Penelope: la pazienza è donna…

Penelope, figura della mitologia greca, bellissima regina di Itaca, è nota a tutti soprattutto per essere stata la moglie di Ulisse. Discendeva da parte di padre dal grande eroe Perseo ed era cugina della altrettanto celebre Elena. Il suo nome, secondo alcuni, prenderebbe origine da un crudele mito riguardante la sua infanzia: quando nacque fu gettata in mare per ordine del padre, ma fu tratta in salvo da alcune anatre che, tenendola a galla, la accompagnarono verso la spiaggia più vicina. Colpiti da questo prodigioso evento, i genitori la ripresero con loro e le diedero il nome di Penelope (che, in greco, significa appunto “anatra”). Per alcuni, invece, il nome Penelope sarebbe connesso all’inganno della tela che la vide protagonista nell’Odissea (dal gr. pēné, tela), tesi che, personalmente, mi sento di condividere.

La pazienza e l’astuzia di Penelope sono ormai entrati nella leggenda…

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La regina, infatti, attese per vent’anni il ritorno di Ulisse, partito, come abbiamo visto, per la guerra di Troia, crescendo da sola il piccolo Telemaco ed evitando di scegliere uno tra i proci, nobili prepotenti pretendenti alla sua mano, anche grazie al famoso stratagemma della tela, appunto: di giorno tesseva il sudario per il vecchio Laerte, padre di Ulisse, mentre di notte lo disfaceva. Avendo promesso ai proci che avrebbe scelto il futuro marito al termine del lavoro, rimandava, così, all’infinito il momento della sua scelta…

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L’astuzia di Penelope, tuttavia, tenne duro “solo” per poco meno di quattro anni, a causa di un’ancella traditrice che riferì ai proci l’inganno della regina. Alla fine, com’è narrato nell’Odissea, Ulisse tornò, ma non si rivelò subito alla “sospettosa” consorte; uccise i proci e si ricongiunse con la moglie, dalla quale, secondo alcuni, ebbe altri due figli, di cui si perdono le tracce nel vasto orizzonte della mitologia classica…

Penelope è il simbolo per eccellenza della fedeltà coniugale femminile (anche se, sull’argomento, esisterebbero tesi piuttosto contrastanti…).

Sullo schermo, resta memorabile l’interpretazione di una splendida Irene Papas (ODISSEA, 1968, RAI), più che mai credibile nei panni della regina di Itaca…

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testo, by Roberto Pellegrini

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La Conciergerie e l’orologio pubblico più antico di Francia

Percorrendo il lungo Senna ci si imbatte nella Conciergerie, testimone medioevale della città di Parigi, importante luogo di storia e di memoria.

Fino al XIV secolo fu il Palazzo del Re, poi, quando Carlo V si trasferì, divenne prigione ed oggi museo.

Dopo la caduta della monarchia, il Tribunale Rivoluzionario, creato dalla Convenzione nel 1793, condivise la prigione della Conciergerie ed in due anni, più di 2.700 persone condannate a morte, passarono gli ultimi giorni della loro vita proprio qui, fra queste: la regina Maria Antonietta, il poeta André Chenier e Robespierre, l’uomo del terrore.

 

Qui si possono ammirare alcuni fra gli esempi più belli di architettura medioevale: la sala delle guardie, la sala dei soldati e le tre torri circolari: la Torre di Cesare, in memoria della dominazione romana, la torre d’Argento, un’allusione al tesoro reale che doveva essere custodito, la torre Bonbec, che deve il suo nome al fatto che conteneva la stanza dove si  praticava “l’interrogatorio” (tortura).

La sala delle guardie fu costruita intorno al 1310 da Filippo IV il Bello e serviva come anticamera della sala principale, dove il re vi teneva il  “lit de justice” e dove ebbe luogo il Tribunale Rivoluzionario dal 2 aprile 1793  al 31 maggio 1795. Tre pilastri dividono lo spazio in due navate di quattro campate da volte a sesto acuto.

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La sala dei soldati è enorme: 64 metri di lunghezza, 27,5 metri di larghezza e 8,5 metri di altezza, essa fu costruita tra il 1302 e il 1313 da Enguerrand de Marigny. Serviva  come refettorio per i il personale del re.

Intorno al 1350, il re Giovanni II detto il  Buono fece costruire le cucine ed una torre d’avvistamento rettangolare chiamata Torre dell’Orologio, dove nel 1371, per volere di Re Carlo V, al piano terra fu installato il primo orologio pubblico di Francia.

