6 Dicembre – Da San Nicola a Santa Klaus…

…attraverso una strana evoluzione.

Oggi 6 Dicembre si festeggia San Nicola, ma chi era veramente questo personaggio?

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San Nicola nacque nel 270 d.C. a Patara e divenne vescovo di Myra, oggi Turchia. Non si hanno molte notizie storiche certe a suo riguardo, si colloca la sua morte tra il 345 ed il 352 d.C. e si racconta che dalle sue reliquie sgorgasse un olio miracoloso profumatissimo.

Nell’VIII secolo fu eletto protettore dei marinai in quando davanti al suo santuario si svolse la battaglia tra Bizantini ed Arabi per la supremazia sul mare. Da qui la sua fama si diffuse sulle rotte del Mediterraneo, arrivò poi in Russia ed infine in tutta Europa.

Una leggenda racconta che andò in soccorso a tre giovani fanciulle poverissime che il padre voleva far prostituire, regalando loro tre sacchi d’oro per  facilitare i loro matrimoni. Da qui prese il via la sua fama di portatore di doni e di patrono delle vergini.

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Un’altra leggenda lo vuole salvatore di piccoli fanciulli che con il suo intervento salvò dalla volontà di un oste malvagio che li voleva fare a pezzi. Ecco perché venne amorevolmente associato ai bambini.

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In Italia vi è molta devozione verso San Nicola, specialmente in due città: Bari, di cui è patrono, e Venezia, nella quale venne nominato protettore della flotta della Serenissima. In entrambe le città sono conservate parte delle sue ossa.

Ma come San Nicola si trasformò in Santa Klaus?

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Durante i giorni dell’avvento, più d’uno sono i santi ai quali viene associata la tradizione di distribuire doni ai bambini: Santa Lucia, San Nicola… Infatti proprio oggi molti piccoli bimbi europei si sono svegliati felici trovando doni. In Germania, San Nicola veniva associato ai culti pagani di Odino e Saturno, spesso rappresentati con la barba bianca e il dono di saper volare.

Gli emigranti in America, portarono con sé queste leggende e specialmente gli olandesi, molto devoti a San Nicola, ne diffusero la fama, tutto il resto lo fecero la letteratura e la poesia che hanno trasformato l’immagine di San Nicola in un omone generoso e buono che fa felici grandi e piccini con i suoi doni.

Per  gli americani vive al Polo Nord, precisamente in Alaska, per i russi vive in uno sperduto villaggio della Siberia, per gli Europei vive in Lapponia, tutti lo vedono circondato da ghiacci e neve, a bordo di una slitta carica di doni destinati a coloro che hanno avuto un cuore buono.

Certo è che ognuno di noi, comunque lo si voglia chiamare:  San Nicola, Santa Klaus o Babbo Natale, conserva di questo personaggio un’immagine di felicità e serenità e di una cosa possiamo essere certi: si tratta sicuramente di un uomo puntualissimo che non ha mai mancato l’appuntamento annuale da secoli e secoli… e per sempre sarà.

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5 Dicembre – Dalla Russia… con dolcezza!

Per la leggenda Natalizia di oggi, potremmo fare un salto in Russia… Vi va l’idea…? Bene…!

Anche in Russia, come forse saprete, c’è una Befana, o una “Donna del Natale”, come la chiamano i bambini laggiù… beh: state a sentire!

BABUSHKA…

(Leggenda di Natale russa)

C’era una volta una signora che si chiamava Babushka, che era una solerte massaia e aveva la casa più bella e pulita del circondario: passava il suo tempo a strofinare, pulire e spolverare qualsiasi cosa e quando non badava a queste faccende, allora cucinava pietanze deliziose in grande quantità.

La verità, però, era che Babushka era così presa da queste frenetiche attività domestiche, perché cercava di non pensare a un grande dolore: aveva perso infatti da poco il suo unico figlio piccolo e la cosa la rendeva così triste, ma così triste…

Aveva persino abbandonato in un cesto tutti i regali del suo bambino, per non vederli più, tanto che erano l’unica cosa piena di polvere in quella casa pulitissima. Una notte, mentre lei, come al solito, puliva e puliva, vennero a bussare alla sua porta alcuni pastori infreddoliti.

