Marco Lodola – l’artista che…

… considera i critici d’arte un po’ psicanalisti, perché ogni volta che una sua opera andava al giudizio di un critico veniva contestualizzata ed il critico stesso spiegava a lui artista perché aveva fatto la tal cosa. Simpatico, no? Anche perché non sempre un artista nell’atto di creare si pone tante domande. A volte proprio i critici danno spiegazioni illuminanti per gli artisti stessi.

Comunque, Marco Lodola è nato a Dorno in provincia di Pavia nel 1955. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze e di Milano, concludendo i suoi studi con una tesi sui Fauves, infatti Matisse sarà un vero punto di riferimento per il suo lavoro, insieme a Depero – primo italiano a lavorare in America, quindi a contaminarsi con altri linguaggi, tipo il teatro facendo scenografie, poi vestiti, pubblicità – ed il Beato Angelico, che lo ha condizionato inconsciamente in quanto durante i suoi studi a Firenze, Lodola andava a studiare di fronte al convento dove il Beato Angelico aveva dipinto tutte le cellette. 

Marco Lodola è tra i fondatori del movimento del Nuovo Futurismo degli anni ’80, teorizzato dal critico Renato Barilli. Dall’esperienza futurista, Lodola trae l’uso appassionato del colore, l’energia dirompente della luce e soprattutto, forse prima di tutto, l’idea dell’arte come parte integrante della vita. 

In un’intervista ha dichiarato: “Picasso diceva: “Tu cerchi sempre di copiare qualcun altro, soprattutto quando sei agli inizi. Nel tentare inconsciamente di copiare, di rifare qualcosa che ti è piaciuto, siccome alla fine non ci riuscirai mai davvero, proprio lo scarto che c’è fra quello che fai e quello che stai copiando è il tuo stile.” Alla fine anche per me è saltata fuori la vera identità.

Se pensiamo che i pittori hanno sempre cercato di catturare la luce in qualche modo, addirittura scomponendola, mi viene da sorridere, pensando che Marco Lodola li ha “fregati” tutti, mettendo la luce dentro l’opera. A parte gli scherzi, innumerevoli sono le sue esposizioni/installazioni in giro per il mondo; altrettanto numerosi i suoi progetti per importanti industrie come Coca Cola, Swatch, Coca Cola, Vini Ferrari, Harley Davidson, Ducati, Valentino, Coveri, Fabbri… Moltissime le sue collaborazioni con scrittori e musicisti.

Come scrive Roberto D’Agostino in “Lodola”, edito da Mondadori: “La dimensione di spettacolarità insita nel sistema contemporaneo porta Lodola a produrre immagini che riflettono con cinica e ludica puntualità il destino dell’uomo: l’esibizione come esibizionismo, come ineluttabile cancellazione della profondità ideologica, religiosa, sessuale e morale. Lo spegnimento della profondità segna il punto di massima eccitazione della superficie. Così la plastica diventa specchio del carattere artificiale della vita, vissuto come unica natura possibile, come sfondo naturale dell’uomo moderno”

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1 Dicembre – Il calore di una leggenda

Sono sempre stato affascinato dal popolo degli Eschimesi. Ricordo che, da bambino, quando il mattino ci sorprendeva, “regalandoci” un cortile coperto di neve (che, nottetempo, aveva “lavorato” per noi ragazzini, rendendoci felici…), io proponevo sempre di “giocare agli Eschimesi”, costruendoci un igloo. Ovviamente ci provavamo, ma ogni volta alle buone intenzioni seguivano risultati pessimi… Ma ci si divertiva lo stesso…

A distanza di tanti anni, se oggi, quando arrivano gelo e neve non faccio proprio i salti di gioia (penso al traffico in tilt, ai ritardi dei treni, agli aeroporti paralizzati, alla neve da spalare – povera schiena -, ecc. ecc.), mi capita ancora di chiedermi, di tanto in tanto, come si possa riuscire a vivere tra i ghiacci, alla “Eschimese”, appunto…

Con la parola “Eschimese” (letteralmente: fabbricante di racchette da neve), si indicano due principali gruppi etnici: gli Inuit (dell’estremo nord dell’Alaska, del Canada e della Groenlandia) e gli Yupik (dell’estremo occidente dell’Alaska e dell’ Estremo oriente russo).
Si tratta di Popoli enigmatici e semplici al tempo stesso, con una propria Arte, una propria Cultura, ed una particolare forma di Letteratura (soprattutto orale, ho scoperto…), che comprende vari generi: dalla narrativa, alla poesia, alla favolistica (miti e leggende…).

