Dalla parte…”giusta”!

“Dire una cosa è troppo facile: le cose bisogna viverle.”

Franz Kafka sintetizza così, in questo splendido aforisma, una disarmante verità.

Spesso, e per le ragioni più diverse, ci rifugiamo nel mondo ovattato, in quell’ “Isola che non c’è” (ma che sappiamo sempre come rintracciare, navigando a vista…), che sono le “buone intenzioni”, nel tentativo di convincere, noi stessi, in primis, e gli altri, in seconda battuta, che possa essere sufficiente una cristallina “dichiarazione d’intenti”, per portare avanti le cose.

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Talvolta ci dimentichiamo che le parole che diciamo aprono, anche in chi ci ascolta, spiragli, aspettative, illusioni; innescano progetti. E non sempre di “basso profilo”…

Ma quando sul banco c’è la vita, nostra e degli altri, bisogna puntare tutto sui “numeri” giusti…

Dovremmo avere sempre il coraggio di “fidarci” del nostro domani, senza sentirci perennemente “in panchina”…; dovremmo abbandonare quel velo di reticenza che scaturisce, probabilmente, da un atteggiamento non del tutto “aperto” nei confronti di una visione ottimistica della vita, spesso in seguito a brutte esperienze, o inattese battute d’arresto.

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Perché vivere è, innanzitutto, “crederci”; è gettarsi con fiducia negli impegni che ci siamo assunti, convinti che ce la metteremo tutta per riuscire; è avere voglia di dare una chance anche a progetti che, magari in un momento di sconforto, possono di colpo apparirci impossibili, irrealizzabili…

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E, questo, senza contare troppo sulla… Dea Bendata (notoriamente piuttosto inaffidabile), se è vero – come è vero -, che “Faber est suae quisque fortunae!” (ciascuno è artefice del proprio destino).

C’è una linea sottile che separa il successo dall’insuccesso, che segna il confine anche tra il coraggio di buttarsi nella mischia e la paura…; vivere non è restare in equilibrio su quella linea di confine, ma scegliere, con fermezza, di stare dalla parte “giusta”….!

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by Roberto Pellegrini

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…la parola non basta!

Le parole non racchiudono in sé l’”essenza” delle cose, anzi: nella pratica Zen esse sono considerate, spesso, un elemento fuorviante, una sorta di sottile “distrazione” al raggiungimento della autentica e profonda “comprensione” della verità, proprio perché la parola può fermarsi soltanto alla “superficie”.

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“Comprendere” (dal latino cum con e prehendere prendere, appunto), indica, invece, qualcosa di più: significa fare nostro un concetto; vuol dire afferrarne l’intimità più segreta, coinvolgendo, in questo non facile processo conoscitivo (la cosiddetta “illuminazione”), ogni nostro senso, ogni nostra capacità.

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Numerosissime sono le storielle Zen che, sottilmente, affrontano questo argomento…

Ve ne propongo due…

La brocca

Il maestro Pai-chang voleva scegliere un monaco cui affidare l’incarico di aprire un nuovo monastero. Convocò i suoi discepoli, pose una brocca sul pavimento e disse loro: “Sceglierò chi saprà descrivere questa brocca senza nominarla”.

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“È un vaso di forma rotondeggiante, con un manico e un becco” rispose il più colto dei suoi allievi.

“È un recipiente di colore grigio e serve per contenere acqua o altri liquidi” disse un altro.

“Non è uno zoccolo” intervenne un terzo più spiritosamente.

Gli altri monaci non dissero nulla, perché erano convinti di non poter escogitare definizioni migliori.

“Non c’è nessun altro?” domandò il maestro.

Allora si alzò Kuei-shan, che nel monastero era un semplice inserviente. Egli prese la brocca in mano e la mostrò a tutti senza dire nulla. Pai-chang dichiarò:

“Kuei-shan sarà l’abate del nuovo monastero”.

Il dito e la luna

Una sera di plenilunio, il maestro Pai-chang chiamò i suoi allievi e disse loro: “Chi ha capito l’insegnamento Zen dev’essere in grado di spiegare che cos’è la luna senza nominarla”.

Uno dei discepoli pensò: “Questa volta non posso sbagliare”. Sollevò il braccio e con il dito indicò la luna.