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Un orologio veramente affascinante con decorazioni blu e dorate, dove ai lati del quadrante vi sono due figure che raffigurano la Legge e la Giustizia; curiose anche le lancette dell’orologio, quella delle ore rappresenta una lancia, quella dei minuti un giglio.

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Due epigrafi in latino si leggono sopra e sotto il quadrante e citano testuali, rispettivamente: “Colui che ha già dato due corone gliene darà una terza” – riferimento a Re Enrico III, che contemporaneamente era re di Francia e di Polonia – “Questa macchina che suddivide le ore in dodici parti così perfette, insegna a preservare la Giustizia e a difendere le leggi”.

Ulisse: eroe per forza?

Itaca è una piccola e graziosa isola greca dello Ionio, appartenente all’arcipelago delle isole Ionie, che secondo alcuni studiosi sarebbe stata la terra d’origine dello stesso poeta Omero.

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Ma l’isola è nota soprattutto per essere stata la patria del leggendario eroe Ulisse, di cui ne era il sovrano, e le cui gesta sono narrate nel poema omerico, Odissea, di cui ricordo lo splendido Sceneggiato in 8 puntate, per la regia di Franco Rossi, Piero Schivazappa e Mario Bava, trasmesso nel 1968 dalla RAI (che all’epoca non lesinava sulla qualità dei propri palinsesti…).

Ulisse (il cui vero nome è Odisseo), è da sempre sinonimo di scaltrezza, astuzia, coraggio. Fama, tutt’altro che ingiustificata, che l’eroe greco si guadagnò sul campo, specialmente per le rocambolesche vicende legate alla Guerra di Troia, e ai vent’anni di incredibili avventure che l’eroe dovette affrontare per tornare in patria, a guerra finita…

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Sua fu l’idea del Cavallo di legno, costruito con l’aiuto della dea Atena (da sempre schierata al fianco dell’eroe), che fu abbandonato sulla spiaggia dai Greci che, simulando la partenza, dopo i lunghi anni di assedio, indussero i Troiani a ritenere conclusa la guerra e ad accogliere tra le mura della città l’enorme Cavallo, considerandolo un dono degli Achei agli dei comuni, introducendo così tra le mura, fino ad allora inespugnate, lo stesso Ulisse, capo della spedizione, Agamennone ed altri eroi greci, opportunamente nascosti all’interno del ventre cavo dell’enorme statua…

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In virtù di questo inganno (l’espressione “Cavallo di Troia” sopravvive ancora, come sinonimo di imbroglio, raggiro, frode…), Troia venne espugnata, ma per Odisseo il ritorno in patria fu tutt’altro che una gioia.

Nei vent’anni che seguirono, oltre a dover affrontare le insidie del mare, l’eroe incontrò popolazioni ostili ed amiche, Sovrani, Regine, Ninfe, divinità crudeli e veri e propri mostri (uno tra tutti: il gigantesco Ciclope Polifemo…), riuscendo, però, sempre a cavarsela…

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E pensare che Odisseo avrebbe voluto evitare di partecipare alla spedizione contro Troia… Al nostro eroe, infatti, era stato previsto da un oracolo che, se fosse andato a Troia, sarebbe tornato in patria dopo vent’anni ed in condizioni di miseria. Per questo, quando Agamennone, accompagnato da Menelao e Palamede, fece visita all’eroe, per convocarlo in onore del solenne giuramento che aveva pronunciato sulle carni di cavallo, per evitare la partenza, Odisseo tentò di giustificare la sua riluttanza alla guerra comportandosi come un pazzo. I tre uomini, infatti, lo sorpresero con un cappello da contadino a forma di mezzo uovo, mentre arava un campo pungolando un asino ed un bue aggiogati insieme e lanciandosi alle spalle manciate di sale. Palamede, sbalordito, per verificare la sanità mentale dell’amico, strappò Telemaco figlio di Ulisse, dalle braccia della madre, la bellissima e paziente Penelope, e lo posò per terra davanti alle zampe delle bestie aggiogate all’aratro; Odisseo subito arretrò tirando le redini per risparmiare il figlio, smascherando, così, la sua macchinazione, e cedette ad arruolarsi nella spedizione…

Testo by Roberto Pellegrini

Un eroe italiano

“Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie”

questa struggente e celeberrima Poesia di Ungaretti, intitolata “Soldati”, fu composta nel 1918, mentre il Poeta italiano era impegnato sul fronte francese nel corso del Primo Conflitto Mondiale.