Babushka era una brava persona e quando questi le chiesero un riparo e qualcosa da mangiare lei aprì la porta e li aiutò meglio che potesse, chiedendo loro soltanto:

– “Ma che ci fate fuori con questo freddo terribile? Siete matti?” –

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I pastori le risposero che stavano seguendo una stella, una stella luminosissima ed insolitamente grande, che indicava il luogo in cui era nato un bambino molto speciale, Re del cielo e della terra ed aggiunsero che, se avesse voluto, sarebbe potuta andare con loro. Babushka accettò, ma un dubbio la colse all’improvviso: un altro bambino? E se vederlo avesse risvegliato in lei quel dolore che cercava di sopire? Passò quindi un giorno intero a pulire tutta la casa di nuovo. Passarono altri pastori che la invitarono a unirsi a loro e lei continuò a rispondere che li avrebbe seguiti, per poi trascorrere un altro giorno a mettere sottosopra la casa… Senza decidersi a partire…
Finalmente, al terzo giorno decise di portare un regalo a questo bambino; andò al cesto dei giocattoli, li pulì tutti e partì alla volta della stalla… Ma era troppo tardi!

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Quando arrivò, infatti, Maria, Giuseppe ed il bambino Gesù se n’erano andati e Babushka, che era carica di giocattoli, rimase lì un attimo indecisa sul da farsi… Ma ad un tratto ebbe un’idea meravigliosa: avrebbe continuato a cercare questo bambino divino e ad ogni piccolo che avesse incontrato sulla sua strada avrebbe lasciato un giocattolo, nella certezza che, così facendo, non avrebbe mai potuto sbagliare…

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by Roberto Pellegrini

4 Dicembre – Le leggende del bucaneve e…

la fiaba diHans Christian Andersen a lui dedicata.

Questo piccolo fiore dalla bellezza semplice e discreta sfida il gelo ed è il primo fiore a sbocciare in largo anticipo rispetto all’equinozio di primavera. Simbolo di speranza per via della sua resilienza durante i mesi invernali, di purezza e di consolazione. All’inizio di febbraio, spingendo le foglie attraverso il suolo ancora ghiacciato, ci regala con timidezza la sua semplicità e non appena la temperatura si scalda, diffonde un dolce profumo simile a quello del miele.

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Nella tradizione cristiana a lui vengono dati diversi soprannomi:  “campana della Candelora”, “fiore della purificazione” e “fiore della Chiesa”. Spesso gli altari delle Chiese sono addobbati con i bucaneve durante il quarantesimo giorno dopo la Natività dedicato alla celebrazione della Candelora, ossia quando si benedicono le candele come simbolo della luce della speranza per il mondo rappresentata da Gesù bambino.

La leggenda del bucaneve e di Gesù

Durante un giorno di gennaio la Madonna si recò ad una fontana perché il Bambino Gesù aveva sete.

Purtroppo la fontana era gelata per l’intensissimo freddo e la Madonna, alquanto rattristata, sospirò non sapendo come trovare acqua per Gesù. Ma ad un tratto, dalla neve che copriva il prato, sbucò un bellissimo fiorellino bianco simile ad una piccola tazza, piena di fresca acqua di sgelo.

Fu così che Gesù poté bere. Da quel giorno il fiorellino continuò a sbocciare quando la terra è ancora coperta di neve e ghiaccio e a lui fu dato il nome di bucaneve.

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La leggenda del bucaneve e della sua nascita

Tanto tempo fa, quando tutto fu creato, l’uomo manifesto il desiderio di essere circondato da qualcosa di gioioso e colorato. Voleva che la terra non sembrasse triste e deserta.

Apparve così la fata dei fiori, la quale, ascoltando le sue lamentele gli disse:
“Coprirò la terra con un ornamento originale che sarà per sempre la tua consolazione e la gioia dei tuoi occhi.”

E con l’aiuto della sua magica bacchetta ricoprì la terra di innumerevoli fiori, a quel punto la fata intinse la sua bacchetta nell’arcobaleno e donò ad ogni fiore un colore.
Ben presto la terra si coprì di fiori coloratissimi di ogni tipo.