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Pai-chang gli afferrò il dito e glielo torse. “E adesso dov’è la luna?” domandò.

Il monaco si risvegliò.

a cura di Roberto Pellegrini

Yin e Yang – gli opposti in equilibrio

Il concetto di Yin e di Yang ha origine dall’antica filosofia cinese, ma lo incontriamo anche in molte altre culture. Il suo significato si svela nella natura che ci circonda.

L’alternarsi del giorno e della notte, della luce e del buio, il mattino che penetra il buio della notte, il tramonto che permette alle tenebre di avvolgere la luce. un rapporto che si modifica nello scorrere delle ore, ma che non si esclude vicendevolmente. Lo stesso alternarsi delle stagioni che vede il culmine della luce, quindi dello Yang, nell’equinozio estivo e che, via via, si modifica sino al solstizio invernale, culmine dello Yin.

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Ma non solo, anche in altri contesti, questo concetto di opposto è presente e ben equilibrato: all’inspirazione segue l’espirazione, alla sistole segue la diastole ecc. Insomma, tutto ciò che esiste possiede due polarità: una yin ed una yang, che a sua volta possiede al suo interno una componente yin e yang.

Per capirci l’alba ha in sé una componente di buio più alta del mezzogiorno; il freddo contiene più yin del fresco; la mezzanotte porta già in sé il seme dello yang che produrrà il giorno.

Yin e Yang sono interdipendenti, esercitano un controllo l’uno sull’altro e si trasformano uno nell’altro in modo armonioso.

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Tutto ciò è ben rappresentato nel simbolo denominato T’ai Chi Tu, suddiviso in due parti uguali, simmetricamente opposte, mediante una curva a forma di S verticale, una parte è di colore nero, l’altra di colore bianco, al loro interno un pallino rotondo che rappresenta il principio opposto.

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Sovvengono a questo punto delle riflessioni, osservando la nostra società e la globalizzazione del nostro vivere quotidiano, sembra che il principio sopra descritto venga offuscato. Tutto sembra essere visto in termini assoluti, si è portati a vedere ed a valutare in modo netto, o con me o contro di me, una persona è buona od è cattiva. Sembra che la razionalità offuschi la parte emotiva che è presente in tutti quanti noi.

Non riusciamo più a percepire le sfumature che danno impulso, creano cambiamenti e ci permettono di comprendere che tutto è relativo e può cambiare.

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Riuscire a trovare il punto dove la razionalità si sintonizza con l’emozione permette un grosso passo avanti verso l’armonia, l’accettazione e l’indispensabile equilibrio per vivere in sintonia con gli altri e la natura stessa.

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Fedeltà: finta, imposta, o… “naturale”?

Parliamo di fedeltà: di fedeltà in amore.

“È la fede degli amanti come l’Araba fenice: che vi sia, ciascun lo dice,
dove sia, nessun lo sa.”

Così la definisce Metastasio…

E che “vi sia” (o che ci “debba” essere….), non ci sono dubbi; tant’é che, com’è noto, il nostro Codice Civile ne fa un vero e proprio obbligo, a carico dei “contraenti matrimonio” (art. 143), anche se, recentemente, è stato presentato un Disegno di Legge, finalizzato alla “rimozione” di questo… “dovere”.

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É inutile nascondersi dietro un filo d’ipocrisia: anche nel corso di una relazione stabile (sancita, o meno, da un vincolo matrimoniale), può capitare di accorgersi che, se soltanto volessimo, potremmo vivere una “scappatella”; ma siccome, checché se ne dica, non è vero che sia l’”occasione”, a “fare il ladro”, ma la “disonestà” (e, con quella, ci si nasce…), resto convinto che l’amore vero possa rendere immuni da simili incidenti di percorso…

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In effetti, c’è chi considera la fedeltà una virtù, una dote e chi, al contrario, proprio non riesce a non viverla come un “cappio”, un impossibile e desueto limite alla propria…“libertà” d’azione. E, questo, nell’assoluto rispetto della parità di genere…

L’amore non è una scelta: è un privilegio, sostengo in un mio aforisma; io credo che mettendo bene a fuoco questo concetto, ogni altra parola sarebbe inutile… Ma essendo fortemente convinto che “l’inutile” non esista, mi sia concesso dilungarmi sul tema…

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L’amore (lo abbiamo già detto), è una delle massime espressioni della piena libertà di un individuo: amiamo chi vogliamo; come vogliamo; quando vogliamo; e quanto ci pare e piace, assecondando quegli “accordi” non scritti, “stipulati” tacitamente tra noi ed il nostro partner.

