Il glicine – questa meraviglia primaverile

Il glicine
di Pier Paolo Pasolini

… e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.
~
Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un’intera parete appena alzata, il muro
principesco di un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce.
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto – arido
nella mia nuova rabbia,
a puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.
~
Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità.

Il glicine è originario delle regioni asiatiche, giunse in Inghilterra nel 1816 per mano del capitano Robert Welbank; nel 1830 approdò negli Stati Uniti, dove il Prof. Kaspar Wistar l’aveva già “battezzata” Wisteria – suo nome scientifico.

Una pianta di glicine che cresce in California fa parte delle sette meraviglie vegetali al mondo ed ogni anno, nel periodo di fioritura, raggiunge il milione e mezzo di fiori, richiamando un gran numero di visitatori.

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Questo rampicante ha fiori profumatissimi a grappolo di un colore che va dal violetto al viola acceso; la sua crescita è caratterizzata da un costante movimento a spirale in senso orario o antiorario, caratteristica, questa, che viene associata alla coscienza umana.

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Ai suoi grappoli di fiori, pendenti verso il basso, nel buddismo Jodo Shinshu fondato dal monaco Shinran nel 1224, viene attribuito il significato simbolico di umiltà, sincero rispetto e riflessione religiosa ed è pertanto inserito nei suoi templi. Il fiore del glicine diventa il simbolo della luminosità e della caducità dell’esistenza: tutto muta continuamente, in ogni momento, con il trascorrere del tempo, compresa appunto la vita stessa, quindi si dovrebbe apprezzare appieno l’eternità in ogni istante. Questo insegna che un essere umano non deve cadere nell’arroganza per emergere, ma piuttosto provare e dimostrare gratitudine.

Gli Imperatori giapponesi, durante i loro lunghi viaggi di rappresentanza in terre straniere, portavano con sé dei piccoli bonsai di glicine, affinché giungendo alla corte di altre dinastie alcuni uomini, della scorta dell’Imperatore, potessero portare in dono i piccoli alberelli in segno di amicizia e benevolenza da parte dell’Imperatore nei confronti degli abitanti delle terre su cui erano giunti.

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I tedeschi chiamano questa pianta “blauregen” – pioggia blu, i cinesi la chiamano “zi teng” – vite blu, gli italiani “glicine” – termine che deriva dal greco – glikis – che significa dolce, per via dell’intensa e dolce profumazione dei suoi fiori.

In Piemonte si racconta una leggenda, che vi riporto:

Una fanciulla che si disperava per il suo aspetto, non bello come quello delle altre giovani del suo paesino, un giorno iniziò a piangere, da sola in mezzo ad un prato, quando ad un certo punto le sue lacrime diedero vita ad una meravigliosa pianta dalla fioritura stupenda e dall’inebriante profumo, il glicine. Il dolce profumo che la circondava fece sentire la ragazza orgoliosa e fiera di sé stessa, per essere riuscita a creare quella pianta meravigliosa.

Nella letteratura giapponese, invece, esiste una storia antica, narrata attraverso il balletto classico del teatro kabuki, che così cita:

Nella città di Otsu, affacciata sul Lago Biwa, vicino a Kyoto, un passante si sofferma a osservare uno degli innumerevoli dipinti esposti chiamati ‘Otsu-e’ e venduti come souvenir. Su questo quadro è dipinta una Ragazza, che rappresenta l’essenza del Glicine: è abbigliata alla moda, con uno stravagante kimono (‘Nagasode’) con le maniche lunghe e con la fascia (‘Obi’) che riprende l’immagine del fiore, secondo la tradizione diffusa da secoli in Giappone.

La Ragazza raffigurata diventa infatuata a tal punto dell’uomo che la guarda attentamente da prendere vita ed uscire fuori dalla tela. Scrive lettere d’amore, ma non ottiene risposta e, danzando sotto un glicine frondoso, con un ramo in mano, esprime i sentimenti profondi che prova per l’amore non corrisposto, accompagnata dalla musica ‘Nagauta’ (‘canto a lungo’).