Ed è un pezzo estremamente efficace, capace di rendere, ad un tempo, tutta la precarietà dell’esistenza e la cieca inutilità della guerra.

Guerra che precipita l’essere umano nel buio della barbarie più crudele, perché pienamente “giustificata” dagli eventi che la impongono…

Eppure, anche nel mezzo di un’esperienza così tragica, come la guerra, appunto, si possono scovare episodi, segnali, vere e proprie “scintille” della speranza, in grado di alimentare la fiducia in un futuro di pace.

Vorrei raccontarvi di uno di questi episodi, svoltosi durante la famigerata Battaglia dell’Atlantico, in piena Seconda Guerra Mondiale.

Protagonista, un nostro Comandante Sommergibilista: Salvatore TODARO.

Ecco i fatti…

Nella notte del 16 ottobre 1940, nel corso di una missione al largo dell’isola di Madera, Todaro, al comando del sommergibile Cappellini, avvistò il piroscafo belga Kabalo, che affondò utilizzando il cannone di bordo. Dopo aver effettuato l’affondamento, il nostro Comandante decise, mettendo a rischio il proprio mezzo e tutto l’equipaggio, di raccogliere i ventisei naufraghi della nave nemica e li rimorchiò, su di una zattera, per quattro giorni. Quando la zattera spezzò ripetutamente il cavo di rimorchio, Todaro non esitò ad ospitare i naufraghi sul sommergibile fino a sbarcarli, incolumi, sulla costa delle isole Azzorre. E solo quando fu certo che anche l’ultimo naufrago fosse al sicuro, si allontanò… Dopo averli sbarcati si sen chiedere dal secondo ufficiale del Kabalo: “Ma lei, visto che tratta così un nemico, che razza di uomo è? Vede, se quando ci ha attaccati di sorpresa non stessi dormendo nella mia cabina, le avrei sparato addosso con il cannone, scusi la mia franchezza”. Salvatore Todaro rispose: “Sono un uomo di mare come lei. Sono convinto che al mio posto lei avrebbe fatto come me”. Portò la mano alla visiera in segno di saluto e fece per andarsene, ma vide il secondo ufficiale che lo guardava, si fermò e chiese: “Ha dimenticato qualcosa”? “Si – rispose l’altro con le lacrime agli occhi – Ho dimenticato di dirle che ho quattro bambini: se non vuole dirmi il suo nome per mia soddisfazione personale, accetti di dirmelo perché i miei bambini la possano ricordare nelle loro preghiere”. E Todaro replicò: “Dica ai suoi bambini di ricordare nelle loro preghiere Salvatore Todaro”. (Brano riassunto dal volume La battaglia dell’Atlantico Ferni editore)

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Tale generoso comportamento non venne apprezzato dal comandante in capo dei sommergibilisti tedeschi, l’ammiraglio Karl Donitz, che criticò severamente il “Don Chisciotte del mare”. Critica alla quale l’Italiano replicò così:

“Un comandante tedesco non ha, come me, duemila anni di civiltà sulle spalle…”

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Ma oltre alle critiche, il Comandante Todaro ricevette numerose attestazioni di riconoscenza, tra le quali ricordiamo quella di un’ammiratrice portoghese che, attraverso i canali diplomatici, gli fece pervenire una lettera, di cui riferiamo qualche passo:”

“Lisbona, novembre 1940

fortunato il Paese che ha dei figli come voi. Esiste un eroismo barbaro ed un altro davanti al quale l’anima si mette in ginocchio. Questo è il vostro.

Siate benedetto per la vostra bontà, che fa di voi un eroe non solo dell’Italia, ma dell’umanità.

Una portoghese”

Il Comandante Salvatore Todaro, morì nel 1942, nel corso di un mitragliamento aereo.

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by Roberto Pellegrini

L’ostilità mentale alle avversità i finlandesi la chiamano: SISU

Siamo alla fine del 1939 e l’Unione Sovietica sferra un potente attacco sulla città di Helsinki senza alcun preavviso, è un disastro; 350 bombe seminano morti e trasformano in macerie la città. E’ purtroppo solo l’inizio! L’inizio di quello che divenne noto come la guerra invernale.

In Finlandia le temperature scesero a 40 gradi sotto zero e a questo si aggiunse che, in quel periodo dell’anno, il paese per 18 ore era circondato dal buio. I soldati finlandesi si basarono su un concetto che fa parte della loro cultura: il sisu.

