Un puzzle…?

Mio nipote si diverte sul tavolino del soggiorno, cercando di venire a capo di un semplice puzzle, uno di quelli con tessere giganti (fatti apposta per i bambini), che, una volta composto, dovrebbe realizzare un’immagine di “Ben 10”, credo.

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Lo osservo distrattamente, mentre sembra avere qualche difficoltà con due “pezzi”:

– Zio -, mi dice sbuffando, dopo aver tentato un paio di volte l’ “incastro” – Perché queste due non si “attaccano”? -.

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– Ma perché non sono fatte l’una per l’altra! Cerca ancora, da bravo; vedrai che la trovi quella “giusta”: nella scatola c’è tutto… Ci vuole solo un po’ di pazienza! -, è la mia risposta, un po’ scontata.

Ma poi, a ripensarci, mi convinco che, in fondo, tanto scontata non è; e a mente fredda finisco per “rincorrere” un pensiero; uno di quei pensieri che prendono l’abbrivio da soli, all’improvviso, prendendoti per mano, sull’onda di un’intuizione, e giungono a conclusioni inattese, che, talvolta, ti strappano anche un sorriso. O un sospiro di rinnovata certezza…

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Nella fragile (e più, o meno “fornita”), “scatola” della nostra vita, forse l’amore non è che questo: un “imprevedibile” puzzle, che dovrebbe restituirci l’immagine della nostra felicità, che, forse, non abbiamo ancora incontrato; puzzle in cui noi siamo chiamati, più o meno consapevolmente, a rivestire proprio il “magico” ruolo delle “tesserine”…

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Nelle mani del destino, la nostra “avventura” è avvicinare altre “tesserine” (come noi, perse alla rinfusa nella “scatola”…), nella speranza segreta che, finalmente, possa essere quella “giusta”…: l’unica, proprio quella, la sola possibile…

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E non un’altra.

Non lasciamoci ingannare, da quell’ “incastro” mancato…

by Roberto Pellegrini

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…come uno yo-yo!

Un salto nel vuoto: questo è, in sostanza, ciò che si fa, praticando il Bungee Jumping, certamente tra le attività preferite dai cacciatori di emozioni formato extra large, sempre alla ricerca di nuove scariche di adrenalina.

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E beh, diciamolo pure: in quanto a scariche di adrenalina, il Jamping non è secondo a nessuno.

In realtà, questa pratica “estrema”, nata nel 1986, in Nuova Zelanda, è da considerarsi la diretta discendente di un antico rituale, tuttora praticato nell’Isola di Pentecoste, chiamato “N’gol”.

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L’isola di Pentecoste fu scoperta nel 1768 dall’esploratore francese Louis Antoine de Bougainville e deve il suo nome alla festività che ricorreva il giorno in cui fu avvistata da James Cook, nel corso del suo viaggio nelle Nuove Ebridi nel 1774.

L’isola si estende da nord a sud per circa 60 km; una catena montuosa dominata dal monte Vulmat divide la costa orientale, umida e piovosa, da quella occidentale più temperata. Le pianure costiere, attraversate da brevi torrenti, sono rigogliose e destinate alle coltivazioni e all’allevamento del bestiame.

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I centri abitati si concentrano sulla più ospitale costa occidentale, benché vi siano sporadici insediamenti nell’interno.

La costa orientale è più impervia e inospitale; gli abitanti sono pochi anche se con l’aumento della popolazione dell’isola si vanno diffondendo nuovi insediamenti in aree prima disabitate.

Ma torniamo al nostro… salto!

Nel corso del “N’gol”, che si svolge ogni anno, tra aprile e giugno, nel Sud dell’Isola, come buon auspicio per la raccolta di “igname”, gli uomini, in una sorta di rituale iniziatico, si lanciano da alte torri, legati soltanto con una liana alle caviglie. Praticamente, arrivando a sfiorare il suolo, a fine “volo”…

Si tratta, com’è facile intuire, di una “esibizione” decisamente spettacolare (vivamente sconsigliata ai deboli di cuore…!), che attira ancora sull’isola migliaia di turisti ogni anno.

Negli anni Cinquanta, il noto documentarista inglese David Attenborough, per conto della BBC, dedicò a questo rituale un interessante documentario.

E allora: chi vuole… provarci, alzi la mano!!

by Roberto Pellegrini

Vuillard: “Non eseguo ritratti, dipingo le persone a casa loro”

Il pittore francese Édouard Vuillard nacque nel 1868 a Cuiseaux. Egli fece parte del movimento artistico Les Nabis, movimento fortemente influenzato da Paul Gauguin e nel quale le opere erano caratterizzate da colori vibranti e le linee e le forme si rifacevano alla natura.