La fedeltà dovrebbe rientrare, “d’ufficio”, tra i requisiti naturali di una qualsiasi relazione che avanzi minime pretese di “serietà”, quantomeno (già: ma cos’è la “serietà”…?).

Essa stessa, la fedeltà, dico, oltre a configurarsi come una forma di “rispetto” (verso chi amiamo, ma anche verso se stessi, in fondo…), costituisce una chiara manifestazione di amore vero, profondo.

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Quando siamo innamorati, la sola idea di tradire il partner ci ripugna; ci fa inorridire. Non ci sfiora nemmeno…

La fedeltà è il “modus vivendi” innato nel rapporto stesso, del tutto sganciato da una precisa e cosciente, vorrei dire, “volizione” in tal senso, dal momento che, sorprenderci a dover decidere tra fedeltà o non-fedeltà, equivarrebbe ad esibire un elettrocardiogramma piatto del nostro legame…

AAA: defribillatore cercasi, con urgenza…

by Roberto Pellegrini

La forza che è dentro di noi

Le calamità sono occasione di virtù” sosteneva Seneca.

Concordo appieno.

Spesso ciò che si abbatte su di noi ci ferisce, ma ci insegna e ci fa conoscere aspetti del nostro carattere che non conosciamo.

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La vita riserva, spesso, esperienze dure, mette a dura prova, schiaccia come un vento fortissimo in una tormenta di pioggia.

Ci si sente persi, senza equilibrio ed è proprio in questi momenti che è necessario trovare vie d’uscita, trovando una forza interiore che ci permetta di uscire da questa tempesta, dentro la quale vediamo tutto nero.

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Si sente il bisogno di sfogarsi con qualcuno, quasi che questa condivisione alleggerisca l’oppressione in cui ci troviamo.

Parlare con un amico può aiutare, ma a volte capita di non trovare nessuno disponibile ad ascoltare o a tendere una mano.

È bene sapere che la creatività aiuta ad esprimere, attraverso la pittura, la musica, la scrittura, ciò che la bocca non riesce a dire; ecco perché si può considerarla un’ancora di salvezza. Qualcosa che permette di ritrovare dentro se stessi la volontà per risalire.

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Prendere coscienza e fare chiarezza dentro di noi accende la speranza sul domani, sulla capacità di poter farcela e di meritare la forza per ricominciare in equilibrio.

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In realtà pochi sanno quanto coraggio abbiamo dentro di noi, sino a quando non ci troviamo nella condizione di raccogliere tutte le nostre risorse e ricominciare.

Con l’andar del tempo, quando ci si soffermerà a pensare ai momenti bui superati, una sensazione di piena soddisfazione ci avvolgerà.

Prendere atto di non essersi lasciati abbattere, di aver lottato, di aver imparato che possiamo farcela, darà la percezione di essere forti.

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Sforzarsi di aumentare le proprie capacità di lottare è una grande sfida, che rafforza e ci permette di migliorarci e di evolvere , di acquisire più risorse personali per affrontare ogni ostacolo.

Convincersi di potercela fare è fondamentale per farcela, ci permette di agire con grinta e caparbietà.

A volte il presente può apparire oscuro, ma, spesso, anche gli avvenimenti più sgradevoli portano a cambiamenti apprezzabili.

Le difficoltà fanno parte della vita e la vita si vive per superarle.

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Luna d’estate…

É la stagione giusta: l’estate ci offre spesso l’occasione (o stuzzica… la voglia), di godere dello spettacolo di un cielo notturno…; quando la notte si fa più misteriosa, fascinosa, ammiccante… è inevitabile: gli occhi guardano insù!

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Da soli, o in amabile compagnia, non possiamo sfuggire al fascino di una scintillante Luna piena, magari sospesa su un mare talmente “immobile”, da sembrare dipinto su tela…

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I Nativi d’America, nella loro mitologia, rendono spesso omaggio alla notte, in genere, e alla Luna in particolare, facendone la protagonista di piacevoli leggende, come quella che vi presento oggi…

In una calda notte di luglio di tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso.