E proprio di una leggenda Inuit, vorrei raccontarvi…; il suo titolo è

LA PALLA DI LUCE

“Quando la terra era appena nata, molto tempo fa, risalendo dalle acque che coprivano tutto il mondo, era sempre buio nel mondo degli Inuit.

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E gli Inuit avevano molta paura del buio, perché non si accorgevano dell’arrivo di Nanuk, l’orso bianco, che li assaliva silenzioso prima che potessero accorgersi del suo arrivo.

Victorian engraving of inuit hunting polar bear

Molti degli antenati erano morti così, fra la disperazione delle donne e il pianto dei figli rimasti orfani senza più chi cacciasse per loro e li sfamasse.

Ma un giorno volò sul mondo degli Inuit un vecchio Corvo che, fermandosi per riposare perché era molto, molto vecchio e stanco, si stupì di quella notte continua, e tanto per passare il tempo, mentre era fermo raccontò loro che in altri luoghi vi erano molte giornate luminose, e per dare un’idea spiegò che quella luminosità era pari alla luce di migliaia e migliaia di lampade di grasso accese, e che grazie a quella luce si poteva vedere lontano, e scorgere le slitte che tornavano dalla caccia ancor prima di udire l’abbaiare dei cani.

Fu così che gli Inuit iniziarono a chieder al vecchio Corvo di andare, per cortesia, a prendere per loro la luce di quelle mille lampade, e portargliela. Ma il Corvo titubava, non voleva andare.

Sono troppo stanco, diceva, e la luce è molto, molto lontana.

Ma alla fine, vedendo la misera vita che quella gente conduceva nel buio assoluto si impietosì, e partì alla ricerca della Luce.

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Volò per giorni e giorni fino a che, oramai al limite delle forze, proprio nel momento in cui stava per decidere di tornare indietro scorse, lontano sull’orizzonte, un fievole bagliore.

Era la Luce!

Mano a mano che si avvicinava, il bagliore diveniva sempre più forte fino a che si trovò a volare nel giorno pieno, e allora capì di essere finalmente arrivato nel paese della Luce.

Esausto, si fermò a riposare su di un albero, vicino ad un ruscello, ed iniziò a pensare a qualche stratagemma per prendere la Luce e portarla agli Inuit.

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In quel momento, una bambina, vestita con un mantello di pelliccia bianco come la neve che avvolgeva tutto il paesaggio, si avvicinò al ruscello ad attingere acqua. Il Corvo, che era abile nei travestimenti, mutò allora il proprio aspetto in quello di un granello di polvere e andò a nascondersi fra le setole del mantello, cosicché, quando la bambina rientrò a casa, senza accorgersene lo portò con sé.

Dentro la casa regnava un caldo tepore.

Una donna stava cucendo una pelliccia, e in un angolo, il vecchio capo del villaggio si scaldava al fuoco. Il nipote, un piccolo bambino infagottato in una lucida pelliccia di foca, stava giocando sul pavimento con delle statuine di osso.

Il Corvo, che aveva a quel punto già preparato il suo piano, sempre mantenendo l’aspetto di un granello di polvere gli volò nell’orecchio e iniziò a fargli il solletico.

Il bambino incominciò a piangere.

Perché piangi? gli chiese il nonno, dispiaciuto della improvvisa angoscia che aveva assalito il nipotino.

Digli che vuoi giocare con una Palla di Luce, gli bisbigliò il Corvo in un orecchio.

Perché voglio giocare con una Palla di Luce, piagnucolò il nipote.

Il nonno allora andò a pendere la scatola dove teneva le Palle della Luce, ne prese una, piccola piccola, la legò con uno spago, e la diede al nipote affinché vi giocasse.

Il granello solleticò ancora l’orecchio del bambino, che riprese a piangere, ancora più angosciato.

Perché piangi? chiese ancora il nonno, che come tutti i nonni voleva che il nipote fosse felice.

Digli che vuoi andare a giocare con la Palla di Luce fuori di casa, suggerì il corvo.

