Bernard Moitessier: un “filosofo” al timone…

Siamo in piena (e rovente…!), estate, la stagione in cui (si spera), è più facile trovarsi a dover gestire (fossero sempre questi i problemi…!), un po’ più di tempo libero.

Molti di noi trascorreranno le ferie al mare…

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Già, il mare; questa distesa azzurra vivente, palpitante, umorale; contenuta (ma non “limitata”…), da “mille” orizzonti, per tutti gli stessi, eppure sempre “nuovi”…

E quando con lo sguardo ci imbattiamo in una vela, spesso il pensiero e la fantasia corrono a fantasticare sulle gesta di “magnetici” ed impenetrabili Lupi di Mare; uomini che hanno “scritto” il libro della propria esistenza sulle pagine azzurre degli Oceani di tutto il mondo, rinunciando alle comodità della routine di una vita sulla terra ferma, per vivere alla stregua di eremiti vagabondi, nell’abbraccio dell’ “immenso blu”…

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Ecco, questo post vuole essere un modesto omaggio ad uno dei più grandi Navigatori di tutti i tempi: Bernad Moitessier.

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Nato ad Hanoi nel 1925, Bernard Moitessier passò la sua infanzia in Indocina. Frequentò un istituto professionale, dove apprese molte cose che gli furono utili in seguito nelle sue navigazioni.

Marinaio precoce, debuttò su piccoli natanti a vela da lui costruiti, evidenziando spiccate attitudini marinaresche e procurando non poche preoccupazioni ai genitori. Nel 1947 iniziò la sua vita da nomade degli oceani, abbandonando la famiglia ed il monotono lavoro nell’azienda paterna, per abbracciare definitivamente l’avventura.

Numerosi sono stati, in realtà, i suoi viaggi e le sue imprese, ma quella che lo consegnò alla storia fu la sua partecipazione alla prima regata intorno al mondo in solitaria.

Era il 1968 (e si tenga conto che le tecnologie di allora non erano certo quelle di oggi…), quando venne indetta dal The Sunday Times la prima regata intorno al mondo in solitario, la Golden Globe Race, con partenza da un qualsiasi porto inglese e ritorno, dopo aver passato i tre Capi (Capo di Buona Speranza, il Capo Lewin e il Capo Horn).

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Moitessier, titubante per il rischio di “declassare” un’impresa eroica a semplice competizione sportiva, vista la posta in palio accettò e decise di partire da Plymouth il 22 agosto 1968. Dopo aver doppiato i tre capi e superato l’amico e “rivale” Knox che era partito con circa un mese di anticipo ed era sempre stato primo, con grande stupore del mondo intero, annunciò di non voler ritornare in Europa, abbandonando così la gara e rinunciando alle 5000 sterline del premio a vittoria praticamente “in tasca” (il Golden Globe sarà vinto da Robin Knox-Johnston). Fu un gesto clamoroso, che chiarì a tutto il mondo velico (e non solo), quale e quanto profondo fosse il rapporto di Moitessier con il mare e con la navigazione…

Bernard proseguì quindi la rotta meridionale superando per la seconda volta il Capo di Buona Speranza e percorse un altro mezzo giro del mondo, senza scalo, fino a raggiungere il 21 giugno del 1969 dopo aver percorso 37455 miglia (69367 km), Tahiti, nella Polinesia francese perché, come scrisse: – … sono felice in mare, e forse anche per salvare la mia anima! -.

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La storia della celebre impresa (documentata anche dal rarissimo video, girato da Bernard stesso, nel corso della navigazione), è narrata nel suo libro più famoso, “La lunga rotta” (che vi consiglio sinceramente), uno dei libri di mare più apprezzati e più letti al mondo, che ha fatto di Moitessier un modello per intere generazioni di velisti.

Memorabile il suo rapporto con la barca, il mitico “Joshua” (un ketch armato con due pali telegrafici), con la quale aveva fatto un patto: – dammi vento e ti darò miglia!

