L’Opera d’Arte “racconta”…

Un’Opera d’Arte (a qualunque “specie” essa appartenga: letteratura, musica, pittura, scultura, ecc. ecc.), non rappresenta che la “fine”, l’ultimo segmento di un percorso, assolutamente intimo, vissuto dall’uomo, prima ancora che dall’Artista.

Percorso che, nel suo incipit, nelle sue evoluzioni e “distanze” coperte, resta profondamente “privato”. L’Opera d’Arte, quindi, concretizza l’“obiettivo” stesso di questo percorso, il vero punto di arrivo emozionale; l’unico, in realtà, che un Artista scelga, poi, di condividere con il (suo) pubblico, poco importa “quanto” cospicuo…

Una volta “venuta alla luce”, infatti, l’Opera d’Arte inizia una vita propria, indipendente, imprevedibile. Con ogni probabilità,“eterna”, in grado, cioè, di sfidare i “limiti” invalicabili e “voraci” del Tempo, confidando semplicemente sulla “rappresentazione” di sé; giorno dopo giorno, anno dopo anno, secolo dopo secolo…

Una “vita” intensa, vissuta sotto gli sguardi delle masse, nel corso della quale, però, il “cordone ombelicale”, che la lega all’Artista, non si interromperà mai…

Si usa uno specchio di vetro, per guardare il viso e si usano le Opere d’Arte, per guardare la propria anima.” – George Bernard Shaw

Tra le “braccia” del pubblico, l’Opera d’Arte potrà venir rifiutata, o persino “incompresa” (come, spesso, si dice…); ma, più facilmente, essa verrà accolta, vezzeggiata, “interrogata”, ed infine amata… nel consueto (e naturale), “gioco” più caro al pubblico: ricostruire, conoscere e ripercorrere quell’intimo percorso compiuto, come dicevamo, dall’uomo/Artista, nel corso del suo “travaglio” creativo.

In ogni Opera d’Arte, c’è l’impronta più segreta di un uomo non comune…

by Roberto Pellegrini

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Marco Lodola – l’artista che…

… considera i critici d’arte un po’ psicanalisti, perché ogni volta che una sua opera andava al giudizio di un critico veniva contestualizzata ed il critico stesso spiegava a lui artista perché aveva fatto la tal cosa. Simpatico, no? Anche perché non sempre un artista nell’atto di creare si pone tante domande. A volte proprio i critici danno spiegazioni illuminanti per gli artisti stessi.

Comunque, Marco Lodola è nato a Dorno in provincia di Pavia nel 1955. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze e di Milano, concludendo i suoi studi con una tesi sui Fauves, infatti Matisse sarà un vero punto di riferimento per il suo lavoro, insieme a Depero – primo italiano a lavorare in America, quindi a contaminarsi con altri linguaggi, tipo il teatro facendo scenografie, poi vestiti, pubblicità – ed il Beato Angelico, che lo ha condizionato inconsciamente in quanto durante i suoi studi a Firenze, Lodola andava a studiare di fronte al convento dove il Beato Angelico aveva dipinto tutte le cellette. 

Marco Lodola è tra i fondatori del movimento del Nuovo Futurismo degli anni ’80, teorizzato dal critico Renato Barilli. Dall’esperienza futurista, Lodola trae l’uso appassionato del colore, l’energia dirompente della luce e soprattutto, forse prima di tutto, l’idea dell’arte come parte integrante della vita. 

In un’intervista ha dichiarato: “Picasso diceva: “Tu cerchi sempre di copiare qualcun altro, soprattutto quando sei agli inizi. Nel tentare inconsciamente di copiare, di rifare qualcosa che ti è piaciuto, siccome alla fine non ci riuscirai mai davvero, proprio lo scarto che c’è fra quello che fai e quello che stai copiando è il tuo stile.” Alla fine anche per me è saltata fuori la vera identità.

Se pensiamo che i pittori hanno sempre cercato di catturare la luce in qualche modo, addirittura scomponendola, mi viene da sorridere, pensando che Marco Lodola li ha “fregati” tutti, mettendo la luce dentro l’opera. A parte gli scherzi, innumerevoli sono le sue esposizioni/installazioni in giro per il mondo; altrettanto numerosi i suoi progetti per importanti industrie come Coca Cola, Swatch, Coca Cola, Vini Ferrari, Harley Davidson, Ducati, Valentino, Coveri, Fabbri… Moltissime le sue collaborazioni con scrittori e musicisti.

Come scrive Roberto D’Agostino in “Lodola”, edito da Mondadori: “La dimensione di spettacolarità insita nel sistema contemporaneo porta Lodola a produrre immagini che riflettono con cinica e ludica puntualità il destino dell’uomo: l’esibizione come esibizionismo, come ineluttabile cancellazione della profondità ideologica, religiosa, sessuale e morale. Lo spegnimento della profondità segna il punto di massima eccitazione della superficie. Così la plastica diventa specchio del carattere artificiale della vita, vissuto come unica natura possibile, come sfondo naturale dell’uomo moderno”

Paul Klee – Molto più di un pittore

Quante cose deve essere un artista: poeta, naturalista, filosofo” – P. Klee

Paul Klee nacque nel dicembre del 1879 da madre svizzera e padre tedesco, entrambi musicisti. Lo stesso Paul inizialmente pensò che la sua carriera fosse legata alla musica, essendo, a quel tempo, considerato un violinista di talento.