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Questo termine è difficile da tradurre, si rifà all’idea di continuare ad agire anche a fronte di ripetuti fallimenti e di probabilità estreme. È la capacità di vivere la vita mostrando perseveranza anche quando si ha raggiunto la fine delle proprie capacità mentali e fisiche.

Susi è una tipologia di tenacia mentale che permette di sopportare l’onere delle responsabilità, qualunque cosa accada, con una volontà e una perseveranza inscindibile.

Sisu è la capacità di sostenere l’azione e di combattere contro le probabilità estreme.

Il fallimento è un evento, non un’identità.

Tutto questo è quello che ha contribuito a portare i soldati finlandesi fuori dalla guerra invernale. Anche quando il fallimento e la morte li circondava.

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Per la popolazione finlandese, la parola sisu ha un significato mistico, quasi magico e tutti quanti noi dovremmo attingere a questa filosofia e quando ci troviamo di fronte ad un fallimento e dobbiamo dimostrare di potercela fare, dobbiamo fare appello al nostro sisu.

 

Pensate è talmente speciale questa parola per i finlandesi che l’hanno usata per battezzare automobili blindate, navi rompighiaccio, una marca di caramelle contro la tosse e tanto altro.

Facciamo tesoro di questa filosofia di vita e ogni giorno esercitiamo il nostro sisu come se fosse un muscolo psichico.

Pompei: aperti il complesso di Championnet e la Casa del Marinaio

Dopo gli interventi di restauro, sono stati aperti per la prima volta al pubblico il complesso di Championnet e la Casa del Marinaio dove vi sarà un’esposizione di reperti originali lì ritrovati.

Con l’apertura delle Case di Championnet e del Cortile delle Murene, è stato consegnato al pubblico, per intero, tutto il Complesso che comprende anche la Casa dei mosaici geometrici e gli Edifici municipali affacciati sul Foro.

Il quartiere residenziale ubicato tra la terrazza del Santuario di Venere e le Terme del Sarno, prende nome dal generale Jean Étienne Championent che “nel periodo della presenza francese a Napoli, dopo la fuga di Ferdinando IV di Borbone nel 1799, fu grande fautore delle ricerche a Pompei che all’epoca si concentrarono nella zona”.

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Si tratta del fulcro della vita civile, economica e religiosa di tutta la città, proprio per la sua vicinanza al Foro e presenta grandi domus poste su terrazze con vista panoramica sul Golfo, di proprietà di ricchi esponenti del ceto aristocratico. Infatti risultano essere assai diverse dalle tradizionali domus ad atrio.

Possibile visitare anche i sotterranei (ipogei) dove sono stati esposti oggetti tipici dell’ambiente: il mortaio per macinare, tritare e mescolare gli ingredienti, olle per la bollitura, tegami per friggere e pentole, al di sopra di un tripode in ferro.

In un altri ambienti si trovano coppe in bronzo, fusi in osso per la tessitura, spilloni in osso, lucerne, brocche in bronzo, elementi di collane, statuette, frammenti di affresco, e di intonaci.

Inoltre è aperta al pubblico anche la Casa del Marinaio che deve il suo nome al mosaico visibile all’ingresso che raffigura sei navi ormeggiate nei rispettivi arsenali. L’edificio è dotato di un impianto termale privato e di un ampio sotterraneo adibito a panificio.

Infine completato anche il restauro della fontana del Gallo, l’unica in marmo ritrovata a Pompei, le altre sono tutte di pietra calcare.

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Sanshu no Jingi

Sanshu no Jingi, ossia le insegne imperiali del Giappone, infatti la Famiglia Imperiale è identificata con tre oggetti sacri: Yata no Kagami (specchio), Kusanagi no Tsurugi (spada) e Yasakani no Magatama (gioiello curvato).

Secondo la mitologia, questi tre oggetto sono stati dati dalla dea del sole, Amaterasu, a Ninigi quando discese dal cielo per poi dare inizio alla dinastia imperiale. Non è, però, ben chiaro, quando esattamente, i tre oggetti diventarono i simboli della famiglia dell’imperatore. Come non è ben chiaro dove essi si trovino oggi realmente, si presume che lo specchio si trovi a Ise Jingu, la spada ad Atsuta Jinja e il magatama nel palazzo imperiale di Tokyo. Read more…