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Bernard Moitessier si spense il 16 giugno 1994, a Parigi, dopo aver inutilmente lottato contro il cancro.

Ricordiamo altre sue opere, parimenti avvincenti:

  1. Un vagabondo dei mari del sud

  2. Capo Horn alla Vela

  3. Tamata e l’Alleanza

  4. Vela, Mari lontani, isole e lagune – opera postuma

  5. 60000 milles à la voile Di Françoise Moitessier, Ancre de Marine

by Roberto Pellegrini

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Haute Couture Paris: Arte, Artigianalità ed Eleganza

L’edizione Haute Couture Paris per la stagione Autunno-Inverno 2018/19, conclusasi ieri, è stata speciale, in quanto ha segnato il 150esimo anniversario della Fédération de la Haute Couture et de la Mode, l’organo di governo del fashion francese fondato nel 1868.

Poche sono le case che possono vantare l’appellativo di “maisons haute couture” – fra queste quindici sono francesi permanenti tra cui Christian Dior, Chanel, Giambattista Valli, Maison Martin Margiela, Givenchy e sei le straniere tra cui Valentino, Fendi e Giorgio Armani.

Ma la Camera della Moda francese ha ammesso a sfilare ben trentasei nomi incorporando brand ospiti. La categoria “membres invités”, che esiste  dal 1998, serve per permettere a nuovi marchi del lusso, francesi e stranieri, di poter far sfilare le loro creazioni assieme alle grandi maison e di utilizzare la dicitura “couture”.

Collezioni che raccontano universi fatti di tessuti pregiati, ricami preziosissimi, altissima artigianalità. Abiti da sogno che mostrano l’eccellenza degli atelier più prestigiosi del mondo.

 

 

 

Alberta Ferretti Limited Edition

Sempre cariche di femminilità le collezioni di Alberta Ferretti, che anche questa volta propone un’eleganza sensuale. Molto affascinate e di conseguenza piace molto questo guardaroba sexy e alquanto ricercato.

Chanel

Pare quasi un ammonimento quello di Karl Lagerfeld: la storia si ripete e bisogna stare attenti.

Lo stilista porta in passerella una collezione che si rifà agli anni Quaranta, composta per lo più da tailleur con le gonne longuette, diritte a fuso, con l’aggiunta di lunghi spacchi bordati di passamaneria su tessuto bouclé; ricompaiono modelli composti da sette/ottavi  con le maniche aperte e foderate di raso lucido.

Del resto la moda è fatta di continui ricorsi e come ben affermava la stessa fondatrice del brand Coco Chanel:

 “L’eleganza non consiste nell’indossare un vestito nuovo.”
Dior

Oggi che anche il prêt-à-porter ha raggiunto una sofisticata espressione industriale e produce abiti belli e preziosi, la Haute Couture non può rimanere un’espressione dedicata alle élites ma deve essere spiegata per il suo valore di idee applicate alla manualità alle nuove generazioni che sono state portate a pensare, invece, che la moda sia tutta uguale”. Così Maria Grazia Chiuri parla della sua sfilata poco prima che vada in passerella e prosegue: “Siamo troppo chiusi nel nostro presente, il che ci fa perdere un sano legame con il passato e la prospettiva del futuro che non è composto da una serie di attimi. In questo senso un abito di alta moda può essere la proiezione di un sogno che si realizza. Ma non quello che esprime la capacità economica, ma un sogno che si riappropria della valore della realtà, della ricerca, della immaginazione di un futuro”

Giacche Bar con le maniche ad ali di pipistrello, abiti bustier che si allungano in una gonna a pieghe, abiti costruiti con una successione di ruches verticali, mantelle che partono strette sulle spalle e si aprono con larghe pieghe, abiti con i fiori applicati in 3 D, abiti in velluto sabré – tecnica che solo due donne in Francia sanno fare -, abiti costruiti con una sovrapposizione di chiffon, tulle, pizzo e pizzo ricamato tutti in color nudo, tutto questo nella collezione Haute Couture di Dior.