Egli viaggiò nel sud Europa (particolarmente in Spagna ed in Italia), durante questo periodo conobbe i fratelli Natanson, fondatori de La Revue Blanche, nella quale Vuillard spesso pubblicò. Proprio i Natanson incoraggiarono Vuillard a decorare le case di molte persone importanti, incluse le signore Desmarais e Alexandre Natanson – mogli dei mecenati stessi.
Vuillard visse la maggior parte della sua vita con sua madre, ed i suoi dipinti, i cui soggetti sono in gran parte domestici, riflettono questo. Molte delle sue opere mostrano donne al tavolo della colazione, del cucito, o che dormono o che contemplano.

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Spiccato fu il suo senso dell’umorismo, come si può vedere nel suo autoritratto ottagonale: con i suoi capelli gialli e la barba rossa, è leggermente fuori centro nella cornice e lancia un’occhiata allo spettatore con un senso di sorpresa, come se fosse stato colto nell’atto di uscire dal proprio ritratto.

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Egli possedeva una tecnica pittorica raffinata che gli conferiva la capacità straordinaria di cogliere i momenti più banali del quotidiano caricandoli di un’intensa emotività.

Egli morì a La Baule, in Bretagna, all’età di 71 anni.

Il perfetto equilibrio

Trovare il giusto equilibrio tra razionalità ed emozioni è assolutamente vitale per non sembrare egoisti o non lasciarsi travolgere dal sentimentalismo.

In tutti noi vi è una parte razionale, che analizza senza sosta prima di ogni scelta, ed una parte emotiva, che invece non analizza nulla e si frappone offuscando spesso le nostre scelte.

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Sappiamo bene che: quando proviamo un’emozione, sia essa bella o brutta, la nostra capacità di giudizio è decisamente annebbiata, come si suol dire bisognerebbe agire “a mente serena”, ossia dopo aver lasciato placare le emozioni.

Applicare un po’ di distacco emotivo potrebbe aiutare in tal senso.

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La nostra quotidianità è cosparsa da scelte, da quelle più banali – per esempio cosa indossare per andare al lavoro – a quelle più complesse, che impattano in maniera pesante sul nostro futuro – per esempio cambiare lavoro ed altre ancora. E’ evidente che, sbagliare una scelta banale non avrà conseguenze, mentre sbagliare una scelta complessa potrà avere un impatto importante sul nostro futuro.

Quindi, non lasciare che le emozioni prendano il sopravvento sulla nostra razionalità è sicuramente indispensabile per orientarci nella “giungla” della vita.

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Tenere sotto controllo le emozioni non significa trasformarsi in persone meschine ed egoiste, ma semplicemente trovare il giusto equilibrio, lavorando su noi stessi e facendo chiarezza nella nostra mente e nella nostra anima.

Più facile a dirsi che a farsi, sicuramente ci vuole coraggio.

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Quando a comandare è l’apparenza…

Un caro amico (che non vedo da diverso tempo), mi telefona, dopo cena:

– Hai tempo per una chiacchierata? -, mi chiede con una voce tesa.

– Certo, perché no! – rispondo , un po’ in allarme.

Venti minuti dopo, passa a prendermi in auto; salgo e abbozzo un sorriso; lui capisce il mio disagio e si destreggia in una spiegazione:

– Scusa se ti ho disturbato – dice – Ma avevo bisogno di “sfogarmi” con un vero amico…! –

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La pacata penombra dell’abitacolo dell’auto, col sottofondo di Miles Davis, nasconde il mio imbarazzo, mentre inizio a sentirmi un po’ l’improbabile “analista” della porta accanto… Ruolo che, francamente, non mi riconosco.

Pazienza.

Dopo qualche battuta, inquadro subito la situazione. Il “problema” è un matrimonio che non funziona più; che forse, anzi, non ha mai funzionato…

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La vera crisi, apprendo, è scoppiata con l’impossibilità accertata di avere figli. Da allora è stato un lento, ma inesorabile, tracollo del rapporto: interminabili silenzi, mugugni, lunghe serate trascorse a condividere una pesante solitudine…

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La separazione? Chissà… Ma c’è il mutuo della casa, anni di comode abitudini, i parenti, gli amici: le solite, care apparenze, insomma.

Ora, praticamente vivono quasi da estranei (ognuno con una propria “privacy”…), sotto lo stesso tetto: due vite parallele, che non si incontrano più… Forse si osservano da lontano.

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Nella cerchia dei conoscenti e dei colleghi, qualcuno, forse, ha capito qualcosa. Ma poi, alla fine, tutti si fanno gli affari propri; si sa: le gente è pettegola…

Mi rendo conto di essere “testimone” di un dramma “segreto”, probabilmente comune a tante (“ex”) coppie, non solo italiane: mantenere intatta la “facciata” di un matrimonio, con opportuni ritocchi, qua e là, mentre le fondamenta di un legame vanno in pezzi ed i muri portanti marciscono…

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Ed è sempre triste quando ci si dimentica che il matrimonio, prima ancora di essere un “Negozio Giuridico”, dovrebbe essere un rapporto tra due persone… Possibilmente innamorate.