Rose da petali vellutati, garofani, fiordalisi, gelsomini, viole, gerbere, primule e margherite, ognuno con il proprio colore ed il suo intenso profumo. La fata diede a tutti un nome e indicò loro dove dovevano vivere. Quando il lavoro sembrava terminato, si udì da sotto un mucchio di neve un sospiro simile a quello di un bambino abbandonato.

“Io sono il solo ad essere stato dimenticato, buona fata,” diceva una vocina lamentosa “e sono rimasto senza colore e senza nome. Quando i miei fratelli, sparsi sulla terra per compiere la loro missione, rallegreranno gli sguardi con la loro bellezza, io resterò qui e nessuno lo saprà!”

Commossa la fata rispose:

“Non essere triste piccolo fiore. Tu che sei rimasto l’ultimo, sarai il primo. Poiché sei stato dimenticato, piccolo bucaneve, sarai tu con i tuoi petali bianchi ad annunciare l’arrivo della primavera. Alla tua vista tutti si rallegreranno!”

Fu così che ebbe inizio la prima fioritura del bucaneve.

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E per finire la fiaba di Andersen, che magari conoscete già, ma che mi piace ricordare.

Era inverno, l’aria era fredda, il vento tagliente, ma in casa si stava bene e faceva caldo; e il fiore stava nel suo bulbo sotto la terra e sotto la neve.
Un giorno cadde la pioggia, le gocce penetrarono oltre la coltre di neve fino alla terra, toccarono il bulbo del fiore, gli annunciarono il mondo luminoso di sopra; presto il raggio di sole, sottile e penetrante, passò attraverso la neve fino al bulbo e busso.
«Avanti!» disse il fiore.
«Non posso» rispose il raggio «non sono abbastanza forte per aprire, diventerò più forte in estate.»
«Quando verrà l’estate?» chiese il fiore, e lo chiese di nuovo ogni volta che un raggio di sole arrivava laggiù. Ma c’era ancora tanto tempo prima dell’estate, la neve era ancora lì e ogni notte l’acqua gelava.
«Quanto dura!» disse il fiore. «Io mi sento solleticare, devo stendermi, allungarmi, aprirmi, devo uscire! Voglio dire buongiorno all’estate; sarà un tempo meraviglioso!»
Il fiore si allungò e si stirò contro la scorza sottile che l’acqua aveva ammorbidito, la neve e la terra avevano riscaldato, il raggio di sole aveva punzecchiato; così sotto la neve spuntò una gemma verde chiaro, su uno stelo verde, con foglioline grosse che sembravano volerla proteggere. La neve era fredda, ma tutta illuminata, e era così facile attraversarla, e sopraggiunse un raggio di sole che aveva più forza di prima.
«Benvenuto, benvenuto!» cantavano e risuonavano tutti i raggi, e il fiore si sollevò oltre la neve nel mondo luminoso. I raggi lo accarezzarono e lo baciarono, così si aprì tutto, bianco come la neve e adorno di striscioline verdi. Piegava il capo per la gioia e l’umiltà.
«Bel fiore» cantavano i raggi «come sei fresco e puro! Tu sei il primo, l’unico, sei il nostro amore. Tu annunci l’estate, la bella estate in campagna e nelle città. Tutta la neve si scioglierà; i freddi venti se ne andranno. Noi domineremo. Tutto rinverdirà, e tu avrai compagnia, il lillà, il glicine e alla fine le rose; ma tu sei il primo, così delicato e puro!»
Era proprio divertente. Era come se l’aria cantasse e risuonasse, come se i raggi di sole penetrassero nei suoi petali e nel suo stelo, lui era lì, così sottile e delicato e facile a spezzarsi, eppure così forte, nella sua giovanile bellezza; era lì in mantello bianco e nastri verdi, e lodava l’estate. Ma c’era ancora tempo prima dell’estate; nuvole nascosero il sole, e venti taglienti soffiarono sul fiorellino.
«Sei arrivato troppo presto!» dissero il vento e l’aria. «Noi abbiamo ancora il potere, dovrai adattarti! Saresti dovuto rimanere chiuso in casa, non dovevi correre fuori per farti ammirare, non è ancora tempo.»
C’era un freddo pungente! I giorni che vennero non portarono un solo raggio di sole, c’era un tale freddo che ci si poteva spezzare, soprattutto un fiorellino così delicato. Ma in lui c’era molta più forza di quanto lui stesso sospettasse, era la forza della gioia e della fede per l’estate che doveva giungere, che gli era stata annunciata da una profonda nostalgia e confermata dalla calda luce del sole; quindi resistette con la sua speranza, nel suo abito bianco sulla bianca neve, piegando il capo quando i fiocchi cadevano pesanti e fitti, quando i venti gelati soffiavano su di lui.