Giorgio Armani Privé

Giorgio Armani osserva l’Arte, l’accoglie, la comprende, la esalta, la crea e la trasforma in abiti, in modo sapiente, geniale, come solo gli italiani sanno fare.

La creatività di Giorgio Armani, attraverso questa sontuosa collezione, invia dall’Italia un messaggio di cultura, di bellezza, di sensibilità.

Dichiara: “Io devo inventare, sono tenuto a farlo. Questo è il mio mestiere. Non faccio questo lavoro per pettinare le bambole. Con questa collezione vorrei indicare alle donne millennials e a quelle che si mascherano da millennials come si veste una donna per essere più bella, più charmante. Anch’io in passato, e proprio per il mio Privé, ho disegnato delle cose bizzarre, ma ho notato che quando una donna non vuole apparire banale e omologata sceglie gli abiti che donano di più al suo aspetto e alla sua personalità. Ora, dopo la confusione creata dai tanti esercizi di stile che hanno trasformato il prêt-à-porter in un continuo streetwear, sento che c’è bisogno di fare chiarezza. Ecco perché ho fatto una collezione che è un po’ una storia della Moda. Che è una Storia importante accanto a tutte le altre Storie”

Tailleur con i pantaloni un po’ larghi in seta o georgette, bustier con gocce di cristallo, gonne lunghe a ampie ricamate con un nodo d’amore in perline, giacche nere con strati di frange turchesi in perline che nascondo il colore sottostante, cappotti portati sopra ai pantaloni, giacche con collier di jais neri incorporati, abiti eleganti come quelli delle donne dei quadri di Boldini, abiti metallici dorati, abiti interamente spalmati con perline di cristallo e poi alcuni dichiarati omaggi ai grandi della Haute Couture francese che lascio a voi scoprire…

A quasi 84 anni Re Giorgio ha ancora voglia di stupire… Chapeau!!!

 

Giambattista Valli

Abiti da cocktail in chiffon di seta drappeggiato e increspato, vestiti di macramé “jardin de fleurs” ricamati e cappotti da cocktail realizzati con estrema bravura fatti con specchi di cristallo, abiti da ballo con tante increspature e volant tagliati corti davanti e a pagoda dietro e… una standing ovation per lo stilista al termine della sfilata.

Fendi Couture

Karl Lagerfeld e Silvia Venturini Fendi hanno presentato una collezione che si chiama:

 “Indovina che cosa stai vedendo?”

E’ così che in passerella sfilano una giacca costruita con 900 strisce di uno strano tessuto che poi si scopre essere visone rasato, intarsiato e colorato, poi una gonna con 1000 quadrati tagliati e ricuciti, un cappotto che sembra di pelliccia, ma che, oibò, è realizzato tagliando chiffon, e poi un tailleur che sembra di pelliccia maculata e invece no, sono paillettes che mimano il contropelo della pelliccia oppure un abito con gonna in tulle sulla quale sono cuciti 3000 fiori di visone, e per finire due cappotti completamente uguali: uno in velluto e l’altro in ermellino, ma l’effetto è assolutamente identico.

Insomma un inganno per i nostri poveri occhi!

 

Schiaparelli

Elsa Schiaparelli, fondatrice della maison, possedeva fantasia e determinazione da vendere e nella vita quotidiana materializzava la sua affermazione: “La fantasia è un fiore che muore nella passività. Per crescere, ha bisogno di determinazione”.

Ai giorni nostri, la maison è diretta da Bertrand Guyon al quale sicuramente la fantasia non manca e per la collezione Haute Couture le dà libero sfogo creando abiti sui quali si materializza la metamorfosi che molti animali possiedono in natura.