Allora il nonno aprì la porta di casa, e accompagnò il bambino sul terreno innevato davanti alla casa, poi tornò dentro a riscaldarsi davanti al fuoco, perché fuori era molto freddo.

Come il bambino rimase solo, il granello di polvere si tramutò in Corvo, estrasse i suoi artigli e tagliò lo spago che legava la Palla di Luce. Prese la Palla di Luce e volò via verso la terra degli Inuit….

… sentendo lo sbattere delle ali nell’aria, tutti gli Inuit corsero fuori dalle le loro case e rimasero un po’ delusi, perché il corvo ritornava, ma era sempre buio.

Ma appena arrivato sopra il villaggio, il Corvo lasciò cadere a terra la Palla di Luce, che si infranse in mille piccoli pezzi, e liberò la Luce che racchiudeva.

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La Luce affrontò la Notte, combatté con lei, la vinse e la scacciò.

Su tutta la Terra dilagò allora il Giorno. Meraviglia!

Ora gli Inuit potevano vedere lontano.

… guarda le montagne, laggiù, come sono belle

…e il cielo, come è azzurro

… potremo finalmente vedere Nanuk arrivare

…e cacciare tante ore ogni giorno, e andare a pescare più lontano, e cercare mari più pescosi!

Ringraziarono il Corvo ma lui, dopo aver visto quella felicità, era rimasto rattristito per non essere riuscito a portare una Palla di Luce più grande.

Ho potuto portare solo una piccola Palla di Luce, si scusò, così potrete avere luce solo per metà dell’anno…

Ma gli Inuit, che non sono ingordi e sanno accontentarsi di quel poco che hanno, risposero:

ma noi siamo felici lo stesso. A noi basta avere luce per metà dell’anno, prima era buio tutto l’anno!”

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by Roberto Pellegrini

Van Gogh, i suoi cieli e il suo tormento interiore

… la vista delle stelle mi fa sognare …” scriveva Van Gogh; per lui dipingere le stelle è stata, ad un tratto della sua breve vita, quasi un’ossessione e attraverso i suoi cieli stellati, ci ha raccontato i segreti della sua anima, i suoi tormenti e contrasti interiori.

Van Gogh arriva al punto di affermare che la notte è decisamente più ricca di colori rispetto al giorno e per questo, spesso, passa le sue notti ad osservare il cielo.

Muore suicida giovanissimo (37 anni) dopo una vita tormentatissima e solitaria, durante la quale fatica a tessere rapporti sociali, l’unico suo vero confidente è il fratello Theo, con il quale ha un intenso rapporto epistolare. In pochissimi anni realizza più di 1600 fra disegni e dipinti e di questi riesce a venderne, in vita, solo uno. Solo dopo la sua morte ci si renderà conto dell'”immensità” di quest’artista.

Nei suoi cieli c’è una forte intensità espressiva del colore: il blu notturno in netto contrasto con il giallo delle stelle. Le pennellate sono pastose e decise, in alcuni quadri brevi, in altri allungate, come nella famosa Notte Stellata, dove diventano veri e propri vortici di luce, quasi a comunicare tutta la sua inquietudine.

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Un’altro esempio del sapiente uso dei colori e della luce di cui Van Gogh era maestro è Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, Arles, nel quale il gioco di rinvii cromatici crea una perfetta armonia. I blu ed i gialli contrastano sia in cielo che nelle figure architettoniche in primo piano nel quadro.

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Infine La notte stellata sul Rodano, in cui l’artista riproduce dettagliatamente ciò che vede nell’oscurità: le stelle che si specchiano nel Rodano insieme all’illuminazione della cittadina. La loro luminosità si scontra con un cielo profondo, dipinto in sovrapposizione con il blu di Prussia ed il cobalto. La tela è tutto un luccichio.

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Van Gogh è un pittore istintivo, secondo il quale: la pittura riproduce la realtà secondo un impulso primordiale attraverso i colori, tanto da affermare che la realtà è grigia ed è compito del pittore donarle il giusto colore.

I cieli di questo artista sono pervasi da un profondo senso di poesia, dove è tangibile la vitalità e la potenza dell’universo.
…Improvvisa,
la Notte,
la Sinfonia
di tutto ciò
che tace, ora,
nell’attimo
sublime,
che la vita concede
al Sogno,
beffandosi del cruccio
delle gioie mancate,
invidiose, o forse
soltanto figlie,
d’un palpito
di stelle…