«Ti spezzerai!» gli dicevano. «Appassirai, gelerai! Perché hai voluto uscire? perché non sei rimasto chiuso in casa? Il raggio di sole ti ha ingannato. E adesso ti sta bene, fiorellino che hai voluto bucare la neve!»
«Bucaneve!» ripetè quello nel freddo mattino.
«Bucaneve!» gridarono alcuni bambini che erano giunti nel giardino «ce n’è uno, così grazioso, così carino, è il primo, l’unico!»
Quelle parole fecero bene al fiore, erano come caldi raggi di sole. Il fiore, preso dalla sua gioia, non si accorse neppure d’essere stato colto; si trovò nella mano di un bambino, venne baciato dalle labbra di un bambino, poi fu portato in una stanza riscaldata, osservato da occhi affettuosi, e messo nell’acqua: era così rinfrescante, così ristoratrice, e il fiore credette improvvisamente d’essere entrato nell’estate.
La fanciulla della casa, una ragazza graziosa che era già stata cresimata, aveva un caro amico che pure era stato cresimato e che ora studiava per trovarsi una sistemazione. «Sarà lui il mio fiorellino beffato dall’estate!» esclamò la fanciulla, prese quel fiore sottile e lo mise in un foglio di carta profumato su cui erano scritti dei versi, versi su un fiore che cominciavano con “fiorellino beffato dall’estate” e terminavano con “beffato dall’estate.”
“Caro amico, beffato dall’estate!” Lei lo aveva beffato d’estate. Tutto questo fu scritto in versi e spedito come una lettera; il fiore era là dentro e c’era proprio buio intorno a lui, buio come quando era nel bulbo. Il fiore viaggiò, si trovò nei sacco della posta, venne schiacciato, premuto; non era affatto piacevole, ma finì.
Il viaggio terminò, la lettera fu aperta e letta dal caro amico lui era molto contento, baciò il fiore che fu messo insieme ai versi in un cassetto, insieme a tante altre belle lettere che però non avevano un fiore; lui era il primo, l’unico, proprio come i raggi del sole lo avevano chiamato: com’era bello pensarlo!
Ebbe la possibilità di pensarlo a lungo, e pensò mentre l’estate finiva, e poi finiva il lungo inverno, e venne estate di nuovo, e allora fu tirato fuori. Ma il giovane non era affatto felice; afferrò i fogli con violenza, gettò via i versi, e il fiore cadde sul pavimento, piatto e appassito; non per questo doveva essere gettato sul pavimento! Comunque meglio lì che nel fuoco, dove tutti i versi e le lettere finirono. Cosa era successo? Quello che succede spesso. Il fiore lo aveva beffato, ma quello era uno scherzo; la fanciulla lo aveva beffato, e quello non era uno scherzo; lei si era trovato un altro amico nel mezzo dell’estate.
Al mattino il sole brillò su quel piccolo bucaneve schiacciato che sembrava dipinto sul pavimento.
La ragazza che faceva le pulizie lo raccolse e lo mise in uno dei libri appoggiati sul tavolo, perché credeva ne fosse caduto mentre lei faceva le pulizie e metteva in ordine. Il fiore si trovò di nuovo tra versi stampati, e questi sono più distinti di quelli scritti a mano, per lo meno costano di più.
Così passarono gli anni e il libro rimase nello scaffale; poi venne preso, aperto e letto; era un bel libro: erano versi e canti del poeta danese Ambrosius Stub, che vale certo la pena di conoscere. L’uomo che leggeva quel libro girò la pagina. «Oh, c’è un fiore!» esclamò «un bucaneve! È stato messo qui certamente con un preciso significato; povero Ambrosius Stub! Anche lui era un fiore beffato, una vittima della poesia. Era giunto troppo in anticipo sul suo tempo, per questo subì tempeste e venti pungenti, passò da un signore della Fionia all’altro, come un fiore in un vaso d’acqua, come un fiore in una lettera di versi! Fiorellino, beffato dall’estate, zimbello dell’inverno, vittima di scherzi e di giochi, eppure il primo, l’unico poeta danese pieno di gioventù. Ora sei un segnalibro, piccolo bucaneve! Certo non sei stato messo qui a caso!»
Così il bucaneve fu rimesso nel libro e si sentì onorato e felice sapendo di essere il segnalibro di quel meraviglioso libro di canti e apprendendo che chi per primo aveva cantato e scritto di lui, era pure stato un bucaneve, beffato dall’estate e vittima dell’inverno. Il fiore capì naturalmente tutto a modo suo, proprio come anche noi capiamo le cose a modo nostro.
Questa è la fiaba del bucaneve.