Ecco che troviamo pantaloni e gonne che si sovrappongono, pizzi che “sposano” tulli, in perfetto stile surrealista, caratteristica insita nel marchio stesso.

Givenchy

Battezzata Caraman questa collezione Haute Couture è dedicata dall’odierna direttrice artistica Clare Waight Keller, al couturier Givency, fondatore della maison.

La Keller dichiara che la collezione è una celebrazione “delle ispirazioni creative, del lavoro e dell’innato senso di eleganza” di Hubert de Givenchy, recentemente scomparso. 

Il grande couturier Givency fu uno dei primi che riuscì legare al sua fama al sistema cinematografico, annoverando tra le sue clienti Audrey Hepburn, Greta Garbo, Marlene Dietrich, Jeanne Moreau, Ingrid Bergman, Lauren Bacall, Jean Seaberg, non solo, ma anche figure come Grace di Monaco, Jacqueline Onassis e Wallis Simpson.

In questa collezione si ritrovano tutti i classici di Givency: l’abito in tessuto argentato con la cappa a mezza tunica bianca sovrapposta, le cappe interamente intessute con le piume, le camicie smoking, le asimmetrie degli abiti lunghi drappeggiati sovrapposti da mezzi abiti lisci e dai mezzi abiti in velluto, stole di piume, abiti intessuti di strass, paillettes e pietre dure.

Speriamo però che Clare Waight Keller ci mostri quanto prima qualche sua idea e non solo il rifacimenti di quanto creò Hubert de Givenchy.

Valentino

Premettendo che sono indiscusse le capacità e la genialità di Pierpaolo Piccioli, così come innegabili sono la qualità dei tessuti e l’altissima artigianalità di realizzazione dei capi, mi sovviene però una riflessione: in questa collezione Haute Couture non vi è un filo conduttore.

Piccioli stesso dichiara: “Ho iniziato a lavorare alla collezione senza pensare a un tema o a un’ispirazione. Non ho costruito un mood board e ho cominciato semplicemente a lavorare. Quando ho capito che stavo mettendo insieme epoche diverse, silhouettes diverse, riferimenti alla mitologia greca, a Pasolini e a Medea, al Rinascimento, al Settecento ho avuto il sospetto che l’insieme non avesse senso. Poi, improvvisamente l’ho trovato. Ho capito di aver messo insieme il senso del mio tempo interiore”.

Nessun filo conduttore, tanto che ogni sarta o sarto ha inventato un nome per l’abito che ha realizzato, si passa, così, da Sogno ad alta voce – una cappa che da una parte ha l’illustrazione di Leda e il cigno e dall’altra quella di Narciso e copre una “tuta Palazzo” in colore ottanio –  a Domenica, a Liza Minnelli – cappa di chiffon completamente paillettata in verde profondo, a Orchidea – giacca di lamé dorato che copre una blusa trasparente rosa con volants alla maniche e i bermuda in verde argilla, ad Amore fuggente,  ecc.

Io, nonostante le standing ovation dei presenti, se mi trovassi al posto di Monsieur Piccioli, la prossima volta sceglierei un tema.

 

 

Audrey Hepburn, icona di classe e di stile, ma…

… è stata soprattutto una donna buona, gentile, gioiosa, che amava le cose semplici che, come lei stessa sosteneva, danno senso all’esistenza.

Molti di noi la ricordano come un’indimenticabile icona della storia del cinema in “Sabrina”, “Colazione da Tiffany”, “My Fair Lady”, “Due per la strada”, ecc.; forse non tutti sanno che la sua infanzia fu segnata dalla sofferenza.

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Durante gli anni della guerra patì la fame, fu costretta ad assistere all’omicidio di alcuni membri della sua famiglia, ebbe seri problemi respiratori ed un’anemia acuta per denutrizione, tutto ciò segnò il suo fisico per il resto della sua vita.

