta dell’America ed il conseguente traffico di oro e pietre preziose, i bottoni vennero fabbricati nelle forme e con lavorazioni sempre più complesse, tanto da apparire come dei veri e propri gioielli. Nel Rinascimento se ne fece largo uso e questi minuscoli oggetti li troviamo un po’ ovunque: dai corpetti alla gonne, dai cappelli ai fazzoletti.

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Enrico III re di Francia, per manifestare il suo dolore per la morte dell’amata, si fece fabbricare un bottone in argento a forma di teschio da indossare ai funerali.

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Nel 600, il Re Sole fu un vero e proprio appassionato di bottoni e questo regalò ad essi una grande importanza; ne troviamo in quel periodi di ogni tipo e foggia: dipinti, ricamati e di svariati materiali, alcuni preziosissimi.

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Al termine del periodo denominato rococò, cioè quando l’abbigliamento tornò ad essere più semplice, si sviluppò la realizzazione di bottoni dipinti a mano, con rappresentati diversi temi.

Con la Rivoluzione Industriale la produzione dei bottoni poté essere fatta decisamente con costi più bassi ed in Inghilterra si diede inizio ad una grossa fabbricazione, troviamo bottoni dorati, di vetro, in avorio vegetale, ma anche in materiali sintetici; questo ovviamente segnò la perdita di qualità di questo minuscolo oggetto che, come diceva G. Veziano: “E’ il confine immaginario e fisico tra il mondo esteriore e quello interiore”.

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Tanto e tanto ancora ci sarebbe da raccontare su questi misteriosi piccoli oggetti, ma per ora ci fermiamo qui, con la promessa di conoscerli sempre meglio strada facendo.