3 Dicembre – Paesaggi mozzafiato e leggende: la Val di Fassa…

Oggi “visiteremo” la Val di Fassa, uno dei tanti fiori all’occhiello della nostra bellissima Italia…

La Val di Fassa è ricca di fiabe e leggende: ne vedremo alcune, tutte suggestive e dense di significato…

In generale nelle fiabe si trovano temi classici della favolistica europea anche se in parte sono adattate all’ambiente attraverso la presenza di figure che fanno parte della leggenda. Le leggende narrano spesso del rapporto fra l’uomo e la natura e fra l’uomo e il divino. L’immaginario collettivo antico, lega alla potenza delle divinità locali l’istituzione dell’ordine, un buon governo e la trasformazione delle terre impervie in coltivabili.

Dai numi dipende quindi la prosperità della comunità ed è per questo motivo che il legame tra loro ed i fedeli è costantemente curato da questi ultimi. La minima offesa recata alle divinità può risultare fatale per il singolo o la comunità.

Il ghiaione di Gries (Madona de la Neif)

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Il giorno della Madonna della Neve il tempo era ancora bellissimo e un contadino di Gries decise di arare il suo campo. Proprio quel giorno un uomo passando di lì gli chiese perché volesse ararlo proprio quel dì di festa e il contadino rispose che non gli importava nulla della Madonna della Neve perché a lui interessava solo arare il suo campo.

Appena pronunciate queste parole venne a piovere e quando la bufera cessò il campo del contadino non c’era più, al suo posto vi era solo un ghiaione. La bufera aveva distrutto il campo del contadino lasciando però intatti tutti gli altri.

Le origini del ghiacciaio della Marmolada (La Marmolèda)

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Molti secoli fa, dove ora si trova il ghiacciaio della Marmolada, vi era un’immensa e meravigliosa distesa di prati appartenenti ad una vecchia signora molto avara. Il giorno della festa della Madonna delle Nevi tutta la gente di Gries scendeva dagli alpeggi per onorare la Santa protettrice ed andare in processione. Quel giorno però cominciò a piovere e la donna, temendo che si bagnasse, decise di raccogliere il fieno che aveva lasciato ad essiccare sui prati.

Alla gente che cercò di distoglierla dal compito che si era prefissa la donna rispose che a lei della Madonna delle Nevi non importava nulla ma le interessava avere il fieno asciutto. Da quel momento cominciò a nevicare fino a che la donna non fu seppellita: quella neve non si sciolse mai più. Nelle chiare notti di luna è ancora possibile sentirne i lamenti.

 

La leggenda di Soreghina

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Soreghina era una graziosa principessa la cui vita dipendeva dalla luce del sole: di notte e nei giorni di mal tempo ella doveva dormire profondamente altrimenti, se la mezzanotte l’avesse colta sveglia, sarebbe morta. Un giorno il guerriero Ey de Net, scacciato dal Regno dei Fanes per aver osato chiedere in sposa la principessa Dolasilla, cadde in un dirupo e fu soccorso da Soreghina.

I due vissero felici per lungo tempo fino a quando un amico di Ey de Net non andò a trovarlo. Mentre i due parlavano, Soreghina si mise ad origliare alla porta e sentì l’amato ammettere di essere ancora innamorato della principessa dei Fanes. Soreghina rimase ad ascoltare a lungo i due guerrieri e non si accorse dello scoccare della mezzanotte.
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Quando Ey de Net si accorse dell’accaduto era troppo tardi, strinse disperato il corpo senza vita di Soreghina e urlando di dolore le chiese perdono.