Triste e disperata, rientra affranta dentro al dipinto, sotto al glicine, alla fine del balletto.
Il pianto della Ragazza esprime il dolore che prova, così il glicine diventa il fiore dell’amore perduto, ma rappresenta anche la straordinaria resistenza come vitigno, in grado di vivere e di prosperare anche in condizioni difficili, così come il cuore ha la capacità di resistere nonostante sia spezzato da un sentimento a senso unico.

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Presunzione ed arroganza fanno rima con ignoranza

Apro questo post riportando una storia che mi è capitata sotto gli occhi e che cade proprio a pennello.

Camminavo con mio padre quando egli si fermò in una curva e dopo un breve silenzio mi domandò:

-Oltre al cantare degli uccelli, senti qualcos’altro?

Tesi l’orecchio ed alcuni secondi dopo gli risposi:

-Sento il rumore di un carretto.

-È proprio questo -disse mio padre- è un carretto vuoto.

Domandai a mio padre:

-Come sai che è un carretto vuoto anche se non lo vediamo?

Allora mio padre rispose:

– È molto facile sapere quando un carretto è vuoto, a causa del rumore. Più è vuoto, più fa rumore.

Divenni adulto e oggi quando sento una persona che parla troppo e che si dà arie peccando di presunzione ed arroganza, ho l’impressione di sentire la voce di mio padre che dice:

“Quanto più vuoto è il carretto, maggiore è il rumore che fa.”

Proprio così, tanto più le persone sono egocentriche e si convincono di essere speciali, tanto più sono presuntuose ed arroganti. E’ esponenziale.

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In fondo le persone così non si vogliono bene davvero, il loro atteggiamento non fa che sottolineare la bassa stima che hanno di sé stessi, che li spinge ad autoproclamarsi per mascherare la verità.

Sbandierando, spesso in modo grottesco, le loro virtù, mostrano agli altri la loro vuotezza. Si fingono star, cercano continuamente ammirazione, si autocontemplano e covano invidia, trasformandosi da presuntuose ad arroganti.

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Ed ecco il “carretto vuoto” che si muove con gran fracasso, dimentico che l’umiltà permette agli altri di scoprire le virtù proprio perché una persona umile è decisamente meglio inserita nel contesto sociale. Chiunque sta volentieri in sua compagnia, al contrario ci si defila volentieri da una persona presuntuosa, che proprio non ha la ben che minima percezione realistica delle proprie capacità.

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La gente arrogante e presuntuosa è come il prezzemolo, sta ovunque, attirando su di sé sguardi compassionevoli, visto che, anche se dovunque, non ha spessore e poche sono le esperienze vere che ha vissuto e che vivrà.

 

Le “perle” di Zengetsu…

La vera Saggezza, quella che fa degli uomini, uomini speciali, vere e proprie “Stelle Polari”, nell’orientamento della vita di tutti noi, è sempre una preziosa conquista. Certamente ambita, la Saggezza (che non ha mai consapevolezza di sé, beninteso, e non segue lo stesso percorso per tutti…), è tutt’altro che facile da “maturare”, per quanto (e paradossalmente, a dire il vero…), i “passi” per raggiungerla appaiano tutt’altro che complicati: la “semplicità” di piccoli gesti quotidiani, infatti, costituisce, molto spesso, la chiave del successo, in tal senso…

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Moltissime sono le Parabole Zen sull’argomento; quella che vi propongo oggi è una delle più popolari…

Zengetsu, un maestro cinese della dinastia T’ang, scrisse per i suoi allievi i seguenti consigli:

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  • vivere nel mondo e tuttavia non stringere legami con la polvere del mondo è la linea di condotta di un vero studente di Zen.
  • Quando assisti alla buona azione di un altro, esortati a seguire il suo esempio.
  • Nell’aver notizia dell’errore di un altro, raccomandati di non imitarlo.
  • Anche da solo in una stanza buia comportati come se avessi di fronte un nobile ospite.
  • Esprimi i tuoi sentimenti, ma non diventare più espansivo di quanto la tua vera natura ti detti.
  • La povertà è il tuo tesoro. Non barattarla mai con una vita agiata.
  • Una persona può sembrare sciocca e tuttavia non esserlo. Può darsi che stia solo proteggendo con cura il suo discernimento.
  • Le virtù sono i frutti dell’autodisciplina e non cadono dal cielo da sole come la pioggia o la neve.
  • La modestia è il fondamento di tutte le virtù. Lascia che i tuoi vicini ti scoprano prima che tu ti sia rivelato.
  • Un cuore nobile non si mette mai in mostra. Le sue parole sono come gemme preziose, sfoggiate raramente e di grande valore.
  • Per uno studente sincero, ogni giorno è un giorno fortunato. Il tempo passa ma lui non resta mai indietro. Né la gloria né l’infamia possono commuoverlo.
  • Critica te stesso, non criticare mai gli altri. Non discutere di ciò che è giusto e di ciò che è sbagliato.
  • Alcune cose, benché giuste, furono considerate sbagliate per intere generazioni. Poiché è possibile che il valore del giusto sia riconosciuto dopo molti secoli, non c’è alcun bisogno di pretendere un riconoscimento immediato. Vivi con un fine e lascia i risultati alla grande legge dell’universo. Trascorri ogni giorno in serena contemplazione.

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a cura di Roberto Pellegrini

Il profumo inebriante della rosa damaschina…

… in Marocco, regina dei fiori, emblema di bellezza e di poesia.

La leggenda racconta che la rosa sia stata portata dai pellegrini dalla Mecca ed i suoi semi, sparsi lungo la strada, abbiamo dato alla luce ad uno dei più bei giardini di rose di tutto il mondo.

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La valle del Dadès è il ​​terzo sito al mondo per la produzione di questo tipo di rosa centifolia i cui preziosi fiori esaltano, all’alba, il loro profumo, e che, dopo il loro raccolto, vengono trasformati in rose secche, acqua di rose o olio di rosa, apprezzati profumi, ecc.

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Partendo da Marrakech, per giungere alla valle delle rose, bisogna prendere la strada verso sud-est che, fra le vette innevate dell’Alto Atlante e i burroni vertiginosi, arriva nelle vallate sub-sahariane dove, appunto, si coltiva la rosa centifolia del Marocco.

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Giunti alla capitale del Sud marocchino – Ouarzazate – attraversando paesaggi con molte kasbah di terra rossa e distese di altopiani sassosi punteggiati da cespugli di lavanda selvatica, ciuffi di timo e dromedari, dopo circa 40 km dalla città si arriva all’oasi di Skoura con le sue palme da dattero, eucalyptus e oleandri, meli, viti e mandorli fioriti, tra i quali si ergono le spettacolari rovine dell’architettura berbera fortificata: gli ksur. Proseguendo verso nord-est, seguendo la valle fluviale del Dadès e del M’Goun, dopo 50 km, si raggiunge El Kelaa, alle porte del deserto, e… proprio qui, sin dagli anni Trenta i profumieri francesi incentivarono la produzione della cosidetta rosa di maggio.

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Al contrario di quanto verrebbe da pensare, non ci sono veri e propri campi coltivati a rose, ma siepi che costeggiano il bordo interno di migliaia di piccoli appezzamenti che coprono circa 100 ettari, divisi tra numerosi piccoli proprietari.

Questo tipo di rosa si sviluppa in cespugli alti circa tre metri, con rami bruni molto spinosi sulla cui sommità fioriscono fiori rosa dalle corolle dense, che spandono una fragranza intensa e speziata tanto apprezzata da tutti i più famosi “nasi” mondiali.

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…In attesa della Pasqua!