In cielo splendeva una sottile falce di luna che ogni tanto giocava a nascondersi dietro soffici trine di nuvole, o danzava tra esse, armoniosa e lieve.

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Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, alquanto infastidita da tutto quel baccano, gli chiese:

– Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-

– Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! – rispose il lupo.

La luna, allora, cominciò lentamente a gonfiarsi. E si gonfio, si gonfiò, si gonfiò, fino a diventare una grossa, luminosissima palla.

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– Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto – disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.

Il piccolo fu trovato, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte forte a sé e, felice ed emozionato, ma non senza aver mille e mille volte ringraziato la luna. Poi sparì tra il folto della vegetazione.

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Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi le fecero un bellissimo regalo: ogni trenta giorni può ridiventare tonda, grossa, luminosa, e i cuccioli del mondo intero, alzando nella notte gli occhi al cielo, possono ammirarla in tutto il suo splendore.

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I lupi lo sanno… E ululano festosi alla luna piena.

a cura di Roberto Pellegrini

Coconut: una nota olfattiva solare ed estiva

Estate, spiaggia, mare, brezza e … coconut, per lasciarsi avvolgere da atmosfere intense ed esotiche.

Scrive bene Steffen Arctander riferendosi al coconut: “[…] un interessante materiale nelle mani di un profumiere artistico ed esperto per creare capolavori non convenzionali.”

Una leggenda molto antica della mitologia polinesiana narra la nascita della palma da cocco così:

Il dio-anguilla polinesiano chiamato Tuna era perdutamente innamorato della bella Hina, la quale, però, non ricambiava il suo affetto, anzi si sentiva perseguitata. Un giorno il dio Tuna la aggredì e il popolo samoano decise, a difesa di Hina, di uccidere il dio, concedendogli un ultimo desiderio prima di essere decapitato.

Il condannato, prima di morire, chiese che la sua testa fosse sepolta nella sabbia, ovviamente Hina fece in modo che il desiderio venisse esaudito con solerzia.

Fu così che proprio nel punto in cui la testa del dio venne sepolta nacque una palma da cocco.

Nel luogo dell’esecuzione oggi c’è un villaggio: Loloata, che significa “all’ombra” e sembra prendere il nome proprio dalla frescura e il riparo dai raggi solari creati dalla palma.

Ma aldilà delle leggende, la palma da cocco – Cocos nucifera L., Arecaceæ – ha origine dalle regioni tropicali dell’Oriente, ed oggi è coltivata largamente in America centrale e meridionale, nel continente asiatico e in Africa e può raggiungere i 20-30 metri di altezza.

L’acqua di cocco è un’ottima bevanda rinfrescante e dalla spremitura della polpa si ricava un olio, molto utilizzato nell’industria alimentare e come prodotto di partenza per l’impiego in profumeria.

Generalmente è usato nelle composizioni con fiori bianchi, vaniglia e fico.

I profumi con note di cocco abbinate a frutta e fiori possiedono accordi ipnotici che richiamano atmosfere tropicali ed esotiche. Cito: Batucada di L’Artisan Parfumeur (lime, cocco, tiaré, ylang-ylang), Coco Extreme di Comptoir Sud Pacifique (noce e polpa di cocco) e Bronze Goddess di Estée Lauder (tiaré e gelsomino); tutti profumi che fanno venire voglia di estate e spiagge assolate. E poi: Datura Noir di Serge Lutens e Beyond Love di By Kilian dove troviamo abbinata al cocco la tuberosa, il fiore “carnale” e conturbante per eccellenza.

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I profumi con note di cocco e vaniglia sono fragranze dolci e confortanti. Suggerisco:
Vanille et coco di E. Coudray, Un Bois Vanille di Serge Lutens, Coco Vanille di Comptoir Sud Pacifique e Hypnotic Poison di Dior.

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Infine se vogliamo un profumo unisex, perfetto anche per l’uomo ci orienteremo verso le note di cocco abbinate al fico – dolce e legnoso, come Premier Figuier di L’Artisan Parfumeur, Philosykos di Diptyque (entrambi sono creazioni di Olivia Giacobetti) e Coco Figue di Comptoir Sud Pacifique.

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