La leggenda dei Monti Pallidi

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Il regno delle Dolomiti, tanto tempo fa, era ricoperto di prati e fiori, boschi e laghi incantati: tutti erano felici tranne il principe. Egli aveva sposato la principessa della luna, ma i due non potevano stare insieme perché lui non poteva sopportare l’intensa luce della luna che lo avrebbe reso cieco, mentre lei non poteva vivere tra i monti cupi e gli ombrosi boschi perché sarebbe morta di tristezza.

Un giorno mentre il principe vagava per i boschi, incontrò il re dei salvans, uno gnomo in cerca di una terra per il suo popolo. Il principe gli concesse di abitare le sue terre in cambio dell’aiuto dei nani. Essi tessero la luce della luna e vi ricoprirono le Dolomiti. Da quel giorno il principe e la principessa vissero felici e contenti e le Dolomiti presero il nome di Monti Pallidi.

by Roberto Pellegrini

2 Dicembre – La leggenda degli angeli di neve

La neve ci fa tornare tutti un po’ bambini ed il divertimento è assicurato.

Uno dei giochi che da bimba più mi piaceva fare, quando la neve cadeva abbondante, erano gli angeli di neve. Fra risa, schiamazzi e richiami degli adulti, tutti i bimbi del quartiere si rotolavano nel soffice manto e creavano tanti angeli di neve.

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A questo gioco è legata una leggenda che ho imparato da Emanuela.

C’era una volta un angelo che volava alto nel cielo. Amava volteggiare fra le nuvole e tuffarsi su esse come fossero un morbido mare di panna montata. Un giorno l’angelo, facendo capolino da uno scorcio creato da un soffio di vento, sotto di lui scorse un’altra soffice nuvola bianca che sembrava morbida proprio come le sue nuvole.

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Incuriosito si recò da San Pietro e gli chiese cosa potesse esserci di tanto bello sulla terra da essere paragonabile al suo Regno. San Pietro gli disse che quello che aveva visto era la neve. L’angelo chiese il permesso di poter scendere sulla Terra per vedere se era morbida. San Pietro disse che poteva scendere, ma che doveva far attenzione, perché non avrebbe potuto usare le ali.

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L’angelo aspettò che scendesse la notte, chiuse gli occhi e si buttò giù in picchiata. Atterrò sulla schiena, ma non sentì nulla: la neve era morbida come le nuvole. Aprì gli occhi, l’aria era fredda, un brivido gli percorse il corpo, ma era bellissimo! Stette qualche minuto così, poi provò ad alzarsi, ma non ci riuscì…il suo corpo non si muoveva.

Provò allora a muovere le ali…si muovevano, ma non si staccavano da terra. Sbattevano su e giù lasciando sulla neve le loro impronte, ma non volevano sollevarsi. L’angelo continuò a muovere le ali senza stancarsi mai, perché comunque era una sensazione bellissima! La luna dopo qualche ora si ritirò e fece capolino il sole.

Il sole chiese all’angelo cosa facesse per terra. Lui, che aveva un po’ di vergogna a farsi vedere così, rispose che non era un angelo del cielo, ma bensì un angelo della neve. Il sole disse che non  sapeva  dell’esistenza di questo tipo di angeli. L’angelo rispose che ce n’erano pochi. Il sole chiese all’angelo cosa avrebbe fatto quando la neve si sarebbe sciolta. Era davvero una bella domanda!

L’angelo allora fece un patto con il sole. Il sole l’avrebbe aiutato e in cambio lui sarebbe diventato il suo personale angelo della neve. Il sole allungò il suo raggio. L’angelo quando sentì il calore ebbe un po’ paura, tuttavia non avendo altra scelta, lasciò che la sua ala fosse catturata dal sole.

In un attimo il corpo infreddolito riacquistò calore e man mano che saliva diveniva sempre più caldo, sempre di più, finché le delicate piume cominciarono a bruciare e in un attimo l’angelo prese fuoco. Il sole restò lì impietrito: non pensava che l’angelo potesse essere così delicato! Arrivò la sera e il sole era sempre più abbattuto per ciò che era accaduto.