Anche alla Pasqua (come abbiamo visto per il Natale), sono legati numerosi aneddoti, favole e leggende, che spesso traggono spunto dall’episodio più cruento e noto di questa ricorrenza: la Passione di Gesù…

Vi propongo queste due: io le ho trovate molto carine…

La leggenda del salice piangente

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Gesù saliva verso il Calvario, portando sulle spalle piagate la croce pesante. Sangue e sudore scendevano a rigare il volto santo coronato di spine. Vicino a Lui camminava la Madre, insieme ad altre pie donne. Gli uccellini, al passaggio della triste processione, si rifugiavano, impauriti, tra i rami degli alberi. Ad un tratto Gesù stramazzò al suolo. Due soldati, armati di frusta, si avventarono su di Lui, allontanando la Madre, che tentava di rialzarlo “Su, muoviti! E tu, donna, fatti da parte.” Gesù tentò di rialzarsi, ma la croce troppo pesante glielo impedì. Era caduto ai piedi di un salice … Cercò inutilmente di aggrapparsi al tronco. Allora l’albero pietoso chinò fino a terra i suoi rami lunghi e sottili perché potesse, afferrandosi ad essi, rialzarsi con minor fatica. Quando Gesù riprese il faticoso cammino, l’albero rimase coi rami pendenti verso terra: perciò fu chiamato Salice Piangente.

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La leggenda della passiflora

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Nei giorni lontani, quando il mondo era nato da poco, la primavera fece balzare dalle tenebre verso la luce tutte le piante della Terra, e tutte fiorirono come per incanto. Solo una pianta non udì il richiamo della primavera, e quando finalmente riuscì a rompere la dura zolla la primavera era già lontana… “ Fa’ che anch’io fiorisca, o Signore!” Pregò la piantina. “Tu pure fiorirai”, rispose il Signore. “Quando?” chiese con ansia la piccola pianta senza nome. “Un giorno… “e l’occhio di Dio si velò di tristezza. Era ormai passato molto tempo, la primavera anche quell’anno era venuta e al suo tocco le piante del Golgota avevano aperto i loro fiori. Tutte le piante, fuorché la piantina senza nome. Il vento portò l’eco di urla sguaiate, di gemiti, di pianti: un uomo avanzava fra la folla urlante, curvo sotto la croce, aveva il volto sfigurato dal dolore e dal sangue… “Vorrei piangere anch’io come piangono gli uomini” pensò la piantina con un fremito… Gesù in quel momento le passava accanto, e una lacrima mista a sangue cadde sulla piantina pietosa. Subito sbocciò un fiore bizzarro, che portava nella corolla gli strumenti della passione: una corona, un martello, dei chiodi… era la passiflora, il fiore della passione.

a cura di Roberto Pellegrini

La redazione augura a tutti quanti voi

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Che sia un’occasione per ritrovare pace e serenità.

Che sia solo una questione di organizzazione?

“Il viaggiatore che scala la montagna in direzione di una stella,
se si fa assorbire troppo dai problemi della scalata,
rischia di dimenticare quale stella lo guida.”

Antoine de Saint-Exupéry

La nostra quotidianità si snoda attraverso molte difficoltà, i problemi grandi o piccoli che siano, occupano il nostro pensare e le responsabilità spesso sembrano sopraffarci. Ogni giorno sembra aggiungersi qualcosa alla già lunga lista di incombenze e criticità che ognuno di noi deve affrontare.

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Riflettendo mi è tornato in mente l’esperimento delle pietre nel barattolo, esperimento che ci propose un’insegnante a scuola, dopo le nostre lamentele riguardo agli innumerevoli esercizi da svolgere nel post scuola.

Vi racconto come andò… la Prof. prese un barattolo, lo mise sulla cattedra e poi prese dal cassetto un certo numero di pietre grosse, che ad una ad una introdusse nel barattolo stesso, poi rivolta a noi chiese se il contenitore ci sembrava pieno, la risposta fu negativa, infatti tra una pietra e l’altra c’era parecchio spazio.