Come è noto, i traumi sofferti durante l’infanzia si ripercuoto nell’età adulta e restano dentro come una sfida da vincere, così fu anche per questa donna che era solita affermare che “Chi non crede nei miracoli non è realista” in seguito all’esperienza avuta quando le Nazioni Unite giunsero nei Paesi Bassi portando cibo e generi di primaria necessità.

Una sua frase che mi piace ricordare cita: “Per avere degli occhi belli, cerca la bontà negli altri; per delle labbra belle, pronuncia solo parole gentili; per una figura snella, dividi il tuo cibo con le persone affamate; per dei capelli belli lascia che un bambino vi passi le sue dita una volta al giorno; e per l’atteggiamento, cammina con la consapevolezza che non sei mai sola.”

In fondo è proprio così, le persone semplici sono le più sensate, conoscono l’amore ed il rispetto per il prossimo.

Audrey Hepburn sentiva forte dentro di sé il bisogno di dare e ricevere affetto, tanto che dedicò molti anni della sua vita ad attività umanitarie.

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Dietro quei vivaci e splendidi occhi da cerbiatta si nascondevano tante tristezze che, forse, si attenuarono solo quando nel 1988 “sposò” la causa dell’UNICEF.

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Il mondo della moda è in lutto: è morto Azzedine Alaia

Di lui vi avevo parlato recentemente.

Improvvisamente e per cause ancora non dichiarate, ieri si è spento a Parigi, Azzedine Alaia, all’età di 77 anni.

Proprio lo scorso luglio, durante la settimana dell’haute couture di Parigi, era tornato in passerella, dopo sei anni di assenza.

Lui creava opere d’arte, non abiti, trasformando la moda in qualcosa di radioso, superbo e senza tempo.

Oggi il mondo della moda è stato investito dalla finanza e dai grandi gruppi, tutto questo ad Azzedine Alaia non piaceva ed aveva dichiarato:

“Quando Jean-Paul Gaultier ha chiuso il suo prêt-à-porter, ho pensato: ha fatto bene. Come si possono sostenere i ritmi produttivi di oggi? È impossibile essere creativi facendo dieci, dodici collezioni l’anno. Mi fa anche impressione la trasformazione del designer: da stilista è diventato direttore creativo, praticamente una redattrice di moda evoluta che lavora per immagini, non per contenuti, e non c’è più alcuno studio sugli abiti. Forse, se si vuole di nuovo parlare di creatività e innovazione, bisogna tornare indietro. Ma non penso voglia farlo nessuno”.

Caro ed indimenticabile Azzedine, sicuramente nessuno lo vuole fare, per questo tu sei stato l’ultimo atto. Non hai eredi nelle moda del giorno d’oggi, Con te se ne va l’ultima grande leggenda di questo mondo!

Addio piccolo … grande uomo!

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Giovanni Soldini: l’uomo blu…

Come è noto, pare che la vita, nella notte dei tempi, abbia avuto origine nell’acqua: la storia del “vivente” (dunque, anche la nostra), avrebbe “scritto” il suo primo capitolo in fondo al mare, probabilmente…

Il mare, affascinante e misterioso, da sempre esercita su molti di noi un’attrazione profonda, ancestrale, testimonianza, forse, di un “cordone ombelicale” mai reciso completamente…

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Personalmente, io amo il mare: mi piace guardarlo; indovinarne l’”umore” del momento; ascoltarlo; respirarne i profumi; abbandonarmi nel suo “evanescente” abbraccio azzurro, quando possibile…

C’è chi ha fatto del mare la propria passione, il proprio “mestiere”, la propria “casa”. La propria vita…

Tra questi uomini (sempre un po’ speciali), c’è Giovanni SOLDINI.

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Nato a Milano nel 1966, ma residente a Sarzana, padre di quattro figli, Giovanni è, da sempre, un indiscusso protagonista dalle vicende veliche internazionali.