Incrociò per un attimo la luna che, colpita dal suo sguardo triste, gli chiese che cosa fosse accaduto. Il sole le raccontò tutto. La luna per consolarlo, gli disse che il cielo era pieno di angeli, ma il sole rispose che quello era il SUO ANGELO DELLA NEVE ed era UNICO!

Dopo queste parole lasciò il cielo alla luna e sparì. La luna lo guardò allontanarsi e forse non capì mai quello che aveva provato il sole, perché lei non aveva mai visto un angelo della neve e…chissà…forse nessuno ne avrebbe mai più visto un altro.

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1 Dicembre – Il calore di una leggenda

Sono sempre stato affascinato dal popolo degli Eschimesi. Ricordo che, da bambino, quando il mattino ci sorprendeva, “regalandoci” un cortile coperto di neve (che, nottetempo, aveva “lavorato” per noi ragazzini, rendendoci felici…), io proponevo sempre di “giocare agli Eschimesi”, costruendoci un igloo. Ovviamente ci provavamo, ma ogni volta alle buone intenzioni seguivano risultati pessimi… Ma ci si divertiva lo stesso…

A distanza di tanti anni, se oggi, quando arrivano gelo e neve non faccio proprio i salti di gioia (penso al traffico in tilt, ai ritardi dei treni, agli aeroporti paralizzati, alla neve da spalare – povera schiena -, ecc. ecc.), mi capita ancora di chiedermi, di tanto in tanto, come si possa riuscire a vivere tra i ghiacci, alla “Eschimese”, appunto…

Con la parola “Eschimese” (letteralmente: fabbricante di racchette da neve), si indicano due principali gruppi etnici: gli Inuit (dell’estremo nord dell’Alaska, del Canada e della Groenlandia) e gli Yupik (dell’estremo occidente dell’Alaska e dell’ Estremo oriente russo).
Si tratta di Popoli enigmatici e semplici al tempo stesso, con una propria Arte, una propria Cultura, ed una particolare forma di Letteratura (soprattutto orale, ho scoperto…), che comprende vari generi: dalla narrativa, alla poesia, alla favolistica (miti e leggende…).

E proprio di una leggenda Inuit, vorrei raccontarvi…; il suo titolo è

LA PALLA DI LUCE

“Quando la terra era appena nata, molto tempo fa, risalendo dalle acque che coprivano tutto il mondo, era sempre buio nel mondo degli Inuit.

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E gli Inuit avevano molta paura del buio, perché non si accorgevano dell’arrivo di Nanuk, l’orso bianco, che li assaliva silenzioso prima che potessero accorgersi del suo arrivo.

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Molti degli antenati erano morti così, fra la disperazione delle donne e il pianto dei figli rimasti orfani senza più chi cacciasse per loro e li sfamasse.

Ma un giorno volò sul mondo degli Inuit un vecchio Corvo che, fermandosi per riposare perché era molto, molto vecchio e stanco, si stupì di quella notte continua, e tanto per passare il tempo, mentre era fermo raccontò loro che in altri luoghi vi erano molte giornate luminose, e per dare un’idea spiegò che quella luminosità era pari alla luce di migliaia e migliaia di lampade di grasso accese, e che grazie a quella luce si poteva vedere lontano, e scorgere le slitte che tornavano dalla caccia ancor prima di udire l’abbaiare dei cani.

Fu così che gli Inuit iniziarono a chieder al vecchio Corvo di andare, per cortesia, a prendere per loro la luce di quelle mille lampade, e portargliela. Ma il Corvo titubava, non voleva andare.

Sono troppo stanco, diceva, e la luce è molto, molto lontana.

Ma alla fine, vedendo la misera vita che quella gente conduceva nel buio assoluto si impietosì, e partì alla ricerca della Luce.

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Volò per giorni e giorni fino a che, oramai al limite delle forze, proprio nel momento in cui stava per decidere di tornare indietro scorse, lontano sull’orizzonte, un fievole bagliore.

Era la Luce!

Mano a mano che si avvicinava, il bagliore diveniva sempre più forte fino a che si trovò a volare nel giorno pieno, e allora capì di essere finalmente arrivato nel paese della Luce.