Non solo, Paul Klee studiò lettere classiche e scrisse poesie ed opere teatrali. Conservò con cura i suoi diari dal 1897 al 1918 dove annoò dettagliati resoconti delle sue esperienze e delle sue osservazioni sull’arte e sulla letteratura.

L’approccio alla pittura cominciò da ragazzo ed iniziò con il ritrarre paesaggi; dopo essersi laureato partì per Monaco – allora capitale artistica della Germania – e si iscrisse alla scuola privata d’arte di Heinrich Knirr. Solo nel 1899 fu ammesso all’Accademia di Monaco.

Come spesso accade agli artisti, il suo debutto pubblico fu in gran parte ignorato e lui sbarcò il lunario scrivendo recensioni di mostre d’arte e concerti, facendo ripetizioni di disegno e realizzando illustrazioni per riviste e libri.

Klee si unì alle avanguardie pittoriche nel 1911, entrando a far parte di  un’organizzazione di artisti fondata a Monaco di Baviera dal pittore russo Wassily Kandinsky e dal pittore tedesco Franz Marc.

L’adozione dello stile geometrico astratto dei cubisti da parte di Paul Klee è visibile in numerosi disegni che fece nel 1912-13, che vanno dalle immagini comiche di lussuria e caos, alle rappresentazioni simboliche del destino. Dal cubismo Klee trasse anche il frequente uso di lettere e altri segni nelle sue opere.

Dopo la fine della prima guerra mondiale Paul Klee cominciò a coltivare la speranza di una nuova società ed il suo lavoro divenne esuberante. Tra le immagini più impressionanti di Klee del dopoguerra ci sono i suoi dipinti a trasferimento di olio, creati con una tecnica distintiva ideata nel 1919.

Verso la metà degli anni ’20, la reputazione di Klee si era diffusa ben oltre la Germania e nel 1925 organizzò la sua prima mostra personale a Parigi, la capitale dell’arte europea.

Gli ultimi dipinti e disegni di Klee sono fortemente influenzati dalle dure distorsioni dell’opera di Pablo Picasso degli anni ’20 e ’30. Ciò che il maestro spagnolo diede a Klee in questi ultimi anni fu un mezzo per esprimere l’urgenza che Klee sentì quando la sua salute diminuì.

Tra queste opere vi sono disegni di angeli, che sono ancora per metà attaccati da ricordi e desideri ai loro corpo, e Morte e fuoco, l’evocazione del mondo sotterraneo di Klee, in cui una triste faccia di morte è posta in un ambiente infernale di rosso fuoco. Queste ultime immagini sono tra le più memorabili di tutte le opere di Klee e sono alcune delle raffigurazioni più significative della morte nella storia dell’arte.

Egli morì nel giugno del 1940.

A Milano, presso il Mudec, è fruibile sino al 3 marzo 2019 la mostra a lui dedicata “Paul Klee. Alle origini dell’arte”, curata da Michele Dantini e Raffaella Resch.

Sono visibili cento opere suddivise in cinque sezioni che hanno lo scopo di mostrare come il concetto di primitivismo in Klee assuma connotazioni diverse rispetto a come molti altri hanno considerato l’arte del passato, tra cui per esempio le avanguardie storiche.

Delle varie sezioni, Caricature, Illustratore cosmico, Alfabeti e geroglifiche d’invenzione, il museo etnografico e la stanza dei bambini, Policromie e astrazione, merita un cenno sicuramente la parte dedicata ai bambini in cui si può fare un’esperienza diretta con quel teatro delle marionette che Klee creò per esaudire la richiesta del figlio Felix.

Evgeny Lushpin – Master of Light

Quando ci si trova di fronte ad un’opera di Evgeny Lushpin, a primo impatto, non si capisce se si tratta di un quadro o di una foto: é la sua maestria nel dipingere, quasi come una magia, che riesce a trasportare il fruitore direttamente nei posti e nel tempo dell’ambientazione della scena riprodotta con un realismo impeccabile.

Molti sono stati i pittori così detti di luce – Michelangelo, Leonardo da Vinci, Vermeer, Hopper, gli stessi maestri olandesi – che hanno, attraverso il loro modo di dipingere, cambiato il modo in cui il mondo guarda l’arte.

Oggi, Evgeny Lushpin, attraverso la sua arte, trasforma i luoghi che conosciamo, trasformandoli attraverso l’uso sapiente della luce in luoghi nuovi.

Lushpin è nato nel 1966 alle porte di Mosca ed ha seguito un percorso formativo nelle scuole più raffinate russe; la sua straordinaria capacità sta nel trasportare i fruitori nei canali nascosti, nel calore di una maestosa residenza, in angoli famosi di città con colpi di pennello. I dipinti sono così realistici, che chi li osserva si trova ad immaginare cose che nemmeno vede, pensando di farle.