“Vi dichiaro uniti in matrimonio!”: leggere attentamente le condizioni d’uso, prima della sottoscrizione…

by Roberto Pellegrini

…come sabbia del deserto

Obiettivo della pratica Zen (Zazen), è il raggiungimento del “Satori” (illuminazione, risveglio alla verità); evento che, com’è noto, può maturarsi all’improvviso e che non è possibile, in nessun modo, “programmare”.

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Anzi: più ci si ostina in questa “ricerca”, con ossessivi atteggiamenti di frettolosa impazienza, e più, in realtà, si finisce per allontanarsi dalla “Via”…

Consigli preziosi in tal senso (che sconcertano per la loro disarmante semplicità), sono contenuti nel bellissimo libro di Taisen Deshimaru, “Il vero Zen”, da leggere ( e rileggere…), tutto d’un fiato, possibilmente tentando di “depurarci” dalla nostra inevitabile “occidentalità”…

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Secondo l’insegnamento Zen, infatti, le nostre giornate, così come i nostri atteggiamenti mentali, sono tutt’altro che orientati al raggiungimento del Satori: trionfo dell’apparenza e dell’effimero, fretta, stress, carriera, desiderio di primeggiare, arrivismo, passioni, ecc, ecc, non sono altro che ostacoli che si frappongono tra noi e l’ “illuminazione”.

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In realtà, si tratta soltanto di mettere ben a fuoco un concetto piuttosto semplice: impegnarsi, con tutte le nostre energie, per l’affermazione di sé (come ci insegna questo nostro modus vivendi, “fondato” sul successo personale), equivale, in realtà (secondo i paradigmi Zen), ad allontanarsi dal “sé” e dalla “comprensione”, per “chiudersi” al mondo…

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Il grande Maestro Dogen era solito affermare:

“Tenete le mani aperte, e tutta la sabbia del deserto passerà tra le vostre dita. Chiudete le mani, e stringerete soltanto qualche granello di sabbia…”

Amo riflettere su questo pensiero…

by Roberto Pellegrini

Il “curniciello” napoletano, che…

…crediate o no ai suoi poteri,  è uno degli amuleti più antichi e conosciuti. Ha attraversato secoli di storia caratterizzando diverse epoche e culture ed ancora oggi lo ritroviamo nella tradizione artigianale di Napoli, dove la superstizione e la scaramanzia sono di casa.

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Ma perché si dice che porta fortuna? Il tutto ha origini remote, infatti nella preistoria le dimensioni delle corna di un animale ne definivano la potenza. Gli uomini delle caverne appendevano sull’entrata dei loro rifugi delle corna di animali, simbolo di prosperità e potenza, ma anche di fertilità.

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Al tempo dei romani, avere una statuina con un elemento del genere, lungo e affusolato, si pensava che portasse fortuna e benessere a tutta la famiglia e per le generazione future.

Via via questa simbologia continuò a creare suggestione ed ad assumere connotazioni differenti nelle varie epoche e culture.

Pensate che alcuni condottieri indossavano elmi che ricordavano le corna degli animali affinché fossero di buon auspicio durante le loro battaglie.

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Passare dal buon auspicio, alla fortuna ed alla capacità di allontanare il malocchio, il passo è stato breve, tanto che, nella zona partenopea la tradizione si diffuse ancor prima della nascita di Cristo per diventare oggi famosissima e caratteristica dell’artigianato locale.

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In epoca medioevale era in usanza la seguente filastrocca, che mostra quanto questo talismano fosse già in quell’epoca diffusissimo.

“San Gennaro, san Girolamo, san Crispino, san Giustino usa il mio cornetto, dagli fuoco, dagli vento. San Gennaro, san Girolamo, usa il mio cornetto. San Crispino, san Giustino, fammi vincere il quattrino. Sant’Eufemia, sant’Assunta, non tremate nell’aggiunta. Nel borsello il mio quattrino, il cornetto al santino”.

Ma attenzione, la scaramanzia detta che il “curniciello” porterà fortuna solo se sarà rosso e, soprattutto, se lo si riceverà in dono; inoltre, come cita un simpatico detto napoletano, esso deve avere particolari caratteristiche: “tuosto, vacante, stuorto e cu ‘a ponta” – duro, vuoto all’interno, storto e con la punta.

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Insomma tentar non nuoce, perché non farsene regalare uno, magari pure adornato con corona e sormontato dallo “scartellato” – gobbo?

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