Esausto, si fermò a riposare su di un albero, vicino ad un ruscello, ed iniziò a pensare a qualche stratagemma per prendere la Luce e portarla agli Inuit.

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In quel momento, una bambina, vestita con un mantello di pelliccia bianco come la neve che avvolgeva tutto il paesaggio, si avvicinò al ruscello ad attingere acqua. Il Corvo, che era abile nei travestimenti, mutò allora il proprio aspetto in quello di un granello di polvere e andò a nascondersi fra le setole del mantello, cosicché, quando la bambina rientrò a casa, senza accorgersene lo portò con sé.

Dentro la casa regnava un caldo tepore.

Una donna stava cucendo una pelliccia, e in un angolo, il vecchio capo del villaggio si scaldava al fuoco. Il nipote, un piccolo bambino infagottato in una lucida pelliccia di foca, stava giocando sul pavimento con delle statuine di osso.

Il Corvo, che aveva a quel punto già preparato il suo piano, sempre mantenendo l’aspetto di un granello di polvere gli volò nell’orecchio e iniziò a fargli il solletico.

Il bambino incominciò a piangere.

Perché piangi? gli chiese il nonno, dispiaciuto della improvvisa angoscia che aveva assalito il nipotino.

Digli che vuoi giocare con una Palla di Luce, gli bisbigliò il Corvo in un orecchio.

Perché voglio giocare con una Palla di Luce, piagnucolò il nipote.

Il nonno allora andò a pendere la scatola dove teneva le Palle della Luce, ne prese una, piccola piccola, la legò con uno spago, e la diede al nipote affinché vi giocasse.

Il granello solleticò ancora l’orecchio del bambino, che riprese a piangere, ancora più angosciato.

Perché piangi? chiese ancora il nonno, che come tutti i nonni voleva che il nipote fosse felice.

Digli che vuoi andare a giocare con la Palla di Luce fuori di casa, suggerì il corvo.

Allora il nonno aprì la porta di casa, e accompagnò il bambino sul terreno innevato davanti alla casa, poi tornò dentro a riscaldarsi davanti al fuoco, perché fuori era molto freddo.

Come il bambino rimase solo, il granello di polvere si tramutò in Corvo, estrasse i suoi artigli e tagliò lo spago che legava la Palla di Luce. Prese la Palla di Luce e volò via verso la terra degli Inuit….

… sentendo lo sbattere delle ali nell’aria, tutti gli Inuit corsero fuori dalle le loro case e rimasero un po’ delusi, perché il corvo ritornava, ma era sempre buio.

Ma appena arrivato sopra il villaggio, il Corvo lasciò cadere a terra la Palla di Luce, che si infranse in mille piccoli pezzi, e liberò la Luce che racchiudeva.

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La Luce affrontò la Notte, combatté con lei, la vinse e la scacciò.

Su tutta la Terra dilagò allora il Giorno. Meraviglia!

Ora gli Inuit potevano vedere lontano.

… guarda le montagne, laggiù, come sono belle

…e il cielo, come è azzurro

… potremo finalmente vedere Nanuk arrivare

…e cacciare tante ore ogni giorno, e andare a pescare più lontano, e cercare mari più pescosi!

Ringraziarono il Corvo ma lui, dopo aver visto quella felicità, era rimasto rattristito per non essere riuscito a portare una Palla di Luce più grande.

Ho potuto portare solo una piccola Palla di Luce, si scusò, così potrete avere luce solo per metà dell’anno…

Ma gli Inuit, che non sono ingordi e sanno accontentarsi di quel poco che hanno, risposero:

ma noi siamo felici lo stesso. A noi basta avere luce per metà dell’anno, prima era buio tutto l’anno!”

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by Roberto Pellegrini

… e da domani conto alla rovescia

Quest’anno, sul blog, una piccola novità ci accompagnerà al Natale.

Ogni giorno avremo un appuntamento all’interno del quale “apriremo” virtualmente una finestrella del Calendario dell’Avvento e come in ognuno di questi calendari troveremo una piccola sorpresa.

Nel nostro caso, quotidianamente, scopriremo: una fiaba, una leggenda, una tradizione con attinenza alla neve, al ghiaccio o al Natale.

Mi auguro che sia un’iniziativa a voi gradita, vi aspetto quindi domani, per scoprire la prima sorpresa…

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