Luci armoniose giocano sugli specchi d’acqua e nei cieli all’imbrunire o nelle strade di notte, dettagli precisi riprodotti con dovizia di particolari, atmosfere da fiaba che trasformano le sue opere in vera e propria magia.

Un vero incanto!

Grazie a lei, oggi possiamo ammirare il Cenacolo

Parliamo di Fernanda Wittgens, Direttrice della Pinacoteca di Brera, donna vulcanica, determinata e geniale, che negli anni quaranta svolgeva un lavoro – a quel tempo considerato maschile – con la sensibilità femminile.

Proprio grazie alla sua caparbietà, oggi a 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, noi possiamo fruire e godere il capolavoro di questo genio. Infatti, la Wittgens, negli anni ’50, affrontò difficoltà e si assunse responsabilità pesanti, affidando il restauro del Cenacolo all’équipe di Mario Pelliccioli, contro il parere di Cesare Brandi (allora Direttore dell’Istituto Centrale del Restauro) che giudicava il capolavoro ormai irrimediabilmente danneggiato.

Con trepidazione si attese che il restauratore rimuovesse la pittura annerita sulla mano di Giuda e quando i colori leonardeschi riaffiorarono fu una vera e propria vittoria per questa ostinata intellettuale, che non si era arresa, contro tutto e contro tutti.

Fernanda Wittgens nacque a Milano nell’aprile del 1903 e si laureò nel 1925 con una tesi in Storia dell’Arte, presso l’Accademia Scientifico Letteraria di Milano. Nel 1928, venne assunta a Brera e nel 1940 ne assunse la direzione, prima donna in Italia a ricoprire tale incarico nel ruolo del personale dei Musei e Gallerie.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, lei si occupò personalmente dei trasporti delle opere di Brera nei ricoveri prima dei bombardamenti, giusto in tempo e, dopo l’armistizio, toccò sempre a lei il compito di tutelare dalla razzia tedesca le opere.


Nel dopoguerra, affrontando innumerevoli difficoltà dettate dalla mancanza di fondi, ricostruì Brera trasformandola in un luogo d’incontro, di formazione, in un centro di cultura, in un museo vivente, aperto a tutte le forme d’arte, convinta come era che “l’arte è forse una delle più alte forme di difesa dell’“umano”.

Morì a soli 54 anni, stroncata da un male incurabile, riposa al Cimitero Monumentale di Milano, ovviamente.

A proposito di Arte…

Se il mondo fosse chiaro l’Arte non esisterebbe.
Camus

L’Arte ha uno “scopo” o una “funzione”? Oppure, lo scopo dell’Arte è proprio avere una funzione precisa?

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Dal momento che l’espressione artistica si rivela come una deriva, del tutto naturale, dell’uomo, sarebbe facile rispondere che l’Arte “sia” per assolvere ad una funzione essenziale: dare “forma” all'”universo” che palpita nell’animo umano.

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Tendenza primaria dell’intelligenza/pensiero è l'”esplorazione”, finalizzata alla “comprensione”, di tutto ciò che accade al di fuori di noi, ma anche (e forse soprattutto), di quanto si agiti all'”interno”.

Un’opera d’Arte è soprattutto un’avventura della mente.
Jonesco

Ecco: nel tentativo di comprendere le emozioni (conoscendo dunque se stessi), si giunge al “mistero” dell’Arte, che si concretizza in un percorso interiore, istintivamente proiettato a scovare punti di contatto tra le emozioni e la vita.

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L’Arte ci attrae solo per ciò che rivela del nostro io più intimo.
Godard

by Roberto Pellegrini

 

Vuillard: “Non eseguo ritratti, dipingo le persone a casa loro”

Il pittore francese Édouard Vuillard nacque nel 1868 a Cuiseaux. Egli fece parte del movimento artistico Les Nabis, movimento fortemente influenzato da Paul Gauguin e nel quale le opere erano caratterizzate da colori vibranti e le linee e le forme si rifacevano alla natura.

Egli viaggiò nel sud Europa (particolarmente in Spagna ed in Italia), durante questo periodo conobbe i fratelli Natanson, fondatori de La Revue Blanche, nella quale Vuillard spesso pubblicò. Proprio i Natanson incoraggiarono Vuillard a decorare le case di molte persone importanti, incluse le signore Desmarais e Alexandre Natanson – mogli dei mecenati stessi.
Vuillard visse la maggior parte della sua vita con sua madre, ed i suoi dipinti, i cui soggetti sono in gran parte domestici, riflettono questo. Molte delle sue opere mostrano donne al tavolo della colazione, del cucito, o che dormono o che contemplano.

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Spiccato fu il suo senso dell’umorismo, come si può vedere nel suo autoritratto ottagonale: con i suoi capelli gialli e la barba rossa, è leggermente fuori centro nella cornice e lancia un’occhiata allo spettatore con un senso di sorpresa, come se fosse stato colto nell’atto di uscire dal proprio ritratto.

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Egli possedeva una tecnica pittorica raffinata che gli conferiva la capacità straordinaria di cogliere i momenti più banali del quotidiano caricandoli di un’intensa emotività.

Egli morì a La Baule, in Bretagna, all’età di 71 anni.