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L’insegnante, allora, estrasse, una serie di piccoli sassi, che fece scivolare nel barattolo e che andarono ad occupare gli spazi rimasti vuoti, ripeté a noi la stessa domanda di prima ed anche questa volta la risposta fu negativa. Il barattolo aveva ancora spazi vuoti.

A quel punto la Prof, prese un sacchetto di sabbia e lo vuotò piano piano nel contenitore finché la sabbia non arrivò al bordo, ripeté la solita domanda e questa volta, in coro la nostra risposta fu affermativa.

Difronte al nostro parere, lei rimase alquanto sorpresa, ai nostri occhi il barattolo era raso ed era impossibile introdurre altro, secondo la Prof., invece, c’era ancora spazio, prese una bottiglia di acqua e cominciò a versarla, la sabbia cominciò ad assorbire l’acqua ed una certa quantità della medesima trovò spazio nel barattolo.

A quel punto l’insegnante chiese cosa avessimo imparato dall’esperimento, si aprì una discussione e la morale fu che si trattava solo di una buona organizzazione, ma non solo… imparammo che è bene prima di tutti affrontare i problemi grandi e pian piano quelli sempre più piccoli; infatti, vi siete chiesti cosa sarebbe successo se l’esperimento l’avessimo fatto al contrario, cioè introducendo prima l’acqua? Dal barattolo l’acqua sarebbe fuoriuscita subito.

Ciò insegna che dobbiamo imparare a risolvere prima le grandi preoccupazioni, se no saremo sopraffatti dalle piccole.

 

In fondo nel lungo percorso della vita non potremo fare a meno di incontrare difficoltà e problemi, si tratta solo di cercare di imparare ad organizzarsi per affrontarli, perché la vita, nonostante tutto, è bella.

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A.A.A. Doppiatori simultanei per buzzurri cercasi!

Il vecchio film con John Wayne, della domenica pomeriggio, è finito: l’inconfondibile “THE END” a tutto schermo (era un bel po’ che non mi ci imbattevo…), ne è la conferma inequivocabile…

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E’ l’ora della “pennichella” – più o meno le tre -, e nell’accingermi a spegnere il televisore, per mettermi a leggere qualcosa, sorrido.

Sorrido, perché nel rivedere certi film (che oggi, francamente, suscitano quasi tenerezza), balzano agli occhi i modi estremamente garbati dei personaggi, la loro meticolosa osservanza di tutti i dettami del Galateo (postille incluse), la loro affettata gentilezza, che a volte appare persino esagerata, complice, forse, un doppiaggio da “Saggio di Letteratura”:

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– Madame, io ritengo opportuno che mi permetta di salutarla, possibilmente con un bacio…! -, dice “lui”, col sopracciglio alzato e l’aria sorniona.

– Sì…: acconsento…! -, risponde “lei”, aprendo il ventaglio… Dialoghi ormai divenuti reperti archeologici, che fanno davvero brillare certe pellicole, come stelle d’altri tempi…

Divago in queste riflessioni “leggere”, quando un rumoraccio attraversa i miei timpani, riportandomi alla realtà.

Sul balcone di un appartamento di un condominio di fronte al mio, un troglodita (avrà tra i venticinque e i trent’anni), ha avuto le bella idea di togliere la ruggine dalla sua ringhiera, servendosi del flessibile, e producendo un fracasso bestiale, in un un orario piuttosto “delicato”…

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Dalla finestra a fianco si affaccia una signora anziana, minuta, chioma candida:

– Mi scusi, giovanotto… –

– Sì, cosa c’è? Dica…. –

– Non potrebbe rimandare a più tardi questo lavoro ? –

_ Ma non mi rompa i cxxxxxxi, signora! -, e giù col flessibile.

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– Povera Italia! -, sospira la signora, richiudendo la finestra.

E poveri noi, aggiungo…

Ecco: certi individui dovrebbero poter parlare soltanto se doppiati dai doppiatori “vintage” di quei film in bianco e nero… Buone maniere garantite, a D.O.C.

Farebbero certo meno danni a se stessi. Ma soprattutto al prossimo.

by Roberto Pellegrini