Navigatore oceanico “di razza”, grazie al padre Adolfo si appassiona al mondo della vela fin da ragazzo, rivelandosi, da subito, un enfant prodige, tanto che, a soli sedici anni, compie la sua prima traversata dell’Atlantico.

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Diventa famoso, come navigatore solitario, durante la Baule-Dakar del 1991. Per molti, è lui il miglior navigatore solitario italiano di tutti i tempi.

La Sua carriera lo vede, nel corso degli anni, partecipare a tutte le regate più importanti della vela open, sia in solitario, che in doppio e in equipaggio: partecipa a 5 edizioni della Quebèc-Saint-Malo, 5 edizioni della (OSTAR), 3 Jaque Vabre, e molte altre tra transoceaniche e regate d’altura.

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Secondo nella transatlantica in solitario (OSTAR) nel 1992; nel 1996 vince la regata e stabilisce il nuovo record nella classe 50 piedi. Quinto nell’edizione del 2000. Ha successivamente partecipato alla versione professionistica (Transat), giungendo settimo nella categoria multiscafi nel 2004 e vincendo nella categoria Class40 nel 2008.

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Il 29 dicembre 2015, a bordo di Maserati, taglia in quarta posizione la linea del traguardo della 71ª edizione della Rolex Sydney Hobart Yacht Race, una delle più dure regate storiche internazionali. Maserati ha percorso le 628 miglia che separano l’Australia dalla Tasmania in 2 giorni, 22 ore, 54 minuti, 33 secondi.

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Il palmarès di Giovanni è un intreccio di imprese e successi, inarrestabili, costanti, sbalorditivi…

Nel 2016 Soldini e il suo team, al termine di un triennio intenso e carico di miglia nautiche e di soddisfazioni con il monoscafo Maserati VOR70, passano al multiscafo: il trimarano di Maserati Multi70. Si tratta di una barca all’avanguardia, molto tecnologica e performante, in grado raggiungere elevate velocità.

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Tra gli episodi più significativi della strepitosa carriera di Giovanni va annoverato senza dubbio il salvataggio della velista Isabelle Autissier, vittima di un incidente nel Pacifico meridionale e lontana da ogni possibilità di soccorso, nel 1998, durante la Around Alone, che il nostro navigatore si aggiudicò, tagliando per primo il traguardo. Questo gesto valse a Giovanni il riconoscimento della Lègion d’Honneur, massima onorificenza francese, che gli fu conferita nel 2000.

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Per suoi meriti sportivi, l’Italia conferisce al navigatore milanese la nomina di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica (2004) e due Medaglie d’Oro al Merito di Marina.

“La barca a vela” – afferma Giovanni – “Per me ha sempre rappresentato un modo per viaggiare. L’idea di poter andare da un posto all’altro, utilizzando solo l’energia della natura, mi ha sempre affascinato…!”

Per chi volesse approfondire la conoscenza di questo nostro “Lupo di Mare”, ricordo il piacevole libro “NEL BLU, una storia di vita e di mare”, scritto dallo stesso Giovanni Soldini, edito da Longanesi & C.

E buon vento…

Testo by Roberto Pellegrini

I geni sono immortali

Antonio de Curtis, in arte Totò, soleva dire che nessuno si sarebbe ricordato di lui, non è stato così, per fortuna, e a cinquant’anni dalla sua scomparsa, i mondi, l’arte, gli amori, le passioni, dell’artista e della dimensione più privata del Principe De Curtis danno vita a ‘Totò genio’.

Roma, presso il Museo di Roma in Trastevere, accoglie da oggi, e sarà fruibile sino al 18 Febbraio p.v., questa mostra che porta la cura di Alessandro Nicosia e Vincenzo Mollica.

Centinaia e centinaia di documenti, cimeli, lettere, libri, disegni e ritratti, manifesti dei suoi film, caroselli e pubblicità, costumi, installazioni, video, testimonianze e fotografie, che raccontano le due anime di Totò: quella dell’artista, nel suo percorso dall’avanspettacolo al teatro, al cinema, ma anche nella poesia, con capolavori come “A livella”, che qui si può ascoltare recitata da lui e nella musica, con le sue canzoni interpretate anche da altri artisti. L’altra anima è quella del principe de Curtis, che era molto solitario e schivo, a volte triste. Di lui, la mostra racconta gli amori, come quello per Franca Faldini, ma anche quello per gli animali, e per la sua città Napoli; le sue passioni, con il chiodo fisso dell’araldica, ma anche la generosità.

Vincenzo Mollica ha dichiarato: “Questo Paese ha massacrato molti dei suoi artisti ed è successo anche a Totò, che è stato a lungo snobbato dalla cultura ufficiale. Abbiamo intitolato la mostra ‘Totò genio’ perché era eclettico e straordinario in tutto quello che combinava, metteva sempre tanto di vissuto”.

In mostra i manifesti e fotobuste che raccontano il suo rapporto con il cinema, che lo ha visto protagonista di 97 film; costumi di scena e filmati d’epoca mostrano il suo percorso in teatro e la sua “pagina” pubblicitaria – ricordiamo che alcuni prodotti, come la Lambretta e la Perugina, usarono il suo volto per le campagne pubblicitarie.

Un progetto espositivo mirato a ricordare ed a sottolineare la grandezza di questo grande uomo, un vero e proprio genio immortale, che ha lasciato tracce colte che sono piacevoli da percorrere e custodiscono sorprese simili a quelle di un mago che ha giocato la sua vita gomito a gomito con l’arte dello stupore.

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Yves Saint Laurent – ben due Musei a lui dedicati

E’ ormai prossima l’apertura di due Musei, uno a Parigi e l’altro a Marrakech, dedicati al grande couturier, a quindici anni dalla chiusura della maison che portava il suo nome.

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Fu infatti nel 2002 che a gennaio ci fu l’ultima sfilata messa in scena da un uomo di altissimo talento e grande magnetismo, che amava l’arte e che collezionò insieme al suo compagno Pierre Bergè circa 730 opere tra pitture, sculture, mobili e reperti archeologici. Solo sei anni dopo, morì e le sue ceneri sono conservate nei giardini Majorelle di Marrakech, in Marocco, un complesso botanico, insieme alla villa color indaco, di sua proprietà.

Il prossimo 19 Ottobre sarà inaugurato proprio a Marralech un Museo dedicato alla sua genialità creativa, dove nei 4000 metri quadri troveranno anche spazio una galleria, una biblioteca, un auditorium, una libreria ed una caffetteria. Bergè, recentemente scomparso ha dichiarato: “Quando Yves Saint Laurent scoprì per la prima volta Marrakech nel 1966 rimase così incantato dalla città che decise immediatamente di acquistare casa qui e vi tornò regolarmente. È perfettamente naturale, 50 anni dopo, costruire un museo dedicato alla sua opera, così ispirata da questo Paese”.

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Saint Laurent amava particolarmente il Marocco, tanto che dichiarò: “In Marocco mi resi conto che la gamma dei colori che usavo era quella degli zelligi, dei zouacs, dei djellabas e dei caftani.L’audacia da allora riscontrata nel mio lavoro la devo a questo Paese, alle sue armonie potenti, alle sue combinazioni ardite, al fervore della sua creatività. Questa cultura è diventata la mia, ma non mi bastava semplicemente assorbirla. L’ho presa, trasformata e adattata”.

Poco prima, a Parigi, il 3 Ottobre p.v., proprio dove la maison fu fondata in Avenue Marceau, si inaugurerà un museo dove troveranno spazio 50 modelli emblematici, accessori, schizzi, foto e video. E’ stato definito “un museo di conoscenza, riconoscimento e interconoscenza”, che illustrerà tutto il processo creativo degli abiti, il lavoro dello stilista e parte del suo patrimonio artistico.

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